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***Continui annunci, provvedimenti zero***
SENZA CRESCITA L’ITALIA NON USCIRA’ DALLA CRISI
di GAD LERNER

agosto 22, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro Passera ha fatto notare nei giorni scorsi che la crisi di produttività è “peggio” dello spread per il nostro Paese. In realtà non è “peggio”, bensì ne è la causa (prima). Perché è vero che i mercati sono ‘indipendenti’. Ma se un Paese cresce rigenererà le risorse necessarie a ‘pagare’ qualsiasi debito, e in ogni caso la sua economia entrerà in un circolo virtuoso che renderà il bilancio strutturalmente solido. Non sono concetti inafferrabili. Ma i principi di base della più essenziale dottrina economica. E’ per questo che il Politico.it scrive da tempo che l’Italia non si salverà se non lo faranno i suoi cittadini. Perché la nostra salvezza passa per la crescita (e non per il suo continuo ‘annuncio’, reiterato interminabilmente da Monti – senza che nel frattempo sia stata assunta alcuna misura – tra vertici europei e Meeting di Cl), e la crescita passa per una rielevazione delle condizioni (culturali, quindi sociali, quindi professionali) dei nostri connazionali. Ed è inevitabile che il governo che non è stato in grado di assumere alcuna misura per la crescita, finisca per essere lo stesso che parla oggi di “uscita dalla crisi vicina”, mentre gli italiani annaspano nelle loro sempre peggiori situazioni economiche: perché Monti e Passera guardano solo agli indicatori mercatistici, ed è proprio per questo (per la loro distanza dal Paese ‘reale’) che non hanno ancora saputo mettere in campo un solo provvedimento – che non può, a differenza della propaganda, prescindere appunto dalla nostra economia reale, cioé dai cittadini – per uscire dalla crisi. Gad, ora, sull’immobilismo dell’esecutivo dei professori. di GAD LERNER Read more

Ora verità su Falcone e Borsellino Senza, ns. democrazia incompiuta

agosto 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Salvatore Borsellino: “Bomba via D’Amelio detonata dai Servizi” (?). Veltroni: “Poteri occulti trait d’union mafia-Stato”. Adinolfi: “Rapporti criminalità romana/ neo-fascisti”. Tutto questo all’ombra della (defunta – ?) P2. Ecco il vero ‘lacciuolo’ della democrazia italiana. Presidente Monti, lei (magari ‘collaborando’ con il presidente del Copasir D’Alema) lo può recidere. Creerà così le condizioni per la modernizzazione dell’Italia

A volte, ascoltando il dibattito politicante, abbiamo la sensazione che la ‘vera’ partita non si stia giocando lì. Il giornale della politica italiana è un giornale giovane: non abbiamo la memoria storica necessaria per conoscere fino in fondo le radici dei possibili ‘intrecci’ indicati dal fratello del magistrato ucciso, dall’ex segretario Democratico e dal neo-deputato del Pd, così come sintetizzati nel titolo. Quello che però il Politico.it, e in questi mesi crediamo di averlo dimostrato, sa fare, è avere una visione d’insieme: e così come Pier Paolo Pasolini nell’editoriale pubblicato dal Corriere della Sera dell’11 novembre 1974 e meglio noto come “Io so”, che riproponiamo di seguito, fatichiamo a non vedere – alla luce delle testimonianze di chi quella memoria storica, anche per avere vissuto quegli anni, ce l’ha – un filo conduttore tra le morti di Falcone e Borsellino, la tragica e strana fine di Enrico Mattei, gli assassinii di Guido Calvi e Giorgio Ambrosoli, e ‘infine’ proprio l’uccisione di Pasolini. E in generale tra tutti quei ‘punti di frattura’ in cui tende a crollare, ciclicamente, ogni tentativo dell’Italia di uscire dal pantano della propria arretratezza civile e culturale prima ancora che economica e produttiva. “L’intellettuale – scriveva Pasolini – è colui che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Ma – ammesso di riuscire a fare tutto ciò, noi che, semplici cronisti, intellettuali non ci possiamo definire – quello che il Politico.it, soprattutto, può fare, è trarre le conclusioni Politiche di tutto questo: e le nostre conclusioni sono che se così stessero realmente le cose, sarebbe evidente che questo agglomerato di poteri poco trasparente ha puntato a colpire fin’oggi le personalità che più di tutte stavano dando un contributo alla modernizzazione del nostro Paese. E allora ci chiediamo: non è che, perciò, la questione non riguarda soltanto gli investigatori, i giornalisti d’inchiesta; non è che proprio qui, proprio nella chiarificazione della verità su quelle vicende – e quindi nel porre le basi perché il nostro ‘gioco’ democratico non sia più minacciato da alcuna forma di arbitrarietà intrecciata tra potere ‘politico’ (?) e potere mafioso – sta la vera chiave di volta Politica della costruzione del futuro del nostro Paese? Non è che la democrazia italiana non sarà mai (fino in fondo) compiuta, finché continueranno ad esistere quei ‘lacci’; così che là bisogna intervenire prioritariamente, o la nostra Libertà non sarà mai veramente garantita? Ecco perché a volte ascoltando i politicanti discernere di legge elettorale, abbiamo la sensazione che la ‘vera’ partita non si stia giocando su quel palcoscenico. Perché è invece proprio da quell’intreccio – come sostenuto oggi alla Festa Nazionale Democratica da Veltroni – che bisogna partire (e Mario Monti, proprio per la sua natura ‘tecnocratica’, è forse la persona più giusta per fare, ora, al di là di ogni velleitario tentativo di moral suasion, qualcosa perché il velo su questi temi venga squarciato): perché senza avere rimosso questo ostacolo, il nostro Paese, per quanto grandi saranno gli sforzi che potrà fare, non avrà mai davvero la possibilità di diventare quella moderna democrazia liberale che tutte le sue forze più oneste e responsabili lavorano perché possa finalmente divenire al più presto.

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di PIER PAOLO PASOLINI

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.

Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.

Se egli vien meno a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici”: è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.

Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.

Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.

Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.

L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.

Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste sono categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.

E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

PIER PAOLO PASOLINI

No a modello sviluppo ‘pesante’ Italia punti Bellezza-innovazione

agosto 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’energia è un settore strategico. E il ‘problema’ di mantenere (e, nel caso dell’approvvigionamento, aumentare) il controllo sulle strutture dalle quali dipende (oggi, in tutti i sensi) la nostra autonomia esiste anche in un mondo che, auspicabilmente, andrà sempre più verso una maggiore integrazione e ‘unità’: e anche se a nessuno verrà in mente di “smontare i pali dell’alta tensione, i tubi del gas o gli sportelli postali, e di portarli in Cina”. Ma nel concentrare sulla produzione e sullo smistamento dei (vecchi) combustibili il piano sviluppo (?) dal quale dovrebbe dipendere la capacità dell’Italia di vedere il proprio Pil tornare a crescere, il ministro Passera ‘tradisce’ l’impostazione meramente utilitaristica di chi ha passato la vita a far quadrare i bilanci di una banca, e non ha mai praticato la complessità e la ricchezza di sfumature della Politica. Mentre tutto il mondo spinge sulla ricerca e sull’innovazione, il governo Monti taglia i fondi per l’impegno del nostro paese in questo senso; e mentre, ricercando e innovando, il mondo ”lascia’ (progressivamente) le vecchie fonti di energia, causa di inquinamento, di ‘abbruttimento’ per il modello di crescita (da anni cinquanta) poco attento al territorio e alla sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale e per ciò che riguarda la possibile qualità delle nostre vite – vedi il caso dell’Ilva – che esse impongono, puntando sulle rinnovabili, l’”ideona” di Passera – ministro del paese occidentale, ed europeo, dalla più grande ’esposizione’ al sole che sia dato conoscere - per rigenerare la crescita nel nostro paese è concentrarci maggiormente su petrolio, metano e gas: e sull’infrastrutturazione ‘pesante’, e ulteriormente penalizzante la Bellezza del nostro paese, che il perseguimento di quella prospettiva “strategica” (?) richiede. Quando, anche sul piano infrastrutturale, la nostra civiltà, grazie alla Rete, va sempre più verso un modello ‘leggero’ e ad impatto ambientale zero. I combustibili fossili provengono soprattutto dal Continente nero, così che l’industria (e il trasporto) pesante verrà concentrata soprattutto al Sud: proprio quel sud dove questo modello di sviluppo poco lungimirante e mirato al risultato (?) immediato, ma a prezzi carissimi soprattutto nel tempo e per le generazioni che verranno, ha già ad un tempo prodotto i danni maggiori e dove il nostro territorio è ancora per buona parte incontaminato, e ha mantenuto la sua bellezza originale. E’ per questo che, nel sollecitare il governo Monti a ‘investire’ (non necessariamente risorse finanziarie, ma il proprio impegno strategico) nel Mezzogiorno, avevamo indicato nella (stessa) innovazione, nella ricerca, il ‘modello’ da applicare con ancora maggiore convinzione al nostro meridione: così da non ripetere gli errori degli anni cinquanta e sessanta, quando, a costo di ‘crescere’ (un po’) selvaggiamente, avevamo degradato le nostre principali città – a cominciare da Roma - ed anche una parte delle nostre campagne e delle nostre coste (naturalmente questo sfruttamento dissennato prosegue tutt’oggi, vedi la proliferazione di porticcioli della Liguria, vedi le ville sul mare di Ischia e della Campania, con l’aggravante della tentazione condonistica). La Bellezza, come la cultura (sono poi la stessa cosa), non sono beni ‘accessori’ dei quali chi sia concentrato sullo ‘sviluppo’ possa e ‘debba’, per otttimizzare l’impegno, fare a meno: sono, al contrario, l’unica leva di (vero) sviluppo, che è poi quello più consono e ‘adatto’ all’identità di una Nazione, così che sia sostenibile, (quindi) duraturo e tale da migliorare (non solo aumentando la ricchezza materiale) la qualità della vita dei suoi cittadini: che saranno grazie a ciò più motivati e nella condizione di imprimere una (ulteriore) accelerazione a quella stessa tensione alla crescita. Scongiurando al tempo stesso il rischio-degrado (sociale. Almeno per una delle sue cause principali, che è il degrado – prima di tutto urbanistico – delle nostre città e in generale del nostro territorio) e la creazione di terreno (questo sì) fertile per l’attecchimento della criminalità, a sua volta causa principale (poi) di ogni ulteriore ‘blocco’. Cultura, Bellezza, innovazione, turismo: queste sono le chiavi (strategiche) dello sviluppo dell’Italia del futuro. Chi ipotizza di aumentare (esclusivamente) la produzione petrolifera e rilanciare ossessivamente l’ideologia infrastrutturale (che, allo stesso modo, non va ovviamente nemmeno negata in modo assolutistico e ugualmente ideologico), dovrebbe farsi chiedere (dai giornali che fanno da megafono e non ‘criticano’ la Politica) se lo fa per il bene dell’Italia, o soltanto per riempire il proprio attuale vuoto di iniziativa.

M. (ci) lascerà (da) commissariati Per salvare se stesso (non l’Italia)

agosto 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Preparatevi: nelle prossime setti- mane ascolteremo l’espressione (retorica) ormai svuotata di ogni significato: “Siamo d’accordo di assumere misure urgenti per far ripartire la crescita”, ripetuta almeno sette-otto volte da Monti a seguito degli altrettanti vertici europei che si sono succeduti (inutilmente) negli ultimi tre mesi, sostituita da quella (forse più alla portata dei politicanti e dei tecnici al potere) “Bisogna fare un piano per abbattere il debito”. In ‘mezzo’, la sopravvivenza del governo Monti, fondata sulla sua fantomatica agenda, che tutti citano ma che all’atto del concepimento, i quindici Democratici che hanno messo al mondo questo artificio retorico, hanno riempito del contrario rispetto a quanto (non) fatto dal governo Monti fino ad oggi: innovazione, ricerca, scuola, formazione, crescita.

Il Pil crolla a -2,5. Il premier rilascia un’intervista ad un prestigioso giornale tedesco e fa l’elogio della tecnocrazia antidemocratica (che poi altro non è che il prolungamento istituzionale del predominio della finanza sulla politica; dei poteri forti sugli italiani), mettendo in discussione un ridimensionamento dei Parlamenti. Lo spread sale a 550: solo l’intervento di Draghi lo fa scendere; le misure di Monti si rivelano ancora una volta inadeguate. E ciò nonostante la politica politicante resta inamovibile: “Fedeli a Monti fino al 2013″; “A Monti non c’è alternativa”.

Bisognerebbe sapere che cosa dovrebbe accadere, perché ci si accorga, finalmente, che i presunti successi del presidente del Consiglio, con la sua agenda, nascono non dalla realtà (di una situazione economica del paese che va peggiorando a vista d’occhio); ma dalla cortina fumogena del conformismo giornalistico (?) che tiene (artificialmente) in vita l’esperienza fallimentare di questo governo con una propaganda messa a disposizione del presidente Bocconi mai vista, nemmeno ai tempi di Berlusconi capo dell’esecutivo e padrone della televisione.

La soluzione ce la offre – ancora una volta – Gad Lerner: “Monti si prepara a lasciare un minuto prima che si renda necessario il commissariamento della Troika”. Quando per l’Italia non ci saranno più margini per fare ciò che Monti adesso, e Berlusconi prima, non erano stati in grado di fare. Ma “così il presidente del Consiglio eviterà il disonore”. Da cui si comprende anche l’unica ragione per cui il premier – e i suoi sodali – si ostinino a reiterare l’inerzia attuale: salvare – ancora una volta – non l’Italia naturalmente, ma loro stessi.

Care élites, I. se non cresce non si salva E Monti non sa come rigenerare crescita Sua (vera) ‘agenda’ incompatibile con ciò Irresponsabile reiterare inerzia fino a ’13

agosto 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti crede nell’economia sociale di mercato, ma non nell’interventismo della Politica nel libero mercato. E, come abbiamo visto, il nostro Paese – la nostra economia – ha oggi bisogno del coordinamento della Politica, o non ripartirà. Monti nei suoi editoriali pre-nomina non citava nemmeno il capitolo della crescita, parlando solo di rigore; ma il nostro Paese – la nostra economia – si salva “solo” riprendendo a crescere. Nel Paese dalle più grandi diseguaglianze del mondo (Nord-Sud, abbienti-meno abbienti, manager-lavoratori, figli di famiglie benestanti-figli di famiglie povere), e dal più alto tasso di analfabetismo di ritorno (inversamente proporzionale al tenore di vita e allo status sociale), la crescita non può che venire dalla crescita (culturale, e quindi umana, e quindi tecnica e professionale e ‘sociale’) degli italiani: e Monti invece si rivolge alle sole élite, penalizzando – con le tasse, con i tagli – le persone più deboli. Monti non crede – non ha nelle proprie corde – (nel)l’innovazione, quando l’unico indirizzo Politico dato (anche) dall’Europa vede proprio nella tensione ad una possibile, nuova civilizzazione la sola risorsa per uscire dalla crisi. Monti è un uomo del Nord, lontano geograficamente e anche culturalmente dal Mezzogiorno: e in un’Italia che (non) cresce a due velocità, con un’economia che tiene al Nord e una pressoché inesistente al Sud, non c’è salvezza possibile che non passi per un rilancio del nostro meridione, che pure ha le potenzialità per tornare, come ha indicato per primo il Politico.it, al centro del mondo. Monti ha citato una sola volta la scuola per parlare di “competizione” tra gli studenti: e invece la scuola, che è il motore di ogni possibile sviluppo, ci può fare crescere – come predica da molto tempo sul primo quotidiano italiano, ancora inascoltato, Roger Abravanel – solo rafforzandone (innovandone) i contenuti e i modelli di insegnamento. Monti taglia, “taglia tutto”, come sottolineava tempo fa Franco Laratta; ma non taglia (nel)le clientele della politica politicante, vero buco nero delle nostre finanze pubbliche. Monti è stato chiamato perché lo spread era salito sopra quota 500: ma ora che lo spread è tornato esattamente sopra quella quota, “nessuno” mette in discussione il presidente del Consiglio. Monti è una risorsa del nostro Paese: ma non è in grado di rigenerare la crescita. E senza crescita il nostro paese non si salverà.

***Il futuro dell’Italia: formarci per crescere***
UNA (VERA) RIVOLUZIONE (DI LIBERTA’)
di MATTEO PATRONE

agosto 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ quando non si conoscono le proprie potenzialità, quando non si sa cosa si può dare davvero, che si finisce per non riuscire ad esprimerle, e a condurre una vita molto inferiore alle proprie possibilità. Ecco perché l’istruzione e la formazione non sono soltanto la più potente leva di crescita (per il nostro Paese), ma anche il più straordinario strumento di eguaglianza che la Sinistra abbia (mai avuto: il che vale tanto più oggi, nell’era della comunicazione) per rielevare le condizioni (culturali, e quindi umane, e sociali) delle Persone (così dette) più ‘deboli’. Read more

***La resa di Monti***
PER EVITARE IL COMMISSARIAMENTO ‘SUBITO’ UN GOVERNO POLITICO
di GAD LERNER

agosto 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ricapitoliamo: non ha convinto i mercati; non ha saputo assumere una sola misura per rigenerare la crescita; aveva promesso che ce l’avremmo fatta da soli, e invece ora si prepara a chiedere gli aiuti: e aiuti significheranno, dopo che anche il board della Bce ha ribadito questo automatismo, di sottoporci al commissariamento da parte della Troika. Il governo Monti si è ormai arreso, e non è più in grado – nonostante gli sforzi diplomatici del presidente del Consiglio; ma come scrivevamo alcuni mesi fa, la Politica non è public relationship, ma capacità di visione e di decisione e leadership, o un Paese si limita a fare “bella figura” senza però riuscire a salvarsi e tanto meno a ripartire – di assicurare l’interesse dell’Italia. Un nuovo governo (Politico) in carica quanto prima, può invece imprimere quella svolta di cui la nostra nazione ha oggi bisogno. Giulia Innocenzi si è chiesta nei giorni scorsi a che pro continuare a permanere nell’attuale stato di ‘sospensione’ della democrazia, con tutto quanto ciò comporta in termini di sacrifici e ‘allontanamento’ dai cittadini, se tutto questo non porta quel beneficio che tutti (certo, anche noi in un primo momento: nessuno, almeno qui, ha mai infatti messo in discussione l’opportunità che questo governo nascesse, a novembre) aspettavamo. E quando invece il ritorno della Politica – la Politica vera, incarnata dal Pd, a cui il Politico.it ha dato e darà un contributo decisivo restituendo visione, idee, e in ultima analisi un pensiero (forte) – può far uscire il nostro Paese dall’apatia in cui lo ha fatto ricadere l’esaurimento della spinta propulsiva garantita inizialmente dalla formazione del governo dei tecnici, e consentire all’Italia di ‘svoltare’ e di ripartire; senza mettere in discussione non un’”agenda Monti” che (basta verificare quanti e quali dei singoli punti indicati dai quindici Democratici che hanno concepito questo artificio retorico, sia stato effettivamente messo in atto dall’esecutivo) non esiste – e se è vero, anche, che un’”agenda” (Politica) può ‘contenere’ “solo” misure per lo sviluppo, che com’è noto questo governo non ha saputo concepire – bensì quel rigore che non nasce con Monti, ma con Amato, Prodi, Ciampi e Padoa-Schioppa (giova forse ricordare che l’ingresso nell’euro non fu immaginato e completato da Monti, che allora non era ancora presidente del Consiglio, ma dai governi di centrosinistra; così come le uniche, vere liberalizzazioni che Monti, nonostante il pubblicizzato vantaggio di “non doversi preoccupare del consenso dei cittadini” (?), non ha saputo replicare); quella (stessa!) Sinistra a cui i sostenitori di Monti attribuiscono improbabili tentazioni dilapidatorie. E che invece costituisce oggi l’unica, concreta speranza (nella “solidità totale” di cui, giustamente, parla Bersani) che l’Italia ha di evitare il commissariamento e poi di riprendere un cammino interrotto ormai trent’anni fa. Gad ora, sul rischio-Troika se Monti rimarrà a Palazzo Chigi.
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***Spread scende (ma grazie a Draghi)***
E’ ORA DI RESTITUIRE LA PAROLA AI CITTADINI
di GIULIA INNOCENZI

agosto 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio è super esperto di ciò che, a suo dire, farebbe salire lo spread. Di volta in volta le critiche al governo, il timore dei mercati per quando lui non sarà più a Palazzo Chigi, le critiche (peraltro ipotetiche) di Olanda e Finlandia al presidente della Bce. E se il capo dell’esecutivo imparasse (invece) ad assumere misure (per la crescita) per -cosa ben più significativa- fare scendere il differenziale? Perché ora “la fine del tunnel è illuminata”, ma fino all’intervento di Draghi – e con la gestione della crisi affidata all’”uomo più importante d’Europa” – quella luce (come ricorderemo bene tutti) nemmeno si (intra)vedeva.

Ecco perché la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico si chiede a che pro insistiamo nel voler pagare il prezzo di una democrazia “sospesa”, nei termini innanzitutto di quei “lacrime e sangue” per i cittadini non mitigati da (imprescindibili: perché i ‘sacrifici’ abbiano un senso e non siano fini a loro stessi) politiche per lo sviluppo (che continuano a mancare), se – oltre a non far uscire il nostro paese dalle secche (della nostra economia – reale) – i tecnici al potere non convincono (proprio per questo) neppure i mercati.
di GIULIA INNOCENZI
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