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Il futuro dell’Italia. E’ una questione di tempo! di Franco Laratta

luglio 11, 2012 di Redazione 

Il tempo che la Politica (vera, secondo la definizione data – anche – da Giorgio Squinzi e in cui ci ritroviamo in pieno, e che non coincide affatto con quella pre-montiana) impiegherà a tornare (alla guida dell’Italia). E che passerà prima che la rivoluzione gentile che attende questo paese – o non si salverà – venga avviata e compiuta. Una rivoluzione culturale che si muoverà lungo tre direttrici: quella del rigore (morale prima e perché sia – anche – “finanziario”, perché l’impegno di chi fa Politica torni ad essere un – puro – “servizio civile” – con tanto di relativi sacrifici – e dia l’esempio affinché tutti – specie se lavorano alle dirette dipendenze dello Stato – migliorino il – loro – rapporto tra il privilegio, anche economico, di cui godono nel lavorare per l’Italia e le loro efficienza ed efficacia, e quindi anche la – sua – lealtà); quella della sobrietà (che discende dal rigore e attiene alla nostra vita quotidiana, che sarà tanto più ricca quanto sarà “povera”, ovvero sfrondata degli eccessi, che portano alla miseria, secondo la distinzione di Pasolini: dove povertà è sinonimo di essenzialità, di verità; mentre “miseria” riguarda la nostra (in)felicità. Anche legata all’insostenibilità del nostro attuale livello di consumi – delle risorse (della Terra) – per la sopravvivenza del pianeta e – dunque – dell’umanità); quella della (ri)generazione (data dal riconoscimento, tardivo ma imprescindibile, che la risposta ai guasti dell’economia non è nella riproposizione dello stesso errore – di insistere in una chiave puramente economicista – bensì nella rielevazione degli animi dei nostri connazionali, che non è un’espressione retorica ma la chiave del possibile aumento della nostra produttività e quindi della crescita, e anche del loro riorientamento nel senso, etico in quanto non ideologico ma essenziale non più agli interessi di pochi ma alla qualità delle nostre vite, del concepimento di nuovi modelli “morali” e filosofici sui cui fondare la società del domani). Tre direttrici che pongono il problema dell’altro concetto di tempo da cui “dipende” il futuro dell’Italia: e su cui consegna al suo giornale della politica italiana la riflessione che state per leggere il deputato del Pd. di FRANCO LARATTA*

Nel disegno, Franco Laratta

Marco (Polo) entra in una citta’; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza.

Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui e’ escluso; non puo’ fermarsi; deve proseguire fino a un’altra citta’ dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora e’ il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

Se ti dico che la citta’ cui tende il mio viaggio e’ discontinua nello spazio e nel tempo, ora piu’ rada ora piu’ densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sara’; se ce n’e’ uno e’ quello che e’ gia’ qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu’. Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio.

Italo Calvino (Le citta’ invisibili, 1972)

 

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di FRANCO LARATTA*

Una società sempre più nervosa e complessa ci sta sfilando con destrezza quello che per S. Agostino era “l’estensione dell’anima”: un’estensione tra la memoria del passato, l’intuizione del presente e l’attesa del futuro. Parliamo del tempo, artificio umano che misura la successione degli eventi, da sempre oggetto di studi filosofici e scientifici, e che nella storia ha stimolato schiere di pensatori interessati a coglierne il senso più profondo: il tempo scorre – tanto per citare un antico dilemma – o la sua percezione è soggettiva, influenzata dai nostri sensi?

È da Seneca, però, che attingiamo il monito di cui sono in parte impastate queste riflessioni, che non hanno pretese accademiche ma traggono spunto da uno dei miei frequenti viaggi a bordo di un vecchio e comodo Intercity che mi culla settimanalmente fino a destinazione. Il filosofo latino sostiene con fermezza che il presente è l’unico tempo che viviamo, perciò deve essere valorizzato, non sprecato… gli uomini non possono lamentarsi della brevità dell’esistenza se poi si rivelano spreconi e incapaci a dominare il tempo: “esigua, infatti, è quella parte di vita che vivono davvero, tutto il resto è tempo”.

Mi chiedo allora se gli ‘affaccendati’ di cui parla Seneca, nei quali una modernità parossistica ci ha trasformato, siano ancora oggi figure biasimevoli, come riteneva il filosofo, che aggiungeva: “… nessuna cosa può esser ben gestita da un affaccendato poiché un animo intento a più cose nulla recepisce in profondità… e il suo presente si risolve in una catena di istanti che presto svaniscono”.

Parrebbe di sì, è la mia risposta, se è vero che il ‘time poverty’, la mancanza di tempo (subìta, o procuratasi per eccesso di ambizione e – aggiungo – sopravvalutazione delle proprie risorse), è stata ‘promossa’ a sindrome nei paesi sviluppati e influisce negativamente sulla qualità della vita dei suoi abitanti.

Siamo costretti a consumare, dilapidare il tempo, tutto il tempo a nostra disposizione, in decine di impegni quotidiani, dilatati da spostamenti sempre più assidui, sempre più lenti per colpa di una comune frenesia al volante che paralizza le città, sul cui asfalto le lunghe code di automobilisti impazienti e frustrati sembrano oramai disegni indelebili. Non una pausa, un momento di riflessione, eppure le angosce, i problemi quotidiani ci sono, pesano, rendono le azioni meno fluide e coordinate… e bruciano altro tempo!

Il tempo che scivola via, una perenne sensazione di urgenza, sono sintomi evidenti che la nostra società è amministrata, disciplinata da un orologio universale, trasformatosi in un cronometro inflessibile che non lesina sui centesimi e che misura la nostra efficienza, rileva il nostro stress quotidiano, estromettendo dal sistema coloro che non fanno registrare buone performance. È su questi numeri che viaggia da almeno 30-40 anni questa società del benessere (quale?), del consumismo e della spazzatura. Ma non è bastato tutto questo. Perché ora si è alzata l’asticella, inducendo le persone, tutte le persone, a fare di più e ancora più in fretta, pretendendo velocità folli in una corsa il cui premio al traguardo non è chiaro, tanto meno si è certi sul gradimento di esso da parte dei cittadini, operatori supini al servizio del tempo.

Le lancette isteriche, segno distintivo delle metropoli, oggi scandiscono, a giri un po’ più moderati, le vite in perimetri urbani tradizionalmente vivibili.

La velocità si è insinuata anche nelle nostre periferie mediterranee, una volta elogiate (e biasimate) per un modello di vita non condizionato dal tempo. Anche qui, le buone abitudini, il tempo per sé, lo spazio per leggere un libro o per ascoltare un disco sono stati stretti in un angolo, compressi quasi del tutto. Correre, correre sempre più è l’imperativo dogmatico dei nostri giorni. E allora vengono costruite automobili per andare a 240 km/h e i treni hanno iniziato a perdere la classica rassicurante andatura per puntare all’Alta Velocità. Ogni città ha preteso il suo aeroporto, la sua autostrada, la sua linea veloce. E siccome questo non bastava, si è cominciato a scavare i tunnel per la TAV. All’estero avevano già fatto prima di noi.

La frenesia dell’uomo moderno ha messo radici anche nella famiglia, oramai non più ritrovo senza tempo, angolo di rilassato confronto: ci si vede al massimo la sera per cena, meno ‘slow’ di un tempo, magari uno snack in piedi come in un qualunque buffet, con la tv da terzo incomodo (ora il pc o il cellulare sul tavolo), e al mattino si riprende a correre.

Corsa che non risparmia il prete, spinto a dir messa in 30 minuti al massimo, e il medico, colto sempre più in flagrante a scrivere un ricetta ‘sulla parola’ perché non ha più il tempo di visitare il paziente. Ci sono imprese in più parti del mondo che costruiscono un palazzo in dieci giorni e una strada in poche ore. Ma poi se nevica a gennaio si grida alla scandalo (perché la neve è un ostacolo al correre del tempo), se fa caldo ad agosto è un’emergenza.

La fretta dell’ uomo si evince anche dal poco tempo oramai dedicato ai rapporti interpersonali, sostituiti con surrogati più ‘fast’ come le amicizie in rete, gli incontri virtuali in chat e social network, che richiedono meno sacrificio e che possono stringersi o liquidarsi con un colpo di mouse.

Molti hanno almeno due telefonini, un pc, un portatile, l’Ipad…. La tecnologia ha sposato il tempo. Insieme hanno modellato la vita delle persone: eternamente collegate, sempre on-line, ma di fatto assenti nei luoghi reali. Tutto si può fare grazie alla tecnologia: governare la casa a distanza, cercare un ristorante, chiamare in Cina, farsi visitare dal medico e perfino essere teleoperati da un grande chirurgo.

Il legittimo entusiasmo per il ‘nuovo’ viene smorzato dalla constatazione che noi, in realtà, non controlliamo più niente. Siamo i figli della società tecnologica e presto delegheremo il computer (prossimo all’usurpazione) a pensare, provare emozioni, decidere al posto nostro.

Ma se d’improvviso tutto rallentasse? se, svegliandoci al mattino, le lancette di quel maledetto orologio decidessero di adottare andature più blande? La prima colazione che dura di più, l’automobile meno rampante, le file più corte, scambi sui mercati internazionali meno convulsi, il medico più cordiale, l’amico più disponibile, la famiglia radunata a pranzo, più tempo per gli affetti, per una passione, per il proprio cane, per quel libro sul comodino…

E se un minuto durasse davvero 60 secondi, un’ora 60 minuti… se tutto fosse più ragionato…?

Si produrrebbe di meno, ma forse a beneficio della qualità. Si consumerebbe poco, arginando l’inquinamento da rifiuti, per i quali necessitano sempre più discariche. Si darebbe, in generale, più importanza al dettaglio e più valore alle priorità della vita. Ci si vorrebbe più bene.

Se il tempo è la vita stessa dell’uomo, a cosa serve allora consumarla tanto in fretta? “Il grado di lentezza – scrive Milan Kundera – è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. E una società con una memoria corta, fatta di cittadini-automi che si muovono meccanicamente ai ritmi forsennati impartiti dalla modernità non è il migliore dei mondi in cui vivere.

FRANCO LARATTA*

*Deputato del Partito Democratico

(scritto sul treno Paola-Roma, Intercity 728, con almeno 50 anni di vita, che viaggia lentamente. Eppure comodamente).

 

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