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Ecco come si rigenera nostra economia Senza spendere un “solo” euro in più Ricominciamo (subito) a costruire futuro Sarà così che ci salveremo da default

luglio 11, 2012 di Redazione 

Per far ripartire la nostra economia non servono “nuove” risorse; in questi trent’anni abbiamo speso milioni di euro (che non avevamo), senza che questo ci abbia consentito di discostarci minimamente dallo zero (o poco più) in termini di crescita del Pil. E, al tempo stesso, non basta (solo) tagliare, tagliare, ossessivamente tagliare per poter sperare che questo, come per magia, rimetta in moto il nostro sistema produttivo. E non sarà nemmeno riducendo ancora le regole, e lasciando che ciascuno possa perseguire più liberamente il proprio (solo) tornaconto (ad esempio consentendo il licenziamento selvaggio, come questo governo aveva provato a fare in Primavera, perché le aziende possano scaricare la zavorra dei lavoratori e così salvare loro stesse, senza che questo determini un solo passo in avanti sulla strada della crescita, e, anzi, minacciando di aggravare ulteriormente la recessione gettando nella povertà altri milioni di lavoratori e le loro famiglie), che potremo farcela. Così come l’Europa non ne uscirà se pretenderà – allo stesso modo – di risolvere i propri problemi tirando fuori dal cilindro, di nuovo, come per magia, un colpo di genio (?) di ingegneria finanziaristica. La prima regola per uscire presto dalla crisi è smettere di avere fretta di uscirne in un colpo solo: e smettere di disperarsi nel vedere che i propri (in quel modo, vani) tentativi non sortiscono alcun risultato; e (ri)alzare, invece, lo sguardo (da terra, dove ci siamo abbattuti) e ricominciare a guardare al futuro. Provando ad immaginare cosa vogliamo fare dell’Italia e del Vecchio continente per il domani; quale sia “il” progetto. Quel sogno che vogliamo condividere con i nostri connazionali e provare a perseguire insieme. Politicamente, le ricette essenziali sono due: puntare a rifare del nostro paese la culla dell’innovazione, e provare a (ri)creare un nuovo centro (geopolitico, e non politicista) attorno al nostro Sud. Per entrambe le cose non servono nuove risorse: si tratta, innanzitutto, di riconoscere che la riforma del lavoro – vera chiave, come da noi indicato sin da dicembre, per sbloccare la situazione di stallo – è inadeguata, e al tempo stesso che ci avrebbe messi sulla strada sbagliata la (tanto auspicata e “pianta”, nel suo essere stata, da noi, evitata) piena abolizione dell’art. 18. Il modo per far ripartire la nostra economia attraverso il lavoro è fare (direttamente) di quest’ultimo una leva di crescita: e ciò avviene se il lavoro smette di essere concepito come un mero strumento delle aziende per soddisfare proprie (strette) esigenze produttive, bensì diventa – lui! – il motore della (loro) ripartenza. Come? Mentre le aziende puntano – coordinate dalla Politica – a compiere gli sforzi necessari a ricominciare a guardare al futuro, come l’intero paese, e a rinnovare la propria produzione nel senso dell’ideazione di nuovi prodotti e servizi (attraverso innanzitutto la ricerca – non solo “scientifica” ma anche artistica e filosofica – che non va considerata, e organizzata, come un ramo “morto” e fine a se stesso del nostro sistema economico, ma come il “sistema linfatico” del nostro possibile incremento di produttività e rigenerazione di civiltà), i lavoratori smettono di essere considerati una ruota di scorta (o, variabilmente, quando i piani finanziaristici di manager superpagati si rivelano inadeguati a rimettere in sesto bilanci, una “palla al piede”) e viene fornito loro ciò che serve perché possano tenere il passo – e, anzi, accompagnare e accelerare – questa inversione a “u” delle aziende dal rischio-fallimento al rilancio per far ripartire il sistema: e ciò che serve a questo scopo è – persino banalmente, giunti ormai all’anno di grazia 2012: e ancora non lo abbiamo capito – offrire loro gli strumenti di una (maggiore) conoscenza; introducendo quella formazione (continua) che non sia concepita come un bonus a fondo perduto offerto a dipendenti che saranno così (de)motivati a considerarla come un optional della loro attività professionale, finendo per non partecipare (male) ai corsi e rendendo la loro istituzione una (ulteriore) spesa a fondo perduto; bensì come una potente leva per accrescere la produttività, attraverso una (ri)elevazione degli “operai” e dunque il rinnovamento e il rafforzamento delle loro capacità: tecniche e professionali (tout court), ma anche creative e co-decisionali, mettendoli nella condizione – specie se le aziende volessero sperimentare anche forme di cogestione – di dare un contributo anche concettuale al rilancio delle loro imprese. Trasferendo (ecco una delle possibilità) lo sperpero di risorse oggi indirizzate a sovvenzionare ammortizzatori sociali che rappresentano (lo abbiamo già scritto) un colossale spreco concepito solo come forma di compensazione nei confronti di dipendenti ai quali veniva rubata la certezza del posto fisso per tutta la vita, a (contribuire a) finanziare la formazione (sostenuta da un impegno congiunto delle imprese e dello Stato, con il coinvolgimento del nostro sistema universitario, che potremo così cogliere l’opportunità per riallacciare – insieme ad una scuola da trasformare nel motore fondamentale della costruzione del nostro domani – al sistema culturale e produttivo): trasformando quella spesa (oggi, a “vuoto”) in un investimento. Un investimento che – nello sforzo collettivo per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione – genererà in breve tempo crescita, e anche nuova occupazione: chi non lavora partecipa infatti ai corsi (ai quali la – possibile, da subito; o comunque introducibile progressivamente – indennità di (dis)occupazione che non è più tale, consentirà di “rientrare” in un’economia dalla quale erano stati estromessi anche come consumatori, e quindi contribuirà a sua volta, direttamente, alla ripresa) alternandosi periodicamente con i colleghi nel passare da questi al posto di lavoro: per una continua tensione al rinnovamento, alla crescita (di sé, e dunque delle aziende), nell’impegno (comune) per tornare a realizzare i migliori prodotti sul mercato, puntando magari anche – mentre ciò avviene – ad immaginare di concepirli nella prospettiva di un possibile arricchimento delle nostre vite, ovvero concependo soluzioni (produttive, ma anche modelli filosofici e “morali”) che rispondano a reali (e “futuribili”) esigenze (anche di “liberazione” da un modello di vita straniante e foriero di sofferenza e, per molti, disperazione) di tutti noi. Concentrando, ed ecco la “seconda” direttrice, tutto questo nel Mezzogiorno: ma non, provando a impiantare aziende che debbano poi “dialogare” (solo, ma certamente questo vale nel “governare” il passaggio dei possibili traffici con Cindia e, poi, con l’Africa) con un sistema economico – commerciale – europeo lontano – con Bruxelles – migliaia di chilometri, finendo per rendere insostenibile ogni investimento (com’è avvenuto fino ad oggi); ma approfittando della (ulteriore) spinta propulsiva nel senso dell’innovazione che può venire dal coinvolgere nella creazione dei nuovi poli (di ricerca e) produttivi – concepiti tenendo conto anche della necessità di salvaguardare il nostro territorio: immaginando ad esempio di portare la produzione intellettuale, più che l’industria pesante, nei luoghi ancora intoccati della nostra (pen)isola – le (giovanissime!) popolazioni del Nordafrica, capaci – con la loro voglia di accedere, dopo che alla democrazia, anche al nostro (apparente, e in disfacimento) benessere – di portare alla Sicilia, alla Calabria, e alle altre regioni del nostro sud, quelle (ulteriori) motivazioni, quella necessità (morale) di (ri)prendere in mano finalmente il proprio destino, che consentirà loro – “oltre” che di ripartire – di (farlo) “cacciando” quanti fin’oggi hanno prosperato (“parassitato”) sulle loro vite, liberando, così, ad un tempo, le risorse oggi sperperate per stipendiare persone che non svolgono alcuna funzione (a cominciare dal sovrannumero dei ‘deputati’ dell’assemblea siciliana, ma, naturalmente, non solo) per poter essere impiegate nel finanziare quel grande progetto di sviluppo di quello che oggi è il vero buco nero dell’economia (italiana ma, anche, europea). E’ così che si fa la crescita. E senza che sia necessario “trovare” un solo euro in più di quelli che stiamo già spendendo (male).

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