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***Il futuro dell’Italia***
IL PD PUO’ FARE A MENO DEI TECNICI
di GAD LERNER

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E la Sinistra non ha bisogno di legittimazione. E’, anzi, l’unica forza in grado di coniugare non (solo) equità e rigore, equità e sviluppo, come si dice – ormai – con un pizzico di retorica di troppo. O, meglio, effettivamente questi stessi binomi ma nella loro declinazione moderna, e attuale. Che – cosa ben più importante – può assicurare la salvezza dell’Italia e/ attraverso la crescita/ rinascita degli italiani. La destra, lo abbiamo già visto, vede Nazione e Popolo come due entità distinte. E invece una nazione in cui il semianalfabetismo di ritorno riguarda il 60% dei cittadini – record negativo assoluto nell’occidente civilizzato – la cui scuola è ferma all’organizzazione (didattica. Perché quello che conta sono i contenuti e le modalità di insegnamento, e non i livelli di competizione tra gli studenti) della riforma Gentile (governo Mussolini), la cui televisione pubblica è ormai una succursale della tivù commerciale (di proprietà del maggiore populista del Paese), è una nazione che cresce (in tutti i sensi) solo se cresce (culturalmente) il suo popolo; e, ad un tempo, quella crescita può determinare la piena espressione dello straordinario potenziale delle nostre risorse umane, che costituiscono il nostro vero – e invidiato e ‘ricercato’ in tutto il mondo, come dimostra la ‘caccia’ al laureato italiano aperta dall’industria tedesca, raccontata domenica sul Corriere da Dario Di Vico: alla quale non si risponde però – passivamente – puntando a ‘gestire’ quel nuovo ‘mercato del lavoro’ europeo, ma facendo in modo che le nostre migliori intelligenze siano finalmente valorizzate innanzitutto nel nostro paese – patrimonio (e, appunto, fattore di crescita – economica); e costituire – nello stesso momento! – la più efficace leva di eguaglianza che sia mai stata concepita nella Storia politica della Sinistra: ‘citata’, l’”Educazione”, per la ‘prima volta’ da Mazzini, e ‘andata perduta’ nel ‘nichilismo’ de facto (materialista) del marxismo. Scuola, università e formazione, ricerca, il tutto collegato al nostro sistema produttivo: è questo che è ‘necessario’ ed essenziale per la rinascita del nostro paese. E, potendo l’Italia contare sulla più straordinaria tradizione storica e culturale del mondo – che non si traduce solo nell’eredità dei beni – archeologici, architettonici – che ci sono stati tramandati dal passato, ma nella nostra potenzialità di riavere quello stesso ‘respiro’, di rigenerare quella stessa ‘cultura’ – il ritorno della Politica (e della – vera – Sinistra) può coincidere con il Nostro ‘ritorno’ in cima a quelle classifiche mondiali che oggi ci vedono arrancare nelle retrovie. Gad ora, all’interno, sull’(ingiustificato) ‘senso di inadeguatezza’ dell’(attuale) classe dirigente del centrosinistra. di GAD LERNER Read more

***Legge elettorale***
BASTA UN VOTO PER TORNARE AL MATTARELLUM
di MASSIMO DONADI*

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un voto che potrà essere espresso dalla maggioranza – trasversale – presente in Parlamento e intenzionata a cambiare la legge elettorale, sì, ma nell’interesse del Paese e non della (propria) parte. Il presidente Napolitano, che oggi torna ad invocare la riforma, aveva detto: “Si proceda anche a maggioranza”. E il Pdl minaccia di farlo. Con la vecchia. Cioè, con la Lega. E di produrre, di fatto, un ‘Porcellum-2′: cioè una legge che, al netto delle tecnicalità, è funzionale al proprio tornaconto. E allora il Parlamento abbia un sussulto di orgoglio e di dignità, e voti la nuova legge elettorale, a maggioranza, convergendo sull’unico modello che mette tutti d’accordo perché non lo vuole (quasi) nessuno per una ragione semplice: è il miglior modello per l’Italia, perché è italiano (!), ha già funzionato (per 12, lunghi anni! E ha consentito a due legislature di essere portate a compimento), garantendo l’alternanza, offrendo un ideale punto di equilibrio tra rappresentanza territoriale e voto di opinione, maggioritario e proporzionale. Per evitare le ammucchiate basta – se del caso – eliminare lo scorporo e magari prevedere un (piccolo) premio di maggioranza, e ad un tempo che le forze in campo smettano di occuparsi (comunque, solo) di loro stesse, e riprendano a confrontarsi e a presentare al Paese i loro progetti. Pd, terzo polo, Idv, le frange oneste e responsabili del Pdl, ‘anticipino’ la forzatura della destra e abroghino il Porcellum restaurando la legge Mattarella: e poi, a ottobre/ novembre, si torni subito a votare. di MASSIMO DONADI* Read more

E un anno dopo siamo “daccapo” Vs immobilismo, il rinnovamento

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un altro anno è passato (quasi) i- nutilmente per un nostro paese che da trenta è costretto a pensare di essere peggiore di quello che è a causa dello Specchio (“di” – è proprio il caso di dirlo – una classe dirigente) che preferisce porre al centro della scena se stessa piuttosto che le questioni che riguardano la vita reale delle Persone.

L’abuso che ne è stato fatto a scopo anche in questo caso personalistico e (in parte) autoreferenziale, rischia di far apparire retorico un concetto che invece è essenziale: dopo venti anni di discorsi triti e ritriti su se stessa, è necessario (e improrogabile) che si faccia posto ad un’altra generazione e classe dirigente.

Gli italiani, che pagano ogni giorno sulla loro pelle il prezzo di una crisi provocata dallo stesso, irresponsabile immobilismo di chi punta “solo” (?) a salvare se stesso, chiedono che si torni nient’altro che a risolvere i loro “problemi” – perché nessuno ha spiegato loro che la Politica non è questa, ma che la vera Politica è anche capace di creare opportunità.

Se un anno dopo siamo ancora qui, apprestandoci (almeno, noi) a rinunciare ad ogni possibile “pausa” ad agosto perché lo spread è ancora a quote insostenibili (esattamente come un anno fa!), non è (solo) perché l’”Europa (che siamo noi!) non fa quello che deve”, perché gli speculatori sono “insensibili” a chi fa bene “i compiti a casa”, ma anche perché questa classe al potere manca completamente di visione e capacità di leadership, e invece di decidere DISCUTE di decidere, e rinvia “al prossimo vertice europeo” (o assemblea del Pd) ogni decisione.

Stanchezza, rassegnazione, rabbia (per chi ha cognizione di come vadano davvero le cose) sono i sentimenti che accomunano oggi la stragrande maggioranza degli italiani. E con quel tipo di “spinta” in corpo non si va lontano; e fra un anno, ammesso che allora il nostro paese sia ancora in piedi, rischiamo di dover cancellare un’altra volta le ferie estive.

***Sul decreto sviluppo***
CARO MONTI, ORA AL PAESE SERVE UNA SVOLTA
di ANDREA SARUBBI*

luglio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un governo di destra (liberista) non ha probabilmente nelle sue corde i provvedimenti – o, meglio, le azioni – necessarie a salvare (e rifare grande) l’Italia. Nemmeno se alla sua guida c’è una persona onesta e responsabile come il presidente Monti e non un volto del populismo berlusconiano degli ultimi vent’anni. Per due possibili ragioni. La prima è che i governi liberisti, per definizione, (si) negano ogni possibilità di coordinamento e/ o “dirigismo” (così chiamano la funzione di leadership e orientamento – anche del sistema economico – da parte della Politica): e una economia in crisi – sia pure frutto di una congiuntura internazionale sfavorevole; ma nel caso dell’Italia, anche dell’arretratezza del nostro sistema produttivo, fermo agli anni Settanta, e della trentennale latitanza della politica che ha causato tutto ciò – per rimettersi in gioco ha invece bisogno proprio di una “spinta”, come la definisce nel pezzo che state per leggere il deputato del Pd; quella che noi immaginiamo potrà venire (nel modo più efficace e lungimirante) “solo” dal darci l’obiettivo di tornare ad essere la culla mondiale dell’innovazione. Il governo, come vedremo nel pezzo di Sarubbi, anche per le sollecitazioni in questo senso del presidente di Confindustria, ha in qualche modo recepito questa “indicazione” (che il Politico.it gli rivolge da tempo), limitandosi per il momento ad unificare gli incentivi nel senso della ricerca (inizialmente “azzoppata”) e, appunto, dell’innovazione; il che è un ottimo passo in avanti – come lo sono altri provvedimenti contenuti in questo decreto, ad esempio gli incentivi alle ristrutturazioni – senza consumare altro suolo – nella chiave del risparmio energetico – ma non basta ancora ad imprimere quella “spinta”, quella svolta che (se vogliamo sperare di tornare a crescere significativamente, e non solo di uno 0,) non potrà venire che con un pizzico di sano coordinamento politico che potrà poi progressivamente essere allentato quando il sistema si sarà rimesso in moto. La seconda ragione è che la destra (pure) storica e “cavouriana”, di cui Monti rappresenta la perfetta (re)incarnazione, ha nel suo dna il riconoscimento della primazia del bene “della nazione”, come soggettività “ideale” e (in parte) astratta, “familiare” alla cultura elitaria di cui i suoi esponenti sono espressione, su quello “del paese” (ovvero del “corpo vivo” del “popolo”, degli italiani): ed è per questo che pone il risanamento del bilancio prima e “sopra” la vita dei nostri connazionali, facendo pagare “soltanto” a loro (attraverso i tagli, attraverso le tasse; magari immaginando di introdurre la possibilità del licenziamento facile) il prezzo del rigore. E’ infatti vero, come dice Monti e come abbiamo detto noi per primi, che il modo per “aiutare” gli italiani (e nella fattispecie le persone più deboli) è salvare l’Italia, perché se lo Stato fallisce sarà un problema per tutti (e tanto peggio andrà proprio per le persone che già oggi stanno soffrendo): ma la salvezza dell’Italia – che verrà solo con la ripresa della crescita – non potrà prescindere dal “contributo” (e quindi dal coinvolgimento) di “ciascuno” dei nostri connazionali, secondo le possibilità che ciascuno esercita nel nostro sistema economico: in quanto (semplici) consumatori, come “imprenditori” (compresi piccoli artigiani e start-up con zero dipendenti) o come (collaboratori) “dipendenti” di questi ultimi. “Deprimere” la capacità di spesa dei primi, gettare nell’instabilità i lavoratori consentendo (e, anzi, suggerendo) agli imprenditori di puntare a salvare solo loro stessi introducendo (come era stato fatto in un primo momento, sempre nella chiave, liberista, di ridurre semplicemente i lacci perché chi ne ha – “già” – le forze possa tornare a muoversi da sé) la possibilità di licenziare, non è, per così dire, un buon viatico perché ciò possa avvenire in modo virtuoso. Detto ciò, non vorremmo più sentire dire – come già invitava a prestare “attenzione” dal fare il direttore De Bortoli – che lo spread pressoché sugli stessi livelli dell’ultimo Berlusconi, indichi una situazione (anch’essa) uguale ad allora: i tagli alla spesa non bastano (e sono stati fatti certamente in modo disordinato, come dimostra l’inevitabile passo indietro del governo proprio sulla ricerca) ma erano (e sono) necessari per consolidare un bilancio che per essere sostenibile ha bisogno di crescita ma anche di vedere ridotte le proprie spese improduttive. E’ poi “facile” (?) immaginare cosa sarebbe successo se, oltre a non realizzare quei tagli, alla guida del paese fosse rimasto, in vece della figura onesta e responsabile – ed autorevole – del suo successore, il “leader dei moderati”. Con Monti abbiamo dunque fatto un altro tratto di strada che con Berlusconi ci sarebbe probabilmente stato negato; ma ora senza una “spinta” – senza la leadership della Politica vera che non sembra però essere nelle corde di questo governo – rischiamo di non riuscire a percorrere quello successivo. Mentre un esecutivo Politico nel pieno delle sue funzioni che sappia quale direzione imprimere al paese, potrà cominciare – da subito, senza aspettare altri sette-otto mesi di fibrillazioni mercatiste – a far rinascere la nostra economia. Sarubbi ora, sui comunque importanti (e che ora vanno nella – stessa – giusta direzione) contenuti del decreto sviluppo.
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***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD

luglio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le elezioni si avvicinano. Nel centro-centrosinistra partono i veti incrociati: “mai con Casini”, dice Vendola; “siamo noi che non vogliamo”, risponde Casini. E i Democratici (o almeno Finocchiaro): “Con chi attacca il Quirinale (Di Pietro) il discorso-alleanze è chiuso”. Ma se la legge elettorale – com’è probabile – resterà la stessa (ma anche in caso contrario), verso altrettanto probabili (a questo punto) elezioni anticipate, e l’alleanza con l’Udc – per quanto mal digerita dalla base Pd – eviterebbe il rischio (che in effetti esiste) di un “ricompattamento” dell’area moderata, con ricadute (nella “ghettizzazione” della sinistra così interpretata da Giuliano Amato) di occhettiana memoria capaci di (ri)mettere in discussione una vittoria data per certa dai sondaggi, perché il primo partito italiano – nato per rappresentare tutta l’area progressista – non propone a Idv e Sel (a condizione di accettare naturalmente da subito il principio “una testa un voto”) di confluire dentro se stesso - attraverso proprio il “rito” delle (a questo punto, pure, eventuali) primarie – allargando tutto ciò anche ad associazioni e società civile, come già fatto da Bersani (nell’indicazione dei candidati Democratici al Cda Rai) nell’unico atto riuscito della sua segreteria? Si riunirebbero così finalmente elettori – quelli del centrosinistra “erede” dell’Unione – che la pensano allo stesso modo su tutto, e che da anni chiedono l’unità dei partiti che li rappresentano (e che se fosse raggiunta per una sincera adesione dei loro protagonisti, e non per mero calcolo elettoralistico, porterebbe un valore aggiunto capace di “compensare” l’eventuale “recupero” di un Berlusconi intenzionato a mettere in campo una creatura nuova – o (apparentemente) rinnovata), puntando a (superare – ?) quel 40% che costituisce la soglia di realizzazione del partito a vocazione maggioritaria tratteggiato da Veltroni (che è il Pd nella sua conformazione originale), e disinnescando ad un tempo – assorbendoli dentro di sé – leadership a (persistente) “rischio” di radicalismo e populismo come quelle di Vendola (ormai, da tempo, meno) e Di Pietro. Un Pd forte – che ha bisogno naturalmente di una guida altrettanto forte – bilancerebbe la (pur necessaria) alleanza con Casini (e magari con l’ala più innovativa e onesta e responsabile dei futuristi di Fini) senza rischiare (ovviamente tutto ciò andrebbe centrato sul programma del “partito dell’Italia” e non ridotto a mera operazione politicista) di subire emorragie a sinistra. Sul tema dell’innovazione, da perseguire con la cultura e con la formazione, più potenti (e finora mai utilizzate fino in fondo) leve di eguaglianza e insieme di crescita, sarebbe probabilmente motivato a confluire anche quell’(“altro” – ?) 40% di italiani che da molti anni non vota, e che non vedrebbe l’ora di aderire e sostenere un progetto di (vero) cambiamento. Unica condizione, la disponibilità-determinazione a votare riforme anti-conservatrici e di rottura (col passato; compreso quello clientelare: capito, Casini?), per accettare confluenze ed alleanze, alla quale il Pd non dovrebbe (mai) rinunciare. O tradirà se stesso (e soprattutto il nostro paese). Ecco come, ormai nel settembre 2011 (un anno fa!), nelle settimane dell’incontro di Vasto (foto), il nostro direttore “anticipava” questa stessa “sfida” lanciata ai leader di Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà.
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Spread non è indicatore ‘indipendente’ Mercati non tengono conto di (soli) tagli Non potrebbero ignorare Pil che cresce Non c’è scorciatoia a stato emergenziale Italia salva rigenerando economia (reale) Ecco, ancora una volta, modo in cui farlo Attesa non porterà con sé una soluzione Agire (subito) o è meglio tornare a votare

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Oltre Monti” e “Monti-bis”. E’ l’auspicio delle forze “responsabili” di destra e sinistra. Ora: che cos’è responsabilità (almeno – ma non solo – in Politica)? Per noi è avere in testa il solo interesse della nostra nazione, e fare tutto ciò che è necessario – anche a costo di compiere dei sacrifici – per perseguirlo. Si dirà: ma infatti noi pensiamo di fare il bene dell’Italia cercando di dare continuità all’”agenda Monti”. Benissimo. Ma allora la domanda è: che cosa sta facendo Monti per perseguire l’interesse dell’Italia? L’Italia oggi è in crisi perché è in crisi (innanzitutto) la sua economia. L’interesse dell’Italia è dunque nella ripartenza della propria economia. Che cosa sta facendo Monti perché ciò avvenga? Un giro all’estero per cercare di attrarre investimenti nel nostro paese. Ma perché qualcuno dovrebbe investire in una economia (e in un paese) in crisi? Per renderla attrattiva, bisogna prima rifondarla; e per rifondarla non basta cambiare (togliere) qualche regola e spostare qualche incentivo da qui a lì. Bisogna che la Politica ridia una leadership, un orientamento, alla nostra nazione; un obiettivo, insieme alto e concreto, da perseguire, che consenta di restituire voglia, fiducia, determinazione ai nostri connazionali; e “poi” proceda a far discendere le scelte necessarie a coordinare quell’impegno nel perseguire il rinnovato orizzonte comune. E quell’obiettivo, com’è sempre stato nel corso della Storia (nei momenti di crisi e di “ripensamento”), non può che essere innovare. A 360°. Che significa farlo sul piano della produzione, ma anche culturalmente. Facendo dell’Educazione il perno attorno al quale può ruotare tutto ciò. Un paese in cui i lavoratori dedicano parte della loro giornata lavorativa – o periodi di alternanza con il lavoro tout court – a formarsi, a studiare, a crescere per far crescere poi – con il loro ritrovato spessore, culturale, e quindi umano, e quindi anche tecnico e professionale – le loro aziende; le quali diano loro l’opportunità di valorizzare le proprie ritrovate competenze avviando – grazie alla ricerca – nuovi filoni produttivi; mentre la Politica rifonda la scuola – in questo – stesso – senso: puntando cioè a trasformarla in un motore di crescita, economica e culturale, per una possibile, nuova civilizzazione – e crea il clima necessario restituendo all’Italia l’imprinting di una nazione che fa dello studio, della creatività, dello stesso impegno (anche – politico) la propria cifra: è in un paese così, in cui si rigenera il futuro (non solo dell’Italia ma del mondo intero), che gli investitori hanno voglia di portare le loro imprese. Un paese che quindi, oltre a innovare nella produzione, rigeneri il proprio filone artistico (ovviamente tenendo conto delle nuove modalità espressive e anzi sperimentandone di nuove), cinematografico, letterario, che, cari signori, non sono divertissement: sono la fonte di ispirazione di una comunità che non sia fondata sul solo consumo, e quindi sulla competizione, da essi sia omologata e perda, alla fine, la propria identità e con essa la ‘tenuta’ necessaria per non smarrirsi e cominciare un declino. La cultura non è una spesa a fondo perduto (se ben governata); la cultura è il respiro di una nazione. E la salvezza dalla stessa, emergenziale situazione di oggi, si persegue costruendo, poco alla volta, il nostro futuro. Rassicurando così i mercati; che oggi non possono esserlo: se non altro perché – tagli a parte: ma dopo aver tagliato, cioé ridotto, la nostra “consistenza” (sia pure, in quei casi, infruttifera), bisognerà pure che “compensiamo” e, anzi, invertiamo – senza aumentare subito la spesa – questa “diminuzione”; altrimenti, lo dicono le parole stesse, non cresceremo – non stiamo, tecnicamente, facendo nulla. Aspettando inutilmente una riduzione di uno spread che non potrà venire, perché i tagli da soli non bastano, perché non rigenerano una economia; al limite – e questo è sicuramente un merito che va riconosciuto a Monti – allungano i tempi entro i quali questa rigenerazione – le scelte Politiche necessarie a determinarla – può essere compiuta. Ma quei tempi non sono infiniti; e la nostra spesa, pure inusitata (e finora, peraltro, ridotta male), non è illimitata. Il rapporto deficit/Pil non migliora oltre una certa soglia, se non si agisce anche sul Pil. E per questo ci vuole la Politica. Che nessuno impedisce a Monti di fare: se ormai continue, ripetute sollecitazioni – che pure il presidente del Consiglio aveva mostrato di considerare: come dimostra la riallocazione di fondi per il Sud nel senso dell’innovazione che aveva compiuto a maggio, e anche il capitolo, sia pure svuotato di risorse, sulla formazione nella riforma del lavoro – verranno accolte (immediatamente), saremo i primi a compiacercene. Altrimenti, l’attesa a questo punto è inutile: o si interviene subito o ogni giorno che passa il rischio-default aumenta. E allora è meglio che si torni a votare.

L’Italia non è né Grecia né Spagna Governo Pd può far ripartire paese

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Italia non è la Spagna, l’Italia non è la Grecia: quello che non è stato possibile ai neo-governi (conservatori) in quei due paesi, è forse possibile per la nazione che ha il nostro tessuto di piccole imprese, la consistenza e la tenuta del risparmio delle nostre famiglie, che ci pongono un passo avanti alla Spagna (che adesso ci aveva sorpassato, ma non è mai stata la settima potenza industrializzata del mondo), ma anche rispetto ad una Grecia la cui situazione (finanziaria) non è mai stata nemmeno paragonabile alla nostra (per non parlare del vuoto trentennale di politica che ci siamo (auto)imposti, che ci consegna margini di movimento (e di crescita) inediti). Il fatto che i loro nuovi governi non abbiano risolto la situazione, non significa che ciò non possa avvenire da noi. E poi la prospettiva non è quella di avere un qualsiasi altro esecutivo (in Grecia e Spagna, bisogna ricordare, sono oggi al potere forze – comunque – conservatrici), ma un governo del Pd: che poi gli attuali dirigenti non pensino di essere all’altezza, non è una buona ragione per consegnare a questa incertezza l’intera prospettiva, ma semmai per fare un passo indietro – mentre si chiude la parentesi-Monti – e lasciare spazio a nuove forze capaci di agire per salvare il nostro paese.

Senato ‘approva’ il semipresidenzialismo Se il Parlamento è ostaggio di Pdl e Lega Pd (e Idv) ponga(no) ora fine a stillicidio Non si lasci il Paese sotto scacco destra

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E’ questo, e non un (nuovo) governo a guida Democratica che assuma finalmente i provvedimenti di cui l’Italia ha bisogno, il vero fattore di instabilità di questo paese. L’instabilità di non sapere che piega prenderà da un giorno all’altro la discussione in Aula perché il primo partito italiano, (non) guidato da Bersani, impaurito dalla prospettiva di doversi assumere in prima persona la responsabilità di affrontare la situazione di difficoltà in cui è calato il nostro paese, cincischia, lasciando però che nel nostro Parlamento continui a prosperare una maggioranza di destra (s)composta dalle più irresponsabili pulsioni personalistiche e populiste di Lega e Pdl. La prova (ulteriore), in qualche modo anticipata dall’intervista di stamane sull’Unità a Massimo D’Alema, si è avuta oggi, quando la vecchia maggioranza ha approvato da sola – e contro il parere degli “alleati” – una riforma che stravolgerebbe completamente il senso delle nostre istituzioni, tasformando una repubblica parlamentare in una sostanzialmente presidenziale, senza che né nel paese, né nelle aule di Camera e Senato – giustamente impegnati a confrontarsi su temi più seri, al momento, e/ perché più urgenti – si sia nemmeno potuto abbozzare uno straccio di dibattito comune. E questo potrà riguardare, dall’oggi al domani (e con una prevedibile climax nell’inoltrarci nella campagna elettorale), qualsiasi provvedimento partorito dall’aula o licenziato dal governo: la ritrovata “morsa” (sulle nostre istituzioni democratiche: si parla infatti di un possibile scambio tra Pdl e Lega in vista delle prossime elezioni che prevederebbe una sorta di desistenza da parte leghista nel non presentarsi alle politiche in cambio della guida della regione Lombardia: che rappresenterebbe un ulteriore passo per il pieno controllo del nord e verso una secessione mascherata, di questi tempi (per molti, finto-europeisti), in – maggiore – autonomia nella chiave della federazione continentale) tra le due forze più estreme (o spregiudicate) del nostro arco costituzionale promette, in presenza di una qualsiasi, rinnovata esigenza privatistica di Berlusconi o di una “voglia” dell’alleato nordista, di dare luogo a inusitate fughe in avanti – contando appunto sullo strapotere della loro maggioranza parlamentare – minacciando lei, così, la credibilità e l’affidabilità del nostro paese (anche rispetto ai mercati e ai nostri partner europei) e generando l’effetto opposto a quello che gli altri membri della “strana maggioranza” sostengono, sventolando presunte ragioni di “responsabilità” e di “interesse del paese”, di voler sortire. Lo spread è tornato sopra quota 500, Monti non sa, nella chiave della crescita, che pesci pigliare, il Parlamento continua ad essere in balia del populismo e degli interessi della metà più caotica e meno responsabile dell’arco delle forze parlamentari, che speravamo di avere consegnato al dimenticatoio con le dimissioni di Berlusconi (non dimentichiamo che si tratta degli stessi deputati e senatori che hanno sostenuto il precedente governo e che il Cavaliere aveva battezzato alla loro nomina attraverso le liste bloccate del Porcellum), e che rischiamo di (ri)vedere moltiplicati nei mesi che ci separano dalla data del voto, per un ulteriore aggravio di instabilità: come abbiamo scritto una settimana fa, è ora che il Pd si carichi finalmente sulle spalle questo paese: prima che sia (davvero) troppo tardi.

Ma tema non sia (ora) chi si allea con chi Ma cosa vogliamo fare del nostro paese Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

luglio 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La questione non è “oltre Monti” o “Monti bis”. E nemmeno quali alleanze comporre. La questione, anche per rassicurare i mercati circa la stabilità del nostro sistema politico dopo la fine della parentesi tecnica, dovrebbe essere qual è il progetto per l’Italia. Quali sono, a partire da questo, i programmi concreti che si intendono mettere in campo per far ripartire la nostra economia. E, possibilmente, non solo. Di tutto questo, al solito, nel dibattito pre-elettorale tra i protagonisti della politica politicante, non c’è traccia. Ed è per questo che i mercati – ma anche i nostri partner europei – hanno paura di quello che potrà accadere “dopo”. Non, per un ritorno della Politica in quanto tale (ovviamente – ?). Ma per il ritorno di questa (modalità di – non – fare) politica che ha (però, rispetto a quanto viene sostenuto da chi, in queste settimane, lo ha rilevato) un solo modo per offrire reali garanzie di continuità (nel rigore e nella serietà) con l’esperienza montiana, e ad un tempo per rappresentare la soluzione (il superamento) ai limiti mostrati da quest’ultima (e dunque per poter rappresentare una soluzione più in generale alla crisi del nostro paese): ed è appunto tornare ad occuparsi dei (soli) “contenuti”. E non è sufficiente, a questo fine, indicare la scelta di campo rispetto a Monti: perché Monti rappresenta un punto di partenza imprescindibile per ciò che riguarda, appunto, i capisaldi del rigore (non solo finanziario) e della serietà; ma sul piano Politico, come dimostra che il presidente del Consiglio giunga solo oggi alla conclusione (che noi predichiamo da tempo) che sia necessario intervenire (prioritariamente! Prima che sia – “ancor più” – troppo tardi) sulla (nostra) economia reale (assumendo misure per far ripartire la crescita), la questione è più complessa. E, ad un tempo, dalla sua risoluzione non si può prescindere non solo per rassicurare i nostri partner (ai quali dovrà bastare l’impegno per la continuità nel rigore e nella serietà); ma per avere qualche chance che l’opportunità di avere a novembre un (nuovo) governo (Politico) nel pieno delle sue funzioni – da noi per primi indicata e “sponsorizzata” – venga valorizzata per quello per cui era stata immaginata, ovvero per poter da subito – senza aspettare la primavera – mettere in campo i provvedimenti necessari (ad uscire dalla crisi – per l’Italia, ormai trentennale). Se non si sa come agire, è meglio fare un passo indietro (perché solo questo, immaginare e mettere in atto ciò si vuol fare per il proprio paese, è la Politica. Il resto è – “pura” – autoreferenzialità). In questo senso, la sola opzione sul terreno – il solo “pensiero forte” della nostra politica di oggi – è quella “raccontata” ormai da due anni dal giornale della politica italiana. Che torna, in questo lunedì di fine luglio in cui il nostro paese si trova ad un bivio, a riproporla.
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L’Italia non si può (più) permettere nove mesi di campagna elettorale

luglio 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco il contributo portato dall’”agenda Monti” alla salvezza del nostro paese: la (sua) dipendenza (della comunque ipotetica, e utile solo a guadagnare altro tempo, attivazione dello scudo anti-spread) da una sentenza di una corte tedesca che non sarà emessa prima di settembre, consegnando il nostro debito – la cui tenuta dipende dalla (nostra) capacità di rigenerare la crescita, e non da operazioni economiciste che non fanno che rafforzare, agendo solo in funzione dei mercati – e non della nostra economia (reale) – il predominio della finanza sulla Politica – al (più consistente) rischio-default legato alla volatilità della speculazione ad agosto.

Questo governo ha esaurito (ammesso di averla mai avuta) la propria carica propulsiva: anche per evitare che la tentazione (continua) del presidente del Consiglio di far pagare alle persone più deboli il costo del proprio vuoto di iniziativa – mentre con l’altra mano salva i manager pubblici, non sfiora le clientele della politica politicante e lascerà cadere nel vuoto l’appello del vicepresidente di Confindustria Lo Bello di porre fine allo scempio di una Regione Siciliana che ha più dipendenti di Downing Street – possa ingenerare (nuove) tensioni, ridiamo la parola agli elettori, com’è naturale in democrazia, e a novembre (ri)avremo un governo (Politico) nel pieno delle sue funzioni che, a partire da un progetto organico e complessivo tutto proiettato al futuro, potrà porre fine a questa parentesi durata vent’anni, e – mentre “muore” la stagione della politica politicante – cominciare a far rinascere l’Italia.

***Spending (p)review***
LA “MANNAIA” DI MONTI SUI DEBOLI. MENTRE LA CASTA PROSPERA
di MASSIMO DONADI*

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché il governo, il cui unico riferimento sono le tecnocrazie europee e i mercati – e non ciascuno di noi – ha il (solo – ?) obiettivo di mantenere in vita se stesso, e per questo non si azzarda neppure a toccare i (veri!) sprechi che gravano sulla nostra spesa, quelle clientele della politica politicante annidate in organismi para-pubblici a fondo perduto (nel senso che non servono a nulla, se non ad assicurare le prebende, e una – altra – ? – “poltrona”, ai propri membri) che trovano la loro “vetta” paradigmatica nella pletora di dipendenti della (pur autonoma – ?) Regione Siciliana, vero buco nero della nostra finanza (perché l’autonomia della Regione, buona per le assunzioni, non vale per il pagamento degli stipendi che ricade su tutti noi), e rispetto alle quali la “sparizione” del tetto ai gettoni dei manager pubblici dai provvedimenti del governo (“rivelata” stamane dal Corriere) tradisce l’ipocrisia e la strumentalità di questo esecutivo (come nel caso dello scudo anti-spread, “coperta di Linus” della insipienza di Monti nel rigenerare la crescita, prima chiesto “ma non ce ne avvarremo”, e che ora che ce ne vogliamo “avvalere” non sarà comunque “pronto” prima di settembre, così che nella volatilità dei mercati di agosto saremo pronti noi a rischiare il default; avendo fino ad oggi passato il nostro tempo a tirare la giacchetta ai nostri partner europei, invece di concepire misure per la crescita che avrebbero risolto definitivamente il problema e senza farci dipendere da altri), che colpisce senza pietà i “poveri” per lasciare inalterati i privilegi (altro che lotta alle corporazioni) dei ricchi (dipendenti dello Stato). I voti dei cui referenti politicanti sono però necessari al professore (?) per rimanere in carica fino al 2013 (e poi magari avanzare la propria ri-candidatura a Palazzo Chigi, con tanti saluti a chi lo avrà sostenuto fino ad allora “lealmente” – prevedibilmente non ricambiato, come anticipa la visita del drappello di deputati Pdl a Palazzo Chigi per decidere sulla Rai escludendo il Pd – appoggiato magari da un Berlusconi la cui riproposizione come “candidato”, vista l’inutilità e gravosità per il Cavaliere – anche per la contrarietà delle cancellerie europee – potrebbe essere sostituita da un – naturale, data l’identità “di destra” dell’ex presidente Bocconi – sostegno futuro alla premiership del professore), e non vanno messi a rischio. Ma, così, si mette a rischio solo la vita degli italiani (e/ anche attraverso la tenuta – di “lungo” – ? – periodo – del nostro bilancio): mentre amici e parenti dei politicanti possono continuare a prosperare (e a sperperare, con la loro presenza e in-direttamente, soldi pubblici). Come ci racconta il capogruppo di Idv alla Camera, che passa in rassegna alcuni degli altri (costosissimi) organismi che i tagli della salvifica “agenda Monti” (che non hanno mancato di schiantare la nostra ricerca e di far compiere un altro passo verso la privatizzazione al sistema sanitario – perché questa è la strada tracciata) hanno dimenticato di sfiorare.
di MASSIMO DONADI
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Il futuro dell’Italia. E’ una questione di tempo! di Franco Laratta

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il tempo che la Politica (vera, secondo la definizione data – anche – da Giorgio Squinzi e in cui ci ritroviamo in pieno, e che non coincide affatto con quella pre-montiana) impiegherà a tornare (alla guida dell’Italia). E che passerà prima che la rivoluzione gentile che attende questo paese – o non si salverà – venga avviata e compiuta. Una rivoluzione culturale che si muoverà lungo tre direttrici: quella del rigore (morale prima e perché sia – anche – “finanziario”, perché l’impegno di chi fa Politica torni ad essere un – puro – “servizio civile” – con tanto di relativi sacrifici – e dia l’esempio affinché tutti – specie se lavorano alle dirette dipendenze dello Stato – migliorino il – loro – rapporto tra il privilegio, anche economico, di cui godono nel lavorare per l’Italia e le loro efficienza ed efficacia, e quindi anche la – sua – lealtà); quella della sobrietà (che discende dal rigore e attiene alla nostra vita quotidiana, che sarà tanto più ricca quanto sarà “povera”, ovvero sfrondata degli eccessi, che portano alla miseria, secondo la distinzione di Pasolini: dove povertà è sinonimo di essenzialità, di verità; mentre “miseria” riguarda la nostra (in)felicità. Anche legata all’insostenibilità del nostro attuale livello di consumi – delle risorse (della Terra) – per la sopravvivenza del pianeta e – dunque – dell’umanità); quella della (ri)generazione (data dal riconoscimento, tardivo ma imprescindibile, che la risposta ai guasti dell’economia non è nella riproposizione dello stesso errore – di insistere in una chiave puramente economicista – bensì nella rielevazione degli animi dei nostri connazionali, che non è un’espressione retorica ma la chiave del possibile aumento della nostra produttività e quindi della crescita, e anche del loro riorientamento nel senso, etico in quanto non ideologico ma essenziale non più agli interessi di pochi ma alla qualità delle nostre vite, del concepimento di nuovi modelli “morali” e filosofici sui cui fondare la società del domani). Tre direttrici che pongono il problema dell’altro concetto di tempo da cui “dipende” il futuro dell’Italia: e su cui consegna al suo giornale della politica italiana la riflessione che state per leggere il deputato del Pd. di FRANCO LARATTA* Read more

Ecco i (veri) risultati della “cura” Monti Spread schizza “di nuovo” (?) a 480 punti Pil non si riprende ma crolla (oltre) a -2% Disoccupazione record tra nostri giovani E crescita è divenuta paravento retorico (Perché) Monti non sa come rigenerarla E senza la crescita Paese non si salverà All’interno unico vero progetto in campo

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Che cos’è, del resto, lo scudo anti-spread, se non il paravento dietro il quale celare l’incapacità dei nostri attuali governanti, di fare ripartire la nostra economia? Lo spread non è infatti un indicatore fine a se stesso; è il sintomo della fiducia dei mercati nell’andamento, appunto, di una economia (sia pure gravata da un debito atavico). Frenarlo senza contestualmente concepire misure per la crescita, significa nascondere, come detto, un sintomo, senza che il (vero) problema – che è la nostra attuale arretratezza – in termini di economia reale – e non solo l’esposizione alle ondate speculative dei mercati, di cui il superamento della prima rappresenterebbe, lei sì, la “definitiva” soluzione – però, ne sia sfiorato. E a lungo andare ciò comporterà la riemersione di quegli stessi sintomi, e porterà inevitabilmente il nostro paese a rischiare di non uscire dalla sua attuale condizione. Come Draghi continua a sollecitare ai tecnocrati e ai leader politici (?) europei, ciò di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno è di “scelte coraggiose”. Ovvero Politiche. Figlie di una visione e capaci di determinare (magari) un completo ribaltamento di prospettiva (restituendo alla Politica, ovvero alla democrazia, e cioè ai cittadini, il loro – legittimo – predominio sulla finanza), e non solo di “aggiustare” un meccanismo (economico-finanziario) che ci ha portati nella crisi attuale, e palesemente non rappresenta una leva sufficiente (e adeguata) per uscirne. Il solo progetto capace di dare luogo a questo ribaltamento di prospettiva, è quello – fondato sulla cultura e sull’innovazione – messo in campo in questi anni dal giornale della politica italiana, di cui riproponiamo una “sintesi” uscita la prima volta il 23 luglio 2011: ormai, quasi un anno fa. Nel corso del quale, di fatto (e al netto della propaganda), tagliando (male) la spesa ma non mettendo in atto una sola politica per la crescita, da cui lo spread invariato e il Pil che affonda a livelli (quasi) greci, “abbiamo” perso altro tempo, senza allontanarci di un millimetro (?) dal reiterato rischio-default.
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Ecco come si rigenera nostra economia Senza spendere un “solo” euro in più Ricominciamo (subito) a costruire futuro Sarà così che ci salveremo da default

luglio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Per far ripartire la nostra economia non servono “nuove” risorse; in questi trent’anni abbiamo speso milioni di euro (che non avevamo), senza che questo ci abbia consentito di discostarci minimamente dallo zero (o poco più) in termini di crescita del Pil. E, al tempo stesso, non basta (solo) tagliare, tagliare, ossessivamente tagliare per poter sperare che questo, come per magia, rimetta in moto il nostro sistema produttivo. E non sarà nemmeno riducendo ancora le regole, e lasciando che ciascuno possa perseguire più liberamente il proprio (solo) tornaconto (ad esempio consentendo il licenziamento selvaggio, come questo governo aveva provato a fare in Primavera, perché le aziende possano scaricare la zavorra dei lavoratori e così salvare loro stesse, senza che questo determini un solo passo in avanti sulla strada della crescita, e, anzi, minacciando di aggravare ulteriormente la recessione gettando nella povertà altri milioni di lavoratori e le loro famiglie), che potremo farcela. Così come l’Europa non ne uscirà se pretenderà – allo stesso modo – di risolvere i propri problemi tirando fuori dal cilindro, di nuovo, come per magia, un colpo di genio (?) di ingegneria finanziaristica. La prima regola per uscire presto dalla crisi è smettere di avere fretta di uscirne in un colpo solo: e smettere di disperarsi nel vedere che i propri (in quel modo, vani) tentativi non sortiscono alcun risultato; e (ri)alzare, invece, lo sguardo (da terra, dove ci siamo abbattuti) e ricominciare a guardare al futuro. Provando ad immaginare cosa vogliamo fare dell’Italia e del Vecchio continente per il domani; quale sia “il” progetto. Quel sogno che vogliamo condividere con i nostri connazionali e provare a perseguire insieme. Politicamente, le ricette essenziali sono due: puntare a rifare del nostro paese la culla dell’innovazione, e provare a (ri)creare un nuovo centro (geopolitico, e non politicista) attorno al nostro Sud. Per entrambe le cose non servono nuove risorse: si tratta, innanzitutto, di riconoscere che la riforma del lavoro – vera chiave, come da noi indicato sin da dicembre, per sbloccare la situazione di stallo – è inadeguata, e al tempo stesso che ci avrebbe messi sulla strada sbagliata la (tanto auspicata e “pianta”, nel suo essere stata, da noi, evitata) piena abolizione dell’art. 18. Il modo per far ripartire la nostra economia attraverso il lavoro è fare (direttamente) di quest’ultimo una leva di crescita: e ciò avviene se il lavoro smette di essere concepito come un mero strumento delle aziende per soddisfare proprie (strette) esigenze produttive, bensì diventa – lui! – il motore della (loro) ripartenza. Come? Mentre le aziende puntano – coordinate dalla Politica – a compiere gli sforzi necessari a ricominciare a guardare al futuro, come l’intero paese, e a rinnovare la propria produzione nel senso dell’ideazione di nuovi prodotti e servizi (attraverso innanzitutto la ricerca – non solo “scientifica” ma anche artistica e filosofica – che non va considerata, e organizzata, come un ramo “morto” e fine a se stesso del nostro sistema economico, ma come il “sistema linfatico” del nostro possibile incremento di produttività e rigenerazione di civiltà), i lavoratori smettono di essere considerati una ruota di scorta (o, variabilmente, quando i piani finanziaristici di manager superpagati si rivelano inadeguati a rimettere in sesto bilanci, una “palla al piede”) e viene fornito loro ciò che serve perché possano tenere il passo – e, anzi, accompagnare e accelerare – questa inversione a “u” delle aziende dal rischio-fallimento al rilancio per far ripartire il sistema: e ciò che serve a questo scopo è – persino banalmente, giunti ormai all’anno di grazia 2012: e ancora non lo abbiamo capito – offrire loro gli strumenti di una (maggiore) conoscenza; introducendo quella formazione (continua) che non sia concepita come un bonus a fondo perduto offerto a dipendenti che saranno così (de)motivati a considerarla come un optional della loro attività professionale, finendo per non partecipare (male) ai corsi e rendendo la loro istituzione una (ulteriore) spesa a fondo perduto; bensì come una potente leva per accrescere la produttività, attraverso una (ri)elevazione degli “operai” e dunque il rinnovamento e il rafforzamento delle loro capacità: tecniche e professionali (tout court), ma anche creative e co-decisionali, mettendoli nella condizione – specie se le aziende volessero sperimentare anche forme di cogestione – di dare un contributo anche concettuale al rilancio delle loro imprese. Trasferendo (ecco una delle possibilità) lo sperpero di risorse oggi indirizzate a sovvenzionare ammortizzatori sociali che rappresentano (lo abbiamo già scritto) un colossale spreco concepito solo come forma di compensazione nei confronti di dipendenti ai quali veniva rubata la certezza del posto fisso per tutta la vita, a (contribuire a) finanziare la formazione (sostenuta da un impegno congiunto delle imprese e dello Stato, con il coinvolgimento del nostro sistema universitario, che potremo così cogliere l’opportunità per riallacciare – insieme ad una scuola da trasformare nel motore fondamentale della costruzione del nostro domani – al sistema culturale e produttivo): trasformando quella spesa (oggi, a “vuoto”) in un investimento. Un investimento che – nello sforzo collettivo per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione – genererà in breve tempo crescita, e anche nuova occupazione: chi non lavora partecipa infatti ai corsi (ai quali la – possibile, da subito; o comunque introducibile progressivamente – indennità di (dis)occupazione che non è più tale, consentirà di “rientrare” in un’economia dalla quale erano stati estromessi anche come consumatori, e quindi contribuirà a sua volta, direttamente, alla ripresa) alternandosi periodicamente con i colleghi nel passare da questi al posto di lavoro: per una continua tensione al rinnovamento, alla crescita (di sé, e dunque delle aziende), nell’impegno (comune) per tornare a realizzare i migliori prodotti sul mercato, puntando magari anche – mentre ciò avviene – ad immaginare di concepirli nella prospettiva di un possibile arricchimento delle nostre vite, ovvero concependo soluzioni (produttive, ma anche modelli filosofici e “morali”) che rispondano a reali (e “futuribili”) esigenze (anche di “liberazione” da un modello di vita straniante e foriero di sofferenza e, per molti, disperazione) di tutti noi. Concentrando, ed ecco la “seconda” direttrice, tutto questo nel Mezzogiorno: ma non, provando a impiantare aziende che debbano poi “dialogare” (solo, ma certamente questo vale nel “governare” il passaggio dei possibili traffici con Cindia e, poi, con l’Africa) con un sistema economico – commerciale – europeo lontano – con Bruxelles – migliaia di chilometri, finendo per rendere insostenibile ogni investimento (com’è avvenuto fino ad oggi); ma approfittando della (ulteriore) spinta propulsiva nel senso dell’innovazione che può venire dal coinvolgere nella creazione dei nuovi poli (di ricerca e) produttivi – concepiti tenendo conto anche della necessità di salvaguardare il nostro territorio: immaginando ad esempio di portare la produzione intellettuale, più che l’industria pesante, nei luoghi ancora intoccati della nostra (pen)isola – le (giovanissime!) popolazioni del Nordafrica, capaci – con la loro voglia di accedere, dopo che alla democrazia, anche al nostro (apparente, e in disfacimento) benessere – di portare alla Sicilia, alla Calabria, e alle altre regioni del nostro sud, quelle (ulteriori) motivazioni, quella necessità (morale) di (ri)prendere in mano finalmente il proprio destino, che consentirà loro – “oltre” che di ripartire – di (farlo) “cacciando” quanti fin’oggi hanno prosperato (“parassitato”) sulle loro vite, liberando, così, ad un tempo, le risorse oggi sperperate per stipendiare persone che non svolgono alcuna funzione (a cominciare dal sovrannumero dei ‘deputati’ dell’assemblea siciliana, ma, naturalmente, non solo) per poter essere impiegate nel finanziare quel grande progetto di sviluppo di quello che oggi è il vero buco nero dell’economia (italiana ma, anche, europea). E’ così che si fa la crescita. E senza che sia necessario “trovare” un solo euro in più di quelli che stiamo già spendendo (male).

Moderati vincono le prime elezioni libere Ora Italia vada con i suoi ministri in Libia Se Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa Pianifichiamo insieme sviluppo comune Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India E’ questa vera politica sull”immigrazione’ E può rifare Mediterraneo centro mondo

luglio 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

di MATTEO PATRONE

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio (sempre presente, a pochi mesi dalla destituzione di Gheddafi) di derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviluppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica – e nelle prime elezioni democratiche che ne sono seguite oggi, i cui esiti annunciano una vittoria moderata sui partiti religiosi – un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa e smette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò (molto più delle soluzioni di ‘”ingegneria finanziaria” che non risolvono i nostri problemi economici prospettate ancora ieri sera dai tecnici) può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò; ma senza disdegnare di allargare il discorso anche a Grecia e Spagna, le altre regioni del nostro meridione d’Europa in difficoltà – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

Caro Pigi, per il bene del paese le primarie si tengano prima Chirico

luglio 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Siamo indispensabili”. Così Rosy Bindi, pure “amica” del giornale della politica italiana – con cui spesso si è trovata d’accordo – definisce se stessa e gli altri della classe dirigente Democratica degli ultimi vent’anni. Il distacco dalla realtà del nostro paese di un’intera generazione è ormai evidente. “Il potere logora chi non ce l’ha”, ma, soprattutto, come ci insegna la Storia, chi lo detiene da troppo tempo. E, certo, le tentazioni “rottamatrici” non aiutano: è comprensibile e persino “condivisibile”, l’impeto “giovanile” – lo diciamo senza nessuna ironia – di Matteo Renzi, ma avere posto la questione del rinnovamento del Pd in questi termini non ha sicuramente favorito il dialogo tra “vecchi” e “nuovi” (e non depone a favore della capacità di leadership del sindaco di Firenze). Che è – il dialogo – lui sì “indispensabile”, almeno se guardato con gli occhi di una cultura (Politica), la nostra, che considera la condivisione, il coinvolgimento, il “fare squadra” uno straordinario valore aggiunto. Mostrare (però, a propria volta – da parte della “vecchia” classe dirigente), di credere (allo stesso modo) nella modalità opposta, fino a mettere in discussione – o, meglio, a fingere di dimenticare – i più fondamentali principi democratici, come quelli oggettivamente non rispettati nel corso dell’assemblea di sabato, finisce per essere contro i (propri) stessi interessi: perché non sarà trincerandosi nel bunker della propria autoreferenzialità, che l’attuale classe dirigente potrà sperare di dare un contributo al Pd di domani. Ed è (“anche”) contro gli interessi del Pd. E quindi dell’Italia. Perché laddove non c’è democrazia, o – come sottolinea giustamente ogni volta Pier Luigi Bersani – ce n’è più che negli altri partiti, ma questo, magari, diventa un alibi perché non ce ne sia “abbastanza”, il rischio di cortocircuiti (“denunciato” dal “nostro” Gad Lerner alcuni mesi fa) è sempre forte. Da cui il nostro appello a non togliere alla partecipazione quei canali di espressione che sono vitali per un corretto gioco democratico, e che – soprattutto in momenti di crisi come questo – possono fare la differenza tra una coesione che può aiutare a superarla, e una (ulteriore) frattura – tra classe al potere e società; tra cittadini e istituzioni; tra nucleo “integrato” di una società e chi invece ne sta vivendo ai margini – che soprattutto in un paese in cui la tentazione di far saltare i banchi della nostra vita comune è “sempre” – ancora – forte, è responsabile porsi l’obiettivo, e darsi il rigore, di contribuire ad evitare. In altre parole, quando un membro di un’assemblea democratica presenta un ordine del giorno e chiede di votarlo, “non c’è ragione – per usare le parole di Franco Marini – per non metterlo in votazione”; e quando si stabilisce di fare una primaria che promette di dare sfogo al bisogno di partecipazione di cittadini esausti da venti, e più, anni di autoreferenzialità che ora mettono a repentaglio le loro condizioni di benessere minimo attraverso un rischio-default frutto proprio di questa concezione “proprietaria” della Politica, è bene non rinviarla a quando non potrà più essere “vera”, perché è questo, e non favorire, appunto, la partecipazione, il modo in cui si dà linfa e fiato a quegli “apprendisti stregoni” di cui poi, tanto, ci si duole. La giovane esponente di Radicali Italiani e firma di Panorama, ora, sulla scarsa democraticità del partito…democratico (di sabato). di ANNALISA CHIRICO Read more

Il futuro dell’Italia. Riprendiamoci il nostro domani di Giulia Innocenzi

luglio 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le neo-lingua è quella inversione dell’ordine naturale delle cose (nella loro rappresentazione) che i potenti, a volte, mettono in atto per farci credere che una situazione in cui la nostra libertà non è fino in fondo garantita (magari grazie anche al fatto che il nostro spirito critico è stato “corrotto” da un certo tipo di televisione – il cui proprietario-ispiratore, non a caso, è poi riuscito a rimanere al potere per la gran parte degli ultimi vent’anni), sia in realtà nel nostro interesse. Così che nessuno di noi sia portato a (ri)alzare la testa e a “ribellarsi”, e quello stato di cose possa essere prolungato. In questo testo scritto (proprio) per la tv, la co-conduttrice di Santoro a ServizioPubblico affronta il tema del “ribaltamento della verità”. Nel tentativo di dare un (ulteriore) contributo a far capire che se ciascuno pensa al suo tornaconto, e magari lo fa in modo non del tutto legittimo, alla fine i conti non tornano (per nessuno). E magari per gettare i semi di un tempo (nuovo) in cui non lasciarci (neppure) più raccontare che siamo tutti uguali, e che non c’è speranza, che se non ce l’hanno fatta coloro che si sono avvicendati fino ad oggi, non sarà possibile – neanche per noi – determinare un cambiamento; perché - come dimostra il passo indietro del governo sull’art. 18, come dimostra la progressiva presa di coscienza che l’unico modo per far ripartire la nostra economia è puntare a rifare del nostro paese la culla mondiale dell’innovazione – pensare di cambiare davvero le cose non è “troppo ambizioso”, e lasciarci convince- re del contrario significa semplicemente farci portare via un pezzo delle nostre vite. di GIULIA INNOCENZI Read more

***La (vera) risposta alla crisi***
COME SI FA LA CRESCITA? (RI)EDUCANDO GLI ITALIANI

luglio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Lo dicono gli esempi migliori della nostra (stessa) tradizione. A cominciare, sì, dagli anni del nostro boom e dal caso eccezionale dell’Olivetti capace di scrivere la Storia – inventando il primo pc – fornendo ai suoi dipendenti una scuola, una biblioteca, la possibilità di formarsi e poi di contribuire in modo decisivo a (que)l successo offrendo – oltre alla propria fatica – una loro (“ritrovata”) creatività. Ma lo dicono anche le nostre aziende di oggi che reggono – e, anzi, vincono – (al)l’impatto con (/del)la crisi, come riferisce sul Corriere Dario Di Vico raccontando il caso di Paolo Ponti, che trasforma la falegnameria del padre in un campione del nostro export puntando a fare dei propri collaboratori non (più, rispetto al modello, ad “esempio”, della Fiat di Marchionne) tanti, omologhi addetti ad una catena di montaggio, ma altri (e portatori di una loro originalità) autori del (suo, stesso – ?) “prodotto”. La crescita si fa dunque in primo luogo formando (e, così, rielevando) gli italiani; puntando a “trasformarli” nel più straordinario motore del (possibile, e necessario) impegno nella chiave dell’innovazione delle nostre aziende. E’ noto che, in quest’idea della formazione (e più in generale dell’educazione e della cultura) come chiave della nostra (doverosa) ripartenza, si ritrovino sia il presidente di Confindustria sia il “nuovo” governatore di Bankitalia. Al presidente del Consiglio avevamo provato a indicarlo. Monti, sensibile a tutto ciò che può sminare il terreno (politico) intorno lui, aveva mostrato di recepire la nostra “sollecitazione”. Ma, (più) fedele al mantra liberista della riduzione dei costi come unica via per la salvezza dell’”impresa” (poco importa se ciò significa gettare sul lastrico milioni di lavoratori, come aveva rischiato di fare, prima dell’intervento de il Politico.it, con il placet del segretario del Pd e della leader della Cgil, con l’abolizione dell’art. 18), il capo del governo ha poi preferito continuare con i (soli) tagli di spesa. Ma un paese non è un’azienda (improntata al liberismo); è una comunità di persone (come le aziende che possono rifare grande l’Italia). E la sua unica possibilità di farcela, sta nella capacità di mobilitare e mettere a sistema il meglio che può venire da ciascuna di loro.
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Tagli da soli non bastano. Crescita non si fa con gli annunci F. Laratta

luglio 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il presidente del Consiglio assomi- glia sempre più ad un liquidatore: come conferma, plasticamente, anche la nomina di un liquidatore di professione – Bondi – alla guida della revisione della spesa. Ma i liquidatori agiscono senza altra ratio che non sia quella di tagliare: tagliare la spesa, ma, a questo fine, anche il personale e i rami produttivi dell’azienda. Che poi dovrà (magari) essere rimessa sul mercato affinché qualcuno si preoccupi “anche” di fare sì che ricominci a produrre: altrimenti i capitoli di spesa ancora attivi, e i successivi investimenti non inquadrati in una pianificazione, faranno ripiombare l’azienda in rosso, e gli stessi tagli – costosi sul piano umano e produttivo; i così detti “sacrifici” – si riveleranno inutili. Un accanimento. Ecco: Monti, ancora una volta, dimentica che il bilancio è fatto di contenimento di spesa, sì, ma anche di una strategia di crescita – specie se si ha un debito enorme da ripagare – e lascia che il nostro paese prosegua sulla strada di una decrescita che il taglio alla spesa – come lo scudo anti-spread, ammesso che venga mai effettivamente varato – potrà limare di qualche decimale, ma non invertirà, condannando il nostro paese ad una persistenza sull’orlo del default che l’alleggerimento “liquidatorio” – e non in funzione di una ristrutturazione nel senso di un recupero di efficienza – della macchina dello Stato rischia, semmai, di aggravare. Perché, come scrive il deputato del Pd, anche i tagli alla spesa – fatti (comunque) male in un primo momento da Monti, costretto a nominare un altro tecnico perché facesse quello che alla prima ondata di tecnici non era riuscito – vengono messi in campo senza nessuna rispondenza ad un disegno complessivo e di rimodellamento del sistema delle nostre istituzioni e dei nostri servizi (sanitario, scolastico), e quindi “rischiano” (?) di andare a colpire “alla cieca” e in modo tale da penalizzare, alla fine, il funzionamento e (quindi) la stessa resa di bilancio del nostro comparto pubblico. E’ davvero la delocalizzazione (interna), l’accentramento (nelle città) dei nostri ospedali e dei nostri plessi scolastici – e quindi il loro allontanamento dai cittadini, sia in senso geografico sia in termini di capacità di ascolto e di interazione – il modello che vogliamo adottare nell’organizzare lo Stato e quindi l’Italia di domani? Il problema è che a questa domanda il governo Monti ha scelto di non dare una risposta, continuando a tagliare indiscriminatamente o reiterando il modello liberista che già lo aveva guidato nella non riforma (?) del lavoro – dopo la quale lo stesso ministro Fornero auspica (ex novo) un “mercato” capace di ridare occupazione ai giovani: senza rendersi conto che era evidentemente nella sua riforma, la leva attraverso la quale, avendo le idee chiare, avrebbe potuto/ dovuto perseguire quell’obiettivo ora solo sterilmente rilanciato in una dichiarazione – da (inevitabilmente) governo tecnico (quale è) e non Politico. Lo spread che permane sopra quota 400 (due anni fa, lo ricordiamo, era a 200) dimostra che tutto questo non basta al paese ma nemmeno ai mercati: e che la fase-1 e la fase-2 non possono esistere, per la semplice ragione che la fase-1 (cioè quella dei tagli) senza una contestuale fase-2 (quella della crescita) è privata della bussola della prospettiva nella quale ci si muove e finisce per rischiare di essere condotta in modo sbagliato quando non deleterio e compromissorio della possibilità di scelte strategiche future; e comunque non basta, non basterà mai a tirare l’Italia fuori dal pantano. L’accanimento (quasi ossessivo) di Monti nel ridurre la spesa, senza “completare l’opera” con misure per la crescita (che continua furbescamente ad invocare da parte dell’Europa: ma l’Europa siamo, appunto, noi! E l’Europa non crescerà, nemmeno con le più straordinarie misure assunte a livello comunitario, se il nostro paese non penserà intanto ad alleggerire la sua parte di responsabilità nella frenata del Pil continentale) maschera, come lo spettacolo pirotecnico del suo marcamento a uomo della Merkel a Bruxelles, la mancanza di visione e il conseguente vuoto di iniziativa. L’immagine (riflessa nello Specchio: ricordate?) è sufficiente ad illuderci (ancora una volta, come, per alcuni di noi, con il primo Berlusconi) che “grazie a nostre speciali risorse, possiamo cavarcela anche tirando a campare”: e invece no, presidente Monti. Come dice lei stesso, è giunto il momento di fare sul serio; il momento della sostanza. Il momento del (ritorno al)la Politica (vera). di FRANCO LARATTA*
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Scudo anti-spread meccanismo difensivo Serve (solo) mantenere (?) status quo (?) Ma Italia non si salverà senza la crescita E Monti (e l’abc) non sa(nno) come farla

luglio 1, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha vinto l’Italia, a Bruxelles, o ha vinto Mario Monti? Il meccanismo anti-spread serve a frenare ondate speculative, ma è anche la coperta di Linus che copre l’incapacità del nostro premier di concepire provvedimenti per rigenerare la crescita. Perché lo spread resta alto – non dimentichiamolo – perché Monti ha tagliato (male) la spesa (al punto da dover nominare un altro tecnico perché lo facesse meglio) e aumentato le tasse, senza assumere alcuna misura per far ripartire la nostra economia; determinando così (però) un effetto di accentuazione delle tendenze recessive. Ed è poiché l’Italia non cresce (e, anzi, ora decresce), che a Bruxelles siamo stati costretti a chiedere l’elemosina di un contributo degli altri paesi per colmare le nostre mancanze. Il che non ha impedito a Monti che Ostellino definisce (a ragione) “altro da un tecnico, un abile politico, che vende fumo quando non sa che pesci pigliare”, di apparire come il mattatore di un vertice che, al solito, ha rimandato a data da destinarsi l’unica scelta da cui dipende (veramente) il futuro dell’Europa: quella che riguarda il modo in cui rilanciare la (nostra, in primo luogo) economia. Il meccanismo anti-spread è, infatti, un meccanismo “difensivo”; è vero che il contenimento dei tassi permette finanziamenti più facili, e questo può favorire la circolazione di una maggiore liquidità: che le imprese possono tradurre in investimenti. Ma si tratta di un “effetto collaterale”, che non promette di determinare alcuna svolta, al massimo di ridare un po’ di ossigeno (il che non è comunque nulla) a quei privati che – come lo Stato – erano in balia delle onde della speculazione. Ma a lungo andare, se il nostro paese non cresce, saremo “daccapo”: e non potremo più fingere, come fa Monti, di avere proposto lo scudo per dare un contributo disinteressato alla salvezza dell’euro, senza avere intenzione di avvalersene; e capiremo che la vittoria di Bruxelles era stata, in realtà, una vittoria di Pirro – o, forse, di Monti – utile a mascherare (abilmente) il vuoto di iniziativa di questo governo (fresco reduce dal flop del decreto sviluppo), sufficiente ad incantare la politica politicante (che di Politica, e di economia, ha ampiamente dimostrato di non intendersi – e interessarsi – granché), ma non gli italiani onesti e responsabili e, comunque, gli attori economici. Pesa il silenzio assordante di Confindustria, che solo l’altro ieri aveva definito la nostra economia “come se fosse uscita da una guerra”, proprio perché continua a perdere colpi: -2% è la previsione (stante l’attuale assenza di politiche) per quest’anno. Ed è lì, in quel segno meno che dura (se non formalmente, sostanzialmente) da trent’anni, che sta il vero buco nero in cui il nostro paese continua a rischiare di essere risucchiato; e che il meccanismo anti-spread ottenuto da Monti non tocca (se non) minimamente. E questo accade “perché” il presidente del Consiglio, ideale ambasciatore del nostro paese all’estero, ha dimostrato di non sapere come si fa la crescita.

P.s.: C’è chi ha definito le scelte (?) del vertice una “risposta dei leader ai mercati”, da cui i primi si sarebbero finalmente smarcati. E, certo, il meccanismo anti-spread serve, quanto meno, ad evitare “colpi di testa” quali quelli a cui ci hanno abituato le agenzie di rating, che sfuggono non solo (ovviamente – ?) al controllo dei governi (?), ma anche ad ogni principio di trasparenza e responsabilità (come del resto gli – stessi – mercati – ?). Ma con la decisione di intervenire in una chiave puramente “mercatista”, ovvero assumendo una misura utile a regolare (esclusivamente) il rapporto tra i debiti e la speculazione, i leader (?) europei hanno sancito ancora una volta l’egemonia (culturale) del mondo delle borse sui paesi “reali” (e, dunque, della finanza sulla Politica). Che aspettano ancora, appunto, misure per la crescita. La loro. Quella che – assicurando stabilità anche sul piano “finanziario” – tocca (direttamente) la vita dei cittadini. Che purtroppo ai tecnocrati di tutto il mondo – nominati dalle élite – bancarie – e mai “passati” per un voto popolare – sembra interessare poco.

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