Top

Intellettuali, tornate a fare (vera) Politica E i giornali (ri)diano spazio ai contenuti Relegando nel “ghetto” gossip politicista Si (ri)costruisce così il futuro dell’Italia

giugno 27, 2012 di Redazione 

I nostri operatori culturali si sono lamentati, in questi anni, per il taglio alle risorse e, quindi, al personale che il governo Berlusconi soprattutto, ha imposto nell’ambito delle sue politiche (?) economiche. E la retorica che di volta in volta si alza dalle barricate di quella politica politicante diretta rappresentante degli specifici interessi che vengono toccati nell’uno o nell’altro caso, ha (per una volta ingiustamente) investito l’esecutivo del Cavaliere. Che naturalmente non era nel giusto. Fedele al mantra tremontiano per cui la cultura non si mangia. Ma non erano nel giusto neppure quegli operatori culturali che giustificano la richiesta di maggiori risorse (pubbliche), con la semplice invocazione del loro “diritto” a svolgere quel lavoro. Il diritto al lavoro è sacrosanto, lo sancisce la nostra costituzione (lo diciamo, pro memoria, anche al ministro Fornero). Ma va declinato – per non essere fine a se stesso, e quindi, in ultima analisi – com’è oggi! – insostenibile – in funzione delle esigenze di una nostra economia che sia, a sua volta, implementata nella prospettiva (complessiva) che la Politica ha deciso di dare al paese. Ebbene, in questa prospettiva la cultura non può limitarsi ad essere un “postificio” (© Oscar Giannino); in questo caso non è del tutto peregrina l’affermazione secondo cui si tratterebbe di un ulteriore pozzo succhia risorse che non  ha giustificazioni, in quanto, creando lavoro, non (ri)genera però uno sviluppo senza il quale quei posti diventano da un certo momento in poi non più sostenibili. E in questa contrapposizione con i “socialisti della cultura”, non può che emergere una fazione contrapposta composta dai liberisti che vogliono ridurre anche la rigenerazione del nostro futuro ad un puro fatto di mercato. Per uscire dalla rissa politicante, che uccide la cultura e quindi il nostro paese, gli operatori della cultura devono smettere di salire sulle barricate contro la politica, e riaversi del loro ruolo: quello di interpretare la società, di leggerla, e di offrire a quella politica alla quale devono collaborare (non necessariamente facendosi simbolicamente candidare a qualche incarico di prestigio, anzi, esattamente all’opposto), gli spunti, le idee, le possibili vie di uscita e di ricostruzione prospettica della nostra società che oggi è affidata non più agli intellettuali – che hanno appunto abdicato al loro ruolo, sminuendosi al rango di “smerciatori di prodotti culturali” (vedi il proliferare quantitativo di libri di cui nessuno, a parte il nome (spesso, famoso) dell’autore, non saprebbe indicare una sola idea originale e di rilievo che sia in essi contenuta), risucchiati nel panmercatismo che tutto appiattisce, e sterilizza il pensiero – ma ai pochi casi di (vero) patriottismo che, spesso o (quasi) sempre se si eccettua il caso del giornale della politica italiana – sono incarnati da persone che provengono da altri paesi e da altre esperienze culturali (vere): è il caso, ad esempio, di Bill Emmott, o di Paul Ginsborg, o dello stesso – prima della svolta autoreferenziale imposta alla Fiat – Sergio Marchionne. Alcide De Gasperi scriveva che una società finalmente rigenerata economicamente (e questo rapporto di causa-effetto valeva sicuramente per l’Italia ridotta alle macerie dell’immediato dopoguerra) conoscerà poi anche un rinascimento culturale che le consentirà di esprimere artisti degni della ritrovata prosperità raggiunta attraverso le vie della (pura) gestione economica. In un tempo in cui la crisi dell’economia è figlia dell’occupazione che essa stessa ha compiuto degli spazi della politica e delle nostre vite – svuotandole di valori, riducendole a pura funzione nella chiave dell’arricchimento – proprio o di chi detiene il controllo dei “mezzi” (in tutti i sensi?) – l’affermazione del padre della Patria va ribaltata: sarà solo attraverso un rinascimento culturale, che rifaccia della cultura un fatto etico (ovvero collegato alle nostre esistenze) e non più solo “formale”, che potremo sperare di ridare un futuro (vincente) alla nostra economia. I (veri) intellettuali, gli uomini di cultura, i cineasti, gli artisti che in questo nuovo “clima” non trovano le motivazioni per tirare fuori la loro identità e restituire all’Italia la sua capacità di essere profonda “in superficie”, come ci vedeva Goethe, cioè di sfiorare la “perfezione” (dello stile ovvero delle idee), tirando a campare (senza acuti) nell’apatia che caratterizza oggi una (larga) parte del nostro paese, sappiano che il futuro dell’Italia passa per le loro mani, per la loro capacità creativa (in chiave, ovviamente, moderna e innovativa). (Ri)cominciate ad indicarci la strada. E i nostri giornali, i più onesti e responsabili che in questi anni hanno cercato di tenere in vita il dibattito delle idee – slegandolo però dalla “politica”, a sua volta ridotta a – puro – gossip, relegandolo nel “ghetto” delle pagine apposite – rimettano loro, in cima alla propria gerarchia, a dettare l’agenda della discussione pubblica, dando così anche un contributo a che i nostri connazionali si riabbiano della loro capacità critica, della loro capacità di pensare, della propria curiosità, e quindi di loro stessi e della loro potenzialità di essere protagonisti – diretti – del nostro possibile rilancio. La Politica, spinta a cercare di trovare in sé le stesse motivazioni (e, quindi, rielevata), con-peterà con voi – e con tutti noi – alla definizione (e alla – contestuale! – “realizzazione”) del nostro domani. Sparso questo seme dell’impegno e di una ritrovata intensità a livello di “cultura popolare”, il nostro paese sarà pronto a riaversi del proprio percorso storico, con più solidità, determinazione e lungimiranza di quanta non gliene assegnerebbe una semplice – e che rischierebbe di avere l’effetto dell’accanimento terapeutico di tendenza greca – soluzione economicista.

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom