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Ora basta con il “razzismo” anti-tedesco Panebianco: ‘A rischio l’unità dell’Europa’ Schaeuble: (E’) Germania leader crescita E frena perché -invece- noi non lo siamo Ora sistema-Paese rivolto a innovazione Pigi: “Noi partiti non siamo palla al piede” ‘Rischia’(?) esserlo paese guidato da voi Prima (di tutto) Italia si rialzi in piedi (lei!) Solo così aiuterà davvero unità europea E (allora) Merkel non (ci – ?) frenerà più

giugno 14, 2012 di Redazione 

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha lodato il presidente del Consiglio. Ricordando poi a Monti che gli dava di gomito spiegandogli (che aveva finalmente capito, e lo andava ripetendo per il mondo) che ora è necessario anche qualche provvedimento per la crescita, che la Germania è “anche la locomotiva” di quest’ultima. Già. Perché nell’ondata populistico-demagogica che ha coinvolto opinioni pubbliche e governi bisognosi di coprire il proprio vuoto di iniziativa (e che speriamo non comprometta, a lungo andare, il processo di unificazione europeo: Angelo Panebianco parla, giustamente, di tentazione nazionalistica, e ci ha pensato il segretario del Pdl ad incarnarla “perfettamente” minacciando – ! – reazioni – non si sa bene quanto composite, visto il “soggetto” – attuale – del Parlamento italiano se la Merkel non ci darà retta – !), ci si è dimenticati di un particolare: la Germania frena nel concedere l’allargamento dei cordoni della borsa perché non vuole rischiare di far trascinare la propria economia che gira, nella spirale della (possibile) serie di default a cui rischia di andare incontro l’Europa, d’accordo; e questo può apparire esigente ed anche egoista. Ma solo se si dimentica che l’economia della Germania gira perché i tedeschi hanno da tempo adottato misure forti (a “cominciare” da una – vera – riforma del lavoro basata sulla formazione e sulla cogestione) per riprendere a crescere, ed è da questo punto di vista – dal punto di vista di chi non solo ha mantenuto in ordine i propri conti, ma lo ha fatto anche sapendo avere la visione necessaria a rimettere in moto la propria economia – che i tedeschi non si fidano di partner che, al contrario, hanno (di)mostrato di non avere alcuna idea di come riavviare lo sviluppo. Perché avrebbe voglia la Germania a concedere il proprio placet per forme di obbligazioni comunitarie, o a “condividere” il peso dei debiti, o ancora ad aumentare la liquidità del fondo salva-stati; ma se questi governi, dopo aver pure fatto una rigorosa (? Ma quanto efficace, al di là di una pubblicistica estremamente favorevole – al governo Monti – se nel nostro paese non si è lontanamente toccata la principale fonte dei nostri sprechi: il cattivo funzionamento e le forme di parassitismo presenti nella nostra pubblica amministrazione, e l’esecutivo dei tecnici è stato costretto a chiamare un altro tecnico che provasse a fare meglio ciò che loro non erano stati capaci di fare?) politica di bilancio, appaiono del tutto immobili e privi di idee per quanto riguarda l’impostazione della “fase-2″ (che in realtà avrebbe dovuto avvenire insieme ai tagli alla spesa, se solo Monti avesse avuto una qualche idea di come si fa la crescita), perché la Germania dovrebbe accontentarsi della garanzia del loro (illusorio, e temporaneo, in mancanza di sviluppo) riaggiustamento dei conti, se pure questo – e le misure eventualmente assunte grazie alla concessione dei tedeschi! – sarà vanificato (o tremendamente appesantito) dalla mancanza di “movimento” del Pil? Il problema è sempre lo stesso: i tecnici, ma anche una politica soppiantata (anche psicologicamente) dall’economia, hanno una deformazione che li rende capaci di scrivere ottime (?) regole, alle quali non sanno però dare “applicazione”; sanno costruire l’impianto, ma la crescita richiede che dentro questa cornice si porti la sostanza di una concreta politica di sviluppo per il nostro paese, che significa diventare attori – lo Stato! – di scelte reali per ridare un indirizzo al nostro sistema produttivo. La costruzione di un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e, naturalmente, il nostro tessuto imprenditoriale, per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione. Monti aveva raccolto il nostro spunto, abbozzando qualcosa nel riallocare i fondi destinati al Sud; salvo poi ricrollare nell’immobilismo a cui ci ha abituati da quando gli abbiamo impedito di sacrificare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie sull’altare dell’imbarazzo per il proprio vuoto di iniziativa, per il semplice fatto che tutto ciò non è nelle sue corde, perché l’innovazione è un concetto familiare solo a chi – oltre al passato, e alla sua conservazione – si muova anche nella dimensione della costruzione del futuro. E perché non è nelle corde di un tecnico-economista, assumersi in prima persona la responsabilità di dare una direzione di marcia – e non soltanto un impianto di regole – al paese che guida. Politica, e non tecnica. Capacità di visione e decisione e leadership, e non soltanto di spalancare – attraverso la deregulation – le porte del nostro paese ai mercati. Perché, come (i) barbari, ne facciano poi ciò che vogliono – loro.

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