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Intellettuali, tornate a fare (vera) Politica E i giornali (ri)diano spazio ai contenuti Relegando nel “ghetto” gossip politicista Si (ri)costruisce così il futuro dell’Italia

giugno 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I nostri operatori culturali si sono lamentati, in questi anni, per il taglio alle risorse e, quindi, al personale che il governo Berlusconi soprattutto, ha imposto nell’ambito delle sue politiche (?) economiche. E la retorica che di volta in volta si alza dalle barricate di quella politica politicante diretta rappresentante degli specifici interessi che vengono toccati nell’uno o nell’altro caso, ha (per una volta ingiustamente) investito l’esecutivo del Cavaliere. Che naturalmente non era nel giusto. Fedele al mantra tremontiano per cui la cultura non si mangia. Ma non erano nel giusto neppure quegli operatori culturali che giustificano la richiesta di maggiori risorse (pubbliche), con la semplice invocazione del loro “diritto” a svolgere quel lavoro. Il diritto al lavoro è sacrosanto, lo sancisce la nostra costituzione (lo diciamo, pro memoria, anche al ministro Fornero). Ma va declinato – per non essere fine a se stesso, e quindi, in ultima analisi – com’è oggi! – insostenibile – in funzione delle esigenze di una nostra economia che sia, a sua volta, implementata nella prospettiva (complessiva) che la Politica ha deciso di dare al paese. Ebbene, in questa prospettiva la cultura non può limitarsi ad essere un “postificio” (© Oscar Giannino); in questo caso non è del tutto peregrina l’affermazione secondo cui si tratterebbe di un ulteriore pozzo succhia risorse che non  ha giustificazioni, in quanto, creando lavoro, non (ri)genera però uno sviluppo senza il quale quei posti diventano da un certo momento in poi non più sostenibili. E in questa contrapposizione con i “socialisti della cultura”, non può che emergere una fazione contrapposta composta dai liberisti che vogliono ridurre anche la rigenerazione del nostro futuro ad un puro fatto di mercato. Per uscire dalla rissa politicante, che uccide la cultura e quindi il nostro paese, gli operatori della cultura devono smettere di salire sulle barricate contro la politica, e riaversi del loro ruolo: quello di interpretare la società, di leggerla, e di offrire a quella politica alla quale devono collaborare (non necessariamente facendosi simbolicamente candidare a qualche incarico di prestigio, anzi, esattamente all’opposto), gli spunti, le idee, le possibili vie di uscita e di ricostruzione prospettica della nostra società che oggi è affidata non più agli intellettuali – che hanno appunto abdicato al loro ruolo, sminuendosi al rango di “smerciatori di prodotti culturali” (vedi il proliferare quantitativo di libri di cui nessuno, a parte il nome (spesso, famoso) dell’autore, non saprebbe indicare una sola idea originale e di rilievo che sia in essi contenuta), risucchiati nel panmercatismo che tutto appiattisce, e sterilizza il pensiero – ma ai pochi casi di (vero) patriottismo che, spesso o (quasi) sempre se si eccettua il caso del giornale della politica italiana – sono incarnati da persone che provengono da altri paesi e da altre esperienze culturali (vere): è il caso, ad esempio, di Bill Emmott, o di Paul Ginsborg, o dello stesso – prima della svolta autoreferenziale imposta alla Fiat – Sergio Marchionne. Alcide De Gasperi scriveva che una società finalmente rigenerata economicamente (e questo rapporto di causa-effetto valeva sicuramente per l’Italia ridotta alle macerie dell’immediato dopoguerra) conoscerà poi anche un rinascimento culturale che le consentirà di esprimere artisti degni della ritrovata prosperità raggiunta attraverso le vie della (pura) gestione economica. In un tempo in cui la crisi dell’economia è figlia dell’occupazione che essa stessa ha compiuto degli spazi della politica e delle nostre vite – svuotandole di valori, riducendole a pura funzione nella chiave dell’arricchimento – proprio o di chi detiene il controllo dei “mezzi” (in tutti i sensi?) – l’affermazione del padre della Patria va ribaltata: sarà solo attraverso un rinascimento culturale, che rifaccia della cultura un fatto etico (ovvero collegato alle nostre esistenze) e non più solo “formale”, che potremo sperare di ridare un futuro (vincente) alla nostra economia. I (veri) intellettuali, gli uomini di cultura, i cineasti, gli artisti che in questo nuovo “clima” non trovano le motivazioni per tirare fuori la loro identità e restituire all’Italia la sua capacità di essere profonda “in superficie”, come ci vedeva Goethe, cioè di sfiorare la “perfezione” (dello stile ovvero delle idee), tirando a campare (senza acuti) nell’apatia che caratterizza oggi una (larga) parte del nostro paese, sappiano che il futuro dell’Italia passa per le loro mani, per la loro capacità creativa (in chiave, ovviamente, moderna e innovativa). (Ri)cominciate ad indicarci la strada. E i nostri giornali, i più onesti e responsabili che in questi anni hanno cercato di tenere in vita il dibattito delle idee – slegandolo però dalla “politica”, a sua volta ridotta a – puro – gossip, relegandolo nel “ghetto” delle pagine apposite – rimettano loro, in cima alla propria gerarchia, a dettare l’agenda della discussione pubblica, dando così anche un contributo a che i nostri connazionali si riabbiano della loro capacità critica, della loro capacità di pensare, della propria curiosità, e quindi di loro stessi e della loro potenzialità di essere protagonisti – diretti – del nostro possibile rilancio. La Politica, spinta a cercare di trovare in sé le stesse motivazioni (e, quindi, rielevata), con-peterà con voi – e con tutti noi – alla definizione (e alla – contestuale! – “realizzazione”) del nostro domani. Sparso questo seme dell’impegno e di una ritrovata intensità a livello di “cultura popolare”, il nostro paese sarà pronto a riaversi del proprio percorso storico, con più solidità, determinazione e lungimiranza di quanta non gliene assegnerebbe una semplice – e che rischierebbe di avere l’effetto dell’accanimento terapeutico di tendenza greca – soluzione economicista.

Se (anche) Egitto “sceglie” la democrazia
Europa meridionale guardi al Nordafrica
Immaginando possibile sviluppo comune
Può chiudere “falla” Grecia/ nostro Sud
Dando chance rilancio economia europea

giugno 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’Europa (e – l’Italia), alla ricerca di un modo per rigenerare la crescita, cessi di guardare (solo) al proprio interno, e prenda atto che i nostri fratelli della sponda sud del Mediterraneo hanno già fatto un passo verso di noi, dando luogo alla così detta Primavera araba proprio per potere accedere alla (nostra) democrazia, e che la loro voglia (di popoli giovanissimi) di fare propria anche la nostra (apparente, o in via di disfacimento) prosperità, offre un assist clamoroso (della Storia) per provare a ridare un ruolo a nostre regioni meridionali (del Vecchio Continente: dalla Grecia alla Spagna al nostro Sud) che rappresentano oggi il buco nero nel quale rischia di essere risucchiata l’Europa in crisi (a causa “loro”: è infatti per l’arretratezza e l’immobilità della – nostra – economia nel Mezzogiorno, che l’Italia fa tanta fatica a reggere il peso del proprio – comunque immane – debito. Se è vero, come abbiamo scritto più volte, che la nostra è una economia doppia – o dimezzata – che gira al Nord e non esiste, di fatto, al Sud), e che finché verranno concepite come la (semplice) periferia dell’Unione, fuori da ogni rotta (commerciale), non potranno che continuare a restare a guardare (da lontano) l’illusorio (per loro) sviluppo mitteleuropeo, consolidando sempre più la propria marginalità e il conseguente declino. Se l’Europa – invece di pretendere di esercitare un “controllo” su nazioni che hanno appena dimostrato – con il “sangue dei nostri martiri” – di volere davvero la pace e la democrazia – porge la mano alla Libia, ora (anche) all’Egitto, alla Tunisia, si darà la migliore garanzia di vedere portato a termine il processo, appena avviato, di piena democratizzazione (garantendo così la – propria – sicurezza e stabilità), e si assicurerà al contrario un’opportunità che non resterà però lì a lungo ad aspettare che gli attuali “amministratori” del Vecchio continente superino le proprie indecisioni (con il rischio che ne approfittino i molto più dinamici e lungimiranti giganti orientali): la possibilità (insperata) di vedere risorgere (nostre) terre che hanno conosciuto secoli fa un periodo di straordinaria ricchezza e vitalità (a cominciare dalle coste orientali e meridionali della Sicilia), e che grazie alla Primavera araba possono ora sperare di tornare ad avere una funzione, e una centralità, in un mondo che rischia di essere sempre meno a trazione “atlantica”, ma (invece di vedere sfilare ancora di più i – propri – traffici lontano dall’Europa) può confidare, puntando a rifare del Mediterraneo il proprio “centro”, di favorire l’incontro, e l’integrazione, tra Oriente ed occidente, aiutare la piena liberazione dell’Africa, e offrire una soluzione “definitiva” ai problemi (e alla crisi) delle economie europee. Read more

***Il futuro dell’Italia***
RESTITUIAMO I PARTITI (E LA POLITICA) AI CITTADINI
di ANDREA SARUBBI*

giugno 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La scelta di Bersani di far indicare ad alcune associazioni i due candidati al consiglio di amministrazione Rai che il Pd avrebbe poi sostenuto, riscatta (almeno in parte) una segreteria altrimenti, come abbiamo avuto modo di rilevare più volte, deficitaria (per la Sinistra e per il paese) e fallimentare. Quella di Pigi è una scelta “necessaria” almeno fino a quando i partiti non torneranno a svolgere il proprio ruolo – nella versione moderna – e avranno loro la forza – la legittimazione - per indicare candidati (anche, al proprio interno) ad un tempo autorevoli e rappresentativi, e riprendere a svolgere degnamente e non (più) autoreferenzialmente la propria funzione. Perché i partiti non sono, come indica una sentenza molto discutibile della Corte di Cassazione, “associazioni private” (tali, quindi, da dover/ poter perseguire un proprio, particolare scopo, non necessariamente coincidente con l’interesse generale); bensì il corpo, il canale intermedio tra i cittadini e le istituzioni. Uno strumento a disposizione dei primi per poter accedere, e dare forma (e sostanza), alle seconde. “Lo Stato siamo noi”, ci ha ricordato recentemente il presidente Napolitano; e siamo noi gli unici, legittimi ”padroni” di tutto ciò che costituisce la macchina della Politica e dell’amministrazione: partiti, Parlamento, istituzioni. Dunque i partiti non sono “altro” dalla società civile; e tanto meno, come ci dirà il deputato Democratico, può esistere una “competizione” (che presuppone una divaricazione – e una distinzione di motivazioni e persino di obiettivi – che non si addice a chi deve concorrere al solo, unico scopo del bene comune) tra loro; bensì i partiti sono una forma – organizzativa - della società civile per fare Politica. E, nell’era della comunicazione, in cui la ricerca tecnologica ci ha fornito degli strumenti per una (ora) possibile partecipazione diretta alle decisioni (il giornale della politica italiana è forse il caso più lampante di come internet consenta di essere protagonisti ai massimi livelli della vita democratica del proprio paese anche senza l’”autorizzazione” dei partiti), possono e devono (se non vogliono essere legittimamente sostituiti da una forma di democrazia diretta) diventare sempre più un “filtro” (democratico) attraverso cui questa partecipazione deve, però, svolgersi nella maggiore libertà possibile (che significa anche sulla base di regole stringenti e applicate rigorosamente); e far tendere la nostra democrazia verso una coincidenza sempre maggiore tra Politica e società (o, meglio, tra società e politica): dove la Politica cessa di essere un “mestiere”, o una “carriera”, e recupera il proprio senso originale: quello di servizio - dei cittadini che di volta in volta assumono incarichi pubblici – nei confronti dei nostri connazionali. E, in questo modo, riavere un settore pubblico efficiente e consapevole di essere, a sua volta, al servizio del paese. E non di se stesso. E attraverso di ciò smettere di disincentivare/ scoraggiare – attraverso lo Stato! – investimenti dall’estero, la capacità/ volontà (creativa) di intrapresa degli italiani, e vedere così rimosso il principale ostacolo, oggi, alla ripresa della nostra economia. Il parlamentare Democratico, ora, ci parla del “richiamo” (in questo – stesso – senso) di Cittadinanzattiva, l’associazione che “riunisce” (idealmente) tutti i cittadini che non intendono lasciare il nostro paese – disinteressandosene – nelle mani di chi, nella deriva individualistica del nostro “stare assieme”, ha oggi la possibilità di fare e disfare a proprio piacimento della cosa pubblica (ricordate le risate intercettate nella notte del terremoto de L’Aquila?) e in buona sostanza, quindi, delle nostre vite. Perché libertà non è rinchiudersi nella propria dimensione “domestica” e familiare e lasciare che pochi occupino lo spazio (pubblico) di molti; “libertà è (rioccupare quel – nostro! – spazio, libertà è) - come ci stimolava Gaber - partecipazione”. di ANDREA SARUBBI* Read more

Italia ce la fa da sola se cresce -lei E non (si) aspetta soluzioni da altri

giugno 22, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Durante l’ultimo picco (alto) della curva delle sue difficoltà, fu il presidente del Consiglio a scaricare sulla Germania, e sulla Merkel, la (propria) incapacità a concepire provvedimenti per far ripartire la crescita. Fu (proprio) lui ad attirare sui tedeschi quello che abbiamo definito “razzismo anti-tedesco”, e che porta il segretario del Pdl a minacciare ritorsioni (?) del Parlamento italiano nei confronti della Germania (!), e una delle candidate alle primarie del centrodestra ad auspicare l’uscita dei tedeschi dall’euro (…) – boutade ora ripresa anche dal “leader dei moderati” – versione anarchica delle tentazioni populistiche di ritorno (alla lira) di Berlusconi. Fu dunque lui ad avviare il processo di disgregazione che mette oggi a rischio l’unità e rende più difficile un processo di integrazione europeo che è lo stesso Monti, ora, ad indicare come chiave per risolvere i problemi dell’eurozona (continuando peraltro a dare l’impressione di avere ripreso – ? – a fare il commissario al mercato interno, più che il capo del governo italiano). Nel rispondere alle domande rivoltegli da Fabio Martini della Stampa e da altri cinque quotidiani europei, il presidente del Consiglio glissa sulla questione dell’impatto sociale delle politiche di rigore, preferendo dedicarsi a ragionare di banche. Ed è vero che banche, debiti sovrani e economia reale (e quindi rispettivi cittadini) sono legati a doppio filo: perché se le banche chiudono i rubinetti del credito le imprese si fermano (quando non falliscono), e se questo accade le stesse banche hanno poi più difficoltà a ”sostenere” i debiti dei paesi. Che a loro volta scontano, evidentemente, la frenata delle proprie economie. Ma un governo lungimirante lascia che siano i banchieri centrali – e i burocrati di Bruxelles – ad occuparsi delle questioni legate all’organizzazione del sistema bancario (evitando di farsi richiamare da Draghi a riaversi della propria funzione “politica”); o comunque mette questo punto al secondo posto della sua agenda: dando priorità, invece, alla definizione e all’adozione delle misure per far ripartire l’economia. Che alimenterà, poi, sia il sistema bancario sia il finanziamento del debito. E’ in questo modo che un paese membro può contribuire, in modo decisivo, a salvare l’Europa. Ed è solo così che Monti potrà inverare il proprio mantra secondo cui l’Italia “ce la farà da sola, senza bisogno di aiuti”: possibilmente, non solo in termini finanziari, ma anche di idee e di azione Politica. Non lamentando la mancanza di elasticità di altri capi di governo, e aspettando dai vertici internazionali la risposta – ai problemi del SUO paese – che il presidente del Consiglio non è in grado di dare da solo (e che non è vero non sia possibile dare a livello di singole nazioni). Non è così che si sostanzia l’incredibile propaganda alimentata dai giornali di tutto il mondo intorno alla figura di Monti. A meno che Monti non punti a salvare – prima di tutto – se stesso.

Crescita, (la) riforma del lavoro decisiva Se introduce formazione -come Germania E riorienta sistema in chiave innovazione O sarà (ennesimo) provvedimento inutile “Capace”(?) di ‘spostare’ (solo) uno “0,” ‘Mentre’ Italia può crescere a due cifre(!)

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Come abbiamo spiegato quando l’iter del ddl ancora stentava di fronte all’ostacolo della (pretesa. Dal governo) abolizione dell’art. 18, la questione del lavoro non si esaurisce nella dicotomia assunzione-licenziamento. Ovvero, in ultima analisi, sulle regole e sui contratti. Questa è la visione tecnocratica e liberista, che consiste nel mettere i paletti (meglio se nel toglierli) e poi nel lasciare andare (le aziende alle loro scelte e – di solito – i lavoratori al loro destino). E’ la visione mercatista, quella propria della destra (americana), che la BcUe – col pretesto della crisi – battezza al suo sbarco nel Vecchio continente, con tanto di copertina di Time dedicata all’uomo che la sta(va – ?) importando: appunto, Mario Monti. Ma là dove i mercati del lavoro funzionano – per il bene dei loro paesi e non – solo – degli investitori di Wall Street – non funziona così. Danimarca e (anche) la Germania, i due modelli che una politica sterile incapace di immaginare un sistema adatto alla specifica, nostra situazione nazionale, ha analizzato, stanno lì a dimostrarlo. In Germania i lavoratori sono inclusi nelle decisioni (imprenditoriali) delle aziende (e quando vengono licenziati restano – contrattualmente – nella loro orbita, venendo reintegrati non appena il momento di difficoltà delle imprese viene superato); in entrambi i paesi c’è la formazione continua. E (comunque) il mercato del lavoro, come dovrebbe avvenire per ogni comparto della nostra vita pubblica, si ri-definisce sulla base di un’idea di fondo del paese che si vuole (ri)costruire; e non soltanto adeguandosi (tecnicamente) alle scelte (peggio se, nella loro versione integrale, deficitarie) del mondo circostante. L’Italia può avere una alta ambizione, che si capisce bene come un governo dell’età media superiore a quello del precedente (già alta di suo, e guidato da un ultrasettantenne) – dunque composto di persone che hanno attraversato tutti i trenta anni del nostro declino, senza avere la capacità, evidentemente, di invertirlo – non possa avere avuto le risorse (morali e culturali) per sostanziare in un’idea e in un progetto concreto. il Politico.it – ma non solo noi: in genere tutte le forze più dinamiche e avanzate del nostro paese, oggi ridotte dall’antipolitica al potere alla semi-clandestinità – pensa – da tempo – che la straordinaria qualità delle nostre risorse umane e la nostra tradizione storica – e l’esigenza stessa di questo tempo, non solo nella Penisola: se dalla crisi vogliamo imparare qualcosa, e non soltanto farla pagare ai più “deboli” – ci diano la possibilità di puntare ad altro che ad una semplice “annessione” al mercato Usa – peraltro fondato su questa stessa innovazione: solo che Obama, ogni qual volta fa i complimenti a Monti, si dimentica di suggerirglielo - come, ad “esempio”, a (ri)diventare (come siamo stati più volte nella nostra Storia, da Roma prima culla della civiltà al genio di Leonardo passando per la rivoluzione artistica di Michelangelo) la culla mondiale dell’innovazione (a 360°). E questo obiettivo – questa idea di futuro – si concreta efficacemente in una riforma del lavoro fondata sulla formazione continua, e (a cascata, per ottimizzare la valorizzazione dei frutti che questo rafforzamento, e non indebolimento all’insegna della paura, delle nostre risorse umane, produrrà) anche – eventualmente – sulla cogestione. Politica, e non tecnica. Di tutto questo, nella deregulation di Monti non c’è (mai stata) traccia. Prendere o lasciare. Ma lo spettro delle opzioni – e delle sfumature, e della ricchezza della Politica – è molto più ampio. E le esigenze del paese invocano ben altro, dalla (semplice; e riduttiva) introduzione della libertà per le aziende di licenziare (“sia pure” con tutte le garanzie – per i lavoratori – del caso). Al di là della scadenza del 28 giugno, che varrà comunque poco se il presidente del Consiglio si presenterà con una riforma (approvata) incapace (però) di risolvere i nostri problemi, perché – nel mettere mano al sistema del lavoro come (unica) chiave per sbloccare la nostra attuale situazione (di crisi) – dovremmo accontentarci di un provvedimento incompiuto, parziale e, in ultima analisi, tutt’altro che anticiclico? Read more

Ecco come integrare economie europee Stringendo sinergie (fusioni) tra aziende E rifacendo imprese campioni (mondiali) Rilanciando “insieme” (nostra) economia Così – Politicamente – si fa(rà) la crescita E non agendo su (vuote) sovrastrutture

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il predominio nelle commissioni. Il blitz di ieri su semipresidenzialismo-federalismo. E la minaccia di una riforma approvata a (vecchia) maggioranza. Che – dopo la porcata di Calderoli nel 2006 – modifica il nostro sistema istituzionale senza prevedere contrappesi e senza la partecipazione delle forze che, oggi, rappresentano la maggioranza (relativa) degli italiani. In nessun altro paese d’Europa (e non solo), il partito di maggioranza relativa (di destra o sinistra non importa), costitutivamente vocato ad assumersi lui – in un sistema bipolare – la responsabilità di caricarsi sulle spalle la propria nazione, potendo andare alle elezioni e vincerle, accetterebbe di regalare alla ex maggioranza – di colore opposto – uscita sconfitta da tutti gli ultimi appuntamenti elettorali, di continuare ad esercitare la propria golden share sul Parlamento. Mentre il governo che costituisce il motivo del sacrificio – fatto in nome della sola “responsabilità nei confronti del paese”!, naturalmente - vende per decisiva per la salvezza dell’Italia e dell’euro una non-riforma del lavoro che il presidente degli industriali definisce “una boiata” – con tanto di condivisione del giudizio da parte di quei partiti che, se con una mano tolgono (ipocritamente e strumentalmente) “consenso” a questo esecutivo, dall’altro (proprio per potere continuare a farlo!) lo tengono in vita – e per il resto è immobile da mesi: se si eccettua un dl sviluppo di fronte al quale le stesse forze politiche stanno cercando ancora oggi di capire quale sia la funzione – districandosi tra le mille e nessuna opzione di questo provvedimento “omnibus e niente” - e la possibile – ? – utilità, e che di certo non sposterà più di uno zero virgola per un paese che ha le potenzialità per crescere in doppia cifra e la necessità, a questo fine, di una svolta – e non più di continuare a vivacchiare (finché ci riesce). Perché in questi sei mesi Monti ha puntato a salvare l’Italia (?) assumendo provvedimenti che, di fatto, l’hanno mandata (o hanno accentuato questa tendenza) in recessione, e questo significa che la nostra economia è “pronta” a generare altro debito, e che ogni sforzo compiuto per risistemare (in questo modo, male) un bilancio che, così, è già tornato a non essere in ordine, verrà vanificato. E tutto questo con l’aggravante di guidare una nazione che ha le potenzialità per essere una delle maggiori economie del mondo, e le cui possibili soluzioni per rigenerare la crescita sono sotto gli occhi di tutti, già praticate – di fatto – da quella parte di paese che la politica, interessata – solo – a se stessa, nemmeno conosce, ma che le altre nazioni ci invidiano e cercano di strappare per farne gli assi portanti delle loro imprese, dei loro centri di ricerca, delle loro università. Noi, motivando (attraverso tutto ciò) al rientro questi nostri ambasciatori (come sta facendo, ad esempio, la Germania! Mentre con un orecchio – non – sente le nostre lagnanze circa un “rigorismo” praticato soltanto da Monti e che la Merkel, nel suo paese, “accompagna” con misure per la crescita) – e consentendo alle migliaia “come” loro che restano invischiate nella ragnatela di interessi particolari che soffoca ogni tentativo di ripartenza del nostro paese di occupare i posti oggi usurpati da vari figli e fratelli dei politicanti e dei loro amici - avvieremmo un sistema produttivo oggi fermo agli anni Settanta, sulla strada, finalmente, della modernità, esercitando un potenziale di crescita da, appunto, doppia cifra. Come Stati Uniti e Cina, abbiamo già scritto, e lo ripetiamo. Tecnicamente, questo si pratica (ri)orientando il nostro sistema – la nostra mentalità – nel senso (non più della conservazione – di noi stessi ma) dell’innovazione (a 360°), rifacendo della terra che ha generato, nel corso della sua Storia, le anticipazioni di futuro di Leonardo, il genio di Dante, la rivoluzione artistica di Michelangelo, il luogo nel quale – superando il provincialismo e il complesso di inferiorità che le umiliazioni a cui ci hanno costretto i politicanti negli ultimi trent’anni ci hanno affibbiato - si torna ad avere – e a praticare – un respiro assoluto, e ad avere l’ambizione di scrivere pezzi della Storia del mondo – e non più, solo – gossipparamente - dei vari scandali a cui ci siamo condannati negli ultimi vent’anni - e del (nostro) futuro. Per preparare tutto questo si tratta di costruire un sistema integrato tra una scuola rinnovata e in cui siano stati iniettati nuovi stimoli (puntando a rifarne il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo: attraverso i modelli di insegnamento, attraverso i contenuti, lo studio, e non la regressione – in senso aziendalistico, “poco” importa che avvenga a livello primario o universitario - dell’istituzione del premio dello studente dell’anno), l’università e (una) formazione continua (da introdurre: da parte dello Stato! E non più abbandonata all’iniziativa – non sostenuta e non estesa alle altre – di (poche) virtuose imprese, che a causa dell’arretratezza del sistema – ovvero della Politica – si trovano, invece che a riesplodere, a dover pagare – più del dovuto - questo sforzo compiuto, in ultima analisi, in funzione della crescita di – tutto – il paese), la ricerca e il nostro tessuto imprenditoriale. Un sistema, finalizzato a generare le migliori nuove idee e i migliori (e più avanzati) prodotti (sul mercato), valorizzando risorse umane che, grazie all’educazione, all’istruzione, diventeranno loro stesse motore di una crescita che consisterà, in primo luogo, in una possibile ripresa delle nostre esportazioni, laddove oggi stiamo perdendo – proprio perché gli altri si rinnovano, si modernizzano, si specializzano, e noi, ostacolati e non spinti - in questo senso – da un governo che preferisce disperdere le proprie risorse in mille rivoli, non avendo chiaro il punto attraverso cui è possibile avviare uno sviluppo consistente e duraturo, rimaniamo fermi alla condizione – deficitaria – di…ieri. Perché la domanda cala, in tempo di crisi, ma le esportazioni dell’Italia, “chissà perché”, calano - o non recuperano – più di quelle di altri paesi a noi vicini - quote di mercato. Dove le risorse di ciascuno siano valorizzate in funzione di quelle degli altri. Anche inducendo le nostre imprese a stringere sinergie (quando non direttamente fusioni) tra loro e a livello comunitario, determinando così – e non attraverso inutili organismi e sovrastrutture calati dall’alto – una (reale!) integrazione delle economie europee. In cui il merito è assicurato dalla tensione (comune) verso lo stesso obiettivo, se è vero che è la motivazione a rifare grande (insieme) il proprio paese, così che lo scopo dell’impegno di ciascuno debba essere crescere in funzione (anche) delle esigenze della comunità di appartenenza, acquisendo e praticando quella “responsabilità generale” (o collettiva) che fa la differenza tra mille individualità che agiscono ciascuna per il proprio tornaconto, e facendo solo ciò che è necessario a loro stesse, e un collettivo, in cui ciascuno è decisivo ad un tempo nel colmare le mancanze degli altri e nell’integrare i loro punti di forza, e in cui tutti fanno anche quella parte di lavoro che non servirebbe strettamente a loro, ma serve a mandare in porto l’operazione complessiva: se è vero che è così che le migliori risorse vengono alla luce, e si “ottiene” (veramente) il merito, e non soltanto la (sterile) applicazione della legge del più forte. E, ovviamente, potremmo andare avanti (quasi) all’infinito, nello specificare e nell’arricchire la descrizione di come si esce (Politicamente) dall’attuale situazione, invece di provare ad uscire (tecnicamente. E con l’ausilio di qualche giornale – di nuovo – amico) dall’angolo, di immagine, in cui ci si era – col proprio vuoto di iniziativa durato, fino al flop del dl sviluppo, per ben sei mesi – ficcati. A questo governo, e soprattutto alle sue (mancate) politiche, esiste eccome un’alternativa. Come non potrebbe essere altrimenti, visto che non è possibile immaginare che un grande paese come l’Italia, e la sua democrazia, siano in grado di offrire solo una classe dirigente autoreferenziale e interessata al mantenimento del proprio potere, e un governo privo di alcuna partecipazione alla vita dei cittadini, e incapace, perciò, di generare alcunché. Un’alternativa al fallimento, che consiste nel vedere il nostro paese risorgere e conoscere il proprio nuovo Rinascimento.

Caro Monti, te lo dice pure Confindustria Decreti omnibus non bastano far crescita ‘Se’ incentivi si disperdono in mille rivoli Politica deve dir dove vuol portare Italia Squinzi: ‘Puntare su ricerca/ innovazione’ Gad: “O mercati (‘ora’) aggrediranno noi”

giugno 19, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché l’innovazione costituisce, ad un tempo, il risultato e la “causa” (il motore) di ogni – vera – politica di crescita (economica), se è vero che non ci può essere crescita (arricchimento) senza ricerca, e la ricerca porta appunto alla generazione di nuove idee. “Come hanno ben capito in altri paesi”, scrivono gli industriali. Perché quelle stesse nazioni che fingiamo di prendere a modello, hanno costruito su questo – e non sul liberismo – la propria attuale, maggiore solidità (economica e non solo). E’ il caso degli Stati Uniti, culla delle start-up e dell’innovazione (tecnologica). Ma è il caso – anche – dell’India – oltre che della – stessa – Germania – che tiene infatti il passo delle (sue) aspettative a differenza di un gigante cinese che avendo prediletto la prospettiva di un “guadagno” (facile e) immediato – “come” in una speculazione finanziaria; facendo scontare ai – “soli” – lavoratori i “costi” del (proprio, mancato) sviluppo – si ritrova ora a crescere meno del previsto, e a vedere allontanarsi il traguardo di un possibile sorpasso nei confronti dell’economia americana. Come abbiamo già scritto è la Cultura, e non competere – e basta – la chiave del nostro possibile Rinascimento. Non è un caso che l’azienda di maggior successo della nostra Storia abbia fondato proprio sulla formazione (dei – propri – dipendenti) e sulla creatività (liberata da un clima – aziendale ma “familiare” – in cui ciascuno riceveva gli stimoli e, ad un tempo, la serenità – leggi: il contrario della minaccia del licenziamento selvaggio – necessaria a dare il meglio) la capacità di generare quella invenzione/ scoperta che costituisce il perno attorno a cui ruota la nostra (attuale) civiltà: il primo pc. L’innovazione, appunto, come risultato e “motore” della crescita (culturale, cioè umana e, a cascata, tecnica e professionale) degli italiani, e, attraverso di essa, della nostra economia. Sarà dandoci questa prospettiva (a 360°) – e non continuando a mettere una toppa qua e là – che potremo salvare l’Italia. E, allora, potremo confidare di tornare a crescere (in una – possibile – doppia cifra; e non dell’ennesimo zero virgola – in negativo? – a cui rischia di condannarci l’ultimo – ? – decreto “sviluppo” – ?). E di evitare un “contagio” che è frutto – in realtà – solo della “nostra” (?) incapacità (di rigenerare, appunto, la crescita). Perché, come ci ricorda il conduttore de L’Infedele, il voto greco non risolve affatto la crisi dell’eurozona; visto che i mercati, ben più che alla Grecia, puntano (ora) al bersaglio grosso: (la Spagna e, soprattutto,) il nostro paese, che dopo sei mesi di governo Monti si ritrova sull’orlo del baratro “esattamente” (?) come prima. di GAD LERNER Read more

Ora basta con il “razzismo” anti-tedesco Panebianco: ‘A rischio l’unità dell’Europa’ Schaeuble: (E’) Germania leader crescita E frena perché -invece- noi non lo siamo Ora sistema-Paese rivolto a innovazione Pigi: “Noi partiti non siamo palla al piede” ‘Rischia’(?) esserlo paese guidato da voi Prima (di tutto) Italia si rialzi in piedi (lei!) Solo così aiuterà davvero unità europea E (allora) Merkel non (ci – ?) frenerà più

giugno 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha lodato il presidente del Consiglio. Ricordando poi a Monti che gli dava di gomito spiegandogli (che aveva finalmente capito, e lo andava ripetendo per il mondo) che ora è necessario anche qualche provvedimento per la crescita, che la Germania è “anche la locomotiva” di quest’ultima. Già. Perché nell’ondata populistico-demagogica che ha coinvolto opinioni pubbliche e governi bisognosi di coprire il proprio vuoto di iniziativa (e che speriamo non comprometta, a lungo andare, il processo di unificazione europeo: Angelo Panebianco parla, giustamente, di tentazione nazionalistica, e ci ha pensato il segretario del Pdl ad incarnarla “perfettamente” minacciando – ! – reazioni – non si sa bene quanto composite, visto il “soggetto” – attuale – del Parlamento italiano se la Merkel non ci darà retta – !), ci si è dimenticati di un particolare: la Germania frena nel concedere l’allargamento dei cordoni della borsa perché non vuole rischiare di far trascinare la propria economia che gira, nella spirale della (possibile) serie di default a cui rischia di andare incontro l’Europa, d’accordo; e questo può apparire esigente ed anche egoista. Ma solo se si dimentica che l’economia della Germania gira perché i tedeschi hanno da tempo adottato misure forti (a “cominciare” da una – vera – riforma del lavoro basata sulla formazione e sulla cogestione) per riprendere a crescere, ed è da questo punto di vista – dal punto di vista di chi non solo ha mantenuto in ordine i propri conti, ma lo ha fatto anche sapendo avere la visione necessaria a rimettere in moto la propria economia – che i tedeschi non si fidano di partner che, al contrario, hanno (di)mostrato di non avere alcuna idea di come riavviare lo sviluppo. Perché avrebbe voglia la Germania a concedere il proprio placet per forme di obbligazioni comunitarie, o a “condividere” il peso dei debiti, o ancora ad aumentare la liquidità del fondo salva-stati; ma se questi governi, dopo aver pure fatto una rigorosa (? Ma quanto efficace, al di là di una pubblicistica estremamente favorevole – al governo Monti – se nel nostro paese non si è lontanamente toccata la principale fonte dei nostri sprechi: il cattivo funzionamento e le forme di parassitismo presenti nella nostra pubblica amministrazione, e l’esecutivo dei tecnici è stato costretto a chiamare un altro tecnico che provasse a fare meglio ciò che loro non erano stati capaci di fare?) politica di bilancio, appaiono del tutto immobili e privi di idee per quanto riguarda l’impostazione della “fase-2″ (che in realtà avrebbe dovuto avvenire insieme ai tagli alla spesa, se solo Monti avesse avuto una qualche idea di come si fa la crescita), perché la Germania dovrebbe accontentarsi della garanzia del loro (illusorio, e temporaneo, in mancanza di sviluppo) riaggiustamento dei conti, se pure questo – e le misure eventualmente assunte grazie alla concessione dei tedeschi! – sarà vanificato (o tremendamente appesantito) dalla mancanza di “movimento” del Pil? Il problema è sempre lo stesso: i tecnici, ma anche una politica soppiantata (anche psicologicamente) dall’economia, hanno una deformazione che li rende capaci di scrivere ottime (?) regole, alle quali non sanno però dare “applicazione”; sanno costruire l’impianto, ma la crescita richiede che dentro questa cornice si porti la sostanza di una concreta politica di sviluppo per il nostro paese, che significa diventare attori – lo Stato! – di scelte reali per ridare un indirizzo al nostro sistema produttivo. La costruzione di un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e, naturalmente, il nostro tessuto imprenditoriale, per rifare del nostro paese la culla dell’innovazione. Monti aveva raccolto il nostro spunto, abbozzando qualcosa nel riallocare i fondi destinati al Sud; salvo poi ricrollare nell’immobilismo a cui ci ha abituati da quando gli abbiamo impedito di sacrificare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie sull’altare dell’imbarazzo per il proprio vuoto di iniziativa, per il semplice fatto che tutto ciò non è nelle sue corde, perché l’innovazione è un concetto familiare solo a chi – oltre al passato, e alla sua conservazione – si muova anche nella dimensione della costruzione del futuro. E perché non è nelle corde di un tecnico-economista, assumersi in prima persona la responsabilità di dare una direzione di marcia – e non soltanto un impianto di regole – al paese che guida. Politica, e non tecnica. Capacità di visione e decisione e leadership, e non soltanto di spalancare – attraverso la deregulation – le porte del nostro paese ai mercati. Perché, come (i) barbari, ne facciano poi ciò che vogliono – loro.

***Il futuro dell’Italia***
LA CRESCITA? SI OTTIENE FORMANDO GLI ITALIANI
di MATTEO PATRONE

giugno 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo continua ad annunciare misure per la crescita che però, puntualmente, non vengono assunte. E ha voglia il ministro per lo Sviluppo (?) (a puntare – ancora – sulle – sole – infrastrutture – e sul relativo consumo – al di fuori di qualsiasi programmazione – di territorio, e) a dire che – per rilanciare il Pil – non esistono “ideone”. Non le avrà chi ha passato la sua vita a far quadrare i conti di istituti (che – in questi anni: ma non stiamo parlando – proprio – di questo? – hanno agito) spesso a discapito di quegli stessi cittadini comuni nella cui crescita (che non passa per il loro – ulteriore – impoverimento) sta – invece – la chiave per rilanciare la nostra economia. “Non c’è Politica senza partecipazione ai destini delle persone”, diceva Gramsci. E non basta ripetere ogni giorno che “la crisi è grave, i disoccupati sono tanti”, per rifarsi un’innocenza alla quale gli italiani – e non i poteri – forti – oggi non credono più. Read more

***Per superare l’immobilismo***
ELEZIONI DOPO L’ESTATE, RIDIAMO VOCE AI CITTADINI
di LUIGI CRESPI

giugno 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

In oltre sei mesi il governo Monti – tradendo le attese (dei più) – ha dimostrato di non essere la risposta alle nostre difficoltà. Il default non è stato scongiurato – come avrebbe garantito un governo Politico capace di avviare, nel mettere in sicurezza i conti, la costruzione del futuro – ma solo “sospeso”. E la spirale recessiva nella quale le stesse politiche messe in campo dall’esecutivo dei tecnici hanno fatto crollare la nostra economia, rischia oggi di abbreviare – e non di allungare – i tempi di una possibile (ri)caduta. I continui annunci di imminenti provvedimenti per la crescita – da Palazzo Chigi così come nei vertici internazionali – costituiscono la (“migliore”) garanzia che nessuna misura sarà effettivamente presa, ed è dunque il perseverare nell’affidare a personalità che – non avendo peraltro alcuna legittimazione popolare – non hanno la necessaria prossimità con i cittadini – nelle cui risorse (oggi frustrate, soffocate, penalizzate anche da una tassazione che minaccia di essere ulteriormente aumentata) sta la possibile chiave per rilanciare la nostra produttività – a rappresentare un “salto nel buio” per la democrazia; e non elezioni che – anche attraverso il ricambio di una classe politica che è la principale responsabile – ma non esaurisce l’intero spettro di opzioni elettorali – della situazione nella quale ci troviamo – possono restituirci un governo che non abbia più ad esitare nell’assumere i provvedimenti che servono al nostro paese: (ri)costruzione (e riorientamento) di un sistema integrato tra scuola, università/ formazione, ricerca e, ovviamente, tessuto imprenditoriale nel senso dell’innovazione; attraverso anche il riconoscimento e la valorizzazione di quella parte più moderna e dinamica del nostro paese, che attende ormai da anni che le nostre istituzioni facciano accedere – non solo facendone una colonia dei mercati – l’Italia ad una modernità dalla quale siamo ancora esclusi. Concentrazione di questi sforzi nel nostro Sud, che solo la burocrazia/ tecnocrazia che ha preso in ostaggio la politica, può pensare di legare al traino di una Mitteleuropa lontana migliaia di chilometri (e fuori da qualsiasi rotta commerciale che possa giustificare un tentativo di aggancio ad un sistema produttivo che non ha mai guardato a sud – come provano, peraltro, le crisi spagnola e greca, e dell’intero meridione del Vecchio continente), e che la Primavera araba invita a “voltarsi” verso quelle regioni settentrionali del continente africano – dirimpettaie della Sicilia – l’età media giovanissima delle cui popolazioni – e il loro desiderio di accedere, finalmente, ad una compiuta democrazia – impone alla Politica (e non alla tecnica) di valutare la possibilità di un progetto di sviluppo (comune). Serve, come dice ora (anche) Oscar Giannino, discontinuità. Per salvare un nostro paese che – dopo decenni di normale (mediocre) eccezionalità – merita finalmente un po’ di (eccezionale: nel senso di straordinaria) normalità. E anche di quella qualità che le élites che esercitano la (loro) golden share sul nostro paese, non sono state evidentemente in grado di esprimere. di LUIGI CRESPI Read more

Fassina? Dice ciò che in molti pensano
NEL PD COVA LA RIBELLIONE (A MONTI E A BERSANI)
di MASSIMO DONADI*

giugno 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Molti Democratici mi avvicinano e mi dicono: non ce la facciamo più a votare provvedimenti che non condividiamo”. E la ragione è molto semplice: il governo Monti è un governo di destra, fedele (o – a volte, sembra – prono) all’ideologia liberista, che prevede la competizione (sfrenata) come unico mantra a vantaggio di “chi (pochi) ce la fa”; ed è completamente indifferente alle istanze delle persone più “deboli”. E tutto questo è semplicemente il contrario di ciò che – serve per uscire dalla crisi e che – la Sinistra è chiamata a mettere in campo. Perché se nell’anno (più acuto) della crisi, la soluzione (?) adottata è rafforzare le misure assunte nello stesso senso – appunto, utile a fare gli interessi degli speculatori; a cui non importa nulla della salvezza dell’Italia! – che ci ha portati nell’attuale situazione – ovvero il laissez faire gli attori economici – o finanziari – in nome di un predominio della (fredda) economia sulla Politica, attraverso la deregulation – è evidente che questa distonia non può essere fatta propria da chi è chiamato a porre rimedio ai danni arrecati dalle ricette (sbagliate) della destra. E infatti nel Pd, scrive il capogruppo alla Camera di Italia dei Valori, sono in tanti a pensarla come il loro responsabile economico: ma non hanno (per ora) lo stesso coraggio (in pubblico: mentre nei corridori di Montecitorio, confidano di non farcela più a votare provvedimenti di questo governo che non condividono). Serve discontinuità, o non ci salveremo. E quanto all’assenza o meno di una prospettiva (alternativa) nella quale muoversi, il giornale della politica italiana – molto ascoltato da una classe dirigente che però, pur riconoscendo la forza e l’autorevolezza di ogni nostra proposta, preferisce far proprie solo quelle che fatti due conti paiono convenirle (come nel caso dell’art. 18; sul quale, pure, alla fine Pigi è riuscito comunque a sentirsi in colpa – con i suoi alleati di governo, non certo con i lavoratori, che pensavate – e a ringraziare per la concessione che la a e la b – e Monti – gli avevano fatto), nel tentativo (disperato) di salvarsi dalla propria (ormai inevitabile, tanto più quanto più insisterà nell’anteporre i propri – presunti – interessi – particolari – al bene del paese) sparizione – mette in campo da mesi le chiavi di un nuovo pensiero forte per la Sinistra: dalla critica del modello (fallimentare: in senso letterale) mercatista della destra, alla definizione di un progetto per far ripartire la crescita, all’indicazione di un orizzonte nuovo per i lavoratori (e i loro rappresentanti). E siccome l’unico scopo della Politica (italiana) è (oggi) salvare l’Italia, ecco che ogni proposta coincide – essenzialmente – con ciò di cui (pensiamo) abbia bisogno (a prescindere da destra e sinistra!) il paese. Perché come l’inefficacia (anzi, la dannosità) delle misure (di destra) assunte da Monti dimostra, e com’è peraltro sempre stato nel corso della Storia, è (inevitabilmente) da Sinistra – ovvero da una reale e disinteressata partecipazione ai destini delle Persone – che si ha la prospettiva (giusta) per fare gli interessi del proprio paese. Per una ragione molto semplice: che la Sinistra agisce per fare il bene di (tutti!) gli italiani – e (dunque) dell’Italia – la Destra, per difendere i privilegi (che Monti dice di voler eliminare, ma che poi reitera: non toccando nemmeno lontanamente gli organismi nei quali sono annidati i figli e gli amici dei potenti, nonostante l’esorbitante – e del tutto infruttuoso! – dispendio di risorse pubbliche; “parificando” la scuola pubblica a quella – delle élites – privata: per poi, magari, un giorno, scoprire che il nuovo governo – di destra – in carica fino al 2018 che la persistenza dell’esecutivo dei tecnici rischia di propiziare, ha introdotto l’obbligo – anche nella scuola dello Stato! – di pagare una retta per poter accedere alle lezioni. Perché questa, è la “logica” – ?) di quei pochi che ce l’hanno (già) fatta (e continuano a farcela, sì, ma a “discapito” di ciascuno di noi. E quindi dell’Italia). di MASSIMO DONADI*

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Fioroni: Competizione sola cifra governo Perché Monti ‘aderisce’ a modello(?) Usa E vuole fare di nostro paese un ‘mercato’ In mano (loro) banche, potentati, società Competere, sì, ma per tornare grandi -noi Ecco ch’accade dove si compete (e stop) Vero intento società liberista (selvaggia) Giulia: Politica ora (ci) tuteli (nostra vita)

giugno 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché il ‘sogno americano’ è, per molti, un incubo. L’incubo di migliaia di persone cacciate dalle loro città – dai sindaci! – perché vanno in giro “con gli abiti puzzolenti” (Severgnini). (Ma) è proprio con la società “affidabile” di cui parla l’editorialista del Corriere (affidabile, per chi? Abbiamo – forse – ‘padroni’ – ? – Maestri? Giudici che devono sancire la nostra ‘affidabilità’ – nei loro confronti ? Noi siamo affidabili – ma sul serio – quando lo siamo (‘solo’, o prima) con noi – stessi, e dunque con l’Italia; e attraverso di essa con – ‘per’ – il resto del mondo) che ci ritroveremo in quella stessa condizione (di in-stabilità). Quando invece noi abbiamo una (lunga) tradizione non della dolce vita – perché nessuno di noi, la fa, neppure i garantiti – ma della vita bella; quella in cui l’uomo viene prima delle cose e in cui si può ancora guardare negli occhi. Ecco: la società che Monti vuole costruire è esattamente quella basata su modello americano; non per nulla (ma davvero) “non siamo mai stati così vicini all’Italia”, ha detto (lo stesso) Obama. Ma un Paese così è un Paese che risponde solo ai suoi padroni: banche, potentati, società (reti – o cartelli? – di aziende. Spintamente) capitalistiche, che vedono nell’Italia non una terra sorella, ma un (possibile, e possibilmente sempre più ‘libero’. E/ ma ‘potenzialmente’ – ? – ‘loro’) mercato. Ma se Monti vuole davvero cambiare la nostra vita (in ‘positivo’, auspicabilmente), perché non tocca il comparto pubblico, fonte principale dei (nostri – ?) sprechi? Perché il punto di riferimento del presidente del Consiglio sono i (soli – ?) mercati – che Monti va peraltro continuamente a ‘trovare’ (nelle city). E’ un tecnico (? E’ tecnica, o – cattiva – Politica, portarci verso una – ‘nuova’-? – società meno – in ultima analisi – libera?), d’accordo; ma non ci pare di averlo ancora rintracciato – ad esempio – al sud, tra la nostra gente. Priorità, cinquant’anni fa, di Alcide De Gasperi, e priorità ancora – e tanto più – oggi di un’Italia – e non di ‘una’ – ? – banca – che voglia rimettersi in piedi – e non ‘ciascuno’ di noi. E questo impone anche di non scontentare gli amici (e i figli) degli amici, annidati negli organismi (para)pubblici – fonte, come abbiamo detto, del principale e finora inviolato spreco colossale nazionale – perché in questo modo viene assicurata la permanenza in vita del suo governo (naturalmente gli amici di cui sopra sono i politicanti). Quando si compete e basta, può capitare che ci siano – ad esempio –  ospedali che dovendo sopra(?)-vivere, hanno bisogno (loro) di ‘accogliere’ e ‘curare’ (anche se non ne hanno bisogno – gli italiani) sempre più persone, pur di non vedersi tagliare spese, posti, e in ultima analisi lo stesso ‘intero’ centro – e parliamo di ospedali pubblici – Ancora una volta non, nel nostro ‘interesse’, ma per (un, proprio) interesse. Ma la vita la viviamo noi e che gli interessi crescano non significa automaticamente che migliori la sua qualità. Il modo per fare i (nostri) interessi, al contrario, è aiutarci a crescere; sì, ma economicamente solo come conseguenza (proficua – in tutti i sensi) di un nostro arricchimento (individuale): ma non – solo – materiale; ma culturale. L’innovazione figlia della cultura e della formazione come unica, possibile chiave di un’Italia che torna grande – lei, e non il capitalismo morente (e i suoi ‘capitani coraggiosi’ – ?).

MATTEO PATRONE

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