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***Il futuro dell’Italia***
SMETTETE DI UMILIARE VOI STESSI
di ENRICO DE NICOLA*

maggio 25, 2012 di Redazione 

“Ma perché la Sinistra non vuole andare alle elezioni?”, chiede un comune cittadino. E, al contrario, propone la reiterazione di questa strana maggioranza – di “solidarietà nazionale” – ?  Sarebbe meglio dire: (solidarietà,) politicante – che, attraverso il governo delle banc…cioè, dei professori, persegue gli interessi dei poteri forti, rassicurati dalla garanzia (e, per interposto Pigi, la prospettiva. Specie se si arriverà al 2013 e le possibilità che la destra ri-vinca le elezioni saranno tutte state messe in gioco – dal Pd) che nulla cambi – ovvero di poter continuare a fare e disfare a (proprio) piacimento – delle nostre vite? Quando Sinistra è invece sinonimo di Libertà, ma la – vera – libertà, quella per la quale la democrazia non è (“solo”) nelle sue regole – e dunque nella certezza che non saranno rispettate. A discapito dei più deboli – ma nella rielevazione (delle persone più “umili”. Attraverso la cultura) così da rendere materiale un suffragio universale che, nel (precario. Per le nostre stesse istituzioni democratiche) equilibrio della contrapposizione tra poteri (forti), che punta a soffocare ogni tentativo di indipendenza e, appunto, democraticità, è oggi condizionato dallo stato di subordinazione (e, quindi, manipolazione) delle persone che soffrono (e che questo governo aveva minacciato – i nostri lavoratori – con il placet del segretario di se stesso – di gettare ulteriormente nella povertà – attraverso la (piena) abolizione dell’art. 18). Una politica che, rievocando esperienze di unità (dei partiti. Quand’erano ancora, però, veri corpi intermedi tra i cittadini e le istituzioni) – per reiterare se stessa – senza avere nemmeno una lontana idea dell’alto grado di moralità che muoveva coloro che li hanno preceduti (in questo “stesso” – ? – tipo di esperienza – di solidarietà. Tra loro stessi), ci consegna (?) (così. Perché nessuna ripartenza – nessuna crescita – può prescindere dall’”arricchimento” – culturale, quindi morale, quindi umano e materiale – lo abbiamo detto più volte – di tutti gli italiani) un paese in declino. E’ allora importante, come ci propone il deputato del Pd, riascoltare le parole che Enrico De Nicola, primo presidente (provvisorio) della Repubblica Italiana, pronunciò al momento del suo insediamento. Una generazione, quella dei nostri nonni, forgiata dalle guerre e dalla dittatura, che avvertiva l’urgenza (morale e, poi, materiale) di risollevarsi da un ventennio di umiliazioni (auto(?)-imposte. Come quelle di oggi), e che fu quindi capace di generare il nostro boom. Lasciandoci un’eredità talmente consistente da consentirci di vivere di rendita, vera chiave, però, del nostro attuale livello di corruzione, e dunque della nostra “rovina”. Ebbene, il giorno dopo una festa della Repubblica che ha – a sua volta – smesso di celebrare una comunità – quella nazionale: perché questo, è la Repubblica – che – vanificata nei rigoli dei suoi molti particolarismi – ha dimenticato di essere tale (al punto da consegnarsi, ancora una volta, al “controllo” di sovranità esterne: oggi, quella del – predominio dei – mercati), il giornale della politica italiana prova a suscitare, ancora una volta, nelle parti più oneste e responsabili della nostra attuale classe dirigente, quel ritorno di orgoglio e di dignità che – traducendosi, inevitabilmente, nella scelta di procedere ad un rinnovamento – che passa attraverso elezioni – che ora viene invocato anche dal capo dello Stato – può consentirci di risorgere senza passare per uno di quei momenti bui della Storia che, scrive Cattaneo, (ri)generano, ma dopo la devastazione, la propensione al progresso di un popolo e dell’intera umanità. Ecco come De Nicola spinge i nostri connazionali di allora (tutti noi. Oggi) a ripartire dopo avere toccato il fondo. “Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità – dice De Nicola riferendosi all’atteggiamento delle nazioni vincitrici nei nostri confronti dopo la guerra – provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà”: una (lunga) “tradizione” che il giornale della politica italiana rievoca costantemente. Ad una classe dirigente – e ai piccoli potentati provinciali di casa nostra che mettono i loro interessi particolari davanti a quello del paese – troppo presa però dalla conservazione del (proprio, inutile) potere, per potersi accorgere di essere alla guida dell’Italia.
di ANDREA SARUBBI*

Nella foto, Enrico De Nicola: osservate, tra il resto, gli sguardi limpidi, aperti, trasparenti di chi non ha altro obiettivo, nella vita, che compiere il proprio dovere. Per gli altri

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di ANDREA SARUBBI*

Per amor di patria, nel vero senso della parola, taccio sulla parata: le accuse di demagogia reciproche – di chi c’è stato e di chi no – sono ben peggiori della parata in sé, verso la quale non ho mai provato simpatia. E siccome il 2 giugno non è la festa delle Forze armate, ma quella della Repubblica, mi dispiace che ancora una volta si sia parlato di tutto tranne che della Repubblica, cioè di noi: del nostro sentire comune e del nostro stare insieme, insomma, in un momento (ormai lunghissimo, quasi infinito) in cui si tende invece a mettere sempre l’accento sulle divisioni. È come se avessimo dimenticato di essere una comunità, al di là di tutto: e non penso solo alla politica, ma anche alla società, che su questo aspetto ha colpe non meno gravi. Così mi è venuto in mente il primo messaggio alla Nazione di Enrico De Nicola, che il 28 giugno 1946 – a 26 giorni dall’esito del referendum istituzionale del 2 giugno – venne chiamato ad assumere la carica di capo provvisorio dello Stato. Lo lesse Saragat, allora presidente dell’Assemblea costituente, nella seduta del 15 luglio. Mi sembra terribilmente attuale in un momento come questo.

PRESIDENTE. Do lettura del messaggio che il Capo provvisorio della Repubblica italiana rivolge alla Nazione:

(Si leva in piedi – Si alzano pure i Ministri, i Deputati e il pubblico nelle tribune. Grida ripetute di: Viva la Repubblica! – Vivissimi, prolungati, reiterati applausi).

“Giuro davanti al popolo italiano, per mezzo della Assemblea Costituente, che ne è la diretta e legittima rappresentanza, di compiere la mia breve, ma intensa missione di Capo provvisorio dello Stato inspirandomi ad un solo ideale: di servire con fedeltà e con lealtà il mio Paese. Per l’Italia si inizia un nuovo periodo storico di decisiva importanza. All’opera immane di ricostruzione politica e sociale dovranno concorrere, con spirito di disciplina e di abnegazione, tutte le energie vive della Nazione, non esclusi coloro i quali si siano purificati da fatali errori e da antiche colpe. Dobbiamo avere la coscienza dell’unica forza di cui disponiamo: della nostra infrangibile unione. Con essa potremo superare le gigantesche difficoltà che s’ergono dinanzi a noi; senza di essa precipiteremo nell’abisso per non risollevarci mai più. I partiti – che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari – dovranno procedere, nelle lotte per il fine comune del pubblico bene, secondo il monito di un grande stratega: Marciare divisi per combattere uniti.

La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede. E l’Italia – rigenerata dai dolori e fortificata dai sacrifici – riprenderà il suo cammino di ordinato progresso nel mondo, perché il suo genio è immortale. Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà: se ne ricordino coloro che sono oggi gli arbitri dei suoi destini.

Se è vero che il popolo italiano partecipò a una guerra, che – come gli Alleati più volte riconobbero, nel periodo più acuto e più amaro delle ostilità – gli fu imposta contro i suoi sentimenti, le sue aspirazioni e i suoi interessi, non è men vero che esso diede un contributo efficace alla vittoria definitiva, sia con generose iniziative, sia con tutti i mezzi che gli furono richiesti, meritando il solenne riconoscimento – da chi aveva il diritto e l’autorità di tributarlo – dei preziosi servigi resi continuamente e con fermezza alla causa comune, nelle forze armate – in aria, sui mari, in terra e dietro le linee nemiche. La vera pace – disse un saggio – è quella delle anime. Non si costruisce un nuovo ordinamento internazionale, saldo e sicuro, sulle ingiustizie che non si dimenticano e sui rancori che ne sono l’inevitabile retaggio. La Costituzione della Repubblica italiana – che mi auguro sia approvata dall’Assemblea, col più largo suffragio, entro il termine ordinario preveduto dalla legge – sarà certamente degna delle nostre gloriose tradizioni giuridiche, assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia, nel quale i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato siano egualmente garantiti, trarrà dal passato salutari insegnamenti, consacrerà per i rapporti economico-sociali i principi fondamentali, che la legislazione ordinaria – attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale – dovrà in seguito svolgere e disciplinare.

Accingiamoci, adunque, alla nostra opera senza temerarie esaltazioni e senza sterili scoramenti, col grido che erompe dai nostri cuori pervasi dalla tristezza dell’ora ma ardenti sempre di speranza e di amore per la Patria: Che Iddio acceleri e protegga la resurrezione d’Italia!”. (L’Assemblea saluta la fine del messaggio con vivissimi, prolungati, ripetuti applausi).

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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