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***Il futuro dell’Italia***
CARI ABC, OGGI LA (VERA) ANTIPOLITICA SIETE VOI
di PAOLO GUZZANTI

maggio 5, 2012 di Redazione 

Il Movimento 5 Stelle non è un movimento (che – in quanto tale – già dice di non voler e di non poter essere) populista. E Grillo non ne è un/il leader, né, tanto meno, un uomo forte (che possa raccogliere la – tragica - tradizione di demagoghi e incantatori già capaci di scelte terribili, a cui viene accostato). E ha ragione (una volta tanto) Giuseppe Cruciani quando dice che il presidente Napolitano non si dovrebbe occupare della battaglia (tra le forze – in campo) politica/che; perché di questo, si tratta. Il Movimento 5 Stelle avanza proposte concrete, non agita semplicemente “fantasmi” e lo fa coltivando un rapporto diretto – personale – con i nostri connazionali, contribuendo a restituire questo paradigma di sobrietà, umiltà e identità con i cittadini, alla nostra politica (oggi autoreferenziale). Inoltre compie uno sforzo per l’innovazione del linguaggio – ovvero, dei contenuti; non ci riferiamo alle esternazioni del suo più noto rappresentante, che resta un comico e che solo nel paese della politica politicante possono rappresentare un “pericolo” per ”partiti tradizionali” che dimostrano così di non essere più tali, ovvero di avere cessato di assolvere alla propria funzione – e quindi della Politica (italiana e non solo) e del paese. Da Grillo e dal Movimento 5 Stelle, dunque, non viene alcun pericolo per la democrazia; il vero pericolo per la democrazia viene da una politica “parruccona e inconcludente”, come quella che negli anni ’10 del ’900 preparò il terreno all’ascesa del fascismo. Il Pd al 25% (di quale vittoria stiamo parlando, Pigi?), il Pdl schiantato e in molte realtà importanti ridotto al rango di partitino del 5%, (il terzo polo è in origine, una operazione politicista, e dunque non c’era da attendersi nessuna esplosione rispetto a risultati che sono sempre stati questi, per Casini, Fini e Rutelli. Il quale d’altronde giudica il suo 2,5% “confortante”,) - ma soprattutto l’astensione “mai” così elevata per una tornata di elezione dei sindaci (!) – ci dicono che gli italiani – anche grazie al “seme” gettato da il Politico.it, che anticipò parlando per primo di autoreferenzialità la presa di coscienza, che sarebbe avvenuta in seguito, di una politica che persegue solo i propri interessi – sono stanchi di questa classe dirigente, non per un fatto formale o “estetico” (ché la crisi ha staccato dallo Specchio molti dei nostri concittadini, mentre i politicanti restano attaccati alla tivù – in tutti i sensi), ma perché – e la situazione di difficoltà ha, appunto, reso più chiaro e percepibile questo stato di cose – si sono accorti che l’attuale classe dirigente (?) ha girato le spalle al paese e non ha più quel rapporto “etico”, di identità e partecipazione, che, solo, la può mettere in condizione intanto di occuparsi di loro (e non di loro – stessi) e, poi, di avere la forza (morale e creativa) per offrire delle soluzioni. Ma quel che è peggio, ciò fa temere alla politica politicante – anche alla luce dell’emersione di fenomeni come quello del nostro giornale, che – primo e finora unico caso nel nostro paese – dalla sola rete è stato ed è capace di dettare l’agenda ad una politica appunto altrimenti smarrita e inconcludente – di perdere la famosa “poltrona”, e la porta ad arroccarsi (ulteriormente). E a dare vita, ad esempio, a questa “maggioranza” (?) che mette insieme forze che la pensano all’opposto su tutto, al solo scopo di reiterare il (loro) potere. Ma nel momento in cui la fine della spinta propulsiva si sclerotizza in (questo) sistema (e nell’attuale, conseguente immobilismo), quello è il punto (di non ritorno?) in cui il paese non (lo) può più sopportare, perché non vede (più) soluzioni – se non in elezioni ancora troppo lontane in cui eventualmente, in loro presenza, sostenere forze capaci di offrire la possibilità di una svolta rispetto a questo “consociativismo emergenziale”, come lo definisce l’ex vicedirettore de il Giornale nel pezzo all’interno; ma, quindi, anche – potenzialmente – in senso antidemocratico e “autoritario” – e come i nostri connazionali freddamente “speculati” dal presidente Monti può scegliere (in tutti i sensi) una risposta “estrema”. Ma è nell’autoreferenzialità della politica – e nella pretesa di questi politicanti di continuare ad aeternum a stare sulla scena – perché di questo, si tratta; il famoso narcisismo. Che è l’esatto opposto, caro Di Vico, della democrazia e della partecipazione, che sono un antidoto, e non un ulteriore “sintomo”, a/ di tutto ciò - il male (non tanto) oscuro che può uccidere la nostra democrazia; non nella reazione che, come si sa, è sempre figlia (e, spesso, non responsabile. In tutti i sensi) di ciò che l’ha provocata. E siccome a questo fattore (scatenante) si può porre fine – semplicemente prendendo atto che dopo 20, 30, 40 anni di impegno pubblico (?) si può anche prendere in considerazione la possibilità di fare altro – i democratici traggano le loro conclusioni. O accrediteranno la tesi di chi – a cominciare da noi – pensa che la vera antipolitica, oggi, siano loro.
di PAOLO GUZZANTI

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Vogliamo davvero suicidare la democrazia e non pensarci più? Basta unirsi tutti nel nuovo consociativismo emergenziale. Fatto quest’ultimo passo, ho una proposta: chiudiamo il Parlamento e insediamo a Palazzo Chigi un consiglio d’amministrazione sobrio ed elegante. Poi, partiti e deputati a casa: tutti saranno contenti e lo spread scenderà come una lieve brezza per annunciare la fine delle brutte liti politiche, anzi la fine della politica, anzi della democrazia. Questa non è opera di Monti, non possiamo prendercela con lui. Ma dei partiti.

Qual è infatti il è il bello della democrazia, dividere o unirsi?

La maggior parte degli italiani è stata indotta a rispondere unirsi. Ma è sbagliato. Il carburante della democrazia è invece proprio la divisione: programmi, stili e leader contrapposti per stimolare l’offerta di diversi modelli di governo.

Se l’offerta permette delle scelte, il cittadino può esercitare la sua libertà. Ma se il mercato offre un unico prodotto, la scelta è nulla e la libertà inutile.

Perché parlare dei fondamenti della democrazia?

Perché se già tirava un’aria eccezionale a causa di un governo efficace ma figlio di uno stato di necessità, almeno fino a questa tornata amministrativa è sembrato di assistere all’inizio di una nuova fase in cui si gettavano le basi del dopo. E quel che sembrava emergere, sotto forma di atteggiamento virtuoso, è l’intenzione di arrivare a eliminare, o almeno limare, tutte le differenze fra i partiti avendo come obiettivo finale una politica non soltanto pacificata, ma omogeneizzata. Il più attivo in questa direzione ci sembra il leader dell’Udc Casini che, nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta, privilegiava dell’antico leader l’invocazione per la «solidarietà nazionale» che 35 anni fa fu scelta per combattere le Brigate rosse, le stesse che poi rapirono e uccisero Aldo Moro.

La «solidarietà nazionale» era infatti una creatura tipica della prima repubblica generata dalla situazione internazionale: i partiti democratici governavano lasciando fuori il Partito comunista sia perché quel partito non vinse mai le elezioni, sia perché i Paesi della Nato avevano posto il veto.

E a causa di quel veto il Pci invocava ogni volta che poteva lo stato di emergenza nazionale per spingere affinché si formassero governi di «solidarietà» che gli permettevano di avvicinarsi all’area di governo aggirando il veto americano e alleato. Questa situazione mise l’Italia in una posizione di frizione molto grave che spinse Aldo Moro a farsi garante davanti agli alleati occidentali del cammino che avrebbe portato il Pci verso le democrazie occidentali, dopo aver finalmente rotto con Mosca, cosa che non avvenne mai finché l’Urss non collassò da sola. La sua uccisione però mise fine all’esperimento, che morì con la morte dello statista democristiano. Avere fatto appello oggi alla memoria di Moro per usarla come sponsor di un’operazione di trasformismo, ci sembra una forzatura un bel po’ opportunistica,

Eppure vediamo rifiorire lo spirito emergenziale dei vecchi tempi, stavolta per consentire non a un solo partito, ma a tutti i maggiori partiti oggi in Parlamento, di formare un blocco, come una zattera di sopravvivenza sotto forma di imbarazzante alleanza: la foto che vedeva insieme tutti i leader da Alfano a Casini e Bersani, sembra indicare il desiderio di una coalizione sfrondata di ogni spigolo e spina. Il messaggio che dovrebbe suggerire questa operazione sarebbe: tutti uniti per il bene del Paese. Molto generoso, ma purtroppo letale per la rianimazione della democrazia in coma chimico.

Anche le celebrazioni per gli anniversari di Capaci e via D’Amelio sono diventate paramenti per la messa emergenziale benché nessuno sappia o voglia rispondere all’unica domanda che conta per quelle stragi: perché? Perché Falcone, che era ormai un dirigente ministeriale romano, fu assassinato in quel modo così spettacolare, più da corpi speciali, che da mammasantissima? E perché Borsellino morì quando disse di aver capito il motivo per cui Falcone era stato ucciso? Io so soltanto una cosa: Falcone stava dando un eccezionale aiuto – promosso da Cossiga – alla Procura di Mosca dopo che l’ambasciatore russo, Adamiscin, era andato al Quirinale a protestare perché il tesoro ex sovietico del Pcus e del Kgb era stato portato in Italia per essere riciclato. Quello fu l’ultimo lavoro pericoloso di Falcone. Ma quando morì fu subito lanciata un’assordante campagna di santificazione che sigillò ogni spazio per le inchieste meno banali, annichilendo qualsiasi ricerca del movente, che infatti ancora oggi nessuno sa indicare. Le due stragi divennero però strumenti per rilanciare l’emergenza, e oggi per suggerire l’opportunità di una politica senza politica, senza articolazioni, senza differenze. Ora comprendiamo bene perché il governo Monti sia stato e sia necessario e abbia richiesto per nascere una procedura, questa sì, eccezionale.

Ma l’autoriduzione della politica in poltiglia ci sembrerebbe (sarebbe sembrata?) a questo punto la ratifica di un suicidio. Non tanto quello dei partiti, ma della democrazia stessa.

PAOLO GUZZANTI

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