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***Il futuro dell’Italia***
SMETTETE DI UMILIARE VOI STESSI
di ENRICO DE NICOLA*

maggio 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Ma perché la Sinistra non vuole andare alle elezioni?”, chiede un comune cittadino. E, al contrario, propone la reiterazione di questa strana maggioranza – di “solidarietà nazionale” – ?  Sarebbe meglio dire: (solidarietà,) politicante – che, attraverso il governo delle banc…cioè, dei professori, persegue gli interessi dei poteri forti, rassicurati dalla garanzia (e, per interposto Pigi, la prospettiva. Specie se si arriverà al 2013 e le possibilità che la destra ri-vinca le elezioni saranno tutte state messe in gioco – dal Pd) che nulla cambi – ovvero di poter continuare a fare e disfare a (proprio) piacimento – delle nostre vite? Quando Sinistra è invece sinonimo di Libertà, ma la – vera – libertà, quella per la quale la democrazia non è (“solo”) nelle sue regole – e dunque nella certezza che non saranno rispettate. A discapito dei più deboli – ma nella rielevazione (delle persone più “umili”. Attraverso la cultura) così da rendere materiale un suffragio universale che, nel (precario. Per le nostre stesse istituzioni democratiche) equilibrio della contrapposizione tra poteri (forti), che punta a soffocare ogni tentativo di indipendenza e, appunto, democraticità, è oggi condizionato dallo stato di subordinazione (e, quindi, manipolazione) delle persone che soffrono (e che questo governo aveva minacciato – i nostri lavoratori – con il placet del segretario di se stesso – di gettare ulteriormente nella povertà – attraverso la (piena) abolizione dell’art. 18). Una politica che, rievocando esperienze di unità (dei partiti. Quand’erano ancora, però, veri corpi intermedi tra i cittadini e le istituzioni) – per reiterare se stessa – senza avere nemmeno una lontana idea dell’alto grado di moralità che muoveva coloro che li hanno preceduti (in questo “stesso” – ? – tipo di esperienza – di solidarietà. Tra loro stessi), ci consegna (?) (così. Perché nessuna ripartenza – nessuna crescita – può prescindere dall’”arricchimento” – culturale, quindi morale, quindi umano e materiale – lo abbiamo detto più volte – di tutti gli italiani) un paese in declino. E’ allora importante, come ci propone il deputato del Pd, riascoltare le parole che Enrico De Nicola, primo presidente (provvisorio) della Repubblica Italiana, pronunciò al momento del suo insediamento. Una generazione, quella dei nostri nonni, forgiata dalle guerre e dalla dittatura, che avvertiva l’urgenza (morale e, poi, materiale) di risollevarsi da un ventennio di umiliazioni (auto(?)-imposte. Come quelle di oggi), e che fu quindi capace di generare il nostro boom. Lasciandoci un’eredità talmente consistente da consentirci di vivere di rendita, vera chiave, però, del nostro attuale livello di corruzione, e dunque della nostra “rovina”. Ebbene, il giorno dopo una festa della Repubblica che ha – a sua volta – smesso di celebrare una comunità – quella nazionale: perché questo, è la Repubblica – che – vanificata nei rigoli dei suoi molti particolarismi – ha dimenticato di essere tale (al punto da consegnarsi, ancora una volta, al “controllo” di sovranità esterne: oggi, quella del – predominio dei – mercati), il giornale della politica italiana prova a suscitare, ancora una volta, nelle parti più oneste e responsabili della nostra attuale classe dirigente, quel ritorno di orgoglio e di dignità che – traducendosi, inevitabilmente, nella scelta di procedere ad un rinnovamento – che passa attraverso elezioni – che ora viene invocato anche dal capo dello Stato – può consentirci di risorgere senza passare per uno di quei momenti bui della Storia che, scrive Cattaneo, (ri)generano, ma dopo la devastazione, la propensione al progresso di un popolo e dell’intera umanità. Ecco come De Nicola spinge i nostri connazionali di allora (tutti noi. Oggi) a ripartire dopo avere toccato il fondo. “Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità – dice De Nicola riferendosi all’atteggiamento delle nazioni vincitrici nei nostri confronti dopo la guerra – provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà”: una (lunga) “tradizione” che il giornale della politica italiana rievoca costantemente. Ad una classe dirigente – e ai piccoli potentati provinciali di casa nostra che mettono i loro interessi particolari davanti a quello del paese – troppo presa però dalla conservazione del (proprio, inutile) potere, per potersi accorgere di essere alla guida dell’Italia.
di ANDREA SARUBBI*
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Fitch: fuga investitori da Italia (e Spagna) ‘E’ questo governo continua a non agire (Ma) crescita non si genera con annunci La Politica non è apparire (a “vertici” – ?) Ma un impegno senza sosta per ripartire Il decisionismo di Monti (a due velocità) Via la concertazione per abolire l’art. 18 ‘Paralisi’ quando si tratta di fare crescita Non sono in gioco interessi (particolari)?

maggio 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando si trattò di spazzare via 150 anni di conquiste di diritti dei lavoratori, il presidente del Consiglio invocò – e praticò – un modo di decidere “moderno”. Che significava, senza discussione coi sindacati. Perché “bisogna fare in fretta”. Ma ora che sul tavolo non c’è più l’abolizione dell’art. 18, quella fretta sembra essere svanita. Le agenzie di rating, pure nel loro opportunismo, continuano a segnalare che l’emergenza non è finita. E non è finita perché il governo Monti, a dispetto di una critica straordinariamente generosa, ha fatto poco di ciò che andava fatto, e ha fatto molte cose (come gli contestano in molti) che non bisognava fare: non è – ancora – ad “esempio” (è, in realtà, la chiave di ogni politica seria di taglio alla spesa) intervenuto sugli organismi (para)”pubblici” (?) occupati dalle clientele della politica politicante, assicurazione sulla vita per il suo esecutivo, che può così continuare a perseguire (que)gli interessi (particolari). Ma anche principale fonte dei nostri sprechi di denaro pubblico. E unico, vero capitolo di spesa a non avere alcuna utilità (per i cittadini). Ma siccome i referenti del governo Monti non siamo noi, ma i poteri (“forti” – ?) che tirano (indisturbati. Da questa politica autoreferenziale che “mirano” a conservare al potere il più a lungo possibile) i fili della nostra vita comune, a rigor di logica può accadere che ad essere tagliati siano – invece – i servizi a ciascuno di noi, e – non potendo contare su quella straordinaria riserva di liquidità, vedi ad esempio al capitolo Arcus – e che siano aumentate le tasse. A beneficio della casta, e non degli italiani, che vedono infatti il loro paese al palo come ai tempi del governo Berlusconi (in termini di produttività – rilanciata – ? – , non c’è stato alcun cambiamento. E non esiste “fase 1″ e “fase 2″, ma una – sola – possibilmente lungimirante politica di governo della nostra economia. Attuata da parte di una classe dirigente che tagliando i veri sprechi, riaccresca la fiducia dei nostri connazionali nei suoi confronti e (, quindi,) di loro stessi e, se lo fa, è perché è a sua volta motivata a superare l’andazzo – autoreferenziale – da un – più alto, della propria sopravvivenza – obiettivo da perseguire). Con un po’ più di rispetto a livello internazionale (che non basta però ad impedire la “fuga” – o il mancato approdo – di – nuovi – investimenti), dove però il timore che l’Italia possa “seguire la Grecia”, continua ad essere vivo. E lo dimostra, appunto, la valutazione di Fitch. Quegli stessi potentati che Monti è andato continuamente a trovare. E che – a differenza di “noi” – a giudicare anche da uno spread che è tornato ai livelli di fine estate, non sembrano dare più molto peso alle sue (sole) parole. Read more

Se il Corriere (MTM) liscia il pelo a Pigi/Pd E destra (con Monti) continua governare Interessi (particolari) tengono unito il Pdl A sinistra si punta (solo-propria) salvezza Renzi: ‘Per me (così) nessuna solidarietà’ Ma Pd è nato per essere partito dell’Italia E per salvare (sì, ma) nostri connazionali Formazione per innovazione per ripartire

maggio 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Matteo Renzi, accusato – in modo comunque ambiguo e opportunistico; davanti alla giunta del Senato e non dai magistrati – di avere ricevuto 70 delle migliaia di euro che l’ex tesoriere della Margherita Renzo Lusi distribuiva – a suo dire – ad alcuni esponenti del partito, lamenta di non avere ricevuto “la solidarietà di alcun esponente del Pd”. Fatta salva la necessaria prudenza – e premessa, da parte nostra, la totale fiducia nell’estraneità di Matteo – quello che Renzi pone è un problema che va oltre – ovviamente – il singolo caso, e ha una valenza Politica prima ancora che umana e di stile. Oggi, per chi non se ne fosse accorto, il Pd (più Idv, più Sel) è maggioranza schiacciante nel paese. Di fronte alla stessa situazione, ma a parti invertite, i pidiellini avrebbero già staccato la spina al governo e sarebbero corsi ad incassare la cambiale. I Democratici aspettano che Berlusconi risalga nei sondaggi. Per, ancora una volta tafazzianamente, incassare – piuttosto – l’ennesima sconfitta (autoimposta). “Ma Bersani continua a sostrenere Monti per responsabilità nei confronti del paese ancora sottoposto alle turbolenze finanziarie”, dirà qualcuno. Ma perché quello che è nato per essere il “partito dell’Italia”, non dovrebbe considerare più responsabile – anche alla luce della dimostrata inefficacia dell’esecutivo dei tecnici – caricarsi sulle spalle lui, questa nazione, senza dividere l’(ir)responsabilità con chi fino a…ieri, fa ostruzionismo in Parlamento per favorire un singolo cittadino di fronte alla legge? La risposta è la stessa al problema posto da Renzi: il Pd (ovvero la classe dirigente derivata da Ds e Margherita; ma non solo), annichilito dal Cavaliere, ha perso fiducia in se stesso, e in particolare il senso della propria funzione e della propria “missione”. Mentre il Pdl – sia pure per (il)legittimi interessi (particolari) – è compatto intorno ad “un” obiettivo. E’ questo – oltre alla leadership, ora sulla via del tramonto, dell’ex presidente del Consiglio – che spinge i pidiellini a superare ogni veto, ogni tentazione di contrapposizione, ogni divisione (interna e reciproca), per lanciarsi come un sol uomo verso il traguardo. Nel pd, accade esattamente il contrario: privato – allo stesso modo degli italiani! – di una “ragione più alta”, ciascuno è – invece – lanciato nella difesa del suo strapuntino, nella chiave della quale, evidentemente, le disavventure di Renzi – come quelle di “chiunque” – non rappresentano un motivo di sofferenza (Politico), ma un’occasione per avvantaggiarsi su un pericoloso avversario (interno). Ma mentre “noi” ci diamo la zappa (reciprocamente) sui piedi, la destra, sotterraneamente (ma neanche troppo), continua ad esercitare la sua golden share sul potere (Politico) in Italia: in attesa di vedere la luce (di sondaggi favorevoli) e staccare lei – o comunque favorire – la spina al (il superamento del) governo Monti, per consolidarsi in una nuova maggioranza e in una nuova legislatura. Senza l’ingombro del Pd. E soprattutto della sua (possibile, prossima) vittoria. Ma ora il giornale della politica italiana ha indicato la strada che per troppo tempo è mancata all’orizzonte dei Democratici: Sinistra, nell’era dei mercati e tanto più della crisi, è essere affidabili con gli italiani, e non più con le banche e gli altri potentati. E’ mettere il proprio gigantesco e generoso corpo (intermedio) – quello del più grande, oggi e, auspicabilmente, sempre più domani – partito italiano, tra gli interessi (particolari) dei poteri (forti) e l’interesse (generale) dei cittadini. Il modo di farlo, coniugando – come si dice, inefficacemente perché poco lucidamente, oggi – “equità e rigore”, è darci l’obiettivo dell’innovazione che si persegue attraverso la cultura e la formazione. Come abbiamo scritto più volte, la crescita (culturale, quindi umana, quindi tecnica e professionale) degli italiani come motore della nostra crescita (economica). Solo la Sinistra, oggi, può salvare l’Italia. Perché senza (o, peggio, a discapito dei) suoi connazionali il paese non si salverà. Read more

Ridotti sul lastrico? “Ma intanto paghino” Presidente Monti non h(a) cuore (italiani) Senza loro (crescita) Italia non si salverà Sinistra rigetti indifferenza capo governo

maggio 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Caro presidente del Consiglio, gli italiani che – a causa dell’autoreferenzialità della politica e dell’incapacità dell’attuale governo di offrire soluzioni – non ce la fanno a sopravvivere (e quindi, in qualche caso, a – non -pagare le tasse – mentre gli evasori, al netto dei blitz spettacolari della Finanza, continuano – sia pure di meno – a poterselo permettere), non sono evasori, ma persone a cui la Politica – e, in primo luogo, lei stesso, che oggi ne incarna il potere esecutivo – non ha saputo (da troppo tempo) dare risposte. L’affermazione per la quale essi devono pagare (ad esempio vedendosi pignorata la casa), comunque, il loro debito nei confronti del fisco, perché in questo modo poi “si potranno ridurre le tasse”, tradisce una freddezza e uno scollamento con il paese (reale. E non – solo – le sue elités), che “gridano (Politicamente) vendetta”. E va ricordato che già lei ha parlato dei nostri connazionali che hanno fatto scelte estreme come unica – percepita – via d’uscita (?) da una situazione disperata alla quale la Politica aveva voltato le spalle – non riuscendo, peraltro, come continua a risultarci assurdo e incomprensibile, ad esprimere nemmeno una parola per tentare di fermarne la spirale -, nei termini di “costi (umani)” della crisi; come se una crisi – economica – potesse “giustificare” questa “fatalità”. Le tasse vanno pagate. Sempre. Ma quando, nel pieno di una crisi acuta provocata da o comunque alla quale la Politica non ha, appunto, saputo dare risposta, si è con l’acqua alla gola, e si è debitori nei confronti dello Stato – cioè di noi stessi! – ci si può aspettare che esso muova un passo (in più  - ? – rispetto a quello che compirebbe un qualunque privato. E rispetto anche ad una rateizzazione che non risolve i problemi più gravi) nei confronti dei suoi cittadini. Subito; prima che sia “troppo tardi”. E non nella (agghiacciante) previsione (contabile) – argomento buono per gli evasori, non per cittadini disperati – che se tutti pagano, allora “si potranno ridurre le tasse”. I libri contabili prima delle persone. La ragion di Stato (?) prima della vita (degli italiani). Ma, vede, presidente Monti, il nostro paese non si salverà se non lo faranno i nostri connazionali; non crescerà se non verrà offerta loro la possibilità di farlo (per primi. Nelle loro vite. Individuali. Attraverso la cultura e la formazione). Nell’anno più acuto della crisi, questo misto di liberismo e di gelido tecnocratismo è la causa, e non la soluzione, dei nostri problemi. L’Fmi: “L’atteggiamento dell’Italia sui conti modello per gli altri paesi”. Ma se le persone non ce la fanno – e la “politica” – ? – infligge loro pure la beffa di trattarle come se portassero la colpa della nostra attuale situazione (di crisi) – i conti non tornano. Senza passione (umana), lo abbiamo già scritto, non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Ma unico progetto in campo resta nostro Serve ora completo ribaltamento di piano Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Italia tornerà ad essere culla della civiltà

maggio 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La cultura non è (soltanto) la conservazione (pure imprescindibile) dei beni del passato. E l’investimento nella cultura non può consistere (solo) nello stanziamento di fondi per creare “centri di attrazione culturale” (che significa, poi, turistici) (sia pure) al Sud. E nemmeno nel (solo) finanziamento (pubblico o privato) delle cosiddette “politiche culturali”; e cioè dell’attività “culturale” ai massimi (?) livelli (attuali). A caccia di un (così, improbabile) punto di equilibrio – quindi – commerciale. La cultura, scriveva Einstein, non è nei frutti della ricerca scientifica; ma nello stimolo “a comprendere, al lavoro intellettuale” – e quindi nella sua rigenerazione – che essa offre ad un (intero) popolo. La cultura non è nella (semplice) conservazione de – ad “esempio” – i Fori imperiali a Roma; ma nella “grandezza di spirito” di quei nostri antenati che – come scrive Goethe nel suo Viaggio in Italia – essi rievocano, motivandoci a ricercarla, a tentare di imitarla, di “compiere opere” (in senso ampio; a 360°) di “pari” respiro. La cultura è vedere nel grande patrimonio che ci è stato tramandato dai nostri avi, non un oggetto di consumo (sia pure – nell’accezione diffusa oggi – “culturale”); ma un motivo di ispirazione, di ricerca, di approfondimento. E (quindi) di tensione all’arricchimento. (Anche) in questo senso la cultura può rifare grande l’Italia: non (solo) perché può aumentare gli introiti del nostro turismo (“culturale”), ma perché mobiliterà le nostre energie. Che, come ci dicono quelle opere – e i nostri avi: da Leonardo a Michelangelo, per “tacere” – ne abbiamo detto fino a questo momento – della culla della civiltà occidentale – sono quelle della più grande tradizione culturale al mondo. Che possiamo “rigenerare” (all’interno la sintesi del programma del giornale della politica italiana, che muove tutto dall’idea della cultura e dell’innovazione come chiave del nostro possibile Rinascimento), e non soltanto limitarci (come semplici “spettatori”) ad osservare.

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***Il futuro dell’Italia***
CARI ABC, OGGI LA (VERA) ANTIPOLITICA SIETE VOI
di PAOLO GUZZANTI

maggio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il Movimento 5 Stelle non è un movimento (che – in quanto tale – già dice di non voler e di non poter essere) populista. E Grillo non ne è un/il leader, né, tanto meno, un uomo forte (che possa raccogliere la – tragica - tradizione di demagoghi e incantatori già capaci di scelte terribili, a cui viene accostato). E ha ragione (una volta tanto) Giuseppe Cruciani quando dice che il presidente Napolitano non si dovrebbe occupare della battaglia (tra le forze – in campo) politica/che; perché di questo, si tratta. Il Movimento 5 Stelle avanza proposte concrete, non agita semplicemente “fantasmi” e lo fa coltivando un rapporto diretto – personale – con i nostri connazionali, contribuendo a restituire questo paradigma di sobrietà, umiltà e identità con i cittadini, alla nostra politica (oggi autoreferenziale). Inoltre compie uno sforzo per l’innovazione del linguaggio – ovvero, dei contenuti; non ci riferiamo alle esternazioni del suo più noto rappresentante, che resta un comico e che solo nel paese della politica politicante possono rappresentare un “pericolo” per ”partiti tradizionali” che dimostrano così di non essere più tali, ovvero di avere cessato di assolvere alla propria funzione – e quindi della Politica (italiana e non solo) e del paese. Da Grillo e dal Movimento 5 Stelle, dunque, non viene alcun pericolo per la democrazia; il vero pericolo per la democrazia viene da una politica “parruccona e inconcludente”, come quella che negli anni ’10 del ’900 preparò il terreno all’ascesa del fascismo. Il Pd al 25% (di quale vittoria stiamo parlando, Pigi?), il Pdl schiantato e in molte realtà importanti ridotto al rango di partitino del 5%, (il terzo polo è in origine, una operazione politicista, e dunque non c’era da attendersi nessuna esplosione rispetto a risultati che sono sempre stati questi, per Casini, Fini e Rutelli. Il quale d’altronde giudica il suo 2,5% “confortante”,) - ma soprattutto l’astensione “mai” così elevata per una tornata di elezione dei sindaci (!) – ci dicono che gli italiani – anche grazie al “seme” gettato da il Politico.it, che anticipò parlando per primo di autoreferenzialità la presa di coscienza, che sarebbe avvenuta in seguito, di una politica che persegue solo i propri interessi – sono stanchi di questa classe dirigente, non per un fatto formale o “estetico” (ché la crisi ha staccato dallo Specchio molti dei nostri concittadini, mentre i politicanti restano attaccati alla tivù – in tutti i sensi), ma perché – e la situazione di difficoltà ha, appunto, reso più chiaro e percepibile questo stato di cose – si sono accorti che l’attuale classe dirigente (?) ha girato le spalle al paese e non ha più quel rapporto “etico”, di identità e partecipazione, che, solo, la può mettere in condizione intanto di occuparsi di loro (e non di loro – stessi) e, poi, di avere la forza (morale e creativa) per offrire delle soluzioni. Ma quel che è peggio, ciò fa temere alla politica politicante – anche alla luce dell’emersione di fenomeni come quello del nostro giornale, che – primo e finora unico caso nel nostro paese – dalla sola rete è stato ed è capace di dettare l’agenda ad una politica appunto altrimenti smarrita e inconcludente – di perdere la famosa “poltrona”, e la porta ad arroccarsi (ulteriormente). E a dare vita, ad esempio, a questa “maggioranza” (?) che mette insieme forze che la pensano all’opposto su tutto, al solo scopo di reiterare il (loro) potere. Ma nel momento in cui la fine della spinta propulsiva si sclerotizza in (questo) sistema (e nell’attuale, conseguente immobilismo), quello è il punto (di non ritorno?) in cui il paese non (lo) può più sopportare, perché non vede (più) soluzioni – se non in elezioni ancora troppo lontane in cui eventualmente, in loro presenza, sostenere forze capaci di offrire la possibilità di una svolta rispetto a questo “consociativismo emergenziale”, come lo definisce l’ex vicedirettore de il Giornale nel pezzo all’interno; ma, quindi, anche – potenzialmente – in senso antidemocratico e “autoritario” – e come i nostri connazionali freddamente “speculati” dal presidente Monti può scegliere (in tutti i sensi) una risposta “estrema”. Ma è nell’autoreferenzialità della politica – e nella pretesa di questi politicanti di continuare ad aeternum a stare sulla scena – perché di questo, si tratta; il famoso narcisismo. Che è l’esatto opposto, caro Di Vico, della democrazia e della partecipazione, che sono un antidoto, e non un ulteriore “sintomo”, a/ di tutto ciò - il male (non tanto) oscuro che può uccidere la nostra democrazia; non nella reazione che, come si sa, è sempre figlia (e, spesso, non responsabile. In tutti i sensi) di ciò che l’ha provocata. E siccome a questo fattore (scatenante) si può porre fine – semplicemente prendendo atto che dopo 20, 30, 40 anni di impegno pubblico (?) si può anche prendere in considerazione la possibilità di fare altro – i democratici traggano le loro conclusioni. O accrediteranno la tesi di chi – a cominciare da noi – pensa che la vera antipolitica, oggi, siano loro.
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“Ora 900 milioni per l’innovazione al Sud” Avevamo (ancora una volta) ragione noi Adesso governo raccoglie la nostra sfida E (ri -?)mette Italia sulla via della crescita

maggio 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana scrive, ormai dal febbraio 2010 (!), che l’innovazione è l’unica chiave del nostro possibile rilancio. E che, visto che oggi abbiamo “due” (o, meglio, una – dimezzata) economie – una che, al netto della crisi, continua a girare al nord; ed una che non esiste, di fatto, al sud. Ed è quest’ultima che azzoppa un Pil che – come ricordava il presidente del Consiglio qualche tempo fa – da troppo tempo è fermo al palo di cifre imbarazzanti – la nostra più grande esigenza-opportunità era avviare proprio nel nostro Mezzogiorno il progetto che avrebbe potuto (che “dovrà”) portarci a diventare la – possibile – più grande Silicon Valley del mondo. Ancora mercoledì ricordavamo che l’Italia è già la culla della ricerca. Senza (volerlo) essere (tale). Perché 16 (!) dei migliori 188 ricercatori del mondo vengono dal nostro paese; nonostante una Politica – e, a cascata, le sue clientele – che volendo mantenere (in tutti i sensi) se stessa, non vede di buon occhio (e, anzi, contrasta. E comunque non sostiene – come dovrebbe) i suoi migliori cervelli, costretti così a lasciare l’Italia. Ebbene, messo alle strette da una tornata amministrativa che – con un astensionismo mai così alto per l’elezione dei sindaci e il buon risultato di un movimento più anti-sistema che antipolitico quale il Movimento 5 Stelle – ha confermato l’alto tasso di “sofferenza” di un paese che fino a ieri pareva essere stato abbandonato dal governo a “vantaggio” dei mercati (unico destinatario – anche “verbale” – delle attenzioni del premier), l’esecutivo ci “ascolta” e punta a coniugare questa doppia esigenza – riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione e incrementare l’economia inesistente al sud – in una serie di provvedimenti che ancora non bastano, ma costituiscono comunque il primo atto – propiziato da il Politico.it, che dopo aver fermato la deriva liberista della Destrasinistra sul lavoro, incassa questo nuovo, in prospettiva ancora più importante, passo in avanti – capace di (ri)generare (strutturalmente) la crescita. Che il presidente del Consiglio – anche per rispondere a quella “svolta a sinistra”, certo – lo chiami (“semplicemente”) “piano per l’equità” – dimostrando forse di non “rendersi – fino in fondo – conto” di avere toccato le corde più sensibili per un possibile sviluppo (strutturale): l’istruzione, (quindi l’autoimprenditoria giovanile, per la quale, va riconosciuto, il governo aveva già messo in campo impegno e – in termini di defiscalizzazione e incentivi – risorse,) l’innovazione – non riduce la portata delle decisioni dell’esecutivo. Che vanno però, ora, sostenute – con – la relativa – convinzione – coordinando l’impegno perché lo stimolo offerto al rinnovamento delle aziende – e ad un inizio di cambio di prospettiva culturale – non si disperda (vanificando anche lo stanziamento di risorse, come nel nostro paese, e tanto più al sud, non è infrequente – per usare un eufemismo – che avvenga) ma costituisca l’inizio di un percorso. Quello che può portare l’Italia – nel (breve, se sapremo mobilitare – attraverso la cultura – le nostre – migliori – energie) tempo – a tornare, dopo anni di annaspamento nelle retrovie, sulla corsia di sorpasso del mondo.
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