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***L’ultimo rilevamento***
CROLLO PD, IL PDL LO AGGUANTA A (BASSA) QUOTA 25%
di LUIGI CRESPI

aprile 10, 2012 di Redazione 

Quando solo cinque mesi fa le due forze maggioritarie del nostro Paese erano distanziate da un abisso di 10 punti percentuali. E il Pd avrebbe vinto a man basse le elezioni. Potendo assolvere lui – come è suo compito – originale – e come avrebbe acquietato i famelici mercati sapere – alla funzione di salvare e rifare grande l’Italia. Come oggi non sta avvenendo. E ora gli italiani si sono lasciati alle spalle gli scandali che hanno caratterizzato l’ultima fase della carriera politica di Berlusconi (“travolti” da più impellenti esigenze non soddisfatte da una politica piuttosto impegnata a preservare se stessa, legate alla crisi, e dalle ricadute – sul paese – di nuovi scandali), e tornano in sintonia con la (sua) creatura. E se l’attuale esecutivo non riuscirà a tirare fuori l’Italia dalle secche (come ha già secondo noi dimostrato di non saper fare, come suggeriscono i nuovi picchi dello spread ma anche il vuoto pneumatico di spunti e piani per la crescita, con tanto di giornali “amici” costretti – per salvarlo – a paventare “salti nel buio” in caso di nuove elezioni – democratiche: “Monti – mai passato per il voto, ndr – non ha alternative”, ha scritto Dario Di Vico. Ovvero qualcosa che assomiglia molto all’ipotesi, ovviamente molto ipotetica, di sospensione del sistema), il Pdl passerà comunque all’incasso, tornando in corsa (essendo, meglio, appunto già tornato) e scongiurando una sconfitta già certa. A fronte della quale – e del proprio ritorno al potere – i Democratici avrebbero invece potuto compiere la propria vocazione di partito “del” futuro avviando subito il nostro paese nella prospettiva della innovazione, facendo ripartire immediatamente la – stessa – ? – crescita. ”Ma ora i nostri connazionali – scrive il grande sondaggista – si stanno dimenticando di Berlusconi”; mentre gli elettori Pd – tornati ad aumentare quando il Politico.it è intervenuto per preservare la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie convertendo il segretario di se stesso a più savi consigli che a quelli di calare definitivamente le brache a 150 anni di conquiste dei diritti dei lavoratori e non solo – fuggono verso quella che Pigi chiama “antipolitica”, e che è invece il grido di disperazione di un’area di opinione e di sensibilità – “allargabile” a quel 40% di persone che oggi non votano – che dalla forza più onesta e responsabile di questo paese si aspetta di più: “Tocca solo a noi?”, si domandava retoricamente un Pigi dallo sguardo stanco sabato a Cortona. Se è vero, come noi pensiamo che sia vero, come sostiene il deputato del Pd, che “non tutti – in questa “melma” autoreferenziale: il vero “populismo”, caro Bersani, è questa “maggioranza” artificiosa che si regge solo sugli interessi – convergenti – della Casta – sono uguali”, è il momento di dimostrarlo. Se a questo si aggiunge che l’attuale governo, come intuito per primo da Dino Amenduni – e come ampiamente argomentato, spiegato e criticato da noi – è evidentemente di destra, e che Casini è (da sempre) naturale alleato di un Pdl post-Berlusconi (ma anche, come sappiamo, pre), Bersani rischia di compiere il capolavoro di (ri)consegnare – a conti fatti – il Paese per dieci anni consecutivi nelle mani delle forze conservatrici. Con quanto, specie nel momento di questa crisi, che richiede un completo cambiamento di prospettiva che non può essere assicurato da una destra – (post-)montiana – organica a poteri forti e mercati, ciò rischia di comportare per il paese.
di LUIGI CRESPI

Nella foto, Bersani

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di LUIGI CRESPI

SWG per Agorà e Datamonitor per MF ci forniscono 2 profili dell’opinione pubblica che vanno in contrasto con la suggestione che sta contaminando i commentatori in Italia.

Vediamo le cose che coincidono: la luna di miele del governo Monti è finita, il premier non è più quel super Mario dell’esordio. Lo troviamo attestato intorno al 50%, sotto la somma dei partiti che lo sostengono, mentre il suo governo nel complesso pare avere perso la fiducia della maggioranza dei cittadini.

Per la Lega si tratta di un vero crollo: circa un terzo degli elettori ha lasciato la Padania, invertendo un trend che si muoveva in positivo da alcuni mesi; una tendenza pesante che potrebbe non avere segnato il punto più basso in questa fase.

Chi ne trae beneficio è il Pdl che recupera consensi in modo considerevole ed è praticamente sugli stessi valori del Pd che da tempo nei sondaggi era il primo partito italiano. Il Pdl un po’ sotto traccia è uscito giornalisticamente dagli scandali che l’avevano posto al centro per mesi: restano nella memoria quelli sessuali di Berlusconi che vengono vissuti come infinitamente meno gravi dei furti e degli abusi di cui gli altri partiti si stanno rendendo protagonisti. Il Pd messo in crociera dai sindacati sull’articolo 18, piegato dalla vicenda Lusi e da una comunicazione che ha perso il nemico di sempre Berlusconi.

Tiene nonostante gli avvisi di garanzia Vendola e il suo SEL. Va bene Casini anche se il Terzo Polo appare appannato come ipotesi politica anche perché Api ed Mpa sono quasi azzerati dalle difficoltà di questa fase. Solo Fli si tiene su una linea del 5% che rappresenta il minimo per potere stare nella partita.

Torna a crescere La Destra di Storace e prende un minimo di consistenza il Grande Sud di Miccichè. Organizzazioni nel centro destra che si candidano a raccogliere i frutti di questa fase di crisi dei grandi partiti che ha portato a crescere a livelli record l’Idv di Di Pietro. Crescita significativa anche dei Radicali di Bonino e Pannella che sia per Swg che per Datamonitor si attestano all’1,7%.

Ma chi ottiene il risultato più clamoroso è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che Swg attesta sopre il 7% e Datamonitor appena sotto.

L’area del non voto per Swg si restringe anche se di poco mentre per Datamonitor resta stabile; in entrambi i casi sotto il 50% e forse questo è il dato più interessante, perché le astensioni separate dagli indecisi pare dai due sondaggi posta in un’area che possiamo definire fisiologica. Certo i partiti per come si presentano non paiono essere attrattivi, ma non darei per scontato, visti questi risultati, un abbandono in massa del voto, come fanno gli autorevoli commentatori dei grandi giornali.

LUIGI CRESPI

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