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E (così) alla fine Monti ha dovuto cedere Con noi la Sinistra è (già) tornata vincere (Adesso) Bersani è segretario (più) forte E Camusso ci “restituisce” Cgil Cofferati Peraltro 10 anni esatti dal Circo Massimo Ma ora serve completo cambio orizzonte Una economia rifondata sull’innovazione Formazione continua a ‘integrare’ lavoro Cultura ‘chiave’ del nostro Rinascimento Torneremo ad essere la culla della civiltà

aprile 5, 2012 di Redazione 

Solo quindici giorni or sono la Sinistra aveva sfiorato il punto più basso della propria parabola storica. Il vertice dell’abc della politica politicante, battezzato da Monti, in cui il segretario Democratico aveva accettato di concedere l’abolizione dell’art. 18, rischiava di segnare un passo indietro di centocinquant’anni nelle conquiste dei lavoratori e non solo. La sconfitta, (che sarebbe stata) “definitiva”, di tutta la tradizione progressista europea, dal Risorgimento ad oggi. Aveva vinto il Marchionne che, in queste ore, vediamo arrancare, con la sua Fiat – sia pure in un momento di crisi per tutto il settore auto – dimostrando di essere il guru solo di se stesso (visto che il suo stipendio, al contrario, è aumentato del 42%). Ciò nonostante, lo stesso principale sindacato confederale, aveva ormai alzato bandiera bianca. Poi il giornale della politica italiana ha cominciato a giocare la (sua) partita: dalla sferzata nei confronti del segretario del Pigi, alla reazione di Camusso, fino alla definizione di un possibile orizzonte nuovo per la Sinistra, che non fosse più quello, della destra, mercatista, e alla specificazione delle modalità concrete attraverso cui realizzare tutto ciò. E in poche ore la situazione si è completamente ribaltata. Se, prima, Alfano gongolava, potendo sostenere che, dieci anni dopo, il Pdl aveva centrato il proprio obiettivo – dopo il fallimento, proprio dei primi mesi del 2002, per l’”invasione” del Circo Massimo da parte di tre milioni di cittadini, del primo tentativo di Berlusconi di cassare l’art. 18 -; se Confindustria fingeva soltanto, di non essere pienamente soddisfatta (oggi vediamo come si mostra quando lo è davvero, arrivando a minacciare di licenziare migliaia di persone per pura ripicca), giocando, con Monti, ad accreditare che la riforma era nell’interesse di tutti e costringeva ciascuno a cedere qualcosa; a distanza di pochi giorni – dopo l’inizio del nostro fuoco di fila di editoriali e commenti con cui risvegliavamo, a suon di contenuti, l’orgoglio delle forze più oneste e responsabili del nostro paese – le tecnocrazie finanziarie (e con loro il presidente del Consiglio) erano costrette, dopo l’offensiva, ad arretrare (fino al cedimento di oggi) difensivamente; Marcegaglia tradiva segni di nervosismo (assumendo toni che non le avevamo mai ascoltato usare: “Ridicolo”), il Pdl subiva palesando “finalmente” il profilo basso a cui la leadership (?) di Alfano lo ha ridotto, e che solo la forza di inerzia di un ventennio in cui Berlusconi aveva annichilito il centrosinistra (preparando però, oggi, con il suo annichilimento, il possibile risveglio “storico”), aveva continuato – per poco, illusoriamente – a mascherare. In buona sostanza il vento era completamente cambiato. E oggi la Sinistra può festeggiare l’inizio del possibile ritorno (?) alla sua egemonia. L’egemonia (naturale, quando esprime compiutamente se stessa) dell’area di opinione e di sensibilità più onesta e responsabile della nostra nazione, che in quanto tale sta (anche) dalla parte delle persone che soffrono, che hanno una maggiore urgenza di essere sostenute, ma lo fa, proprio per la sua onestà e responsabilità, assumendosi la responsabilità di caricarsi sulle spalle l’(intero) paese, puntando a salvarlo e a rifarlo grande (tutto), e quindi a creare le condizioni strutturali affinché anche le persone deboli – ma non solo loro – possano stare (sempre) meglio, essere incluse, e, in ultima analisi, cessare di essere ai margini. Perché questo si compia effettivamente, è necessario – dopo aver salvato, grazie a noi, milioni di lavoratori e le loro famiglie – però, mettere ora in campo un piano per la costruzione del futuro. Ecco progetto e programma che il Pd ha l’opportunità di cominciare ad attuare dalle modifiche (in Parlamento) alla riforma del lavoro – che serva a rielevare – attraverso la formazione – la vita di milioni di operai (dando così un senso ad ammortizzatori altrimenti “buttati” a fondo perduto, e che possono invece rappresentare un investimento, che ci ritroveremo in termini di maggiore crescita e produttività, nel nostro futuro), e con essi a far crescere le nostre aziende, e quindi a ricreare le (prime) condizioni – a cui far seguire l’attuazione dell’intero progetto, dal ripotenziamento della scuola alla costruzione di un nuovo centro (geopolitico) intorno al nostro Sud – per riportare l’Italia, dopo trent’anni di isolamento, al centro del mondo.

Nella foto, il Pigi fatale

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Il mondo arabo si è (già) democratizzato L’ha fatto nell’anima (del proprio popolo) E il merito non è di bombe ma di internet E trasferiscono in politica ‘nuova’ cultura Che è figlia (direttamente) di conoscenza Usiamola per (ri)generare il nostro futuro

di MATTEO PATRONE

Ecco che cosa intende il giornale della politica italiana quando parla di rivoluzione cuturale, anche (soprattutto!) per il nostro Paese. Ecco com’è avvenuta la reazione anti-culturale provocata da trent’anni di incidenza, prima “culturale” poi (raccogliendo i frutti) direttamente politica del presidente del Consiglio. Viviamo nell’era della comunicazione, che non è semplice (maggiore) opportunità di scambio di “messaggi” ma la creazione – proprio per la sua “facilità”, anzi, la naturalezza dell’espressione e della messa in circolo – di un grande vaso comunicante universale. L’acqua contenuta nel vaso sono le idee, i sogni, l’intelligenza. In una parola: la cultura. Ma non, la piattaforma ideologica di una nazione o di un continente. Bensì l’espressione dell’anima (di un popolo; dell’umanità) e la sua (progressiva) civilizzazione (ovvero tensione all’arricchimento). L’uomo anela, abbiamo (già) scritto, alla cultura, all’intelligenza; e quando il progresso ha offerto – ora anche ai popoli islamici – la possibilità di abbeverarsi senza soluzione di continuità a questa fonte inebriante, ma nel senso della (ri)scoperta della lucidità, coloro che avevano accesso a questa fonte, che potremmo davvero definire dell’Eterna giovinezza, o dell’eterno ritorno alle origini, hanno cominciato a “con-petere” per arricchirsi nella stessa maniera, e crescere, e (ri)conquistarsi così la stessa libertà. Quando la condizione dell’anima (individuale, e di popolo) è stata tale da non poter più sopportare i lacci che la situazione politica dei loro Paesi (e culturale, ma in questo caso nell’altro senso dell’ideologia al potere) imponeva loro, sono scoppiate – a partire da una scintilla, è proprio, purtroppo – ? – il caso di definirla così – le rivoluzioni. E siccome anche altri popoli meno (per il momento) “pronti” avevano tuttavia avuto ugualmente la possibilità di abbeverarsi a quella fonte, ecco che l’intero mondo arabo ha subito uno scossone, lo scossone della Libertà e, quindi, della democrazia. Altro che, come sostiene invece il deputato Pdl Lehner, esista un “muro” tra noi e quei popoli. Siamo figli dello stesso Dio, e, quando siamo messi nella condizione di farlo, aneliamo (appunto) allo stesso strumento/obiettivo (parziale – ?): l’arricchimento dell’anima, la Bellezza. La chiave di tutto questo ha un solo nome: conoscenza. Cultura. Mentre i popoli mediorientali accedono “per la prima volta” (nella – nostra – modernità) a questo bene prezioso, è necessario che chi ne dispone da più tempo e con ancora maggiore consapevolezza si faccia carico di prepare il passo ulteriore, che è il ritorno ad una (ulteriore) dimensione etica e filosofica (collettiva). Ed è (per noi inevitabilmente, o comunque “necessariamente”) l’Italia, culla della civiltà, a potersi dare questo compito: quello di ricreare le condizioni per una (ri)generazione di futuro, nel sapere dove e perché vogliamo andare. E quindi come. La rivoluzione culturale, che restituisca a tutti i nostri connazionali il desiderio della conoscenza, dello studio, che rifaccia per ciascuno di noi della cutura il nostro ossigeno, la chiave della nostra quotidianità, è ciò che può liberare – come sta facendo nel mondo arabo, ad un altro, per il momento, “livello” – il genio per la costruzione del futuro. Abbiamo fatto esattamente l’inverso per trent’anni; ed ecco che ci siamo involuti. Anche se rimane un blocco inossidabile di ricchezza: quella in cui consiste il nostro valore intrinseco, figlio di una lunga tradizione, e per questo duro da vincere. Disarmiamoci rispetto a questa “battaglia”, e recuperiamo il senso della sfida. Il senso del “progresso”, ma nel senso dell’evoluzione e dell’arricchimento. In una parola: della (nuova) civilizzazione. Dopo l’era della comunicazione, scriveva la grande donna di lettere e filosofa Lisa Morpurgo, verrà quella del ritorno alle origini. Facciamo che non sia il frutto di – per esempio – un disastro nucleare, ovvero che non consista nell’azzeramento, come “vorrebbe” (o tenderebbe a determinare) una parte di questa destra italiana irresponsabile, bensì il frutto del compimento dell’umanità. (Ri)creiamo la (nuova) civiltà (del futuro), adesso, partendo dalla culla dell’attuale: l’Italia.

MATTEO PATRONE

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