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Monti da Oriente: ‘Italia, se tutto va bene’ Ma disoccupazione (in Ue) mai così alta
E riforma non la ridurrà (strutturalmente) Paese si salva se torna crescere (subito) E si cresce se il lavoro aiuta ad innovare Formazione (cultura) ‘leva’ Rinascimento di GINEVRA BAFFIGO

aprile 4, 2012 di Redazione 

Tutti gli interventi compiuti finora dal presidente del Consiglio, anche ammesso (e non concesso) che siano stati concepiti nell’interesse di tutti, e non solo (programmaticamente) di una parte, costituiscono la (sola) premessa, di un’azione di governo (Politica) tale da rimobilitare le componenti della nostra società, e avviare – in questo modo – la crescita. La preparazione, appunto, di un terreno sul quale – però – deve avvenire la semina, o rimarrà incolto. E quella semina non può attendere che la preparazione sia stata compiuta pazientemente, centimetro per centimetro, puntigliosamente, per, POI, essere effettuata; questo avviene quando non si hanno semi da spargere nel terreno, o non si sa come fare. Perché l’effetto, in questo caso, è un progressivo deterioramento dello (stesso) terreno preparato per la semina, che a quel punto non sarà più tale, e richiederà una nuova preparazione – ammesso che nel frattempo non si sia inaridito (del tutto). Politicamente, s’intende che lo stesso bilancio, verrà di nuovo posto in una condizione di instabilità, se il paese non genererà ricchezza, avvitandosi nuovamente nella spirale del debito. Peccato che la leva più efficace per generare crescita sia proprio il lavoro, e proprio secondo (anche) i modelli danese e tedesco citati – dopo il nostro spunto – dal segretario del Pd. Evitando, di buttare risorse a fondo perduto in ammortizzatori destinati (comunque) a non durare (oltre ad andare a regime fra cinque – ! – anni), e utilizzandole piuttosto per rivitalizzare – attraverso la formazione – una forza lavoro che, come in Germania, come in Danimarca, può diventare il vero valore aggiunto – auspicabilmente, nel senso dell’innovazione – di aziende che, altrimenti, “dotate” della sola libertà di licenziare, preferiranno tirare i remi in barca e aspettare che cambi il vento (della crisi). Ma intanto migliaia, se non milioni, di lavoratori e di loro famiglie si troveranno in difficoltà (per usare un eufemismo); questo scollerà un paese che proprio nella sua coesione (nonostante tutto), ha fondato, finora, la propria tenuta – oltre che su un capitale di risparmio privato – e di basso indebitamento delle famiglie – che ha rappresentato l’unico vero argine all’ondata speculativa dei mercati, e che fa – ancora – ? Perché naturalmente la “stretta” dei licenziamenti costringerà molti a mettervi mano – della nostra economia – insieme al nostro tessuto di piccole e medie imprese – una economia comunque dotata di “buoni fondamentali”, come ripetono spesso i tecnocrati di Francoforte e Bruxelles – Ridurrà i consumi (già “uccisi” comunque dagli aumenti delle imposte). E questo, tanto più in piena (non a caso) recessione, non aiuterà (per usare un altro eufemismo). Ma il giornale della politica italiana ha a cuore soltanto il bene del Paese; e così, dopo l’introduzione critica, ancora una volta, nei confronti di questo governo, affida a Ginevra Baffigo un affresco (comunque impietoso) dei dati dell’Istat sulla disoccupazione (che questa riforma del lavoro non promette – strutturalmente – di ridurre, che semmai rischia – all’inizio – di aumentare e che per quanto riguarda i giovani, renderà – l’occupazione – (progressivamente) instabile – e non, flessibile! In mancanza di un impegno programmatico per la formazione e l’innovazione – a vita), sullo sfondo di un premier che, da Oriente, dice che “tutto va bene, l’Italia è uscita dalla crisi” (ricordando il suo predecessore e, oggi, principale sostenitore e mentore: vedi cravatte di Marinella in-debitamente raccontate da Elsa Monti su Chi); ma al quale concediamo “diritto di replica” e, comunque, il riconoscimento dei possibili punti di merito. Solo le (generose, e a volte al prezzo di sacrifici – per sé) onestà e responsabilità – e quindi la Politica – possono salvare l’Italia. Prima ce ne (ri)appropriamo (tutti), meglio sarà (per tutti). di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, il presidente del Consiglio: “Ops”

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di Ginevra BAFFIGO

La crisi, taciuta per tanti mesi, oggi è alle nostre spalle: parola di Mario Monti.

Con fare ottimista dal Boao Forum for Asia, la Davos d’Oriente, il professore dichiara che la crisi dell’Eurozona «è superata»: «l’Italia è tornata su un più solido sentiero economico». Il premier italiano, nell’ultimo giorno del suo lungo tour asiatico, invita così una platea di oltre duemila delegati a ridare fiducia ai nostri mercati: «Sono volato in Asia per chiedervi di rilassarvi un po’ circa la crisi dell’Eurozona».

Fra tutti, il suo interlocutore ideale sembra essere soprattutto il primo ministro cinese Li Keqiang: Monti ricorda infatti la «preoccupazione» internazionale per la crisi dell’Eurozona e l’attenzione con cui si osserva il suo operato al governo. Lui stesso ammette che quando si guarda alla nuova “gestione” dello Stivale lo si fa con un «misto di apprensione e speranza», perché l’Italia «era osservata come una possibile fiamma nell’incendio» d’Occidente, nonostante la situazione dei «fondamentali economici» fosse «sostanzialmente solida».

Una vera e propria iniezione di fiducia, che però per chi lo guarda dal Bel Paese rievoca vecchi fantasmi politici che di ottimismo hanno riempito gli orecchi degli italiani, tacendo un Leviatano che di giorno in giorno si faceva sempre più evidente e pericoloso.

L’opinione pubblica italiana è costretta per scrupolo storico a diffidare delle buone notizie elargite dall’alto degli spalti della politica. Non può permettersi altre dosi di ottimismo, soprattutto quando è immersa in una quotidianità che racconta tutta un’altra Italia.

I dati dell’Istat parlano infatti di una realtà ben meno ridente: quella dei due giovani su tre che non trovano lavoro, quella dei più alti tassi di disoccupazione dal 1992.

La disoccupazione solo nel mese di febbraio si attesta al 9,3% registrando così un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a gennaio e di 1,2 punti su base annua: un pericoloso zenit toccato solo nel 1992. Queste cifre, precisa l’Istat sono ancora da considerarsi provvisorie: si tratta infatti di stime e dati destagionalizzati.

Ma fatta la debita puntualizzazione, possiamo vedere come nel quarto trimestre 2011 il tasso di disoccupazione sia stato pari al 9,6%, nove decimi di punto in più rispetto ad un anno prima. Si tratta del tasso più alto dal quarto trimestre dal 1999. Diminuisce l’occupazione e cresce la disoccupazione: questa la morale.

Quello di febbraio è da considerarsi «un quadro preoccupante d’inizio 2012». Gli occupati sono 22.918 mila: mancano 29 mila unità rispetto a gennaio (pari a una diminuzione dello 0,1%). Ed è il caso di parlare di 29 mila unità “rosa”: il calo riguarda infatti la sola componente femminile. Quella delle donne disoccupate è la cronaca di una tragedia annunciata: in totale mancano 44mila donne occupate, rispetto a gennaio.

Se poi si osserva il numero dei disoccupati l’aumento è esorbitante: 16,6% (335 mila unità) su base annua. Gli uomini in cerca di lavoro sono 1,275 milioni, ripetiamo: un record dal IV trimestre del 1992.

Ancor più insostenibile sono i quadri che descrivono la situazione occupazionale dei giovani. A febbraio il tasso di disoccupazione giovanile aumenta di +0,9% rispetto al mese precedente e di +4,1% su base annua, attestandosi attorno al 31,9%. Lo ripetiamo: sono cifre insostenibili, soprattutto per un paese che non riesce a crescere.

Quando parliamo di disoccupazione giovanile è infatti bene ricordare che ci riferiamo ad una fascia che comprende gli attivi tra i 15 e i 24 anni. E per quanto tragica, la situazione sembra segnalare un lieve miglioramento: nell’ultimo trimestre del 2011 la disoccupazione dei 15-24enni era salita al 32,6%, rispetto al 29,8% dello stesso periodo dell’anno precedente, con un picco del 49,2% per le giovani donne del Mezzogiorno.

Il miglioramento è lieve, ma non determinante. Anche perché riflette un malcostume delle imprese italiane: quello di mandare la gente a casa in concomitanza dei giorni festivi e della chiusura dei bilanci annuali.

L’altra faccia della medaglia della preoccupante disoccupazione giovanile, come ci spiega ancora l’Istat, è dovuta dalla permanenza sul posto di lavoro degli over55, al crescente invecchiamento della popolazione nazionale e dall’inasprimento dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione.

E se si pensa che sia sufficiente valcare i confini nazionali per trovare un migliore orizzonte, i numeri dell’Eurostat non tardano ad ammonirci da simili illusioni. Anche sul piano europeo i numeri sono da record. Nei 27 paesi dell’Unione si sono raggiunti livelli mai visti prima. I disoccupati dell’area Euro nel –è il caso di dirlo– nefasto mese di febbraio arrivano ad essere 17 milioni 134 mila, mentre nella Ue27 24 milioni 550 mila: dati entrambi che i tecnici dell’ente statistico comunitario non avevano mai registrato in questi anni d’Europa.

Quanto al tasso di disoccupazione, il 10,8% stimato nell’Eurozona rappresenta il top dal giugno del 1997, ovvero l’apice dal lancio effettivo della valuta unica. Quello relativo alla Ue27 si attesta invece attorno al 10,2% e questo, lo diciamo con un certo allarme, è il valore più alto mai registrato nelle tabelle di Eurostat.

La crisi “è superata”, il Paese “è solido”: una storia italiana che parla della battaglia vinta in una guerra mascherata. Non rischiamo il default. Ma tante altre sono le storie degli italiani, per i quali il costo del pericolo sventato è quello di una nuova ritrovata povertà.

Storie queste di cui di certo non si può incolpare (del tutto) il professore. Come sostiene dai paesi in cui nasce ogni giorno il Sole, la riforma del mercato del lavoro è «mirata a modernizzare la rete di sicurezza sociale per i lavoratori e aumenta sensibilmente la flessibilità per le aziende nella gestione della forza lavoro». Monti nel ricordare le riforme strutturali, parla di «sostegno inusuale e non convenzionale da parte dei partiti e di un largo sostegno della pubblica opinione».

La crisi, lo ripetiamo senza ottimismo, è “superata”. Ma il costo è quello delle cifre che vi abbiamo raccontato. Il costo è quello di un Paese che non lavora, non cresce e che in fondo non convince gli emergenti Paesi del Sol levante.

Ginevra Baffigo

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