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Caro Pigi, questione non è solo reintegro Giusto salvare lavoratori da ‘carneficina’ Ciò che abbiam fatto in queste settimane Ma (solo) questo mantiene lo status quo E la riforma serve/a (ri)generare crescita Formazione per innovazione per ripartire

marzo 27, 2012 di Redazione 

Da questa discussione sulla riforma del lavoro non uscirà quello di cui l’Italia ha bisogno. Non uscirà se vincerà la linea Monti – eventualità peraltro ormai tramontata, perché se il governo dovesse insistere nel voler portare a conclusione il proprio tentativo, andrebbe a casa – ma nemmeno dai vertici dell’abc della politica. Perché la a e la c non hanno ancora saputo esprimere un solo concetto di merito sull’argomento; e la b muove dai nostri spunti, che però – evidentemente, ed ecco il problema – non è “culturalmente” – anagraficamente? – in grado di cogliere nel loro senso più profondo. Pigi ha infatti convenuto che il modello tedesco non prevede (solo) la libertà di licenziare, e che quel modello – insieme a quello danese – è meglio, per l’Italia, di un (ulteriore) adeguamento-annessione ad un mercato americano che è all’opposto della nostra tradizione della solidarietà e della coesione. Ma non sembra avere colto perché. La riforma del lavoro così come la propone Monti, serve solo a concedere alle aziende la libertà di liberarsi della zavorra dei lavoratori, salvando (solo) loro stesse. Quella concepita (?) da Bersani (?), semplicemente, è – a sua volta – inutile: perché se la libertà di licenziare tout court rappresenta solo un regalo nei confronti di una parte del paese, la semi-libertà di (non) licenziare – e basta – rappresenta in larga parte il mantenimento dello status quo, e dunque è (a sua volta) perfettamente inefficace (ad alcunché). Non è infatti il reintegro-e-basta il punto di forza dei modelli danese e tedesco; ma l’integrazione-rivitalizzazione del lavoro grazie alla formazione. Che – offrendo ai lavoratori rinnovate competenze e un ritrovato spessore culturale – (ri)genera continuamente (la – nuova) forza lavoro mettendola nella condizione di accompagnare (potendo svolgere mansioni sempre più specializzate) e anche di guidare (valorizzandone, nella possibile cogestione, le riaccresciute capacità) lo sforzo delle aziende per (r)innovare(/si). Puntando a rifare dell’Italia il luogo nel quale si concepiscono prodotti (e idee) in grado di fare sempre più la differenza sul mercato. E “anche” di offrire pezzi di futuro. Questo è ciò che fa (strutturalmente) la crescita; anche perché un’Italia che diventa – anche grazie ad un ritrovato respiro culturale, il cui perno non può che essere una televisione pubblica che torni a svolgere la propria funzione (“educativa”) – il luogo nel quale si (ri)genera il futuro del mondo, è un paese che può attrarre – molto più di una Cina o di Stati Uniti in formato ridotto, quanto a minori diritti del lavoro – numerosi investimenti. Perché tutti vorranno essere lì, con le loro imprese, a partecipare a questo nuovo Rinascimento italiano che – a partire dalla nostra Storia, che continua ad essere il fondamento più forte del successo del made in Italy; e che quindi è facile immaginare quale spinta ci potrebbe offrire se ci impegnassimo a rigenerarlo – fa dell’Italia il luogo più moderno, dinamico, proiettato al futuro; nella terra dove tutto ciò è già stato (più volte).

Nella foto, Casini e Bindi: apprezzano(?)

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