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Cara Fornero, ciò non è modello tedesco Il governo punta ‘solo’ ad abolire art. 18 E non (ri)genererà (ancora – la) crescita Ma permetterà ad imprenditori di salvarsi Ora basta (/di) prendere in giro lavoratori Germania: “operai” partecipano decisioni E viene consentito formarsi per rientrare Formazione x innovazione unica chance

marzo 15, 2012 di Redazione 

E l’entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori nel 2017 (!) – anche in mancanza della necessaria copertura economica – dimostra che il governo non fa affatto sul serio, se non nell’intendimento di “cambiare” (che significa svuotare) l’articolo dello statuto dei lavoratori che difende la loro libertà (di fronte ai propri datori di impiego). Stabilire che il reintegro scatterà solo per motivi discriminatori, e prevedere indennizzi che andranno – è facile immaginarlo, a crisi economica non (certo da questo) modificata – sempre riducendosi – è tecnicamente, una presa in giro dei lavoratori, perché la discriminazione prescinde (“già”) dall’art. 18 (nel senso che chi venga licenziato per quel motivo, già oggi viene reintegrato e dovrebbe esserlo anche in mancanza di art. 18), ed è presidiata dalla nostra Costituzione; che verrà – piuttosto – contraddetta (ulteriormente) da una (mancata) disciplina dei licenziamenti che peggiorerà, e non il contrario, le condizioni attuali di quello che tutti si ostinano a chiamare “mercato” del lavoro, e che coinvolgendo la vita delle persone dovrebbe essere invece riconcepito come un luogo nel quale ci si apre agli altri e si cercano soluzioni condivise, ma non (tra i cartelli di interesse) in una falsa concertazione, bensì (tra “lavoratori” imprenditori e dipendenti) nel definire i percorsi di uscita dalla crisi delle aziende senza scaricare tutto il peso sul lavoro (in tutti i sensi). La Germania è lontanissima dal modello Fornero, caro ministro. In Germania i lavoratori partecipano ai consigli di gestione delle aziende; la loro mobilità è “interna”, nel senso che non vengono licenziati bensì restano a disposizione delle (stesse) imprese (nelle quali lavoravano) fino a quando migliori condizioni economiche – che loro stessi, restando nell’ambito dell’azienda alle cui decisioni partecipano, avranno contributo a determinare – non consentono un (immediato) reintegro. E’ vero che noi abbiamo il problema di creare nuovi posti di lavoro; ma la (mancata) soluzione prospettata dal governo non crea nuovi posti: mantiene il numero attuale, solo scatenando una competizione efferata tra un maggior numero di persone (coinvolgendo, questo sì, anche i giovani: ma facendo in modo di ridurre/) riducendo le tutele non solo (però) per chi oggi ha già il posto (? Allo scopo di far entrare gli altri) ma ponendo una ipoteca definitiva sulla (in)stabilità (delle vite) di tutti i lavoratori del futuro, che non avranno più alcun impiego a tempo indeterminato. E tutto questo senza offrire loro in “cambio” (? Si può scambiare qualcosa per la vita di una persona? Perché di questo, si parla) nulla, per gli ammortizzatori “ritardati” e vacui e perché non si offre alcuna alternativa “immediata” al lavoro. Mantenendo gli ammortizzatori (puro) costo (a “fondo perduto”. E destinato per questo ad essere cancellato al prossimo colpo di vento – di crisi), sprecando l’opportunità di tramutarli (anche la cassa integrazione) in un investimento (proficuo!) per la costruzione del futuro; ed affidando ad improbabili corsi – che faranno la fine degli attuali stage – una (inefficace) ripreparazione per un nuovo inserimento che – non determinando tutto questo alcuna crescita: ci spiegate quale sia il passaggio? Noi, vi abbiamo spiegato che la riforma del lavoro è decisiva per farci ripartire. Ma non una “riforma” purchessia, ma “la” riforma nel senso dell’innovazione – non ci sarà. In Germania, al contrario, chi non lavora si forma (sul serio); e noi possiamo farlo in modo ancora più incisivo nel senso della crescita proiettando tutto questo nella chiave (“ideologica”) dell’innovazione: imprese nella possibilità di licenziare, ma solo a Pil in crescita (altrimenti si dà luogo alla carneficina alla quale rischiamo di avviarci con questa – mancata – riforma) e dopo che sia stato istituito un sistema di formazione continua – in uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese e dello stato – alla quale i lavoratori accedono “alternativamente” in un periodo (definito) di sospensione del lavoro per tornare poi (avvicendandosi con i loro colleghi) negli stessi (?) posti rinnovati nelle imprese che – coordinate dal governo – si stanno impegnando per innovare; e in cui esprimere tutta la (“rinfrescata”) competenza e spessore acquisito (anche per un arricchimento della propria vita! E non solo in chiave tecnico-funzionale) grazie alla formazione. Così si fa la crescita! Una crescita inarrestabile. Ma bisogna avere passione (per capirlo). E la tecnica – e questi tecnici – non ce l’ha. Ha lo stesso aplomb autoreferenziale (o referenziale nei confronti di interessi – particolari) – ben manifesto nella scortesia e nell’”arroganza” (così definita da Susanna Camusso) di alcuni suoi rappresentanti – della politica politicante (che, del resto, la sostiene). E senza passione (umana) non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

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