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Avevamo (ancora una volta) ragione noi Realacci: ‘Innovare (ri)fa(rà) grande Italia’ Della Loggia: “Purché ritorni ora Politica Riprenda il comando in luogo economia” Ma sovranità può esser europea/mondiale Obiettivo finale sia mondo unica nazione Torneremo ad essere la culla della civiltà di ANDREA SARUBBI

marzo 12, 2012 di Redazione 

Trichet: “L’Italia, con quelle sue risorse umane…”. Quello che l’ex capo della Bce voleva dire, quando, quest’estate, ci ha esortati ad avere fiducia in noi stessi è che la nostra nazione è sempre stata, e continua ad essere, un crogiolo di talento e potenzialità. E quanto a “particelle da sintetizzare” non abbiamo probabilmente mai smesso di essere, potenzialmente, la culla della civiltà. Lo conferma anche il deputato del Pd, che nel suo libro riprende la nostra tesi e l’arricchisce della citazione di graduatorie che ci danno, tutt’oggi, sul podio (dell’innovazione, e – quindi – nello smercio) in vari settori produttivi. Quello che manca, da trent’anni a questa parte, è – invece – la “sintesi”. Ovvero la Politica. Che negli anni ottanta, raggiunto il livello di benessere propiziato dalle scelte di lunga gittata, trent’anni prima, di Alcide De Gasperi, ha, insieme a molti nostri connazionali (che non avevano però la responsabilità della leadership), pensato ce l’avessimo (ormai. Definitivamente) fatta, riducendo il proprio impegno (nel nome di tutti. E cominciando a praticare quell’autoreferenzialità oggi diventata unico format della politica politicante) e avviando così il nostro declino. Quando all’inizio degli anni novanta il declino ha assunto le forme del…baratro e del possibile default, ecco che l’economia ha preso – (ir)responsabilmente – il posto (di comando) di una politica ormai corrotta e quindi supina; e grazie alle personalità di quell’azionismo storico oggi incarnato dalla tecnocrazia economica ci ha più volte salvato – tecnicamente, in tutti i sensi – dal fallimento. Ma sapendo – noi, da quel momento – intervenire solo su di un piano di (“pura”) (s)regolazione su cui non è però sufficiente agire per trascinare e mettere a sistema le risorse di una società (tanto più se, come accade oggi con il governo Monti, quelle regole vengono esclusivamente ridotte, riducendo in ultima analisi la nostra stessa libertà). E questo dunque oggi dobbiamo tornare a fare: definire un orizzonte da perseguire, e, così, riprendere a “sintetizzare” – in questo senso – queste nostre straordinarie “particelle”. E, proprio per ottimizzare questo ritorno della politica in luogo del solo “governo degli scambi commerciali”, è bene che tutto ciò avvenga all’insegna del recupero di un respiro etico e filosofico che ci consenta di stabilire (più consapevolmente) dove vogliamo andare, e quindi come, e di offrire nuovi spunti – e interi pezzi – all’evoluzione dell’(intera) umanità e alla (sua) Storia. E se l’innovazione è la chiave per coniugare crescita (individuale e quindi economica) e ritorno ad un respiro culturale (e quindi rigenerativo di – nuova – umanità) nelle nostre scelte, l’obiettivo finale – anche contando sull’apporto dei migranti, possibile nuova nervatura, con le loro storie, con le loro esperienze di vita, di una società – a causa di quel declino – della politica – oggi afflosciata su se stessa - non potrà che essere puntare ad adeguare la politica e le (sue) istituzioni a ciò che, culturalmente e socialmente, grazie (soprattutto) alla Rete, è (in parte) già avvenuto: ovvero (ri)unire non solo l’Europa ma il mondo intero in una prospettiva – pacificante, e rigenerante futuro – di possibile unica nazione. Perché le nazioni, lo diciamo all’editorialista del Corriere, con cui siamo – comunque – sempre più spesso d’accordo, sono sì indispensabili alla democrazia, ma non necessariamente debbono avere le forme che hanno preso nell’ottocento; e possono anche coincidere con l’attuale dimensione sovranazionale. Purché, naturalmente, sia resa democratica (in senso tecnico) e non più tecnocratica. Vale per l’Europa, vale per il mondo intero. Ma oggi, ancora, le nazioni “di una volta”, sì. E tra di loro la culla della civiltà di oggi e, se (solo) lo vorremo, di quella del futuro: l’Italia. Chiave della (ri)costruzione del domani. Dell’(intera) umanità. Il deputato del Pd, ora, ci racconta Green Italy, il nuovo libro di Realacci. di ANDREA SARUBBI

Nella foto, Ermete Realacci

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di ANDREA SARUBBI*

Era un po’ che volevo dire due parole sul libro di Ermete Realacci, che fa finta di parlare di green economy e invece parla di Italia. Si chiama Green Italy ed è uscito in questi giorni, ma siccome qualche mio collega lo ha già recensito molto meglio di me non mi metterò a raccontarlo per filo e per segno. Del libro dico solo due cose, perché poi vorrei parlare di Italia anch’io: la prima è che i proventi vanno tutti a Legambiente e alla fondazione Symbola, la seconda è che le emissioni di CO2 prodotte saranno compensate piantando alberi nel parco del Delta del Po. Premesso questo, dicevo, passiamo all’Italia, perché Ermete mi ha fatto scoprire molto più nazionalista di quanto pensassi: più andavo avanti con le pagine, più sentivo l’orgoglio di un Paese che non solo ce la può fare, ma che – quando vuole – ce la fa davvero. Tutte storie positive, poca teoria e tanta pratica, che andrebbero raccontate nelle scuole.

Nella prefazione di Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, c’è un passaggio che vorrei tatuarmi sulla coscia, perché mai come in questo periodo lo sento vero.

“Rimane purtroppo forte, dentro pezzi della classe dirigente nazionale, la vecchia Italia che si confronta con le nostalgie del passato che fu, dei tanti che a Sud e a Nord del Paese ancora cercano mercati protetti, degli orfani delle svalutazioni competitive e della spesa pubblica. La sfida è andare oltre il racconto dei tanti casi di successo, costruendo una nuova e duratura egemonia culturale, in grado di proporre alla società italiana una nuova via che sappia coniugare tradizione, saperi, innovazione, sostenibilità, regole, senso dello Stato e dell’etica pubblica. Dentro questa ancora lunga transizione sarà necessaria una forte coesione sociale. Occorrerà aiutare i tanti che dovranno acquisire nuove e inedite competenze, offrire ai giovani percorsi formativi adeguati al nuovo scenario, includere nei provessi sociali ed economici i tanti immigrati che, in un Paese con demografia calante, rappresentano una delle poche opportunità di crescita”.

È una ricetta di destra, di sinistra, di centro? Non lo so e non mi interessa, perché a mio parere è l’unica ricetta possibile. Ermete Realacci si diverte a scardinare i vecchi schemi, a mettere insieme il liberale Einaudi e il manifesto di Dave Bruno sulla sobrietà (“La sfida delle 100 cose”), a citare nella stessa pagina Bob Kennedy e Sarkozy (!) come esempi della necessità di andare oltre il Pil (che “considera positivi l’inquinamento dell’aria, la distruzione delle sequoie e la produzione di napalm e missili, ma non lo stato di salute delle famiglie, la qualità dell’educazione, la salubrità delle fabbriche, la bellezza e l’equità”), a fare il tifo per l’agricoltura biologica e la meccanica di precisione, a tirare fuori numeri che – da soli – sono un mezzo programma di governo:

“L’indice di competitività elaborato da Onu e Wto, il Trade performance index, colloca il nostro Paese al secondo posto, dietro la Germania, nella classifica dei dieci Paesi più competitivi nel commercio mondiale. Primo nel tessile, nell’abbigliamento e nel cuoio, pelletteria e calzature. Secondo nella meccanica non elettronica, in quella elettrica e negli elettrodomestici, nella chimica, nei prodotti manufatti di base (prodotti in metallo, marmi, piastrelle in ceramica), nell’occhialeria, nell’oreficeria e nei prodotti miscellanei. Terzo negli alimentari trasformati: vino, olio, pasta, conserve, prodotti da forno, carni lavorate”.

Ermete parla di un’Italia vincente, che naturalmente ha faticato per vincere e che spesso ha dovuto remare controcorrente, ma che nel mondo tutti ammirano. E mi colpisce molto, e mi stimola, questo suo approccio positivo, che forse al Centrosinistra finora è un po’ mancato, e che Ermete sintetizza in uno dei suoi cavalli di battaglia, la mitica ricetta delle Olimpiadi 2008:

“Alle Olimpiadi di Pechino erano bresciani molti dei fucili che hanno vinto medaglie, marchigiane le macchine elettriche, piemontesi le piste di atletica, lombarde le piscine, toscani molti degli scafi del canottaggio, e del Cnr la centrale di monitoraggio ambientale di Pechino, la più grande al mondo”.

In tutto questo, tra un piccolo miracolo italiano e l’altro, la politica fa una figura contrastante. Ottima in certe amministrazioni locali: dal comune di Torraca (Salerno), che converte a led tutta l’illuminazione pubblica, a quello di Cassinetta di Lugagnano (Milano), a consumo di suolo zero, passando per diversi esempi virtuosi. Pessima in alcune decisioni dei governi, che hanno deciso di rincorrere le economie emergenti “su campi da gioco che non sono i nostri, come qualcuno da destra ha provato a fare, indebolendo i diritti e le regole ambientali, o addirittura strizzando l’occhio all’illegalità, all’abusivismo e all’evasione fiscale”. Vabbe’, buona lettura.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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