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Siamo salvi (? Per un po’), ma pure fermi Governo non sa come generare crescita Tocca al Pd caricarsi sulle spalle il Paese Bersani, l’Udc ritornerà presto con Silvio Pd ‘torni’ ad essere (lui) partito dell’Italia (Ri)facendone (ora!) la culla innovazione

marzo 4, 2012 di Redazione 

Stiamo perdendo altro tempo. L’azione di pura amministrazione dell’esistente – di reiterazione del modello “attuale” (?) – messa in campo dal governo Monti è retrodatata, e/o priva di progettualità. L’affidamento delle sorti del Paese ai tecnici ha rappresentato una soluzione necessaria per affrontare l’emergenza, e nella sua capacità di far rientrare la crisi del debito offrendo rassicurazioni ai mercati anche rispetto alla serietà della nuova stagione di governo, l’esecutivo dei professori ha assolto alla propria funzione e reso un servigio all’Italia. Ma questo vale per un mandato di poche settimane/ mesi: il tempo di far rientrare la crisi nella sua fase più acuta, appunto, e di ripartire. Ecco: per ripartire il governo Monti è invece – spiace rilevarlo, proprio per il rispetto e la riconoscenza che gli dobbiamo – inadeguato. Il governo Monti ci sta spingendo a (ri)adeguarci ad un modello che è ormai superato: perché sta mostrando tutti i suoi limiti (come se non lo facesse, peraltro, da tempo) anche laddove è (in)compiuto – come negli Stati Uniti, la cui soluzione-tampone di alzare, ogni volta, il tetto del debito per potervi rientrare ed evitare il default, non può nascondere il fallimento di una politica economica in declino e che ha vissuto, fin’oggi, sui limiti delle altre e, per il resto, su un dominio di tipo – quasi – coloniale – e perché la stessa “soluzione”(? -)proposta di/ da Marchionne, altro non rappresenta che la certificazione di tutto questo, nel suo costituire un passo indietro rispetto alle conquiste (non solo per il diritto dei lavoratori) raggiunte (in Europa). Modernità – almeno per l’Italia che è già stata, e può tornare ad essere, la culla della civiltà; e non soltanto un Paese qualunque, più o meno “affidabile” e integrato, (ma) come (pezzo di) mercato, nel capitalismo mondiale – non è (necessariamente, soltanto) recepire (quindi) la piattaforma dell’ad Fiat, fatta (solo) di (sempre) meno diritti. E’ dirci, al contrario, che il lavoro non può (più) essere un “mercato”, perché le persone non sono merce e scambiarle semplicemente come se fossero prodotti – senza dare loro garanzie circa la libertà di costruirsi la propria vita, anzi, al contrario – è controproducente. Per tutti. E non è più sostenibile, nemmeno da parte di quel capitalismo che, per questo, vede mettere a repentaglio la propria stessa esistenza e il suo potenziale di pacificazione del pianeta. Che rischia di esplodere – definitivamente – in (rinnovati) conflitti se la crisi mette a nudo l’inconsistenza delle nostre vecchie certezze (materiali), e noi continuiamo – ciò nonostante – ad insistere ad affidare alla sola economia (liberista) il governo delle nostre vite (comuni). Ecco: modernità è capire tutto questo, e cambiare (un po’) direzione; non in senso vetero-comunista, anzi!, ridando linfa e futuribilità a quegli stessi interessi. Solo, umanizzandoli; riportando l’economia nel suo alveo di governo degli scambi (commerciali); restituendo alla Politica la cabina di comando del mondo. E Monti, presidente del Consiglio dei poteri forti, ma onesto e responsabile, ha una straordinaria opportunità di favorire questo processo mediando per questo compromesso (al rialzo). Non, come dice Matteo (Renzi), usare il consenso per fare il bene del Paese – ché per questo, il consenso cresce da solo, non c’è bisogno di averne un tesoretto – in tutti i sensi? – da spendere – ma per fare il bene di (tutti) i Paesi (e della futura unica nazione mondiale) convertendovi anche banche, potentati, multinazionali, facendo capire loro che è l’unica via per la (propria) salvezza. Riportando là dove ci sono le persone, e non merci, non più la semplice competizione (omologante – allo – stesso – target), non più il semplice mercato, ma – finalmente – la collaborazione, il sistema. E, proprio grazie a ciò, la (vera) libertà. L’Italia, che per colpa dell’”attuale” (? Proprio per questo) classe “dirigente” – di cui Monti fa parte da “almeno” diciotto anni – è indietro di trenta rispetto agli altri, ed è chiamata – perciò – a rifondare da zero il proprio sistema (?), ha – proprio per questa ragione! Straordinaria opportunità e non limite - l’opportunità (appunto) di indicare un nuovo modello. In concreto, si tratta (sì) di riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione, ma a 360°, recuperando anche – attraverso la formazione, l’arte, la filosofia, la cultura; oltre alla capacità di generare i migliori, e più avanzati, “prodotti” sul mercato – la capacità di ripensare il nostro futuro. Innovazione stella polare di un nuovo sistema-Paese – e non più, solo, di un mercato – in cui le persone siano motivate a tornare ad interessarsi (prima di tutto) ai contenuti (e non più solo al gossip pigro e autoreferenziale di ogni micro(?)cosmo della nostra società, “grande fratello” – orwelliano – d/nell’era della comunicazione); in un’Italia resa “campus a cielo aperto” anche grazie ad un uso finalmente illuminato della tivù pubblica, e rifacendo della nostra scuole e della nostra università il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo. E (ri)”collegando” tutto questo al mondo del lavoro attraverso la formazione (continua), mezzo con cui le imprese e i lavoratori – verso anche una maggiore condivisione delle scelte rispetto allo stesso percorso (di innovazione) delle aziende – possano rigenerare loro stesse/ i. Libertà di licenziare solo in una tensione alla crescita (e solo quando i numeri – del Pil – certificano che ci si sta riuscendo, onde evitare ogni – inutile – carneficina) e smettendo di prenderci in giro con tutti quegli specchietti per le allodole (di corsi fini a loro stessi) che mirano a convincerci che sia necessario (per quella stessa in-sostenibilità) abolire l’articolo 18, per poi, chi si è visto si è visto. Indennità di disoccupazione legata alla formazione, sì, ma non nell’attuale florilegio di stage, corsi convegni che (si) esauriscono (la loro spinta – vitale) un minuto dopo che l’azienda ha avuto la possibilità di licenziare. No, dunque, alla proposta-Ichino, finalizzata a valorizzare (solo) se stessa. Un sistema, invece, di formazione frutto di uno sforzo congiunto delle imprese e dello stato, che venga prima della libertà di licenziare (in sé) e si adotti come soluzione strutturale nella prospettiva di quello stesso (ri)orientamento nazionale verso la cultura e l’innovazione. La cultura non si mangia, ma – se (ri)genera se stessa, generando nuova umanità; e se non diventa un ramo…morto della nostra società, parassitario come la politica autoreferenziale – può dare da mangiare. Anzi: può consentirci di conoscere quel nuovo Rinascimento che è la (nostra) vera modernità, e che può cambiare, se la Politica ci crede, gli stessi destini del mondo (intero).

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