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M (ri)prende (in giro) politicanti (e Paese) “Gli italiani vogliono quella (mia) riforma” Quando sondaggi dicono esatto opposto Ma loro hanno paura di perdere poltrona E sacrificano coerenza su (proprio) altare
di LUIGI CRESPI

marzo 28, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Monti lo sa, che con Pigi ce la può fare. Perché il segretario di se stesso (riscattato dalla reazione degli ultimi giorni, ma solo se terrà la barra. Andare dietro a Monti – “Il Paese è, pronto” – non è un buon inizio) è debole, in mancanza di (nostre) idee, e perché il suo unico punto fermo è essere solidale – con i “colleghi” – nel difendere il (proprio) posto. Così, nonostante le rivolte nel paese – debitamente taciute dalla maggioranza dei quotidiani, ai quali, pure, degli italiani non importa nulla – il presidente del Consiglio, incassato il (nostro) colpo, (si) riprende (a circuire l’abc). Agitando il peggiore spauracchio (per l’”attuale” classe “dirigente” – ? – autoreferenziale di oggi): quello delle (sue) dimissioni. Che vorrebbe dire fine delle (in)certezze dei politicanti. Oggi uniti (purchessia) nel sostenere un governo che ha (per loro) l’unica (?) funzione di far proseguire la legislatura. E salvare (non l’Italia ma) la (loro) posizione. Lo dimostra l’ultimo vertice, in cui sulla riforma del lavoro si decide di non decidere (ma che possono decidere, poi, tre leader di partiti che, al netto dell’”attuale” sterilità, hanno identità opposte su tutto?), rimandando (irresponsabilmente) ogni intervento (ma la riforma del lavoro – sia pure non questa – è, urgente: su questo Monti – del resto imbeccato da noi – ha perfettamente ragione; ci torneremo auspicabilmente su nei prossimi giorni) ad “agosto” o addirittura al 2013, e in cui si rispolvera il passatempo (sempre buono) della discussione sulla legge elettorale (sic). Mentre l’Italia declina (perché abbiamo messo una pezza sul – l’immediato – rischio default, ma il “dottore” non ha saputo finora offrire alcuna “cura” definitiva. Leggi: ricette – organiche – per la crescita. E magari un adeguato taglio – strutturale – alla spesa, anche a costo di scontentare le clientele. E/ o “presto” rischiamo di tornare nella bufera), e un governo tecnico si assume la responsabilità di fare la riforma più politica (in grado di determinare un vero “cambiamento” – ? – di “prospettiva” – ? – ma contro gli interessi del paese) degli ultimi vent’anni, la “politica” (?) che fa? Si gingilla (ancora una volta) con se stessa. E sì che negli ultimi dieci giorni, da quando abbiamo “cominciato” ad offrirgli un punto di riferimento, il Pd ha guadagnato quasi un punto percentuale, come non era mai accaduto nell’era Pigi (figuriamoci in dieci giorni). E non, perché ci sia qualcuno più capace degli altri a fare tattica (politicismo): ma perché la difesa dell’art. 18 è, nell’interesse del paese, e la piu’ grande arma (vincente) della Politica è la (sua) verità, che è l’opposto sia dell’autoreferenzialità sia del populismo (che del resto è la “stessa” cosa – dell’autoreferenzialità). E’ quello che sostiene (anche) il grande sondaggista, che rileva (al contrario di quanto, autoreferenzialmente, millantato – per loro – stessi – dai politicanti) la grande voglia di (vera) Politica che si registra nel nostro Paese.
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Caro Pigi, questione non è solo reintegro Giusto salvare lavoratori da ‘carneficina’ Ciò che abbiam fatto in queste settimane Ma (solo) questo mantiene lo status quo E la riforma serve/a (ri)generare crescita Formazione per innovazione per ripartire

marzo 27, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Da questa discussione sulla riforma del lavoro non uscirà quello di cui l’Italia ha bisogno. Non uscirà se vincerà la linea Monti – eventualità peraltro ormai tramontata, perché se il governo dovesse insistere nel voler portare a conclusione il proprio tentativo, andrebbe a casa – ma nemmeno dai vertici dell’abc della politica. Perché la a e la c non hanno ancora saputo esprimere un solo concetto di merito sull’argomento; e la b muove dai nostri spunti, che però – evidentemente, ed ecco il problema – non è “culturalmente” – anagraficamente? – in grado di cogliere nel loro senso più profondo. Pigi ha infatti convenuto che il modello tedesco non prevede (solo) la libertà di licenziare, e che quel modello – insieme a quello danese – è meglio, per l’Italia, di un (ulteriore) adeguamento-annessione ad un mercato americano che è all’opposto della nostra tradizione della solidarietà e della coesione. Ma non sembra avere colto perché. La riforma del lavoro così come la propone Monti, serve solo a concedere alle aziende la libertà di liberarsi della zavorra dei lavoratori, salvando (solo) loro stesse. Quella concepita (?) da Bersani (?), semplicemente, è – a sua volta – inutile: perché se la libertà di licenziare tout court rappresenta solo un regalo nei confronti di una parte del paese, la semi-libertà di (non) licenziare – e basta – rappresenta in larga parte il mantenimento dello status quo, e dunque è (a sua volta) perfettamente inefficace (ad alcunché). Non è infatti il reintegro-e-basta il punto di forza dei modelli danese e tedesco; ma l’integrazione-rivitalizzazione del lavoro grazie alla formazione. Che – offrendo ai lavoratori rinnovate competenze e un ritrovato spessore culturale – (ri)genera continuamente (la – nuova) forza lavoro mettendola nella condizione di accompagnare (potendo svolgere mansioni sempre più specializzate) e anche di guidare (valorizzandone, nella possibile cogestione, le riaccresciute capacità) lo sforzo delle aziende per (r)innovare(/si). Puntando a rifare dell’Italia il luogo nel quale si concepiscono prodotti (e idee) in grado di fare sempre più la differenza sul mercato. E “anche” di offrire pezzi di futuro. Questo è ciò che fa (strutturalmente) la crescita; anche perché un’Italia che diventa – anche grazie ad un ritrovato respiro culturale, il cui perno non può che essere una televisione pubblica che torni a svolgere la propria funzione (“educativa”) – il luogo nel quale si (ri)genera il futuro del mondo, è un paese che può attrarre – molto più di una Cina o di Stati Uniti in formato ridotto, quanto a minori diritti del lavoro – numerosi investimenti. Perché tutti vorranno essere lì, con le loro imprese, a partecipare a questo nuovo Rinascimento italiano che – a partire dalla nostra Storia, che continua ad essere il fondamento più forte del successo del made in Italy; e che quindi è facile immaginare quale spinta ci potrebbe offrire se ci impegnassimo a rigenerarlo – fa dell’Italia il luogo più moderno, dinamico, proiettato al futuro; nella terra dove tutto ciò è già stato (più volte).
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Corriere, Fornero: “Art. 18 varrà per tutti” Ecco così la prova che lo avranno abolito ‘Riforma’ è solo ‘licenziamento selvaggio’ Dire no non è (più) “appiattirsi sulla Cgil” E’ (“solo”) dire no a interessi (particolari) Cgil stavolta persegue il bene del paese Pd non sia “affidabile”, pensi solo a Italia Formazione per innovazione per ripartire

marzo 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Cari Walter, Letta, Fioroni. Il giornale della politica italiana non ha mai condiviso la svolta (finto)socialista di Bersani. Una svolta autoreferenziale, perché non autentica – come dimostra l’iniziale sì di Pigi a questo accordo sul lavoro – e, comunque, perdente. Siamo stati noi a rilanciare, rigenerandolo, il concetto della vostra (nostra) “vocazione maggioritaria” del Pd. Che per noi è il “partito dell’Italia“. Ed è chiamato a darsi il solo obiettivo di fare il bene di (tutto) il Paese. Ma è proprio per questo, per questo Pd, che vi chiediamo oggi di dire no a questa non-riforma del lavoro, che ha il solo obiettivo di consentire il licenziamento selvaggio dei lavoratori. Non bastassero gli argomenti di merito – la possibilità di licenziare in piena recessione produrrà palesemente una carneficina sociale, portando le aziende a calare la zavorra dei loro dipendenti per salvare loro stesse tirando poi i remi in barca, senza (in un primo momento) neppure ripartire; accrescere il numero di aspiranti allo stesso numero di posti non aumenta l’occupazione, ma solo la competizione – sfrenata – tra candidati – non bastasse questo, dicevamo, ecco le bugie – sì, le bugie – del governo e in particolare del ministro Fornero, che confermano come le intenzioni dell’esecutivo siano opache, al punto che il titolare del Lavoro si trova costretto a presentare una realtà diversa da quella effettiva (evidentemente impronunciabile). Primo: “La via maestra sarà il contratto a tempo indeterminato”: ma quale tempo indeterminato, se le aziende potranno licenziare? Secondo: “Il nuovo art. 18 sarà esteso anche ai lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti”: ecco la prova che, qualunque sarà la modifica, verrà svuotato, reso inoffensivo. E il Corriere, stamane, titolando proprio con questa affermazione intellettualmente non onesta di Fornero, riconosce che tutto questo non genererà neppure un cicillo di crescita: appunto. Ma, allora, a che serve? Serve a perseguire un interesse (particolare), quello – di poter licenziare liberamente – di una classe imprenditoriale che così tornerà ad essere “padrona” dei suoi lavoratori. Se in piena crisi – in recessione! – si dà ad “un” imprenditore la libertà di licenziare i suoi dipendenti – sia pure con lo specchietto per le allodole di un ammortizzatore che (oltre ad andare a regime fra 5 anni) non durerà perché insostenibile economicamente: terza bugia (la più grave), su questo, del ministro del Lavoro – il datore dell’impiego deterrà una sorta di golden share sulla vita dei suoi dipendenti. 150 anni di conquiste della sinistra e dei lavoratori vanificate – in buona sostanza – dalla strategia suicida (proprio) di Pigi, a cui dobbiamo il cul de sac in cui ora ci troviamo calati. Senza che questo sia in alcun modo utile all’(intero) paese: il presidente Napolitano questa volta, spiace dirlo, ha torto: perché questa “riforma” non fa l’interesse generale, ma (altri) interessi (particolari). Che il governo Monti -spiace ancora di piu’ dirlo – incarna alla perfezione (molto meglio di Berlusconi! Da cui però, a quanto pare, ha imparato l’arte della mistificazione e del “ribaltamento della realtà”). In mancanza di alternative, anche, la (non) soluzione andrebbe presa in considerazione: ma le alternative ci sono (continuamente ri-elaborate e arricchite e poi proposte su queste pagine), già sperimentate (in altri Paesi. Che hanno costruito il loro boom su questo) e capaci, queste sì, di rigenerare quella crescita che, appunto, Dario di Vico stesso, oggi, riconosce non verrà con questa riforma. Il licenziamento selvaggio non è una conquista di modernità, ma un passo indietro, un “si salvi chi può” che va a discapito della (sola) vita delle persone più deboli. L’Italia non è alla canna del gas, l’Italia – se ritorna la Politica – ha un potenziale di crescita a doppia cifra che questa riforma, difensiva e tutt’altro che ambiziosa, allontana, e non persegue. Cari Walter, Letta, Fioroni. Nel voto in Parlamento sulla non-riforma del lavoro il Pd dica no, compatto, e intanto rilanci sul/ con l’innovazione. Il governo Monti vuole solo regalare alle aziende la libertà di licenziare, noi vogliamo rifare grande questo paese. Tutto. Senza, possibilmente, abbandonare al proprio destino nessuno.

Partito Democratico, adesso tocca a te (Con noi) la Cgil torna quella di Cofferati E salva sinistra/operai da sconfitta finale (Ma) ora il Parlamento ritorna/ i sovrano
(Ri)dica no a (sola!) abolizione dell’art. 18

marzo 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Eravamo arrivati al punto di non ritorno. Nella notte del ‘vertice’ tra Monti e l’abc della politica politicante Bersani aveva definitivamente calato le brache (alla sinistra). Che era sul punto di essere completamente inglobata e assimilata dalla destra. Senza che ciò fosse in alcun modo necessario per il bene del paese: no, presidente Napolitano, questa riforma non persegue l’interesse generale, ma quello dei (soli) imprenditori. Che avendo la possibilità di licenziare nel momento piu’ acuto della crisi – ovvero, in (piena) recessione – scaricheranno la zavorra dei lavoratori alleggerendo i propri costi e salvando loro stessi, ma senza far ripartire alcunché. E determinando una carneficina sociale: molte aziende – le piu’ piccole – e i loro lavoratori non hanno mai avuto l’art. 18, ma quelle con piu’ di 15 dipendenti – una minoranza, le aziende – hanno sotto contratto – per contro – la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani. Dunque: altro che questione “simbolica”, in gioco c’è – proprio – la libertà di licenziare. La crescita si fa in altro modo. Il giorno successivo il vertice la nostra strigliata. Il segretario Pigi capisce la portata dello scivolone (“E’ stato un errore parlare di accordo, quella notte”), ma soprattutto Susanna Camusso rimette in campo gli attribuiti che avevamo imparato a conoscer quand’era segretario confederale di Epifani. La leader della Cgil, grazie al nostro spunto, capisce finalmente che “l’unico obiettivo del governo è abolire l’art. 18″, e non “fare qualcosa per il lavoro” (che non aumenta se – solo – cresce il numero di aspiranti agli – stessi! – posti, generando – semmai – una sfrenata e controproducente competizione selvaggia. Tra poveri), e alza il muro del principale sindacato italiano. Monti, resosi conto che il gioco è stato scoperto (da noi), sente l’odore del (suo) sangue e si getta sulla preda: “Sull’art. 18 non si discute piu’, la partita è chiusa”, contando sul krumirato delle altre parti sociali (?). La partita non è (affatto) chiusa, ma serve un ultimo sforzo. Il presidente del Consiglio ha rimesso la palla alla Politica, facendo conto sulla debolezza di Pigi. Ma nel momento in cui ha rischiato (rischia) di scomparire, la Sinistra può – proprio in questo momento – tornare ad avere un senso e riprendere il proprio cammino. Vincente. Il Pd dica no a questa non-riforma. E se necessario sfiduci questo governo. Di destra. Amici dell’ala riformista, il licenziamento selvaggio, che uccide la coesione, serve solo ad una (piccola) parte. Non fa il bene del paese. Il bene del paese è smettere di cercare di salvare il salvabile, a discapito dei soliti noti, puntando – piuttosto – a (ri)fare dell’Italia la culla mondiale dell’innovazione. Licenziabilità di tutti, a quel punto, ma con la formazione permanente a rimettere in circolo la forza-lavoro “licenziata” e ripreparata e “rielevata” per accompagnare (e, magari, con la compartecipazione, e conseguente – maggiore – fidelizzazione dei lavoratori alla direzione delle aziende – come da (vero) modello tedesco! – contribuire a definire) lo sforzo di imprese coordinate dalla Politica nella chiave dell’innovazione. Indennità per chi partecipa ai corsi, pronto a tornare al lavoro pochi mesi dopo, avvicendandosi con chi ‘esce’ dall’impiego. E così via. Il salario di disoccupazione immaginato da Monti rappresenta soltanto un clamoroso spreco di risorse pubbliche (!) sperperate a fondo perduto per soddisfare il capriccio delle imprese di poter licenziare come e quando vogliono solleticato da Berlusconi nel 2001. Quando le indennità di (dis)occupazione possono invece costituire – associate alla formazione continua – un (proficuo) investimento nella costruzione del futuro dell’Italia. Liberando le nostre ineguagliate risorse (umane). E rafforzando (e non il contrario) la coesione. Così si fa la crescita. La sottolineatura dell’ipotesi di aumento del costo del lavoro per le assunzioni a tempo determinato – perché, dice Fornero, la “via maestra” dovrebbe essere il più produttivo rapporto di lavoro stabile – è l’ultimo specchietto per le allodole/ “presa in giro” da parte del governo – che rinnova così il proprio conflitto di interessi e (di)mostra di non agire nell’interesse generale – nei confronti dei lavoratori (e di chi, tra i loro “rappresentanti” – ? – pare voler farsi prendere in giro): è evidente che una volta abolito (svuotato; “deviato”) l’art. 18 nessuna impresa sarà “costretta” ad assumere a termine, perché a termine saranno di fatto divenuti anche i contratti a tempo indeterminato, che di fatto non esisteranno più. Interessi (particolari), e non interesse (generale). Caro Pd, la salvezza della Sinistra è nelle tue mani. E, con essa, quella di milioni di cittadini “deboli” e delle loro famiglie.

Ma in tre mosse Monti getta la maschera ‘Sinistra critica visione ‘arida/finanziaria” “La Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole” “Parti sociali, fidatevi: sì a prescindere” Sì, il presidente è proprio uomo di destra Pd/Pigi, perché mai lo sostieni – ancora? La Politica ritrovi ora respiro (culturale)

marzo 18, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il villaggio di cartone di Olmi. Sconcerto, di Toni Servillo. La Cultura, (così) chiave del nostro possibile Rinascimento, ci offre una lettura spietata ma, finalmente, realistica della nostra condizione (sociale). La con-petizione (anche solo all’acquisto, status-symbol – in tutti i sensi – dell’era dei mercati) porta all’omologazione (per la legge – del mercato – che la “concorrenza” – sociale – si batte innanzitutto pareggiandone le caratteristiche) e, così, alla sterilità (di pensiero). Come in Fahrenheit 451, di Bradbury e soprattutto di Truffaut, ciò è foriero di tre conseguenze: la (nostra) “falsità” (e quindi delle nostre relazioni); la perdita della capacità critica e quindi della libertà; la caduta (per – tutto – questo!) in uno stato (velato) di (profonda) disperazione che solo una mancata presa di coscienza ci consente – illusoriamente – di sopportare (?). E che – ad esempio – in Cina, dove tutto ciò è spinto alle (piu’) estreme conseguenze, non stanno (infatti. E tragicamente) sopportando piu’. In realtà questo è il momento in cui rinunciamo al – scegliete voi la percentuale – della Bellezza (possibile) delle nostre vite, oggi ridotte a (squallidi) consumi (di – anche attraverso l’incultura del gossip totalizzante – e come noi stessi, ri-definiti – in tutti i sensi – “consumatori”) e in cui – “come” (?) una persona depressa – non crediamo (pensiamo) piu’ in (a) niente, e tanto meno in (a) noi stessi, e finiamo per concludere (svuotati e sconfitti) che niente è possibile fare (individualmente e collettivamente) per cambiare (nemmeno Politicamente) questo stato di cose e restituirci dignità. E invece no. Olmi, Servillo, gli uomini-libro di Fahrenheit ci dicono che la cultura è la chiave per ritrovare il (nostro) orizzonte, e quindi Noi (in – prima – persona). Cultura non, come altro ramo – morto – della (sola) nostra economia. (Nella – stessa – competizione – e non il contrario -/,) fine (oggi) a se stessa. E quindi – come denunciava (all’opposto) Pierluigi Battista giovedì sul Corriere – fonte (come tutti gli altri comparti della nostra attuale “vita” – ? Sarebbe “meglio” dire mercato – comune) di corruzione e di sprechi. Cultura come rigeneratore della (nostra) umanità. Della nostra Libertà. Che si ottiene esattamente nel modo opposto a quello “liberista” e (finto)liberale: riproduttore di una falsa condizione di libertà che in realtà è quella dei poteri forti di tenerci schiacciati – in quella condizione – sotto i propri interessi. Ecco che cosa distingue la destra dalla sinistra in questo tempo. Proprio quella Libertà in nome della quale i “conservatori” ci hanno ridotti in un nuovo stato di “schiavitu’”, (im)Morale e quindi esistenziale. La Politica non è l’economia. Ha il compito di offrire un orizzonte a noi e alle nostre vite e non soltanto agli interessi di qualche banca o potentato. Sarà proprio in quel modo, che l’Italia tornerà a crescere e che renderà sostenibili e futuribili gli interessi economici. Riportandoli nel loro alveo: quelli di strumenti. E non di fini a cui piegare (in tutti i sensi) noi stessi.
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Italia può conoscere crescita a due cifre E la chiave è (proprio) riforma del lavoro Innovazione sia nuovo obiettivo comune Formazione per la crescita dei lavoratori Che (coinvolti) faranno crescere aziende Presidente Monti, ci (ri)ascolti (ancora) Torneremo ad essere la culla della civiltà

marzo 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La contestazione che alcuni altri rivolgono al presidente del Consiglio circa la sua riforma del lavoro è che “manca ancora completamente (a margine) lo sforzo per la crescita”. Nel senso che, bene il lavoro, ma poi – a parte – bisogna (pur) anche crescere. A riguardo Monti ha (un) torto e (una) ragione. Partiamo da quest0′ultima. Fu il Politico.it, poche ore dopo che l’ex presidente Bocconi disse che il tema della riforma del mercato del lavoro non era “matura”, ad indicare al governo che era proprio quella – ecco il punto – la sede, il livello nel quale trovare la chiave per rigenerare la crescita, e che lo sblocco di (tutta) la situazione, dunque, passava proprio di lì. Fu così che il presidente del Consiglio, il giorno dopo, riprese in mano la questione e disse che, al contrario (di quanto sostenuto poco prima), quella riforma era (divenuta) ”urgente”. Poi però Monti ha (avuto - un) torto: ma non perché la nostra valutazione fosse errata, ma perché è inadeguata (a questo scopo) la riforma del lavoro che poi l’esecutivo ha concepito. Giusto dunque che la riforma del lavoro sia “prioritaria”. Ma non è prioritario un accordo su qualcosa che persegue solo interessi (particolari) e non assolve alla propria funzione di essere invece la chiave per far ripartire la crescita. In un convegno tenutosi in settimana a Milano Sergio Romano ironizzava sulla crisi (esistenziale) della Cina di fronte ad una (propria) crescita al 7%, inferiore a quel boom che tutti ci aspettavamo. Questo ci dice due cose: la prima è che lo (stesso) modello riproposto da Monti – quello basato sulla (sola) libertà di licenziare, con ammortizzatori che, come segnalava ieri Antonio Polito sul Corriere, servono a salvarci e non a rilanciare – sta mostrando in Cina (dove “per questo” si assiste ad una inquietante sequela di suicidi) tutti i suoi limiti, e la sua pericolosità (sociale). La seconda è che, però, gli altri non sono dei marziani e (soprattutto) noi non siamo (mai stati!) dei lillipuziani. E possiamo aspirare non solo ad un misero punticino in più di Pil all’anno (che sarebbe comunque già molto, nella situazione da zero virgola attuale) ma ad una crescita di quelle dimensioni (cinesi. Attuali e potenziali). Se non (?), in prospettiva, a doppia cifra. Perché le nostre risorse intrinseche, fatte di straordinario “materiale” umano, di una straordinaria, vitale, vivace tradizione culturale, di una spettacolare posizione geografica e anche di un sistema delle (piccole) imprese che – a fronte della latitanza della politica – si è mantenuto tra i più solidi e competitivi al mondo (e in questo senso la “voglia” di Monti di aiutare gli imprenditori a conservare questo patrimonio è necessaria e va sostenuta), ci offrono “fondamentali” tali, quando troviamo la quadra per ripartire, da poter riesplodere. Come peraltro ci dicono tutti (dall’estero). Ma dobbiamo avere l’ambizione di provarci, e non soltanto limitarci a mettere qualche toppa alle nostre attuali difficoltà. Il lavoro può essere importante non solo per alleggerire il peso (economico) sulle nostre aziende in questo momento di crisi (attraverso l’abolizione-svuotamento dell’art. 18); e non solo per mettere in pratica tutto ciò in modo un po’ più responsabile di quello prospettato dalla riforma Berlusconi-Sacconi (e non Biagi) del 2001. A proposito: Alfano riprende il nostro spunto di ieri e conferma che questo governo si prepara (fino ad ora) a realizzare ciò che la destra aveva in animo sin dal 1994, e non era stata capace di fare. A (ulteriore) riprova delle nostre (buone) ragioni e della cantonata (speriamo possa rimediare) presa nella “notte” da Bersani. Che cos’è, in buona sostanza, che genera crescita? Una buona idea. Un buon dinamismo. E idee e dinamismo possono riguardare o i lavoratori (almeno quelli che hanno oggi accesso alla stanza delle decisioni) o gli imprenditori. Immaginate invece se la prima e la seconda venissero da entrambi e – non ci crederete - anche da chi li deve coordinare-indirizzare: la Politica. E’ chiaro che il potenziale di crescita si rafforzerebbe notevolmente. Ebbene, questa (virtuosa) condizione non è utopica e si può ottenere dandoci (la Politica) l’obiettivo di (ri)diventare (l’Italia) la culla dell’innovazione mondiale, e fornendo (le imprese e la politica) ai lavoratori le condizioni e gli strumenti per essere importanti e offrire un valore aggiunto in questo senso (attraverso la formazione – continua – e in generale un clima maggiormente “culturale”; sulla cultura come chiave del nostro possibile Rinascimento, e non solo come ramo – morto - della nostra società “denunciato” giovedì da Pigi Battista torneremo auspicabilmente nei prossimi giorni. E facendo partecipare – come in Germania! Questo è il vero modello tedesco – i lavoratori alla definizione del percorso – di innovazione – delle stesse imprese), e alle aziende (la Politica) la partnership, il coordinamento, il coinvolgimento necessario ad impostare (insieme) questo cambio di prospettiva. Chiaro che se invece di essere in piedi, emozionati dall’idea, i nostri rappresentanti (?) stanno (ben) seduti e mettono svogliatamente qualche toppa qua e là (alla cosiddetta antiopolitica), non andremo da nessuna parte. Ma se torna la passione, l’Italia può conoscere quel nuovo Rinascimento che non sarà solo (strettamente) economico; e proprio per questo ci può dare qualche chance di una crescita (futura) addirittura a doppia cifra. Si può fare. Non lo dice (solo) Walter. Ma il momento di muoverci è adesso. Questa (? Al contrario) riforma del lavoro.

Cara Fornero, ciò non è modello tedesco Il governo punta ‘solo’ ad abolire art. 18 E non (ri)genererà (ancora – la) crescita Ma permetterà ad imprenditori di salvarsi Ora basta (/di) prendere in giro lavoratori Germania: “operai” partecipano decisioni E viene consentito formarsi per rientrare Formazione x innovazione unica chance

marzo 15, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E l’entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori nel 2017 (!) – anche in mancanza della necessaria copertura economica – dimostra che il governo non fa affatto sul serio, se non nell’intendimento di “cambiare” (che significa svuotare) l’articolo dello statuto dei lavoratori che difende la loro libertà (di fronte ai propri datori di impiego). Stabilire che il reintegro scatterà solo per motivi discriminatori, e prevedere indennizzi che andranno – è facile immaginarlo, a crisi economica non (certo da questo) modificata – sempre riducendosi – è tecnicamente, una presa in giro dei lavoratori, perché la discriminazione prescinde (“già”) dall’art. 18 (nel senso che chi venga licenziato per quel motivo, già oggi viene reintegrato e dovrebbe esserlo anche in mancanza di art. 18), ed è presidiata dalla nostra Costituzione; che verrà – piuttosto – contraddetta (ulteriormente) da una (mancata) disciplina dei licenziamenti che peggiorerà, e non il contrario, le condizioni attuali di quello che tutti si ostinano a chiamare “mercato” del lavoro, e che coinvolgendo la vita delle persone dovrebbe essere invece riconcepito come un luogo nel quale ci si apre agli altri e si cercano soluzioni condivise, ma non (tra i cartelli di interesse) in una falsa concertazione, bensì (tra “lavoratori” imprenditori e dipendenti) nel definire i percorsi di uscita dalla crisi delle aziende senza scaricare tutto il peso sul lavoro (in tutti i sensi). La Germania è lontanissima dal modello Fornero, caro ministro. In Germania i lavoratori partecipano ai consigli di gestione delle aziende; la loro mobilità è “interna”, nel senso che non vengono licenziati bensì restano a disposizione delle (stesse) imprese (nelle quali lavoravano) fino a quando migliori condizioni economiche – che loro stessi, restando nell’ambito dell’azienda alle cui decisioni partecipano, avranno contributo a determinare – non consentono un (immediato) reintegro. E’ vero che noi abbiamo il problema di creare nuovi posti di lavoro; ma la (mancata) soluzione prospettata dal governo non crea nuovi posti: mantiene il numero attuale, solo scatenando una competizione efferata tra un maggior numero di persone (coinvolgendo, questo sì, anche i giovani: ma facendo in modo di ridurre/) riducendo le tutele non solo (però) per chi oggi ha già il posto (? Allo scopo di far entrare gli altri) ma ponendo una ipoteca definitiva sulla (in)stabilità (delle vite) di tutti i lavoratori del futuro, che non avranno più alcun impiego a tempo indeterminato. E tutto questo senza offrire loro in “cambio” (? Si può scambiare qualcosa per la vita di una persona? Perché di questo, si parla) nulla, per gli ammortizzatori “ritardati” e vacui e perché non si offre alcuna alternativa “immediata” al lavoro. Mantenendo gli ammortizzatori (puro) costo (a “fondo perduto”. E destinato per questo ad essere cancellato al prossimo colpo di vento – di crisi), sprecando l’opportunità di tramutarli (anche la cassa integrazione) in un investimento (proficuo!) per la costruzione del futuro; ed affidando ad improbabili corsi – che faranno la fine degli attuali stage – una (inefficace) ripreparazione per un nuovo inserimento che – non determinando tutto questo alcuna crescita: ci spiegate quale sia il passaggio? Noi, vi abbiamo spiegato che la riforma del lavoro è decisiva per farci ripartire. Ma non una “riforma” purchessia, ma “la” riforma nel senso dell’innovazione – non ci sarà. In Germania, al contrario, chi non lavora si forma (sul serio); e noi possiamo farlo in modo ancora più incisivo nel senso della crescita proiettando tutto questo nella chiave (“ideologica”) dell’innovazione: imprese nella possibilità di licenziare, ma solo a Pil in crescita (altrimenti si dà luogo alla carneficina alla quale rischiamo di avviarci con questa – mancata – riforma) e dopo che sia stato istituito un sistema di formazione continua – in uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese e dello stato – alla quale i lavoratori accedono “alternativamente” in un periodo (definito) di sospensione del lavoro per tornare poi (avvicendandosi con i loro colleghi) negli stessi (?) posti rinnovati nelle imprese che – coordinate dal governo – si stanno impegnando per innovare; e in cui esprimere tutta la (“rinfrescata”) competenza e spessore acquisito (anche per un arricchimento della propria vita! E non solo in chiave tecnico-funzionale) grazie alla formazione. Così si fa la crescita! Una crescita inarrestabile. Ma bisogna avere passione (per capirlo). E la tecnica – e questi tecnici – non ce l’ha. Ha lo stesso aplomb autoreferenziale (o referenziale nei confronti di interessi – particolari) – ben manifesto nella scortesia e nell’”arroganza” (così definita da Susanna Camusso) di alcuni suoi rappresentanti – della politica politicante (che, del resto, la sostiene). E senza passione (umana) non c’è Politica. E senza Politica l’Italia non si salverà.

Avevamo (ancora una volta) ragione noi E ora coinvolgiamo fratelli nordafricani Per fare insieme pressione su Assad
Il nostro Sud può tornare centro mondo

marzo 14, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ventiquattrore dopo il nostro articolo in cui denunciavamo il silenzio, persistente, dell’Italia (e – dell’Europa) sulla repressione – sul massacro – della rivolta in Siria, il governo – ancora una volta – ci “ascolta” e – anche alla luce di rapporti che svelano l’orrore delle pratiche utilizzate da Assad per colpire i propri stessi connazionali – ritira il proprio corpo diplomatico dal paese mediorientale, intervenendo finalmente in una situazione (internazionale) in cui troppe reticenze e troppa (falsa) prudenza stanno compromettendo il tentativo del popolo siriano di accedere finalmente alla democrazia e, comunque, ad un prezzo inaccettabile. Ma, indicavamo ieri al presidente del Consiglio, non possiamo fermarci qui: non lo possiamo fare sul piano diplomatico, perché questo nostro (primo) gesto non basterà a fermare la furia assassina di Assad; ma non possiamo farlo – nemmeno – sul piano politico, perchè suggerivamo ieri come a margine della crisi siriana si celino straordinarie opportunità per l’uscita dalla nostra, stessa crisi, e comunque per l’avvio di quel rilancio strutturale – leggi: la famosa crescita – per il quale il governo non ha ancora saputo compiere una vera mossa (quale non potrà esserlo una – falsa – riforma del lavoro finalizzata alla sola abolizione dell’art. 18 – gli ammortizzatori sono uno specchietto per le allodole insostenibile economicamente e destinato a non durare – e alla salvezza degli imprenditori, a discapito dei lavoratori – dipendenti – e quindi – in assenza dell’indicazione di un orizzonte comune da perseguire e della scelta di ri-unirci e di collaborare insieme all’insegna appunto del rilancio per perseguirlo – senza nessun beneficio per la nostra crescita. Al massimo, per salvare qualche azienda in più. Ma senza ripartire). Perché l’attrazione di investimenti sarà facilitata da un esecutivo – un paese – che esprima una leadership convincente a livello internazionale, e in qualche modo si faccia apprezzare; e perché la primavera araba offre un clamoroso, potenziale co-traino per lo sviluppo del nostro sud, e smettere di voltarsi dall’altra parte – a cominciare dalla Siria in rivolta – significa mettere le basi per una possibile politica economica comune. In un Mediterraneo – che comprende la Grecia!, e – che, aprendosi agli scambi – da/ verso l’Europa (continentale) e non solo – con l’oriente di Cindia – e considerato che parliamo della sponda settentrionale dell’Africa, quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà e offrirà il nuovo, principale focolaio di crescita al mondo intero - può aspirare realisticamente a tornare ad essere il centro – geopolitico, perchè culturale ed economico – del pianeta. Cosa stiamo aspettando? Impostiamo – ora! – con i nostri fratelli arabi dei paesi già “liberati” una comune pressione sulla Siria – e non solo sui giacimenti petroliferi – perché il massacro cessi immediatamente. E perché la (vera) democrazia trionfi (una volta tanto - anche da/ per noi).

Il governo ascolta (di nuovo) il Politico.it Ora Italia ha (preso) posizione sulla Siria Ecco il pezzo che l’ha spinto a ‘muoversi’

marzo 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

In Siria migliaia civili vengono massacrati. (Assordante) silenzio di Europa (‘e’ Italia). Non cresceremo se non farà nostro Sud. E Sud può rifarlo guardando a nordAfrica. (Ri)fare Mediterraneo culla innovazione. Ma per poterlo va aiutato popolo siriano. di MATTEO PATRONE e DESIREE ROSADI Read more

Avevamo (ancora una volta) ragione noi Realacci: ‘Innovare (ri)fa(rà) grande Italia’ Della Loggia: “Purché ritorni ora Politica Riprenda il comando in luogo economia” Ma sovranità può esser europea/mondiale Obiettivo finale sia mondo unica nazione Torneremo ad essere la culla della civiltà di ANDREA SARUBBI

marzo 12, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Trichet: “L’Italia, con quelle sue risorse umane…”. Quello che l’ex capo della Bce voleva dire, quando, quest’estate, ci ha esortati ad avere fiducia in noi stessi è che la nostra nazione è sempre stata, e continua ad essere, un crogiolo di talento e potenzialità. E quanto a “particelle da sintetizzare” non abbiamo probabilmente mai smesso di essere, potenzialmente, la culla della civiltà. Lo conferma anche il deputato del Pd, che nel suo libro riprende la nostra tesi e l’arricchisce della citazione di graduatorie che ci danno, tutt’oggi, sul podio (dell’innovazione, e – quindi – nello smercio) in vari settori produttivi. Quello che manca, da trent’anni a questa parte, è – invece – la “sintesi”. Ovvero la Politica. Che negli anni ottanta, raggiunto il livello di benessere propiziato dalle scelte di lunga gittata, trent’anni prima, di Alcide De Gasperi, ha, insieme a molti nostri connazionali (che non avevano però la responsabilità della leadership), pensato ce l’avessimo (ormai. Definitivamente) fatta, riducendo il proprio impegno (nel nome di tutti. E cominciando a praticare quell’autoreferenzialità oggi diventata unico format della politica politicante) e avviando così il nostro declino. Quando all’inizio degli anni novanta il declino ha assunto le forme del…baratro e del possibile default, ecco che l’economia ha preso – (ir)responsabilmente – il posto (di comando) di una politica ormai corrotta e quindi supina; e grazie alle personalità di quell’azionismo storico oggi incarnato dalla tecnocrazia economica ci ha più volte salvato – tecnicamente, in tutti i sensi – dal fallimento. Ma sapendo – noi, da quel momento – intervenire solo su di un piano di (“pura”) (s)regolazione su cui non è però sufficiente agire per trascinare e mettere a sistema le risorse di una società (tanto più se, come accade oggi con il governo Monti, quelle regole vengono esclusivamente ridotte, riducendo in ultima analisi la nostra stessa libertà). E questo dunque oggi dobbiamo tornare a fare: definire un orizzonte da perseguire, e, così, riprendere a “sintetizzare” – in questo senso – queste nostre straordinarie “particelle”. E, proprio per ottimizzare questo ritorno della politica in luogo del solo “governo degli scambi commerciali”, è bene che tutto ciò avvenga all’insegna del recupero di un respiro etico e filosofico che ci consenta di stabilire (più consapevolmente) dove vogliamo andare, e quindi come, e di offrire nuovi spunti – e interi pezzi – all’evoluzione dell’(intera) umanità e alla (sua) Storia. E se l’innovazione è la chiave per coniugare crescita (individuale e quindi economica) e ritorno ad un respiro culturale (e quindi rigenerativo di – nuova – umanità) nelle nostre scelte, l’obiettivo finale – anche contando sull’apporto dei migranti, possibile nuova nervatura, con le loro storie, con le loro esperienze di vita, di una società – a causa di quel declino – della politica – oggi afflosciata su se stessa - non potrà che essere puntare ad adeguare la politica e le (sue) istituzioni a ciò che, culturalmente e socialmente, grazie (soprattutto) alla Rete, è (in parte) già avvenuto: ovvero (ri)unire non solo l’Europa ma il mondo intero in una prospettiva – pacificante, e rigenerante futuro – di possibile unica nazione. Perché le nazioni, lo diciamo all’editorialista del Corriere, con cui siamo – comunque – sempre più spesso d’accordo, sono sì indispensabili alla democrazia, ma non necessariamente debbono avere le forme che hanno preso nell’ottocento; e possono anche coincidere con l’attuale dimensione sovranazionale. Purché, naturalmente, sia resa democratica (in senso tecnico) e non più tecnocratica. Vale per l’Europa, vale per il mondo intero. Ma oggi, ancora, le nazioni “di una volta”, sì. E tra di loro la culla della civiltà di oggi e, se (solo) lo vorremo, di quella del futuro: l’Italia. Chiave della (ri)costruzione del domani. Dell’(intera) umanità. Il deputato del Pd, ora, ci racconta Green Italy, il nuovo libro di Realacci. di ANDREA SARUBBI Read more

***L’errore capitale di Bersani***
CARA SINISTRA, SAPPILO: MONTI E’ UN SUPER BERLUSCONI
di PAOLO GUZZANTI

marzo 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché fa tutto ciò che il suo predecessore aveva promesso nel ’94, ma non aveva avuto la forza di realizzare. E si tratta di scelte “di destra”, non la destra storica (italiana ed europea) – puramente – conservatrice, ma la destra liberista e “americana”. La destra – per intenderci – di Marchionne. Destra è, per definizione, fare gli interessi – dei (più) forti. E oggi, nel mondo (dominato dal) mercato, fare gli interessi dei forti non coincide più, direttamente, con la difesa dello status quo; o meglio questo è lo scopo finale e l’effetto (auspicato), ma viene perseguito attraverso un (falso) riformismo che porta alla progressiva riduzione delle regole, così che la legge del più forte possa imperare (ancora meglio) e quella conservazione – delle distanze tra chi ha e chi non ha – possa…rinnovarsi. Altro che lotta ai (veri) privilegi… Inutile poi chiedere – come Bersani fa, non rendendosi conto di essere alla guida dello strumento per eccellenza per determinarla, senza passare per la benevolenza di chi non la può, costitutivamente, offrire – perequazione. Non avverrà mai (come non è mai avvenuta – storicamente). Su questo (stesso) terreno (su cui, in tutti i sensi, i ‘forti’ hanno i loro interessi). L’unica chance che la Sinistra ha di tornare a svolgere la propria funzione, che è fare il bene (non – solo – dei lavoratori ma) di tutti (insieme), è offrire – scriveva Mazzini – una ragione più alta. Quell’(alto) obiettivo comune per l’Italia dandoci il quale risaremo motivati a (ri)dare valore anche ad altro, dal (solo) denaro, riaprendo gli occhi (sulle persone) e riscoprendo (così) il piacere di collaborare, di fare sistema, e/ per in questo modo ricominciare a restituire il nostro Paese alla posizione che gli compete nel mondo. C’è stata una sola occasione in cui l’unico governo di centrosinistra capace di convincere la maggioranza degli italiani – al punto che, nonostante gli elettori “attivi” siano oggi in maggioranza di destra, il Paese gli offerse anche una seconda possibilità – sfondò il velo di incomunicabilità (elettorale) tra le aree di opinione e di sensibilità della destra e della sinistra, attraendo consensi anche da chi tradizionalmente – e per convinzione! – votava Berlusconi: quando l’Italia è tornata – sia pure solo per un momento – ad esercitare la propria leadership (mondiale) grazie alla guida di Romano Prodi e Massimo D’Alema nei giorni dell’(ultima) crisi in Libano. In quelle ore ascoltammo elettori di destra dire che quel governo piaceva loro, e molto. Che era il “loro” governo. Perché dopo trent’anni di tafazzismo, gli italiani hanno voglia di rialzare la testa; non, in forma vetero-aggressiva, ma competitiva, sì; ma non – ancora una volta, in un modo (ancora) più (meno) libero (?) e foriero di inimicizie e di avversione – tra di loro. Ma nella con-petizione – da rilanciare, in questi termini, e non più in chiave solo economica – per (ri)costruire – anche attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica – il futuro del mondo. E questo concretamente si fa dandoci l’obiettivo di ridiventare la culla mondiale dell’innovazione (a 360°, come evidenzia anche Ermete Realacci) attraverso la cultura e la formazione. Vedrete che, quando il nostro Paese apparirà di nuovo in grado – grazie alla Sinistra – di tornare (in maniera positiva e costruttiva; rigenerativa) a contribuire a scrivere pezzi di Storia – e non soltanto, più, il Paese – il (pezzo di) mercato – qualunque (anche se molto vezzeggiato. Da chi ha interessi – a che ri-diventiamo sempre più “affidabili”) a cui lo riduce la teoria mercatista della destra – i rapporti di forza, “anche” (o prima) da noi, saranno diversi da quelli a cui – stante l’attuale strategia-kamikaze di Pigi, di cui ci parla ora (di tutto questo) il deputato liberale – siamo di nuovo destinati se l’esperienza del governo Monti durerà fino al 2013, quando Berlusconi si prepara a raccogliere i dividendi della propria (ultima) semina (capolavoro). di PAOLO GUZZANTI Read more

E’ la generazione che rifarà grande Italia Sono nipoti dei padri della (nostra) Patria De Gregorio: “Raccolgono eredità nonni” Falcomatà: ‘Ma essere giovani non basta’
di ALESSIA FURIA

marzo 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma è un buon inizio. In tutti i sensi. Perché solo chi sia “figlio di questo tempo” può avvertire le necessità (morali) legate a questa fase storica per il nostro Paese. Perché le vive (sulla propria pelle), perché in Politica “gli spazi vuoti non esistono”; ma non, in chiave politicante-politicista, ma perché laddove c’è un’esigenza (profonda), ci sarà anche qualcuno capace di “soddisfarla”. E dunque, oggi, di trovare (avere) le risorse necessarie a (ri)dare una prospettiva all’Italia. Così come avvenne nel dopoguerra con i nonni – guidati da Alcide De Gasperi – degli stessi ragazzi di oggi che vogliono riprendere il filo di quel discorso, interrotto dalla generazione di mezzo, quella dei padri, che trovandosi (a loro volta) in una fase storica in cui il nostro Paese – grazie a quello sforzo originale – aveva raggiunto il benessere della quinta potenza economica del mondo, hanno finito per sedersi (sulla poltrona – del potere. “Figli” – a loro volta. Cooptati – del Sessantotto), avviando il declino che ci ha portati alla crisi (acuta) degli ultimi mesi e al rischio-default. La sensibilità di Concita de Gregorio, ieri, su Repubblica, rileva il “legame” che esiste, “è ormai chiaro”, tra “la generazione dei più vecchi e quella dei più giovani”. A cui appartiene Fabrizio Ferrandelli, i presunti brogli dei cui rappresentanti di lista confermano però come non tutto si esaurisca con la questione generazionale. Ce lo ricorda anche il nostro Franco Laratta, che in coda all’intervista a Falcomatà che stiamo per scoprire denuncia una (triste) vicenda di familismo autoreferenziale avvenuta alle nostre spalle nella stessa Calabria di Giuseppe. Ma è proprio per accedere ad una boccata di aria fresca, dopo la doccia fredda delle primarie palermitane, che oggi il giornale della politica italiana avvia una serie di interviste con esponenti di questa stessa generazione di nati dopo il 1980 – alla quale il Politico.it, in tutte le sue “forze”, “appartiene” – accomunati, però, da una reale “connessione sentimentale” con quelle esigenze (profonde) degli italiani la cui soddisfazione è il solo senso della Politica.”Pensare non solo alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni”, certo, e sono naturalmente coloro che ri-entrano in questa prospettiva (in tutti i sensi) – i giovani di oggi – ad avere questa possibilità. (Da) subito. Partiamo (proprio) da quel Sud in cui l’esigenza è ancora più forte, poiché là, in assenza – geo-politicamente – di un “traino”, di una prospettiva, l’autoreferenzialità dell’antipolitica è diventata (vera e propria, e diffusa) corruzione, e dunque ancora maggiore distanza da un qualsivoglia abbozzo di risposta alle “chiamate” della società. Il sud, lo abbiamo scritto, può ripartire solo se comprende – se la Politica, comprende – che le sue risposte non possono essere le (sole) stesse da dare al nord; e se si accorge che – appena qualche migliaio di chilometri – di mare – (ancora) più a sud, proprio dei giovani hanno gettato le basi per una (loro) ripartenza (dopo almeno un ventennio di – pieno – regime – autoritario. Sia pure con le peculiarità della Libia e di Gheddafi), che può – magari! – avvenire all’insegna di un progetto di sviluppo comune. Per rifare del Mediterraneo – e, quindi, delle terre a sud di Napoli – il (possibile) centro del mondo (del futuro. Appunto, in tutti i sensi. Compreso quello di ri-cominciare dall’innovazione). Giuseppe Falcomatà è impegnato ogni giorno proprio nel tentativo di scardinare l’attuale blocco della politica politicante – e corrotta – calabrese. In quella Reggio che (almeno nel suo caso) fu già illuminata dalla esperienza della Primavera propiziata dall’amministrazione guidata da suo padre, Italo, che raccoglieva il 70% dei consensi, “facendosi nemici (tra i politicanti) a destra e a sinistra”. A riprova di un fatto molto semplice: che la Politica vera, molto più del politicismo o, peggio, della demagogia e del populismo, è così profondamente nell’interesse del Paese, che il Paese, quando la riconosce, la premia ampiamente. Come ha fatto anche con Falcomatà, eletto con ben 2500 preferenze. Ce ne parla lui stesso.
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***Il ritorno del grande sondaggista***
CARI PIGI, VENDOLA, DI PIETRO: LA VOSTRA STAGIONE E’ FINITA
di LUIGI CRESPI

marzo 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

E comincia il tempo in cui le persone tornano a scegliere in base all’”offerta politica”, ai contenuti; perché nell’Italia in cui finisce (anche, “così”), oggi, ciò che era cominciato nel dopoguerra, gli italiani chiedono alla Politica di tornare ad indicare loro un orizzonte, e il modo in cui, concretamente, lo si possa perseguire. Per ritrovare la motivazione che consentì ai nostri nonni – forgiati dalle guerre e dalla dittatura – di compiere il boom e di lasciarci un’eredità tale da vivere di rendita fino, appunto, ad oggi. Quando però quell’esplosione di capacità, di genio, di creatività ha terminato la propria spinta propulsiva, la propria onda lunga, ed è necessaria – ora! – una classe dirigente che sappia – perché ne sente l’esigenza (morale) avviarne una nuova. Ora, prima che sia troppo tardi. Tutto questo è perfetta- mente (?) “certificato” (speriamo non sia proprio il caso di dirlo), scrive l’ex spin doctor di Berlusconi, dal volto (al contrario) e dalla vittoria (sia pure ora rimessa in discussione), nelle primarie del centrosinistra a Palermo, di Ferrandelli – ma anche dal buon risultato di Davide Faraone – 31enne ex Idv che proponeva – perché aveva, da dire – qualcosa per la città. E, comunque, una visione, una – in tutti i sensi – prospettiva. quella che l’attuale classe dirigente autoreferenziale non è più in grado di offrire. Perché non (ne) sente più (la) necessità. E quindi sì, caro Pigi, è ora di “toglierci dai c…”. Ma non tutti (noi), ma voi che siete al potere da (ben più di) vent’anni, i trenta del nostro declino, e di certo – è ormai comprovato – non avete le risorse (morali, e – quindi – Politiche) per farci rialzare in piedi e ripartire. Come – sia pure in modo diverso – non le ha il presidente del Consiglio e il suo governo, Politico nel momento in cui sarebbe meglio si limitasse ad essere tecnico (quando minaccia di – non – riformare il lavoro abolendo l’art. 18, configurando una concezione – Politica – liberista e legata – in tutti i sensi? – al mondo dei mercati), e tecnico quando dovrebbe essere Politico (se è vero che sia necessario offrire un punto di riferimento al Paese non solo nei termini, meritori, di un buon esempio – di sobrietà, direbbe Papaleo – ma anche come leadership e capacità di indicare un orizzonte e suscitare il necessario entusiasmo. Necessario ad un Paese che ha bisogno di rialzarsi, e ritrovare se stesso, e non solo di vedersi cambiare regole che non ha la forza – di fare – per “rispettare” – in senso – anche – alto). Il commento del capo di Crespi Ricerche. di LUIGI CRESPI Read more

Siamo salvi (? Per un po’), ma pure fermi Governo non sa come generare crescita Tocca al Pd caricarsi sulle spalle il Paese Bersani, l’Udc ritornerà presto con Silvio Pd ‘torni’ ad essere (lui) partito dell’Italia (Ri)facendone (ora!) la culla innovazione

marzo 4, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Stiamo perdendo altro tempo. L’azione di pura amministrazione dell’esistente – di reiterazione del modello “attuale” (?) – messa in campo dal governo Monti è retrodatata, e/o priva di progettualità. L’affidamento delle sorti del Paese ai tecnici ha rappresentato una soluzione necessaria per affrontare l’emergenza, e nella sua capacità di far rientrare la crisi del debito offrendo rassicurazioni ai mercati anche rispetto alla serietà della nuova stagione di governo, l’esecutivo dei professori ha assolto alla propria funzione e reso un servigio all’Italia. Ma questo vale per un mandato di poche settimane/ mesi: il tempo di far rientrare la crisi nella sua fase più acuta, appunto, e di ripartire. Ecco: per ripartire il governo Monti è invece – spiace rilevarlo, proprio per il rispetto e la riconoscenza che gli dobbiamo – inadeguato. Il governo Monti ci sta spingendo a (ri)adeguarci ad un modello che è ormai superato: perché sta mostrando tutti i suoi limiti (come se non lo facesse, peraltro, da tempo) anche laddove è (in)compiuto – come negli Stati Uniti, la cui soluzione-tampone di alzare, ogni volta, il tetto del debito per potervi rientrare ed evitare il default, non può nascondere il fallimento di una politica economica in declino e che ha vissuto, fin’oggi, sui limiti delle altre e, per il resto, su un dominio di tipo – quasi – coloniale – e perché la stessa “soluzione”(? -)proposta di/ da Marchionne, altro non rappresenta che la certificazione di tutto questo, nel suo costituire un passo indietro rispetto alle conquiste (non solo per il diritto dei lavoratori) raggiunte (in Europa). Modernità – almeno per l’Italia che è già stata, e può tornare ad essere, la culla della civiltà; e non soltanto un Paese qualunque, più o meno “affidabile” e integrato, (ma) come (pezzo di) mercato, nel capitalismo mondiale – non è (necessariamente, soltanto) recepire (quindi) la piattaforma dell’ad Fiat, fatta (solo) di (sempre) meno diritti. E’ dirci, al contrario, che il lavoro non può (più) essere un “mercato”, perché le persone non sono merce e scambiarle semplicemente come se fossero prodotti – senza dare loro garanzie circa la libertà di costruirsi la propria vita, anzi, al contrario – è controproducente. Per tutti. E non è più sostenibile, nemmeno da parte di quel capitalismo che, per questo, vede mettere a repentaglio la propria stessa esistenza e il suo potenziale di pacificazione del pianeta. Che rischia di esplodere – definitivamente – in (rinnovati) conflitti se la crisi mette a nudo l’inconsistenza delle nostre vecchie certezze (materiali), e noi continuiamo – ciò nonostante – ad insistere ad affidare alla sola economia (liberista) il governo delle nostre vite (comuni). Ecco: modernità è capire tutto questo, e cambiare (un po’) direzione; non in senso vetero-comunista, anzi!, ridando linfa e futuribilità a quegli stessi interessi. Solo, umanizzandoli; riportando l’economia nel suo alveo di governo degli scambi (commerciali); restituendo alla Politica la cabina di comando del mondo. E Monti, presidente del Consiglio dei poteri forti, ma onesto e responsabile, ha una straordinaria opportunità di favorire questo processo mediando per questo compromesso (al rialzo). Non, come dice Matteo (Renzi), usare il consenso per fare il bene del Paese – ché per questo, il consenso cresce da solo, non c’è bisogno di averne un tesoretto – in tutti i sensi? – da spendere – ma per fare il bene di (tutti) i Paesi (e della futura unica nazione mondiale) convertendovi anche banche, potentati, multinazionali, facendo capire loro che è l’unica via per la (propria) salvezza. Riportando là dove ci sono le persone, e non merci, non più la semplice competizione (omologante – allo – stesso – target), non più il semplice mercato, ma – finalmente – la collaborazione, il sistema. E, proprio grazie a ciò, la (vera) libertà. L’Italia, che per colpa dell’”attuale” (? Proprio per questo) classe “dirigente” – di cui Monti fa parte da “almeno” diciotto anni – è indietro di trenta rispetto agli altri, ed è chiamata – perciò – a rifondare da zero il proprio sistema (?), ha – proprio per questa ragione! Straordinaria opportunità e non limite - l’opportunità (appunto) di indicare un nuovo modello. In concreto, si tratta (sì) di riorientare il nostro sistema nel senso dell’innovazione, ma a 360°, recuperando anche – attraverso la formazione, l’arte, la filosofia, la cultura; oltre alla capacità di generare i migliori, e più avanzati, “prodotti” sul mercato – la capacità di ripensare il nostro futuro. Innovazione stella polare di un nuovo sistema-Paese – e non più, solo, di un mercato – in cui le persone siano motivate a tornare ad interessarsi (prima di tutto) ai contenuti (e non più solo al gossip pigro e autoreferenziale di ogni micro(?)cosmo della nostra società, “grande fratello” – orwelliano – d/nell’era della comunicazione); in un’Italia resa “campus a cielo aperto” anche grazie ad un uso finalmente illuminato della tivù pubblica, e rifacendo della nostra scuole e della nostra università il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo. E (ri)”collegando” tutto questo al mondo del lavoro attraverso la formazione (continua), mezzo con cui le imprese e i lavoratori – verso anche una maggiore condivisione delle scelte rispetto allo stesso percorso (di innovazione) delle aziende – possano rigenerare loro stesse/ i. Libertà di licenziare solo in una tensione alla crescita (e solo quando i numeri – del Pil – certificano che ci si sta riuscendo, onde evitare ogni – inutile – carneficina) e smettendo di prenderci in giro con tutti quegli specchietti per le allodole (di corsi fini a loro stessi) che mirano a convincerci che sia necessario (per quella stessa in-sostenibilità) abolire l’articolo 18, per poi, chi si è visto si è visto. Indennità di disoccupazione legata alla formazione, sì, ma non nell’attuale florilegio di stage, corsi convegni che (si) esauriscono (la loro spinta – vitale) un minuto dopo che l’azienda ha avuto la possibilità di licenziare. No, dunque, alla proposta-Ichino, finalizzata a valorizzare (solo) se stessa. Un sistema, invece, di formazione frutto di uno sforzo congiunto delle imprese e dello stato, che venga prima della libertà di licenziare (in sé) e si adotti come soluzione strutturale nella prospettiva di quello stesso (ri)orientamento nazionale verso la cultura e l’innovazione. La cultura non si mangia, ma – se (ri)genera se stessa, generando nuova umanità; e se non diventa un ramo…morto della nostra società, parassitario come la politica autoreferenziale – può dare da mangiare. Anzi: può consentirci di conoscere quel nuovo Rinascimento che è la (nostra) vera modernità, e che può cambiare, se la Politica ci crede, gli stessi destini del mondo (intero).

Santoro: Italia deve scegliere modernità? Significa: adottare la tesi di Marchionne Sì, abbiamo bisogno attrarre investimenti Ma ciò non a scapito di vita (di lavoratori) Meno diritti uguale sempre meno diritti Chiave di nostro futuro si chiama cultura Ma non (solo) conservazione del passato Italia (ri)generi (ancora) futuro del mondo Torneremo ad essere la culla della civiltà E ‘tutti’ (!) vorranno (re)investire (da noi)

marzo 2, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

No, caro Michele: non è vero che l’unica via alla crescita sia ridurre gli spazi (di vita) dei lavoratori. Abolire l’art. 18. Ridurre i tempi delle pause nel corso di una giornata di lavoro. Ridurre – o non armonizzare – i salari. Questa è la tesi dell’ad Fiat, che non è il presidente del Consiglio – portatore di una responsabilità generale – e non ha (infatti) esitato, in tempi recenti, a mettere il proprio stretto interesse di attore sul mercato davanti ad ogni principio di opportunità non solo nei confronti dei lavoratori ma dell’intera nazione – chiudendo stabilimenti, trasferendo armi e bagagli in America, minacciando di farlo ancora, di più – nonostante – come hanno ricordato in molti – la casa torinese (?), oltre ad essere un simbolo del nostro Paese, (lo è anche perché) ha ricevuto cospicui aiuti da parte dello Stato dal dopoguerra ad oggi. E invece no. Noi possiamo infischiarcene della soluzione di (suo) comodo (in mancanza della – sua – capacità di fare altrettanto dalla plancia della Fiat, che fatica a creare nuovo valore aggiunto. Leggi: auto vincenti sul mercato) di Marchionne e rendere il sistema-Italia (il) più appetibile non solo perché il diritto dei lavoratori viene ridotto all’osso, come avviene in Cina, dove – però, attenzione (!) – per questo – causa di numerosi, continui suicidi tra i “lavoratori”-schiavi – la prospettiva di uno sviluppo inarrestabile, a doppia cifra e superiore, per ritmo e intensità, a quello degli Stati Uniti comincia a traballare. Il giornale della politica italiana ha una gran voglia di vedere, di “scoprire” – invece – quel nuovo Rinascimento che è nelle possibilità dell’Italia se cambia subito direzione (anche rispetto a questa ipotesi), e passo. Nuovo Rinascimento che può consistere in un’era nella quale un’Italia “campus a cielo aperto” – in cui un’università rifondata e una scuola primaria in cui siano stati iniettati nuovi stimoli mietano i risultati di un ritorno alla cultura (in senso ampio) come cifra quotidiana della nostra esistenza anche grazie ad un uso finalmente illuminato della tivù pubblica – torna progressivamente ad essere la culla della cultura mondiale e con essa della civiltà, ovvero del progresso. Immaginatevi un Paese che si ri-ha della propria capacità di pensare, e che torni ad impegnarsi, e a creare. E’ un Paese la cui economia esploderebbe (in senso positivo!) nel giro di poco: un’Italia che vedrebbe i propri migliori cervelli tornare nella loro patria e produrre qui i loro risultati scientifici e artistici, un’Italia in cui le politiche culturali tornerebbero ad avere il respiro di ciò che genera futuro, ovvero di una cultura che crea e che innova e fa tendenza, e Storia. E’ un Paese alla nostra portata. Un Paese che può essere fatto da un nuovo Risorgimento (senza macchie) che sostituisca questa nostra politica autoreferenziale ora, e senza la necessità di un passaggio buio della Storia che confermi, creando le condizioni per il rinnovamento, la “consolante dottrina del progresso” di Cattaneo. Siamo padroni del nostro futuro; riprendiamo in mano le redini della Storia e facciamolo, ora, traendo dal declino nel quale ci siamo ficcati e che sarà inesorabile – se non cambiamo direzione subito (anche rispetto ad una guida governativa assolutamente piatta e “conservatrice”!), la forza necessaria. Quando saremo tornati ad essere il luogo in cui si rigenera il futuro (del mondo!), vedrete dove gli investitori avranno voglia – attratti dal nostro dinamismo – di portare i loro capitali da investire. Read more

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