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Monti venerato. Ma ch’ha fatto davvero? Liberalizzazioni ‘nostro’ minimo sindacale Riforma di lavoro (solo) per abolire art.18 Interessi dei merca(n)ti (e non dell’Italia) A cui serve ritrovare il Sud e un progetto Sia tornare ad essere la culla della civiltà

febbraio 29, 2012 di Redazione 

Ecco perché il governo Monti è, ad un tempo, eminentemente tecnico e Politico. E perché il giornale della politica italiana, che per primo aveva indicato la possibile fine dell’esigenza storica ed ideologica della destra e sinistra, è tornato ad usare queste categorie per definire l’esperienza montiana così come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento. Il governo Monti è emintentemente tecnico perché non ha l’ambizione – e la concezione – per cambiare la nostra società nella sua impostazione di fondo (se è vero che non può essere considerato tale accentuare una deriva in senso liberista già avviata e, come vediamo a livello mondiale, a lungo andare controproducente. Per tutti); per determinare quel ribaltamento di piano di cui una società in crisi, da tempo, un Paese per molte ragioni fermo e a rischio di afflosciarsi su se stesso e un sistema capitalistico a sua volta costretto a confrontarsi con i propri limiti, hanno bisogno per non implodere, rischiare – comunque, al prossimo cambio di vento e di governo – nuovamente il default (nonostante i risparmi compiuti nel 2011)  e accentuare una crisi democratica i cui esiti sono per molti versi imprevedibili. O tristemente prevedibili. Tecnica è infatti il semplice “aggiustamento” (?) dell’esistente; o, nel caso dell’Italia, l’(ulteriore) adeguamento (o, meglio, assorbimento) delle nostre regole al (nel) sistema dominante o, meglio, alle richieste di chi oggi lo controlla; e che però, come abbiamo visto, avrebbe bisogno a sua volta di essere rimesso in discussione. E, ad un tempo, questo configura una scelta (? O una mancanza di consapevolezza) Politica: perché la cultura del mercato (o, meglio, liberista), oggi, è la cultura della destra, nella misura in cui la destra continua a rappresentare quel conservatorismo (sia pure a volte mascherato da – questo – finto – riformismo) finalizzato ad assicurare il mantenimento dei privilegi non – attenzione – dei “piccoli” (?) – quelli che Monti ha tentato di “colpire” senza riuscirci, almeno per quel che riguarda i tassisti – ma dei poteri (forti) che tirano le fila del sistema (a scapito dei deboli – senza potere. Nel vuoto di democrazia per questo capitalismo). Liberalizzare l’accesso alle professioni rappresentava il minimo sindacale per rendere moderno il nostro Paese già negli anni ’70-’80; che nel frattempo non fosse stato fatto, costituisce il segno di un declino e di una successiva, conseguente autoreferenzialità di una nostra politica che, lei, non ha assolto alla propria funzione. Colmare (?) questa mancanza non è sufficiente a rimettere in carreggiata (o, – ancora – meglio, sulla corsia di sorpasso del mondo) l’Italia. Riecco, in un pezzo del nostro direttore dell’ottobre scorso, la differenza tra il semplice adeguamento tecnico – e “non ostile” ai poteri forti, come dimostra (?) la sovrapponibilità con la lettera della Bce di fine estate – del nostro sistema, e il – (sempre più) necessario – cambio di direzione, invece, Politico.

Nella foto, il presidente del Consiglio

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di MATTEO PATRONE

Ma Bersani, Fassina, Letta e persino Prodi (!), pensano veramente che le indicazioni contenute nella lettera della Bce – di fronte alla quale i nostri nonni, che non hanno mai consentito si rendesse necessaria, avrebbero comunque reagito con un sussulto di orgoglio e di dignità – rappresentino la soluzione POLITICA - di qualunque matrice la si voglia considerare - ai problemi dell’Italia?

E’ vero che negli ultimi vent’anni il nostro Paese è stato ripetutamente guidato da economisti – al punto che se ne è riproposto un altro per uscire dall’impasse – ma può, la nazione del boom propiziato dalle scelte di lunga gittata di Alcide De Gasperi, confondere il (sostanziale) adeguamento TECNICO del nostro sistema allo status delle moderne democrazie, con l’assunzione di responsabilità POLITICA di definire l’orizzonte verso il quale muoverci?

Le nostre possibilità di salvarci – e di tornare grandi – sono legate alla capacità di (ri)diventare la culla dell’innovazione (a 360°), e di creare un nuovo centro – geopolitico! E non politicista – intorno al nostro sud. Non certo alle (semplici, e – pure – ovviamente necessarie!) liberalizzazioni e privatizzazioni, che rappresentano il minimo sindacale per un Paese moderno.

MATTEO PATRONE

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