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Se Governo Monti fa minimo (sindacale) Politica è (ri)costruzione futuro dell’Italia Ma per politicanti è assicurazione su vita Preferiscono tacere pur restare in sella Ma (nostra) modernità non può aspettare

febbraio 20, 2012 di Redazione 

Quando la politica(?) abdica alla tecnica(?)…si finisce nella – pura – amministrazione dell’esistente, senza progettare più nulla. Ma se l’esistente è vecchio, non basta conservarlo nel migliore(?) dei modi per far sì che torni a funzionare: bisogna proprio ripensarlo e ricostruirlo. E per questo ci vuole la Politica. La Politica; e non l’economia (e basta): o la riprogettazione sarà per un (semplice) “mercato” e non di un Paese. E noi vogliamo continuare (?) ad essere cittadini italiani ed europei (e “del mondo”), e non (più – ?, solo) “consumatori”. Ma anche per ciò che riguarda la (sola) economia. Quali sono i provvedimenti “forti”, di svolta (rispetto al declino politico degli ultimi trent’anni, e non solo al buco nero dell’autoreferenzialità di oggi) assunti dal governo Monti, tali da giustificare l’idea che siamo nelle mani giuste (per fare tutto ciò che è necessario) e che ora possiamo stare (o tornare a stare, senza più il timore di una rivolta popolare contro la Casta?) tutti tranquilli (e ricandidare Monti, a questo scopo!, ad aeternum)? Liberalizzare l’accesso alle professioni, per quanto utile e “giusto”, è – ci mancherebbe – il minimo sindacale per un paese che voglia definirsi ‘moderno’ (al punto che lo aveva cominciato a fare persino Bersani). E che finora non fosse stato fatto (fino in fondo) dimostra solo, ancora una volta, la (stessa) autoreferenzialità della politica politicante. Lo spread è sceso? Sì, ma tornando ai livelli degli ultimi vent’anni. “Siamo” comunque 300 punti “sotto” la Germania. Che negli ultimi due avessimo messo un piede dentro il baratro, non significa che continuare a barcollare sull’orlo sia la migliore delle nostre condizioni possibili. Ma non limitiamoci a criticare l’(in)esistente; vediamo cosa si può fare (ancora una volta). Sappiamo bene che la nostra economia è a “due velocità”. Quella del nord – al netto, certo, della crisi, che però ci ha coinvolti tutti – è equiparabile alle più ricche e floride economie d’Europa. Al sud quasi non ne abbiamo una. E’ evidente che nessuna crescita – numerica, ma anche tale da avere ricadute positive sulla qualità delle nostre vite – potrà esserci se anche il sud non crescerà. Ebbene, a parte un cenno ad ipotetici incentivi per le assunzioni – ma da parte di chi, se al sud è il sistema produttivo ad essere fermo agli anni cinquanta – questo governo non ha mai mostrato di avere nei propri pensieri quel nostro sud senza la cui crescita – a partire dall’attuale condizione deficitaria e di stallo ben precedente all’inizio di questa crisi – l’Italia non si rialzerà. Il giornale della politica italiana ha già indicato in un cambio di prospettiva – nel guardare non più, dal mezzogiorno, solo alla (“lontana”) Europa ma, “insieme” all’Europa (che “siamo noi”), verso la sponda meridionale del Mediterraneo e all’Africa – il possibile volano di uno sviluppo sostenibile. Puntando a rifare del Mediterraneo il centro – economico, culturale – del mondo. Come lo sviluppo di Cindia, con cui già commerciammo – e smerciammo verso il resto del mondo. “Ricevendo” attraverso l’Asia Minore e appunto il Mare nostrum! Con prospettive straordinarie, perciò, oggi, anche per la possibile pacificazione del pianeta, attraverso l’incontro tra “oriente” e occidente – ai tempi di Roma, sta lì ad invocare alla “nostra”, attuale sordità (“im-politica”). I popoli che hanno dato vita alla primavera araba hanno, peraltro, come sappiamo, un’età media giovanissima: innovazione, da cui evidentemente ripartire anche – innanzitutto – al sud – non vorremo certo legare lo sviluppo della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata e della Campania, terre di bellezza e di cultura, all’inquinamento da combustibili fossili, peraltro in…”regressivo” esaurimento – significa, naturalmente, costruzione del futuro; chi, meglio di giovani che per le proprie storie recenti hanno in sé motivazioni straordinarie (come abbiamo visto: per questo hanno riconquistato la democrazia! Come noi non siamo oggi più in grado di fare), può mettere in campo la spinta – e la cultura – necessaria a (ri)generare il (nostro) domani? Immaginate la spinta propulsiva che avremmo in un progetto di sviluppo comune tra il nostro mezzogiorno e l’Africa settentrionale (ma non solo) che miri ad accendere proprio nelle nostre terre i primi focolai di un paese che vuole tornare ad essere la culla dell’innovazione del mondo. Ma questa è politica; non (regolare) amministrazione. E richiede l’ambizione e il respiro dell’uomo politico e non la sobria (ma, a tratti, vuota. E ‘apparente’) regolarità del tecnico (economista). Mercato del lavoro: siamo stati noi per primi ad indicare che lo sblocco della situazione attuale passa (comunque) “anche” (o prioritariamente) dalla sua riforma. Ma nel senso che il lavoro è componente fondamentale del possibile sforzo per l’innovazione, e non soltanto perché abolire – ad esempio – l’articolo 18, o introdurre una maggiore flessibilità, libererebbe le aziende dal “peso” (dal loro, da questo, punto di vista) di una parte dei lavoratori, consentendo loro di licenziarli non già in una tensione alla crescita, ma alla salvezza (di sé, e “soltanto” di sé). E invece la riforma del mercato del lavoro deve prevedere una equa distribuzione, sì, ma non (solo, o prima di tutto) dei costi, bensì del contributo per tornare grandi attraverso l’innovazione. E quindi lavoro come forza motrice di un processo di rinnovamento delle aziende che siano però chiamate e coordinate – dalla Politica! – a “muoversi” programmaticamente in questo senso. Con i lavoratori che, grazie ad un Paese che offre loro gli strumenti culturali – attraverso la scuola rinnovata, attraverso la formazione permanente – per costituire – anche “tecnicamente” – le migliori risorse umane del mondo, perché coinvolte, perché protagoniste del processo produttivo e di rilancio della nazione, accolgono la flessibilità come una opportunità (di crescita) e non più come una ‘assicurazione’, sì, ma sulla instabilità garantita (?) del loro domani (?) lavorativo e quindi di vita. Ma tutto questo, appunto, richiede la Politica. Come chiederlo a chi – i politicanti – ci ha portati nella (deficitaria) condizione attuale, rendendo necessario (per la – propria – sopravvivenza) l’intervento (esterno) dei professori?

Nella foto: i portavoce politicanti

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