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Avevamo ancora una volta ragione Ue: ‘Innovazione sola via crescita’

febbraio 16, 2012 di Redazione 

Avevamo (ancora una volta) ragione noi. “L’Europa”: ‘Innovazione unica via crescita’. il Politico.it lo scrive da febbraio 2010 (!). “Lavoro, scuola e formazione, ricerca. Vanno ora riformati in modo armonico”. Tema non è art. 18 sì/no o prima/dopo. Ma se vogliamo modernizzare l’Italia. Magari insieme nostri fratelli nordafricani. O tenerci versione vintage di Novecento.

L’Europa, dopo il governo Monti, ‘ascolta‘ il giornale della politica italiana. E, sia pure con un certo ritardo, se si tiene in conto che gli altri continenti o hanno costruito la loro esplosione passata su questo (gli Stati Uniti. Che oggi, con Obama, tornano ad investire in questo stesso senso per uscire dalla crisi!), o quella che si sta compiendo ora corre su questi binari (Cindia), arriva a comprendere che – come peraltro sempre, nel corso della storia – la sfida per la leadership mondiale riguarda la costruzione del futuro. E in un’era dominata dal mercato e dalla produzione, l’innovazione è il passaporto per una crescita non di nicchia o destinata a lasciare il passo al ritmo inarrestabile del gigante orientale. Ma, il Politico.it sostiene – e presto anche questo concetto, come quello dell’autoreferenzialità della nostra classe dirigente; come questo, ora, dell’innovazione, entrerà nel senso comune della leadership nazionale e continentale – in un momento di crisi non solo del nostro sistema produttivo ma del modello produttivo dell’(intero) occidente – a cui, come scrive Fabrizio Ulivieri, l’oriente ha (lasciato) invadere i propri territori senza offrire nessuna peculiarità legata ad una propria nuova concezione del mondo – è necessario (per la – nostra – stessa sopravvivenza) che il concetto di innovazione venga declinato a 360 gradi, ovvero riguardi la produzione (di beni), ma coincida anche con il recupero di un respiro etico e filosofico che ci consenta di stabilire dove vogliamo andare, e quindi come; e di farlo in modo sostenibile per noi ma soprattutto per i cittadini del mondo di domani. L’Italia dunque è chiamata a svegliarsi, e, proprio in ragione della propria attuale arretratezza – e della straordinaria opportunità di potere/ dovere rifondare da zero il proprio sistema – può essere il laboratorio, e la guida, di un’Europa che punta sull’innovazione, diventando – come noi auspichiamo da tempo – la più grande Silicon valley del mondo. Ma, perché tutto questo sia sostenibile per la nostra economia – che, lo ricordiamo, è oggi composta da una “doppia”, o dimezzata, economia, che gira al nord e non esiste, praticamente, al sud – e perché lo sia anche per le nostre vite, è bene non dimenticare, nell’avviare questo processo, che il sud può e deve costituire la base da cui (ri)partire in questo senso, e magari coinvolgendo quella sponda meridionale del mediterraneo che ha scelto la democrazia proprio grazie a internet, e che con la giovane età dei suoi popoli può fornire linfa (anche, per le sue motivazioni) che oggi noi – in parte; ma “scateniamo” finalmente i giovani – del nostro sud – non abbiamo, al nostro – stesso – processo/ progetto di sviluppo (comune). E se non dimentichiamo, nell’abbracciare i nostri fratelli nordafricani, quello che hanno passato e continuano a passare – quello che hanno sofferto e continuano a soffrire – anche a causa nostra, chi ci dice che il nuovo modello di crescita (umanizzato) non possa essere concepito proprio nell’Italia che diventa la punta (di diamante) dell’innovazione (“del “vecchio”)? Tanto più, se si pensa anche che già oggi, il modello economico dei paesi arabi – contro ogni nostro pregiudizio – è più democratico del nostro capitalismo, prevedendo una condivisione (tra capitale e lavoro, per semplificare) dei costi e dei benefici. Come ci racconta, stasera stessa (e così, ancora una volta, il Politico.it riparte e rilancia), la nostra Désirée Rosadi. All’interno.

La foto-simbolo, di una ricercatrice al lavoro, della narrazione del giornale della politica italiana sulla necessità di puntare sull’innovazione come stella polare di un nuovo sistema-Paese: caricata sul sito per la prima volta il 14 novembre 2009, il 5 febbraio 2010 accompagna il pezzo con cui il nostro direttore squarcia il velo dell’ipocrisia della nostra politica autoreferenziale, ponendo per la prima volta il tema all’attenzione del dibattito pubblico. A inizio gennaio la svolta del governo, finita però – ad oggi – in un poco di fatto. Oggi l’Europa dà ragione a il Politico.it: la speranza è che con il coordinamento della Commissione – alla quale il presidente del Consiglio è molto sensibile – il processo che porti l’Italia a diventare la culla mondiale dell’innovazione possa finalmente partire

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di Désirée ROSADI

Parlare, in questa stessa prospettiva, del processo di democratizzazione in atto nel mondo arabo – se con questa espressione è possibile racchiudere la molteplicità di storia ed esperienze politiche dei paesi che ne fanno parte, che vanno dal Marocco, fino all´Iraq, passando per Egitto e Libia – prevede necessariamente di fissare alcuni punti.

 

La democrazia “civilizzatrice”

Nonostante le recenti letture post coloniali, che superano i vecchi concetti di Oriente e Occidente e cancellano dal nostro vocabolario la distinzione tra civilizzatori e popoli “selvaggi”, ricercando invece origini e culture comuni tra i popoli del mediterraneo e dell´antica Mesopotamia, i grandi, gli storici, gli stati-potenze mondiali utilizzano il concetto di “democrazia” come passepartout.

Come se questa parola, al suo semplice suono, riesca ad infondere pace tra i popoli. E purtroppo non è così.

La democratizzazione di un paese attraverso la partecipazione popolare al voto e alle decisioni del governo deve essere necessariamente legata al rispetto dei diritti umani e al concetto di libertà. Questo vale soprattutto negli stati che, fino a ieri, erano governati da presidenti-dittatori, magari travestiti da colonnelli.

La “Primavera Araba” non è altro che l´inizio di questo processo di democratizzazione. Un´onda che non nasce da un´interferenza esterna, ma dal popolo stesso. Un popolo che sa di poter scegliere, votare rappresentanti che possano dare voce alle loro istanze, che non prendano in mano il potere senza applicare le riforme da loro richieste. Pretendono la loro democrazia rappresentativa. E non quella importata, modello Iraq: sette anni di occupazione militare straniera, elezioni truccate e inasprimento della violenza fra sunniti e sciiti.

 

La loro democrazia

È fondamentale, in questo momento, sostenere la necessità di un processo di democratizzazione all´interno di paesi che sono alla ricerca di un equilibrio politico e sociale. Il popolo lo chiede. Si tratta di un`esigenza che nasce sull´onda dei movimenti di liberazione. Un processo irreversibile, che vedrà scendere in campo nuove formazioni politiche e che incontrerà notevoli difficoltà nel suo assestamento.

Non esiste una ricetta comune alla democrazia. Le scelte che questi popoli compiono oggi rispecchiano la loro visione del mondo, la loro cultura e la loro religione. Costruire un sistema politico, sociale ed istituzionale che sappia far fronte alle infiltrazioni terroristiche, che difenda il territorio dalla speculazione, dalla corruzione e dallo sfruttamento esterno, non è un compito facile.

La “Primavera Araba” è il frutto di una volontà di voltare pagina da governi autoritari. Se andiamo a fondo nell´esperienza “rivoluzionaria” dell´ultimo anno, sono stati i giovani i veri protagonisti del cambiamento, con le loro richieste di libertà e uguaglianza. Da qui riparte la costruzione di un paese.

 

Perché democratizzare l´Islam?

I cambiamenti repentini in seno ai paesi del nord Africa e del Medio Oriente hanno dato vita a varie interpretazioni del processo di democratizzazione.

Quella più ardita e di difficile comprensione è la teoria per cui è necessario democratizzare l´Islam.

Il concetto nasce dalla difficile gestione dei movimenti legati all´Islam radicale e del terrorismo di matrice religiosa. Da qui la necessità di “normalizzare” l´Islam, o meglio la sua applicazione politica.

Senza scendere in un giudizio sterile e banale sull´esperienza delle Repubbliche Islamiche (come l´Iran o l´Afghanistan), occorre specificare come i promotori della “Primavera Araba”, giovani, uomini e donne protagonisti del cambiamento, non chiedano di trasformare l´Islam in forma democratica.

C´è una notevole forzatura in questo tipo di lettura politica e sociale della sfera arabo-islamica praticata dalla nostra classe intellettuale. Come se la religione islamica, in cui si riconosce la maggior parte della popolazione che vive tra il nord Africa e il paesi mediorientali, fosse portatrice di valori in conflitto con i concetti di uguaglianza e libertà.

Si può dire di più. La religione islamica è portatrice di valori ancor più elevati (come avviene per le altre religioni), come l´importanza della comunità, vista in senso solidaristico.

Un elemento che si rispecchia nel modello economico di tipo islamico, un sistema che molti studiosi di finanza ritengono valido per la risoluzione della crisi economica internazionale perché basato sulla condivisione di profitti e perdite.

Insomma, occorre saper distinguere i valori che una comunità può riconoscere come comuni e fondanti da quelli creati per alimentare odio e violenza.

In questo caso, possiamo sostenere a gran voce che non è l´Islam a doversi democratizzare, ma è il sistema democratico rappresentativo e partecipativo a dover attingere dai suggerimenti di quella cultura a volte arcaica, altre moderna e innovativa, e riportare al giusto equilibrio il rapporto tra religione e Stato.

Désirée Rosadi

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