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Dopo l’(ennesima) Caporetto (di Genova) Non san ‘governarlo’, vogliono rifare Pci Cari Pigi, Massimo: (ma) Pd non è vostro Come non è (la) vostra (l’)Italia (! Di oggi) Se Pd – e l’Italia – sono dei (loro) giovani E la Politica è (ri, sì) costruire (ma) futuro E non riesumare (un) passato (ora finito)

febbraio 16, 2012 di Redazione 

“Provo vergogna per come l’Europa sta trattando la Grecia”, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici “immani” da far ricadere – direttamente – sui ceti popolari. E’ questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, si chiede Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare – come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia un governo che ha la stessa mission e ha compiuto scelte simili, sia pure nella minor gravità della situazione, a quelle del suo collega greco Papademos – per assicurare la tenuta dei bilanci, senza poter assolvere – anzi, contraddicendo – quella che (si) ritiene essere la sua funzione (storica), redistribuire (tout court – ?) la ricchezza di/ in una nazione? Ebbene, questa contraddizione rischiava di non avere soluzione (?) fino a vent’anni fa. Quando non c’era il Partito Democratico. Il quale nasce per superare, in sé, questa “visione corta” e offrire alle persone “più deboli” la prospettiva di una (vera) ‘integrazione’ – non solo una tantum e in forma di “elemosina” – in una società che abbia – semmai – “sempre meno persone bisognose di ricevere la carità e sempre più persone desiderose di farla“. Consentire alla sinistra di tornare ad essere maggioritaria in un paese che negli ultimi quindici anni ha votato in maggioranza a destra; e (ri)costruire, così, la propria egemonia culturale, in una società (politica) che – prima di tutto con questa stessa sinistra (!) post(?)comunista(?) – si è progressivamente appiattita sulle (esclusive) tesi della destra. Il Partito Democratico è nato per superare l’ostilità di poteri forti, classi privilegiate, interessi vari – che tenderanno a non voler cedere mai, come non è mai avvenuto nel corso della storia, tanto meno nel secolo del comunismo, i propri benefici – offrendosi – in virtù della propria maggiore onestà e responsabilità – di agire più efficacemente degli altri per il bene di (tutto) il Paese, e, una volta riconquistato il potere, poter fornire a tutti gli strumenti (in primo luogo Culturali) per ottenere la propria (definitiva!) “liberazione“. Partendo, naturalmente, dai giovani di oggi, plenum della società di domani. Una liberazione ottenuta (appunto) con le proprie mani, grazie alla piena espressione (di sé/ in sé) di un (vero) principio di libertà (individuale). Che consenta una crescita (non solo economica) all’(intero. E non solo ad una parte – minoritaria di) Paese. Per questo, per il bene di tutti, il Politico.it non può accettare la “minaccia” di una “regressione” del Pd (quello vero, quello di cui abbiamo descritto il senso e tutt’oggi – non – “esistente” in – sola – potenza) in Pci (in cui consiste(?) in fondo già l’attuale Pd), che affrontiamo anche con le parole, che state per leggere, dei capi di Insieme per il Pd, l’associazione alla quale fa riferimento il deputato Democratico Sandro Gozi che si oppone alla deriva immaginata dall’attuale mag- gioranza del partito. di G. MAESTRI e G. ROTONDO

Nella foto, Massimo D’Alema: “Io non ci credo”, disse (del Pd) durante un convegno. Ma ricorda, Massimo, cosa tu stesso hai più volte riferito ti rispose tuo padre (lo diciamo con l’affetto, e il più che scontato rispetto, che abbiamo sempre provato per te) quando gli chiedesti se stavate facendo bene a trasformare il Pci in Pds

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di GABRIELE MAESTRI e GIUSEPPE ROTONDO*

Le parole sono pietre. Anche a non voler scomodare Carlo Levi, dovrebbe essere chiaro a tutti che le parole hanno un significato ben preciso, che merita di essere rispettato da chiunque, innanzitutto da chi le ha scelte e da chi le ha accettate. Così, se nel 2007 abbiamo scelto di chiamarci «Partito democratico», occorre avere ben chiaro il motivo per cui lo abbiamo fatto per cui vogliamo continuare a mantenere questo nome e, se del caso, a difenderlo.

Non ci siamo chiamati «democratici» per assomigliare al partito degli Stati Uniti che porta lo stesso nome; non abbiamo scelto di chiamarci così per dire semplicemente che ci piace la gente, quella che ogni tanto discute, vota, va alle nostre feste e, tra una salsiccia e un bicchiere di vino, ci permette di raccogliere un po’ di soldi per le nostre attività. Abbiamo deciso di chiamarsi «democratici» perché siamo convinti che le persone e le loro idee – quelle serie, importanti, che possono far stare meglio tutti – meritino il massimo rispetto e devono essere ascoltate: per questo, un partito è democratico se permette che, piantati alcuni paletti di base in cui dirigenti, iscritti e simpatizzanti si riconoscono senza problemi, sia proprio il suo «popolo», cioè la base, a decidere dove è giusto andare e, per quanto possibile, come arrivarci.

Leggiamo in questi giorni di un «progetto per un nuovo Pd», che dovrebbe ricostruire il nostro partito come «un grande Pse italiano». L’idea, per come è strutturata, non ci convince. Più che di un “nuovo PD”, la sezione Italiana del PSE sarebbe un ritorno ad un passato archiviato perché privo di strumenti culturali e quindi politici per interpretare la crisi delle nostre società e quindi proporre soluzioni efficaci capaci di ridare forza e speranza alla gran parte dei cittadini, presupposto per un nuovo ciclo di sviluppo culturale, sociale ed economico che porti ad una società più giusta , libera e solidale. Occuparsi di molti, non di pochi. Questo all’essenza è il significato di “sinistra” nella società contemporanea e non l’aderenza o meno a modelli e schemi del passato.

Il Pd è nato per essere avanguardia di pensiero, idee, soluzioni, contaminazioni, ricerca per tutta la sinistra Europea in crisi ed in cerca di identità. Il liberismo selvaggio è frutto dell’incapacità del socialismo europeo di proporre alternative credibili e, di certo, non si esce dalla crisi attuale riproponendo il vecchio dualismo liberismo-socialismo. Ecco allora, che ritorno al passato, sezione del PSE, sarebbe un arretramento, una sconfitta di idee e proposte nuove non solo per i progressisti Italiani ma anche e soprattutto per il PSE stesso.

Se qualcosa nel Pd deve essere cambiato (aggiornato, sistemato,…), a dirlo dev’essere la base, fatta di persone che ogni giorno vivono pienamente all’interno della società e conoscono, tutti INSIEME, i problemi da risolvere e le cose da fare. Se mutazione dev’essere, non può avvenire principalmente ad opera di funzionari e dirigenti del partito: essere democratici non vuol dire questo.

GABRIELE MAESTRI e GIUSEPPE ROTONDO*

*portavoce di Insieme per il Pd

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