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Basta presidenti di Consiglio economisti Monti: “Cambierò la vita (?) degli italiani” Come? ‘Abituarli competere-concorrereMa Gesù non dice: competi prossimo tuo L’economia da sola non salverà l’Europa (In più da crisi -per-stessa- economi(c)a) E’ cultura chiave di nuovo Rinascimento Come ci insegnò Olivetti cinquant’anni fa Torneremo ad essere la culla della civiltà

febbraio 9, 2012 di Redazione 

Non ricordiamo, tra gli insegnamenti di Cristo, uno in particolare che riguardi il libero mercato. Anzi: se non ricordiamo male, fu Gesù a cacciare i mercanti dal tempio. E Giovanni Paolo II disse: aprite le porte a Cristo. E non ad un venditore di polizze o di obbligazioni finanziarie. E pare che sia proprio stata l’economia, a portarci nella condizione – di crisi – attuale. L’economia stravolta rispetto alla propria funzione originale: che non è quella di ‘governo del mondo’ – sia pure nella versione soft di un esecutivo di professori, con la loro deformazione umanistica – ma di regolazione (!) degli scambi commerciali, per concorrere ad un funzionamento del sistema-pianeta e non per sostituirlo: il governo del mondo è la Politica; e oggi la Politica vede una sola via d’uscita – o, meglio, di rilancio - per le nostre vite: e quella via d’uscita è la stessa che Adriano Olivetti – in Italia! – offerse a se stesso e ai propri dipendenti, trasformando la sua azienda – ad un tempo – in un luogo di crescita (culturale e – quindi – spirituale!) dei suoi collaboratori, e di crescita (economica! Perché è ridando valore e – alti – scopi alle persone che anche il livello materiale può tornare ad essere efficiente, e produttivo, e in ultima analisi ritornare sotto il segno più. Magari con una doppia cifra a seguire). “La cultura non si mangia”, disse (volgar- mente) Giulio Tremonti. Infatti è lui il ministro dell’Economia che ha accompagnato gli ultimi passi dell’Italia verso il baratro (nonostante alcuni mesi di gestione – ma solo economica! E “difensiva” – maggiormente “oculata” – ?). E in effetti la cultura non si mangia, ma può dare da mangiare. Olivetti stessa è uno degli esempi (in tutti i sensi) di azienda protagonista del nostro boom, e ancora oggi lascia il segno (a distanza di cinquant’anni!) sul suo settore di competenza, in particolare quello tecnologico. Dopo avere scritto – non ‘dimentichiamolo’ – un pezzo di storia dell’umanità, proprio grazie alla cultura, che consentì ad una squadra di genii (resi tali da un clima – culturale – tale da favorire la collaborazione e il miglior rendimento “reciproco”) di inventare il primo pc. E ne sanno qualcosa i giovani arabi, se è vero che è grazie ad un pc (ad una serie di pc), ad internet, ma soprattutto ai contenuti trasmessi attraverso queste reti, che oggi tornano a vedere una prospettiva per le loro vite (individuali e di popolo), dopo il ‘ritorno’ – da loro (ri)conquistato – alla democrazia. In questo pezzo del marzo 2011, il nostro direttore tirò le somme di una serie di elaborazioni riguardo al possibile ruolo della cultura nel nostro nuovo Rinascimento, proprio a partire dalla Primavera araba. Ve lo riproponiamo – anche ad un presidente del Consiglio troppo vezzeggiato dai centri – non a caso – dell’economia mondiale – per ricordare che la cultura non si mangia, ma grazie alla cultura (“popolare”, diffusa) si può (tornare a) vivere, e salvare, (solo) così, la culla (appunto) della cultura occidentale e dell’umanità: l’Europa. A partire da quella che è stata e tornerà ad essere la sua testa (pensante): l’Italia.

Nella foto, Adriano Olivetti

Il mondo arabo si è (già) democraticizzato L’ha fatto nell’anima (del proprio popolo)E il merito non è di bombe ma di internet E trasferiscono in politica ‘nuova’ cultura Che è figlia (direttamente) di conoscenza Usiamola per (ri)generare il nostro futuro

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di MATTEO PATRONE

Ecco che cosa intende il giornale della politica italiana quando parla di rivoluzione cuturale, anche (soprattutto!) per il nostro Paese. Ecco com’è avvenuta la reazione anti-culturale provocata da trent’anni di incidenza, prima “culturale” poi (raccogliendo i frutti) direttamente politica del presidente del Consiglio. Viviamo nell’era della comunicazione, che non è semplice (maggiore) opportunità di scambio di “messaggi” ma la creazione – proprio per la sua “facilità”, anzi, la naturalezza dell’espressione e della messa in circolo – di un grande vaso comunicante universale. L’acqua contenuta nel vaso sono le idee, i sogni, l’intelligenza. In una parola: la cultura. Ma non, la piattaforma ideologica di una nazione o di un continente. Bensì l’espressione dell’anima (di un popolo; dell’umanità) e la sua (progressiva) civilizzazione (ovvero tensione all’arricchimento). L’uomo anela, abbiamo (già) scritto, alla cultura, all’intelligenza; e quando il progresso ha offerto – ora anche ai popoli islamici – la possibilità di abbeverarsi senza soluzione di continuità a questa fonte inebriante, ma nel senso della (ri)scoperta della lucidità, coloro che avevano accesso a questa fonte, che potremmo davvero definire dell’Eterna giovinezza, o dell’eterno ritorno alle origini, hanno cominciato a “con-petere” per arricchirsi nella stessa maniera, e crescere, e (ri)conquistarsi così la stessa libertà. Quando la condizione dell’anima (individuale, e di popolo) è stata tale da non poter più sopportare i lacci che la situazione politica dei loro Paesi (e culturale, ma in questo caso nell’altro senso dell’ideologia al potere) imponeva loro, sono scoppiate – a partire da una scintilla, è proprio, purtroppo – ? – il caso di definirla così – le rivoluzioni. E siccome anche altri popoli meno (per il momento) “pronti” avevano tuttavia avuto ugualmente la possibilità di abbeverarsi a quella fonte, ecco che l’intero mondo arabo ha subito uno scossone, lo scossone della Libertà e, quindi, della democrazia. Altro che, come sostiene invece il deputato Pdl Lehner, esista un “muro” tra noi e quei popoli. Siamo figli dello stesso Dio, e, quando siamo messi nella condizione di farlo, aneliamo (appunto) allo stesso strumento/obiettivo (parziale – ?): l’arricchimento dell’anima, la Bellezza. La chiave di tutto questo ha un solo nome: conoscenza. Cultura. Mentre i popoli mediorientali accedono “per la prima volta” (nella – nostra – modernità) a questo bene prezioso, è necessario che chi ne dispone da più tempo e con ancora maggiore consapevolezza si faccia carico di prepare il passo ulteriore, che è il ritorno ad una (ulteriore) dimensione etica e filosofica (collettiva). Ed è (per noi inevitabilmente, o comunque “necessariamente”) l’Italia, culla della civiltà, a potersi dare questo compito: quello di ricreare le condizioni per una (ri)generazione di futuro, nel sapere dove e perché vogliamo andare. E quindi come. La rivoluzione culturale, che restituisca a tutti i nostri connazionali il desiderio della conoscenza, dello studio, che rifaccia per ciascuno di noi della cutura il nostro ossigeno, la chiave della nostra quotidianità, è ciò che può liberare – come sta facendo nel mondo arabo, ad un altro, per il momento, “livello” – il genio per la costruzione del futuro. Abbiamo fatto esattamente l’inverso per trent’anni; ed ecco che ci siamo involuti. Anche se rimane un blocco inossidabile di ricchezza: quella in cui consiste il nostro valore intrinseco, figlio di una lunga tradizione, e per questo duro da vincere. Disarmiamoci rispetto a questa “battaglia”, e recuperiamo il senso della sfida. Il senso del “progresso”, ma nel senso dell’evoluzione e dell’arricchimento. In una parola: della (nuova) civilizzazione. Dopo l’era della comunicazione, verrà quella del ritorno alle origini. Facciamo che non sia il frutto di – per esempio – un disastro nucleare, ovvero che non consista nell’azzeramento, come “vorrebbe” (o tenderebbe a determinare) una parte di questa destra italiana irresponsabile, bensì il frutto del compimento dell’umanità. (Ri)creiamo la (nuova) civiltà (del futuro), adesso, partendo dalla culla dell’attuale: l’Italia.

MATTEO PATRONE

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