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Ma Martone e Monti si contraddicono (?) Primo: “Ragazzi, a lavorare, non studiate” Secondo: ‘Basta col posto di lavoro fisso’ Ma che fine fa (così) chi non ha studiato quando si ritrova a (ri)perdere il lavoro? No a buonismo, ma nemmeno terrorismo Siamo donne/ uomini e non ‘consumatori’ Una società di responsabilità e creatività Cui scelte servano a fare il bene. Di tutti Senza passione (umana) non si fa Politica

febbraio 6, 2012 di Redazione 

La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c’è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità – televisive – ?) come (anche) quelli di Avetrana. O, meno spettacolarmente (?), consente che persone – italiani come noi! Nostri fratelli – muoiano, nell’anno di grazia 2012, assiderati perché non hanno una ‘fissa dimora’. Il mondo va così e ci dobbiamo adeguare. L’articolo 18 è una nostra chimera. Negli altri Paesi (al di fuori dell’Europa) è già previsto che – insieme alla libertà, vitale, di costruire i propri percorsi professionali – se uno sbaglia, o sbaglia qualcuno al posto suo, può perdere tutto. E ci sono sindaci che invitano coloro che vengono a trovarsi in questa condizione – spesso frutto di eventi dei quali queste persone non hanno alcuna responsabilità – a lasciare la città, per poter (tutti insieme – ?) dimenticarli(/selo). Adeguiamoci, dicono i (veri…) garantiti di oggi (?); liberalizziamo, “semplicemente”, il mercato del lavoro. Noi invece abbiamo un’altra idea. Un’idea positiva del futuro, in cui lo Stato non abbandona ‘tutti’ al proprio destino, rimuovendo per altro gli ultimi ostacoli (regolativi) al cannibalismo sociale reciproco; bensì – virtuosamente e non più in modo parassitario, un modo spesso reiterato, soprattutto, dagli stessi predicatori della ‘spietatezza’ (che non va confusa con il – necessario – rigore!) nei rapporti di lavoro; nella foto, Martone è con Brunetta – li motiva, li coordina e guida verso un orizzonte (comune). Il merito è la discriminante assoluta di ogni assunzione (a differenza di quelle perpetuate, o addirittura direttamente vissute in prima persona, dagli stessi propugnatori della ineluttabilità del nostro adeguamento al resto del mondo). E le aziende non sono ingessate nel dover mantenere a vita le stesse persone. Ma tutto questo mentre e perché insieme ci mettiamo in marcia – collaborativamente – verso quell’obiettivo. Il lavoro non è più (così) uno strumento (di tortura – sociale) in mano alle (sole – ?) imprese, ma l’occasione attraverso cui ciascuno di noi partecipa – con le (sue – in tutti i sensi – ?) aziende, attraverso di loro, cioè di sé; responsabilmente e in modo creativo – a rigenerare la nostra economia, ma anche la nostra vita. Una società in cui il lavoro non si perde, ma si lascia (temporaneamente) per tornare ad apprendere e potere poi fare (meglio) lo stesso (?) (o uno – nuovo) impiego, (r)innovati anche in se stessi grazie alla formazione continua (come detto, e siamo stati noi ad indicarlo per primi, ‘ripresi’ poi dai vari giuslavoristi – un po’ – autoreferenziali come il senatore Ichino e lo stesso Tito Boeri, associata ad una indennità di (dis)occupazione strettamente vincolata alla partecipazione, attiva, al (per)corso di formazione; sostenuto, questo sistema, da uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese stesse e dello Stato), pronti a dare molto di più perché finalmente liberi (di esprimere appieno – tutte – le proprie potenzialità), è una società che – senza fare “terrorismo” – innova e – così – cresce (molto più delle altre). Una società in cui invece di rinunciare all’università ‘tutti’ la frequentano (o comunque studiano), concependo lo studio non più come “pura” (, tecnica) preparazione funzionale a svolgere un (solo) mestiere, bensì come mezzo per (ri – ?)avere piena consapevolezza di sé ed essere liberi (anche di fare altri lavori), è una società in cui ci sono molti meno disoccupati anche perché tutti fanno il lavoro che (veramente) vogliono e hanno il talento per fare (anche tra quelli che oggi non facciamo più, ma proprio in ragione dell’altra faccia della medaglia – non certo al merito: in tutti i sensi! – dello stesso terrorismo – sociale) e (anche per questo) lo fanno nel migliore dei modi. (Ma) nessuna crescita – duratura – sarà possibile senza (“prioritariamente”, o almeno contestualmente) un basilare ammoder- namento di un nostro motore – la scuola! – rimasta ferma ai tempi della riforma Gentile (I anno dell’era fascista – …). Ecco, ancora una volta, allora, il programma del giornale della politica italiana.

Nella foto, Michel Martone con Brunetta. Le ricette del sottosegretario (condivise dai predecessori – ? – del suo attuale datore di lavoro) confliggono con quelle del presidente del Consiglio: a meno di non pensare al licenziamento – selvaggio – di persone che per di più non siano nemmeno state adeguatamente preparate, il che rappresenterebbe l’involuzione completa di una civiltà moderna

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La scuola. Il futuro dell’Italia è, banalmente, dei suoi giovani di oggi, gli adulti di domani; dai suoi giovani di domani, adulti di dopodomani. E così via. Qualsiasi politica vera – ovunque, ma tanto più in un Paese vecchio, non più funzionante e da rifondare come il nostro – parte quindi non dall’economia e nemmeno dal lavoro (che pure vanno affrontati con altrettanta forza e complessità, e lo vedremo subito dopo), ma dalla scuola. Una scuola che aveva raggiunto livelli di eccellenza (almeno prima che cominciassimo, tafazzianamente, a boicottarla). Ma (comunque) non basta. Ben al di là di qualsiasi tentazione di usare il luogo nel quale si forgia il nostro futuro come un postificio attraverso il quale dare risoluzione ad un (rilevante, ma parziale) problema sociale, la nostra scuola, la scuola dell’Italia che vuole tornare ad essere la culla della civiltà, deve avere l’ambizione di essere resa (sempre più) il luogo più avanzato dell’istruzione nel mondo, studiando ed adottando i nuovi modelli di insegnamento praticati ad esempio nel nord Europa (o concependone di nuovi, magari con l’ausilio e l’uso della scrittura – in tutti i sensi), e in ogni caso gettandosi a raggiungere l’obiettivo. E’ la prima cosa da fare (naturalmente mentre si comincia ad affrontare il resto). O costruiremo (se mai) un gigante dai piedi di argilla.

L’università e la ricerca. L’università e la ricerca, a loro volta, o sono parte e motore del sistema economico o fanno la fine di oggi, chiudendosi in se stesse e sfaldandosi al loro interno. Oltre alla riforma dal punto di vista organizzativo – della quale ragioneremo in un’altra occasione – è banale – ma non inutile – ricordare che l’università attuale puzza di muffa, e va rifondata, liberando e ricambiando, ma anche qui al solo scopo di mettere nei ruoli-chiave per il futuro del Paese chi può offrire di più, e non di dare respiro a chi magari aspetta da anni di “entrare” – ma è (ipoteticamente) figlio di questo sistema, che andrebbe quindi a perpetuare.

Così per la ricerca: no all’assunzione dei precari fine a se stessa, sì ad una (ulteriore) liberalizzazione che faccia della ricerca un luogo produttivo, nel quale non trovare “sicurezze” – chi vuole la comodità di un posto garantito può ricorrere ad altre soluzioni lavorative – ma le motivazioni – naturalmente sostenute adeguatamente anche dal punto di vista economico -necessarie a rifare dell’Italia la culla dell’innovazione, in cui si producono le idee più avanzate e – ecco il punto – si (ri)genera un sistema produttivo che tenda a diventare il più avanzato al mondo.

Università e ricerca, insomma, sono chiamate a conoscere un vero e proprio “annozero” che consenta di ripartire (da loro).

Imprese. Tutto questo, infatti, accompagna e deve essere accompagnato dallo sforzo delle imprese di (r)innovarsi, in una tensione continua alla ricerca dell’innovazione, che sul piano concettuale si lega a ciò che abbiamo indicato prima, ma per ciò che riguarda le risorse umane intreccia – e contribuisce a risolvere – il “problema” del lavoro.

Lavoro. Oggi il lavoro è bloccato e, spesso, improduttivo (o meno produttivo di quanto potrebbe) per chi ha il posto fisso, precario e altrettanto improduttivo – almeno nella chiave della costruzione del futuro, proprio e dell’Italia – per chi lo ha a tempo determinato (o peggio). Questo è un punto molto delicato, sul quale i dubbi sull’opportunità di compiere un passo dal quale, va detto con chiarezza, sarebbe difficile tornare indietro sono intensi. E tuttavia un Paese che conoscesse contemporaneamente una completa “libera(lizza)zione”, attraverso (anche) l’abolizione degli ordini, e fornendo (così) ai giovani lo strumento per accedere con le proprie forze; il ritorno (a cominciare dallo Stato) ad un rigore per il quale si smette di assumere in modo improduttivo, si comincia a cambiare culturalmente il punto di vista sull’”idea”, generale, di sistema (mancante o non funzionante) che ruota intorno alla raccomandazione, si cancellano seduta stante di tutti gli organismi e le società (pubbliche) inutili (con i loro posti altrettanto “inutili”, e occupati applicando la logica del sistema bloccato); un Paese che fosse impegnato (e motivato) a rilanciare se stesso (anche attraverso una ripresa, misurata e strettamente funzionale, dell’orgoglio nazionale), un Paese così potrebbe forse permettersi di compiere questo passo ulteriore: quello di superare ad un tempo sia il posto fisso per tutta la vita sia la precarietà (con piani di uscita graduale e “controllata” di chi oggi ha la sicurezza e si troverebbe, a quel punto, spiazzato e magari senza paracadute per “limiti” di età e di preparazione – appunto) costituendo un sistema per cui chi non lavora accede – ecco lo strumento – alla formazione permanente, che mette nella condizione di poter affrontare un nuovo lavoro o di corrispondere alle (ora, sempre) rinnovate esigenze di specializzazione delle aziende, nel loro (continuo) percorso-tensione all’innovazione. Formazione permanente messa in campo attraverso un’azione congiunta delle imprese e dello Stato, con il supporto dell’università. Partecipando alla quale si abbia diritto allla indennità di (dis)occupazione, e dalla quale (appunto) si passa ciclicamente – sostituendo gli altri al lavoro e viceversa – in ragione delle esigenze di (continua) innovazione delle imprese e del sistema.

E’ chiaro che tutto ciò va implementato progressivamente, e che può funzionare solo in un’economia “esplosiva”. Al cui tasso di crescita, eventualmente, vincolare la possibilità di licenziare: si può fare se l’economia cresce – di un certo numero di punti – e se licenziare serve a innovare r-innovando la forza-lavoro; non si può fare in recessione – e, attenzione, che oggi ci troviamo in questa situazione. Per cui, a maggior ragione, o si reimposta l’intero sistema, innervandolo anche di una nuova prospettiva e ‘conseguenti’ motivazioni, o assisteremmo ad una ‘carneficina’ (sociale) – se ha il solo scopo di alleggerire la parte di difficoltà che pesa sulle aziende, scaricandola sui lavoratori.

Un’economia che, per essere esplosiva, sia fondata sulla responsabilità e sulla creatività. La responsabilità di avere in mano il proprio futuro lavorativo, che in un’Italia finalmente liberata e che ha voglia e (sempre più) bisogno di riconoscere il merito ci si possa costruire (più facilmente) “da sé”. La creatività che grazie alla responsabilizzazione – in un rapporto equilibrato, e naturalmente da affinare, tra esigenze di innovazione e produttività e “tranquillità” personale – viene liberata e consente di dare il meglio sia quando si avvia una propria impresa sia quando si lavora per altri.

Cultura. Ma l’Italia non si accontenta dell’economia. L’Italia vuole tornare ad essere la culla della civiltà (non soltanto “tecnica”). Per farlo ha bisogno della cultura come (proprio) ossigeno. Ma il modo per raggiungere questa virtuosa condizione non è investire più soldi nelle cosiddette “politiche culturali” (tout court). Ma creare le condizioni sia per una (ri)generazione della cultura (della “produzione”/ espressione – meglio – culturale) sia perché questo consenta una sempre maggiore sostenibilità e produttività (qui sì) anche economica. Il modo per farlo è (anche) usare i mezzi di comunicazione di massa che oggi vengono usati per renderci più simpatico tizio o caio (che naturalmente non avranno mai detto una parola utile al Paese) e che possono invece diventare lo strumento attraverso cui creare un clima, e rinnovare una cultura (di massa), attraverso il ritorno alla curiosità, all’interesse (per i contenuti), attraverso lo studio, che, da un lato, “libereranno” ulteriormente il Paese (mediante ciascuno di noi), mettendoci nella condizione (tra l’altro) di partecipare con efficacia al nuovo sistema produttivo (e di incrementarlo ulteriormente) ma anche di scegliere, se del caso, vite completamente diverse (questo è il senso della libertà! Libertà non di applicare gli schemi che ci vengono imposti, ma di “scegliere” i nostri); dall’altro potranno consentire ad un’Italia che la politica in questo senso asseconderà (e, se ne sarà capace, anche guiderà), di tornare ad essere il luogo nel quale si concepisce – offrendolo agli “altri” – attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, il futuro del mondo.

(11 luglio 2011)

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