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Monti venerato. Ma ch’ha fatto davvero? Liberalizzazioni ‘nostro’ minimo sindacale Riforma di lavoro (solo) per abolire art.18 Interessi dei merca(n)ti (e non dell’Italia) A cui serve ritrovare il Sud e un progetto Sia tornare ad essere la culla della civiltà

febbraio 29, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ecco perché il governo Monti è, ad un tempo, eminentemente tecnico e Politico. E perché il giornale della politica italiana, che per primo aveva indicato la possibile fine dell’esigenza storica ed ideologica della destra e sinistra, è tornato ad usare queste categorie per definire l’esperienza montiana così come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento. Il governo Monti è emintentemente tecnico perché non ha l’ambizione – e la concezione – per cambiare la nostra società nella sua impostazione di fondo (se è vero che non può essere considerato tale accentuare una deriva in senso liberista già avviata e, come vediamo a livello mondiale, a lungo andare controproducente. Per tutti); per determinare quel ribaltamento di piano di cui una società in crisi, da tempo, un Paese per molte ragioni fermo e a rischio di afflosciarsi su se stesso e un sistema capitalistico a sua volta costretto a confrontarsi con i propri limiti, hanno bisogno per non implodere, rischiare – comunque, al prossimo cambio di vento e di governo – nuovamente il default (nonostante i risparmi compiuti nel 2011)  e accentuare una crisi democratica i cui esiti sono per molti versi imprevedibili. O tristemente prevedibili. Tecnica è infatti il semplice “aggiustamento” (?) dell’esistente; o, nel caso dell’Italia, l’(ulteriore) adeguamento (o, meglio, assorbimento) delle nostre regole al (nel) sistema dominante o, meglio, alle richieste di chi oggi lo controlla; e che però, come abbiamo visto, avrebbe bisogno a sua volta di essere rimesso in discussione. E, ad un tempo, questo configura una scelta (? O una mancanza di consapevolezza) Politica: perché la cultura del mercato (o, meglio, liberista), oggi, è la cultura della destra, nella misura in cui la destra continua a rappresentare quel conservatorismo (sia pure a volte mascherato da – questo – finto – riformismo) finalizzato ad assicurare il mantenimento dei privilegi non – attenzione – dei “piccoli” (?) – quelli che Monti ha tentato di “colpire” senza riuscirci, almeno per quel che riguarda i tassisti – ma dei poteri (forti) che tirano le fila del sistema (a scapito dei deboli – senza potere. Nel vuoto di democrazia per questo capitalismo). Liberalizzare l’accesso alle professioni rappresentava il minimo sindacale per rendere moderno il nostro Paese già negli anni ’70-’80; che nel frattempo non fosse stato fatto, costituisce il segno di un declino e di una successiva, conseguente autoreferenzialità di una nostra politica che, lei, non ha assolto alla propria funzione. Colmare (?) questa mancanza non è sufficiente a rimettere in carreggiata (o, – ancora – meglio, sulla corsia di sorpasso del mondo) l’Italia. Riecco, in un pezzo del nostro direttore dell’ottobre scorso, la differenza tra il semplice adeguamento tecnico – e “non ostile” ai poteri forti, come dimostra (?) la sovrapponibilità con la lettera della Bce di fine estate – del nostro sistema, e il – (sempre più) necessario – cambio di direzione, invece, Politico. Read more

Ultima trovata dei politicanti: grosse koalition Unico obiettivo di Silvio: vincere ancora Unico obiettivo degli altri: reiterare potere Ma Italia ora ha bisogno della Politica Cittadini si organizzano per restituirgliela (Nuova) democrazia diretta attraverso Internet

febbraio 29, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Si chiamano “doparie”, le ha inventate un ricercatore calabrese, Raffaele Calabretta, e – al di là di una scelta nominale forse poco azzeccata – sono un efficace strumento di motivazione alla partecipazione e di consultazione (diretta) – auspicabilmente, sui contenuti – delle persone da parte dei partiti, con l’ambizione di rompere il muro di gomma (di incomunicabilità) che oggi separa la classe (?) “dirigente” (?) e il Paese e di contribuire (anche dal “basso” – ?) a restituire (così) la Politica – e non più, solo, la tecnica – all’Italia. Verso quella democrazia diretta (possibile, in tutti i sensi) traguardo del futuro che non può che passare, oggi, attraverso la valorizzazione (da parte) della Rete (della straordinaria potenzialità della partecipazione d(e)i – tutti i – cittadini). In una “società politica” preparata da quella rivoluzione culturale che restituisca a ciascuno di noi la capacità di pensare, e (quindi) di impegnarci, rifacendo della Cultura – e (quindi) della (vera) Politica, espressione (e organizzazione) della (nostra) anima (del – nostro – popolo) e della nostra vita – il nostro ossigeno. Tendendo a rendere così – rifacendo dell’Italia il luogo in cui si (si)rigenera, più generalmente, attraverso la produzione artistica e filosofica, attraverso l’innovazione (appunto, a 360°), il futuro del mondo – appetibile – per gli investimenti stranieri – il nostro sistema-Paese senza bisogno di rinunciare – come avviene in Cina, dove per questo la prospettiva di uno sviluppo inarrestabile comincia a traballare a “colpi”, purtroppo, di suicidi – ai diritti (basilari) dei (nostri) lavoratori. Le doparie di Insieme sono un (ulteriore) primo passo (in questo senso). Ce ne parla il suo principale ispiratore, Giuseppe Rotondo. di ALESSIA FURIA Read more

***La divaricazione tra partiti e Paese***
GRIDA DI “BUFFONE” A NAPOLITANO, ITALIANI SEMPRE PIU’ ESASPERATI
di GAD LERNER

febbraio 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Perché l’Italia era in “crisi” – e noi lo segnalavamo da tempo – già prima che cominciassimo a rischiare (direttamente) il default, e un governo tecnico, di ordinaria amministrazione (“puramente” economica) – quando non di accelerazione, tutta Politica, ma molto discutibile, sulla strada sulla quale diminuiscono ulteriormente le certezze per i nostri connazionali, aumentando e aggravando il clima di instabilità e di paura – non ha gli strumenti – e nemmeno la legittimazione – per dare le risposte, e segnare la svolta, di cui il Paese ha bisogno. La colpa, naturalmente, non è di un Monti che onestamente e responsabilmente assolve alla propria funzione, portando avanti dignitosamente – per quanto con minore brillantezza di quanto l’ottimismo della volontà del capitalismo mondiale morente, suo principale referente e beneficiario, vorrebbe attribuirgli – il proprio mandato; ma di una politica politicante che si nasconde dietro Monti – e alla sua immagine di serietà – per far calare l’onda del malcontento degli italiani (nei propri confronti). Che tali signori chiamano “antipolitica”, e che invece rappresenta l’antidoto della società civile alla vera antipolitica: quella costituita dalla (loro) Casta. Ma in questo modo il dissenso – anzi, il conflitto di interessi, sia pure in questo caso tra due diverse (?) soggettività: ma gli eletti in Parlamento e i leader dei partiti, non dovrebbero esprimere gli interessi del Paese? – osserva il conduttore de L’Infedele, invece di trovare “sfogo” nella contestazione aperta, nella libera (! E democratica) partecipazione e magari in libere elezioni, cresce sottotraccia, dando luogo a “deviazioni” per certi versi incomprensibili – se non in questa chiave di lettura – come quelle a cui abbiamo assistito nelle ultime ore nei confronti del meno colpevole di tutti: il presidente Napolitano. Che ha già avuto modo di “compensare” con la propria regia nella formazione del governo Monti l’insipienza di una classe (?) “dirigente” (?) che è ora chiamata ad assumersi le sue responsabilità. O rilancia – con una piattaforma POLITICA: alla cui definizione, ché la via è “una”, non esistono punti di vista, ma risposte più o meno efficaci alle evidenti esigenze del Paese, il giornale della politica italiana contribuisce da tempo – l’azione del governo stesso per non solo rimanere al di qua dell’orlo del baratro, ma anche per riportarci, via via, alla posizione che ci compete nel mondo; oppure lascia. Ora. Prima che sia troppo tardi (di “nuovo” – ?). di GAD LERNER Read more

Se Governo Monti fa minimo (sindacale) Politica è (ri)costruzione futuro dell’Italia Ma per politicanti è assicurazione su vita Preferiscono tacere pur restare in sella Ma (nostra) modernità non può aspettare

febbraio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Quando la politica(?) abdica alla tecnica(?)…si finisce nella – pura – amministrazione dell’esistente, senza progettare più nulla. Ma se l’esistente è vecchio, non basta conservarlo nel migliore(?) dei modi per far sì che torni a funzionare: bisogna proprio ripensarlo e ricostruirlo. E per questo ci vuole la Politica. La Politica; e non l’economia (e basta): o la riprogettazione sarà per un (semplice) “mercato” e non di un Paese. E noi vogliamo continuare (?) ad essere cittadini italiani ed europei (e “del mondo”), e non (più – ?, solo) “consumatori”. Ma anche per ciò che riguarda la (sola) economia. Quali sono i provvedimenti “forti”, di svolta (rispetto al declino politico degli ultimi trent’anni, e non solo al buco nero dell’autoreferenzialità di oggi) assunti dal governo Monti, tali da giustificare l’idea che siamo nelle mani giuste (per fare tutto ciò che è necessario) e che ora possiamo stare (o tornare a stare, senza più il timore di una rivolta popolare contro la Casta?) tutti tranquilli (e ricandidare Monti, a questo scopo!, ad aeternum)? Liberalizzare l’accesso alle professioni, per quanto utile e “giusto”, è – ci mancherebbe – il minimo sindacale per un paese che voglia definirsi ‘moderno’ (al punto che lo aveva cominciato a fare persino Bersani). E che finora non fosse stato fatto (fino in fondo) dimostra solo, ancora una volta, la (stessa) autoreferenzialità della politica politicante. Lo spread è sceso? Sì, ma tornando ai livelli degli ultimi vent’anni. “Siamo” comunque 300 punti “sotto” la Germania. Che negli ultimi due avessimo messo un piede dentro il baratro, non significa che continuare a barcollare sull’orlo sia la migliore delle nostre condizioni possibili. Ma non limitiamoci a criticare l’(in)esistente; vediamo cosa si può fare (ancora una volta). Sappiamo bene che la nostra economia è a “due velocità”. Quella del nord – al netto, certo, della crisi, che però ci ha coinvolti tutti – è equiparabile alle più ricche e floride economie d’Europa. Al sud quasi non ne abbiamo una. E’ evidente che nessuna crescita – numerica, ma anche tale da avere ricadute positive sulla qualità delle nostre vite – potrà esserci se anche il sud non crescerà. Ebbene, a parte un cenno ad ipotetici incentivi per le assunzioni – ma da parte di chi, se al sud è il sistema produttivo ad essere fermo agli anni cinquanta – questo governo non ha mai mostrato di avere nei propri pensieri quel nostro sud senza la cui crescita – a partire dall’attuale condizione deficitaria e di stallo ben precedente all’inizio di questa crisi – l’Italia non si rialzerà. Il giornale della politica italiana ha già indicato in un cambio di prospettiva – nel guardare non più, dal mezzogiorno, solo alla (“lontana”) Europa ma, “insieme” all’Europa (che “siamo noi”), verso la sponda meridionale del Mediterraneo e all’Africa – il possibile volano di uno sviluppo sostenibile. Puntando a rifare del Mediterraneo il centro – economico, culturale – del mondo. Come lo sviluppo di Cindia, con cui già commerciammo – e smerciammo verso il resto del mondo. “Ricevendo” attraverso l’Asia Minore e appunto il Mare nostrum! Con prospettive straordinarie, perciò, oggi, anche per la possibile pacificazione del pianeta, attraverso l’incontro tra “oriente” e occidente – ai tempi di Roma, sta lì ad invocare alla “nostra”, attuale sordità (“im-politica”). I popoli che hanno dato vita alla primavera araba hanno, peraltro, come sappiamo, un’età media giovanissima: innovazione, da cui evidentemente ripartire anche – innanzitutto – al sud – non vorremo certo legare lo sviluppo della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata e della Campania, terre di bellezza e di cultura, all’inquinamento da combustibili fossili, peraltro in…”regressivo” esaurimento – significa, naturalmente, costruzione del futuro; chi, meglio di giovani che per le proprie storie recenti hanno in sé motivazioni straordinarie (come abbiamo visto: per questo hanno riconquistato la democrazia! Come noi non siamo oggi più in grado di fare), può mettere in campo la spinta – e la cultura – necessaria a (ri)generare il (nostro) domani? Immaginate la spinta propulsiva che avremmo in un progetto di sviluppo comune tra il nostro mezzogiorno e l’Africa settentrionale (ma non solo) che miri ad accendere proprio nelle nostre terre i primi focolai di un paese che vuole tornare ad essere la culla dell’innovazione del mondo. Ma questa è politica; non (regolare) amministrazione. E richiede l’ambizione e il respiro dell’uomo politico e non la sobria (ma, a tratti, vuota. E ‘apparente’) regolarità del tecnico (economista). Mercato del lavoro: siamo stati noi per primi ad indicare che lo sblocco della situazione attuale passa (comunque) “anche” (o prioritariamente) dalla sua riforma. Ma nel senso che il lavoro è componente fondamentale del possibile sforzo per l’innovazione, e non soltanto perché abolire – ad esempio – l’articolo 18, o introdurre una maggiore flessibilità, libererebbe le aziende dal “peso” (dal loro, da questo, punto di vista) di una parte dei lavoratori, consentendo loro di licenziarli non già in una tensione alla crescita, ma alla salvezza (di sé, e “soltanto” di sé). E invece la riforma del mercato del lavoro deve prevedere una equa distribuzione, sì, ma non (solo, o prima di tutto) dei costi, bensì del contributo per tornare grandi attraverso l’innovazione. E quindi lavoro come forza motrice di un processo di rinnovamento delle aziende che siano però chiamate e coordinate – dalla Politica! – a “muoversi” programmaticamente in questo senso. Con i lavoratori che, grazie ad un Paese che offre loro gli strumenti culturali – attraverso la scuola rinnovata, attraverso la formazione permanente – per costituire – anche “tecnicamente” – le migliori risorse umane del mondo, perché coinvolte, perché protagoniste del processo produttivo e di rilancio della nazione, accolgono la flessibilità come una opportunità (di crescita) e non più come una ‘assicurazione’, sì, ma sulla instabilità garantita (?) del loro domani (?) lavorativo e quindi di vita. Ma tutto questo, appunto, richiede la Politica. Come chiederlo a chi – i politicanti – ci ha portati nella (deficitaria) condizione attuale, rendendo necessario (per la – propria – sopravvivenza) l’intervento (esterno) dei professori?
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Avevamo ancora una volta ragione Ue: ‘Innovazione sola via crescita’

febbraio 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Avevamo (ancora una volta) ragione noi. “L’Europa”: ‘Innovazione unica via crescita’. il Politico.it lo scrive da febbraio 2010 (!). “Lavoro, scuola e formazione, ricerca. Vanno ora riformati in modo armonico”. Tema non è art. 18 sì/no o prima/dopo. Ma se vogliamo modernizzare l’Italia. Magari insieme nostri fratelli nordafricani. O tenerci versione vintage di Novecento.

L’Europa, dopo il governo Monti, ‘ascolta‘ il giornale della politica italiana. E, sia pure con un certo ritardo, se si tiene in conto che gli altri continenti o hanno costruito la loro esplosione passata su questo (gli Stati Uniti. Che oggi, con Obama, tornano ad investire in questo stesso senso per uscire dalla crisi!), o quella che si sta compiendo ora corre su questi binari (Cindia), arriva a comprendere che – come peraltro sempre, nel corso della storia – la sfida per la leadership mondiale riguarda la costruzione del futuro. E in un’era dominata dal mercato e dalla produzione, l’innovazione è il passaporto per una crescita non di nicchia o destinata a lasciare il passo al ritmo inarrestabile del gigante orientale. Ma, il Politico.it sostiene – e presto anche questo concetto, come quello dell’autoreferenzialità della nostra classe dirigente; come questo, ora, dell’innovazione, entrerà nel senso comune della leadership nazionale e continentale – in un momento di crisi non solo del nostro sistema produttivo ma del modello produttivo dell’(intero) occidente – a cui, come scrive Fabrizio Ulivieri, l’oriente ha (lasciato) invadere i propri territori senza offrire nessuna peculiarità legata ad una propria nuova concezione del mondo – è necessario (per la – nostra – stessa sopravvivenza) che il concetto di innovazione venga declinato a 360 gradi, ovvero riguardi la produzione (di beni), ma coincida anche con il recupero di un respiro etico e filosofico che ci consenta di stabilire dove vogliamo andare, e quindi come; e di farlo in modo sostenibile per noi ma soprattutto per i cittadini del mondo di domani. L’Italia dunque è chiamata a svegliarsi, e, proprio in ragione della propria attuale arretratezza – e della straordinaria opportunità di potere/ dovere rifondare da zero il proprio sistema – può essere il laboratorio, e la guida, di un’Europa che punta sull’innovazione, diventando – come noi auspichiamo da tempo – la più grande Silicon valley del mondo. Ma, perché tutto questo sia sostenibile per la nostra economia – che, lo ricordiamo, è oggi composta da una “doppia”, o dimezzata, economia, che gira al nord e non esiste, praticamente, al sud – e perché lo sia anche per le nostre vite, è bene non dimenticare, nell’avviare questo processo, che il sud può e deve costituire la base da cui (ri)partire in questo senso, e magari coinvolgendo quella sponda meridionale del mediterraneo che ha scelto la democrazia proprio grazie a internet, e che con la giovane età dei suoi popoli può fornire linfa (anche, per le sue motivazioni) che oggi noi – in parte; ma “scateniamo” finalmente i giovani – del nostro sud – non abbiamo, al nostro – stesso – processo/ progetto di sviluppo (comune). E se non dimentichiamo, nell’abbracciare i nostri fratelli nordafricani, quello che hanno passato e continuano a passare – quello che hanno sofferto e continuano a soffrire – anche a causa nostra, chi ci dice che il nuovo modello di crescita (umanizzato) non possa essere concepito proprio nell’Italia che diventa la punta (di diamante) dell’innovazione (“del “vecchio”)? Tanto più, se si pensa anche che già oggi, il modello economico dei paesi arabi – contro ogni nostro pregiudizio – è più democratico del nostro capitalismo, prevedendo una condivisione (tra capitale e lavoro, per semplificare) dei costi e dei benefici. Come ci racconta, stasera stessa (e così, ancora una volta, il Politico.it riparte e rilancia), la nostra Désirée Rosadi. All’interno. Read more

Dopo l’(ennesima) Caporetto (di Genova) Non san ‘governarlo’, vogliono rifare Pci Cari Pigi, Massimo: (ma) Pd non è vostro Come non è (la) vostra (l’)Italia (! Di oggi) Se Pd – e l’Italia – sono dei (loro) giovani E la Politica è (ri, sì) costruire (ma) futuro E non riesumare (un) passato (ora finito)

febbraio 16, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Provo vergogna per come l’Europa sta trattando la Grecia”, dice Bersani. Ovvero per la richiesta di sacrifici “immani” da far ricadere – direttamente – sui ceti popolari. E’ questo il dilemma della sinistra (in Europa) oggi, si chiede Gad Lerner sul suo blog? Doversi snaturare – come Bersani sta poi facendo in Italia, dove appoggia un governo che ha la stessa mission e ha compiuto scelte simili, sia pure nella minor gravità della situazione, a quelle del suo collega greco Papademos – per assicurare la tenuta dei bilanci, senza poter assolvere – anzi, contraddicendo – quella che (si) ritiene essere la sua funzione (storica), redistribuire (tout court – ?) la ricchezza di/ in una nazione? Ebbene, questa contraddizione rischiava di non avere soluzione (?) fino a vent’anni fa. Quando non c’era il Partito Democratico. Il quale nasce per superare, in sé, questa “visione corta” e offrire alle persone “più deboli” la prospettiva di una (vera) ‘integrazione’ – non solo una tantum e in forma di “elemosina” – in una società che abbia – semmai – “sempre meno persone bisognose di ricevere la carità e sempre più persone desiderose di farla“. Consentire alla sinistra di tornare ad essere maggioritaria in un paese che negli ultimi quindici anni ha votato in maggioranza a destra; e (ri)costruire, così, la propria egemonia culturale, in una società (politica) che – prima di tutto con questa stessa sinistra (!) post(?)comunista(?) – si è progressivamente appiattita sulle (esclusive) tesi della destra. Il Partito Democratico è nato per superare l’ostilità di poteri forti, classi privilegiate, interessi vari – che tenderanno a non voler cedere mai, come non è mai avvenuto nel corso della storia, tanto meno nel secolo del comunismo, i propri benefici – offrendosi – in virtù della propria maggiore onestà e responsabilità – di agire più efficacemente degli altri per il bene di (tutto) il Paese, e, una volta riconquistato il potere, poter fornire a tutti gli strumenti (in primo luogo Culturali) per ottenere la propria (definitiva!) “liberazione“. Partendo, naturalmente, dai giovani di oggi, plenum della società di domani. Una liberazione ottenuta (appunto) con le proprie mani, grazie alla piena espressione (di sé/ in sé) di un (vero) principio di libertà (individuale). Che consenta una crescita (non solo economica) all’(intero. E non solo ad una parte – minoritaria di) Paese. Per questo, per il bene di tutti, il Politico.it non può accettare la “minaccia” di una “regressione” del Pd (quello vero, quello di cui abbiamo descritto il senso e tutt’oggi – non – “esistente” in – sola – potenza) in Pci (in cui consiste(?) in fondo già l’attuale Pd), che affrontiamo anche con le parole, che state per leggere, dei capi di Insieme per il Pd, l’associazione alla quale fa riferimento il deputato Democratico Sandro Gozi che si oppone alla deriva immaginata dall’attuale mag- gioranza del partito. di G. MAESTRI e G. ROTONDO
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Inno alla gioia di Beethoven Inno Europa (Ri)suoni(amolo) insieme a canti nazionali Viaggio in Italia atto d’amore per “noi” (!) Facciamo leggere Goethe (nuovi) italiani Europa tornerà ad essere culla (di) civiltà

febbraio 10, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

(E noi siamo la Politica, quelli che tirano le fila, quelli che vanno in gol, che fanno la Sintesi – come abbiamo fatto noi oggi, ora, qui). Ecco che cosa intendiamo quando parliamo del Vecchio continente come culla dell’umanesimo. Sappiamo tutti, ovviamente, che le nostre terre sono i luoghi in cui è nato e si è sviluppato il (libero) pensiero (illuministico), innervato e traendo origine (e non contrapponendosi! Quale tremendo equivoco) dal cristianesimo. Entrambi ‘figli’ anche della concezione filosofica (cioè della – ricerca della – verità!) dell’antichità greca della conoscenza come chiave per (ri)dare dignità alle nostre vite. Ebbene, ciò è vero in quanto tutto ciò non è limitato (ovviamente) ad un piano formale e simbolico, bensì affonda le proprie radici nell’etica. Ovvero nel modo di pensare (la nostra vita). La nona sinfonia di Beethoven si chiama Inno alla gioia non per caso: ed è ad una civiltà della gioia (così ri-definita da Fabrizio Ulivieri), appunto, positiva, che miri a costruire il futuro e non a salvarsi (semplicemente) dalle insidie del Tempo che sta la ragione fondante dello spirito europeo. Ed è per questo che sentirlo (ri)suonare accanto al nostro splendido – ma chi è che dice che si tratta solo di un motivetto? L’avvertite la carica, sincera, di generoso patriottismo? Qualcuno che non conosce, in tutti i sensi, la Storia - Inno di Mameli, fonte di ispirazione per ogni italiano che voglia tornare a dare tutto ‘per’ la propria nazione (e cioè, ‘attraverso di essa’, per se stesso e per tutti gli altri nostri fratelli del mondo), favorirà l’Europa (unita) più di qualsiasi mercato (interno). Ma ancora più patriottico è, ed in apparenza – ma solo in apparenza – si tratta di un paradosso, il diario dell’agognato, e finalmente compiuto, viaggio nel nostro paese del padre della cultura tedesca (e non solo). Goethe desiderava sin da bambino visitare l’Italia e in particolare Roma, ‘capitale del mondo’ (come la ri-chiamava lui e come intendiamo tornare presto a richiamarla, non solo per rievocarla e ‘prepararla’, anche noi). Quando la vide percepì subito la grandezza che il patrimonio che ci era (già) stato lasciato dai nostri avi infondeva in ogni spirito che l’ammirasse con la sensibiità – data dalla cultura – per poterlo Ascoltare. E, ad un tempo, il grande poeta tedesco già si accorgeva dei primi (? In realtà il nostro direttore ha già ricostruito in modo diverso – rispetto a questa definizione di ‘inizio’, non da Goethe, naturalmente – da questo punto di vista, la nostra Storia) segni del nostro decadimento, ‘piangendo’ per la Bellezza (di Roma) progressivamente rovinata (con le nostre mani). Ebbene, leggere Viaggio in Italia – scritto, appunto, da un cittadino – allora – di un altro (?) Paese – consente (proprio per questo!) di riprendere coscienza, e di riallacciare un rapporto, con i fili della nostra storia e della nostra identità. E, senza imposizioni, ma proprio per la bellezza di (ri)scoprir(lo/)ci, andrebbe fatto leggere a tutti. A cominciare dai nostri giovani (nelle scuole! Ma, di nuovo, senza tedianti imposizioni. Al contrario!), e da quei migranti che Matteo Patrone ha già indicato come i possibili co-fautori, e innervatori decisi, del nostro possibile Risorgimento, che da Goethe, prima ancora che da ‘noi’, possono cogliere il respiro della nostra anima (nazionale ma in un senso, appunto, aperto). Il che non deve (più in generale) in nessun modo sorprenderci: perché quella di cui parliamo non è la cultura (italiana), ma la Cultura (occidentale, ma non solo). E la cultura (occidentale) è la cultura europea. Il pensiero greco, abbiamo detto, fino all’illuminismo (passando per i valori della rivoluzione francese e di Napoleone) sulla traccia sicura del Cristianesimo. Fino all’avvento dell’inglese (con gli Stati Uniti) e dell’impero dell’economia. Ecco: far (ri)suonare l’Inno alla gioia di Ludwig e leggere Viaggio in Italia di Wolfgang, può ridarci il senso di un cammino da (re/)intraprendere. e quindi “facciamolo”. Subito. Per salvare l’Europa (così, sì, davvero…) ed evitare di (dis)imparare – soltanto, s’intende – a ‘competere e a concorrere’, mentre il mondo muore di una competizione sfrenata di chi ha a cuore (?) soltanto il proprio arricchimento (? Sì, ma materiale).
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Basta presidenti di Consiglio economisti Monti: “Cambierò la vita (?) degli italiani” Come? ‘Abituarli competere-concorrereMa Gesù non dice: competi prossimo tuo L’economia da sola non salverà l’Europa (In più da crisi -per-stessa- economi(c)a) E’ cultura chiave di nuovo Rinascimento Come ci insegnò Olivetti cinquant’anni fa Torneremo ad essere la culla della civiltà

febbraio 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non ricordiamo, tra gli insegnamenti di Cristo, uno in particolare che riguardi il libero mercato. Anzi: se non ricordiamo male, fu Gesù a cacciare i mercanti dal tempio. E Giovanni Paolo II disse: aprite le porte a Cristo. E non ad un venditore di polizze o di obbligazioni finanziarie. E pare che sia proprio stata l’economia, a portarci nella condizione – di crisi – attuale. L’economia stravolta rispetto alla propria funzione originale: che non è quella di ‘governo del mondo’ – sia pure nella versione soft di un esecutivo di professori, con la loro deformazione umanistica – ma di regolazione (!) degli scambi commerciali, per concorrere ad un funzionamento del sistema-pianeta e non per sostituirlo: il governo del mondo è la Politica; e oggi la Politica vede una sola via d’uscita – o, meglio, di rilancio - per le nostre vite: e quella via d’uscita è la stessa che Adriano Olivetti – in Italia! – offerse a se stesso e ai propri dipendenti, trasformando la sua azienda – ad un tempo – in un luogo di crescita (culturale e – quindi – spirituale!) dei suoi collaboratori, e di crescita (economica! Perché è ridando valore e – alti – scopi alle persone che anche il livello materiale può tornare ad essere efficiente, e produttivo, e in ultima analisi ritornare sotto il segno più. Magari con una doppia cifra a seguire). “La cultura non si mangia”, disse (volgar- mente) Giulio Tremonti. Infatti è lui il ministro dell’Economia che ha accompagnato gli ultimi passi dell’Italia verso il baratro (nonostante alcuni mesi di gestione – ma solo economica! E “difensiva” – maggiormente “oculata” – ?). E in effetti la cultura non si mangia, ma può dare da mangiare. Olivetti stessa è uno degli esempi (in tutti i sensi) di azienda protagonista del nostro boom, e ancora oggi lascia il segno (a distanza di cinquant’anni!) sul suo settore di competenza, in particolare quello tecnologico. Dopo avere scritto – non ‘dimentichiamolo’ – un pezzo di storia dell’umanità, proprio grazie alla cultura, che consentì ad una squadra di genii (resi tali da un clima – culturale – tale da favorire la collaborazione e il miglior rendimento “reciproco”) di inventare il primo pc. E ne sanno qualcosa i giovani arabi, se è vero che è grazie ad un pc (ad una serie di pc), ad internet, ma soprattutto ai contenuti trasmessi attraverso queste reti, che oggi tornano a vedere una prospettiva per le loro vite (individuali e di popolo), dopo il ‘ritorno’ – da loro (ri)conquistato – alla democrazia. In questo pezzo del marzo 2011, il nostro direttore tirò le somme di una serie di elaborazioni riguardo al possibile ruolo della cultura nel nostro nuovo Rinascimento, proprio a partire dalla Primavera araba. Ve lo riproponiamo – anche ad un presidente del Consiglio troppo vezzeggiato dai centri – non a caso – dell’economia mondiale – per ricordare che la cultura non si mangia, ma grazie alla cultura (“popolare”, diffusa) si può (tornare a) vivere, e salvare, (solo) così, la culla (appunto) della cultura occidentale e dell’umanità: l’Europa. A partire da quella che è stata e tornerà ad essere la sua testa (pensante): l’Italia.
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Ora Silvio sta solo p(r)en(/r)dendo tempo Se riforme istituzionali devono essere(?) che rispondano a (reali) esigenze Paese (Vero) tema non è bipolarismo(?) sì o no L’Italia ritrovi sua vocazione (nazionale) E Camera sia l’assemblea che la esprime Mentre il Senato diviene “delle Regioni” Deputati eletti su base (‘solo’) nazionale E campagna sia ‘incalzata’ da/su Internet Così si cancellano lobbies e clientelismo E si restituisce a Politica proprio respiro

febbraio 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un tema, quello delle “riforme” (?), su cui la nostra politica autoreferenziale di oggi é ferratissima (?). Ma qual è, oggi, la piu’ grande esigenza del Paese, in rapporto alla sua (classe) Politica? “Solo” riavere l’elezione diretta dei (propri) rappresentanti? O anche assicurare che ciò avvenga al di là di ogni rapporto elettorale (o, meglio, elettoralistico) opaco e anti-politico? E restituire alla classe dirigente la capacità di (ri)generare il futuro (della nazione), e non solo di curare gli interessi (particolari) di un (singolo) territorio? Questa, peraltro, è la Politica: partire da un’idea di fondo, basata su di una ricognizione efficace delle reali necessità del Paese (e, quindi, della – sua – Politica, e dei suoi “sistemi”), e da essa – e non il contrario – far discendere le specifiche ricette. Nell’ambito di un’organizzazione e di un progetto complessivo e organico, quale il giornale della politica italiana sferza la politca politicante a ricercare da tempo. E vale anche (se non appare palesemente chiaro che valga soprattutto in questo caso, in cui si parla in origine di intervenire su di un “sistema”, già in essere, costitutivamente, come tale) per le riforme istituzionali. Il resto si chiama tecnica (quando è comunque morale e onesta e responsabile), oppure semplice “pastrocchio”. Spesso, concepito per mantenere in essere propri interessi (parziali, quando non personalistici o addirittura privati). Parliamo di quelli di un’intera classe “dirigente” (?), che punta alle riforme per restituire (?) linfa (?) a se stessa, ma in questo modo senza, appunto, avere nemmeno lontanamente (?) idea di ciò che serva all’Italia. E dell’ex presidente del Consiglio, che – a sua volta – (ci) sembra pensare semplicemente (come fa ogni volta che propone un ‘tavolo’) a guadagnare tempo e/ per recuperare consensi (lo fece anche con Veltroni a governo Prodi in carica. “Sia pure” – in quel caso – su proposta di Walter. Prodi, puntualmente, cadde…), in vista di un’auspicata vittoria (oggi teoricamente difficile, ma solo allo stato attuale delle cose) alle prossime elezioni. Ma di questo abbiamo già parlato ieri. Affrontiamo ora comunque – come se non fosse questa la platea di addetti ai lavori “interessati” (ahinoi, in tutti i sensi. E per questa stessa ragione lo proponiamo!) – il merito delle riforme. E lo facciamo, come sempre, Politicamente; a partire da una concezione complessiva e scendendo poi ad indicare, in dettaglio, le possibili “ricette” ‘attuative’. Avvertenza: ad una classe politica del secolo scorso, quale quella oggi al potere, alcune formule – come quella di una campagna elettorale immaginata “solo” (o in larghissima parte) su internet, in un confronto diretto e molto più onesto (e stringente) con i cittadini; o di un sorteggio per definire i confronti a due tra i candidati solo nazionali – potrà risultare astrusa e dura da digerire; ma questo – per chi non l’ha compreso – è il (possibile, e secondo noi auspicabile) futuro. E’ anche in questo modo che il giornale della politica italiana, ancora una volta, vuole inverare la propria promessa – il proprio impegno – di contribuire (in modo decisivo) a ri-fare del nostro Paese la culla della civiltà. Read more

Caro Pigi, ecco a cosa andiamo incontro Monti come Dini nel ’95. Ma ora pro Silvio Il governo ha (ri)messo in sicurezza conti E democrazia richiede pur sempre il voto Togli il (tuo) sostegno prima che sia tardi Qui progetto/programma per (nostro) Pd

febbraio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ebbene sì. Il governo Monti rischia di diventare per il centrodestra ciò che il governo Dini rappresentò per il centrosinistra nel ’95. E, quel che è peggio, a parti (doppiamente) invertite. Perché nel ’95 l’esecutivo presieduto dall’ex direttore generale della Banca d’Italia fu il frutto di un ribaltone (ispirato dal presidente Scalfaro, a cui va il nostro ricordo), che pose fine alla prima esperienza a Palazzo Chigi del Cavaliere e assicurò – poi – la vittoria alle elezioni di un anno e mezzo dopo della sinistra. Che nel ’95, caduto Berlusconi per mano di Bossi, aveva bisogno di riorganizzarsi; e di trovare un candidato vincente. Quell’anno D’Alema fece un uno-due che rimarrà negli annali della politica politicista (?): ricucì (un rapporto. E una, conseguente, alleanza) tra sinistra riformista e centro cattolico progressista; e trovò in Romano Prodi l’uomo che avrebbe portato i post (?) comunisti al governo per la prima – e poi anche una (breve) seconda – volta nel corso della loro storia. Fu così che il periodo di governo del centrosinistra – cominciato di fatto con Dini, che fu decisivo (al punto da entrare poi nella squadra di Massimo neo-presidente del Consiglio, nel ’98) per dare al Pds il tempo di riorganizzare il fronte progressista – potè proseguire, sia pure in modo incompiuto per ciò che riguarda il possibile cambiamento (Politico. Del Paese), fino al 2001. Oggi tutto questo rischia di ripetersi ma a favore della destra: Berlusconi, andando al voto in primavera – e tanto più pochi mesi or sono, quando però le condizioni economiche dell’Italia non consentivano responsabilmente di propiziare questa ‘avventura’; ma oggi, grazie naturalmente a Monti, sì – avrebbe (ancora) difficoltà a riproporsi in chiave vincente; ma cosa accadrà tra dodici mesi, per di più se la linea dell’esecutivo dei professori tenderà a premiare sempre più – e, così, a (pure, peraltro, com’era auspicabile) ri-generare – una visione e un programma di cultura politica (giudica ad esempio Amenduni su Fb) ‘di destra’? La riforma (?) del mercato del lavoro immaginata da Monti non è ciò che serve all’Italia, e rappresenterebbe davvero un peccato (Politico; grave) regalare altri cinque anni (almeno) ad una gestione a rischio di essere poco onesta e responsabile come quella che i pur eredi del Cavaliere – e non ancora la destra che pure tutti sogniamo possa tornare a competere anche da noi – finirebbero per offrire, con le proprie, stesse mani. Fino ad oggi al centrosinistra è mancato il progetto, e un programma. Ma il giornale della politica italiana – i cui spunti sono ormai unanimemente riconosciuti per la loro autorevolezza e largamente seguiti e ascoltati – non elabora, ormai da mesi, contenuti Politici per un esercizio fine a se stesso; e, sia pure in una prospettiva che noi auspichiamo maggiormente unitaria (ma del Paese, e non delle forze politiche politicanti di oggi), è chiaro che si tratta di contenuti ispirati ad una sensibilità progressista. Allora, caro Pigi, eccoli ancora una volta a tua (nostra) disposizione: il progetto, il programma, e persino un (possibile) governo (con ‘nuovo’, rigenerato programma). Il momento, se ci credi, è adesso; fra un anno rischia di non essere più. Quello del centrosinistra.

Ma Martone e Monti si contraddicono (?) Primo: “Ragazzi, a lavorare, non studiate” Secondo: ‘Basta col posto di lavoro fisso’ Ma che fine fa (così) chi non ha studiato quando si ritrova a (ri)perdere il lavoro? No a buonismo, ma nemmeno terrorismo Siamo donne/ uomini e non ‘consumatori’ Una società di responsabilità e creatività Cui scelte servano a fare il bene. Di tutti Senza passione (umana) non si fa Politica

febbraio 6, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La destra ha vinto la propria battaglia storica. Anche grazie alla collaborazione dei marxisti. Al centro della nostra vita oggi c’è il consumo. E alla possibilità di averlo, individualmente e collettivamente (la crescita), dobbiamo piegare ogni nostra scelta, ogni altra istanza, ogni nostra potenzialità. Non importa se ciò poi genera mostri (e mostruosità – televisive – ?) come (anche) quelli di Avetrana. O, meno spettacolarmente (?), consente che persone – italiani come noi! Nostri fratelli – muoiano, nell’anno di grazia 2012, assiderati perché non hanno una ‘fissa dimora’. Il mondo va così e ci dobbiamo adeguare. L’articolo 18 è una nostra chimera. Negli altri Paesi (al di fuori dell’Europa) è già previsto che – insieme alla libertà, vitale, di costruire i propri percorsi professionali – se uno sbaglia, o sbaglia qualcuno al posto suo, può perdere tutto. E ci sono sindaci che invitano coloro che vengono a trovarsi in questa condizione – spesso frutto di eventi dei quali queste persone non hanno alcuna responsabilità – a lasciare la città, per poter (tutti insieme – ?) dimenticarli(/selo). Adeguiamoci, dicono i (veri…) garantiti di oggi (?); liberalizziamo, “semplicemente”, il mercato del lavoro. Noi invece abbiamo un’altra idea. Un’idea positiva del futuro, in cui lo Stato non abbandona ‘tutti’ al proprio destino, rimuovendo per altro gli ultimi ostacoli (regolativi) al cannibalismo sociale reciproco; bensì – virtuosamente e non più in modo parassitario, un modo spesso reiterato, soprattutto, dagli stessi predicatori della ‘spietatezza’ (che non va confusa con il – necessario – rigore!) nei rapporti di lavoro; nella foto, Martone è con Brunetta – li motiva, li coordina e guida verso un orizzonte (comune). Il merito è la discriminante assoluta di ogni assunzione (a differenza di quelle perpetuate, o addirittura direttamente vissute in prima persona, dagli stessi propugnatori della ineluttabilità del nostro adeguamento al resto del mondo). E le aziende non sono ingessate nel dover mantenere a vita le stesse persone. Ma tutto questo mentre e perché insieme ci mettiamo in marcia – collaborativamente – verso quell’obiettivo. Il lavoro non è più (così) uno strumento (di tortura – sociale) in mano alle (sole – ?) imprese, ma l’occasione attraverso cui ciascuno di noi partecipa – con le (sue – in tutti i sensi – ?) aziende, attraverso di loro, cioè di sé; responsabilmente e in modo creativo – a rigenerare la nostra economia, ma anche la nostra vita. Una società in cui il lavoro non si perde, ma si lascia (temporaneamente) per tornare ad apprendere e potere poi fare (meglio) lo stesso (?) (o uno – nuovo) impiego, (r)innovati anche in se stessi grazie alla formazione continua (come detto, e siamo stati noi ad indicarlo per primi, ‘ripresi’ poi dai vari giuslavoristi – un po’ – autoreferenziali come il senatore Ichino e lo stesso Tito Boeri, associata ad una indennità di (dis)occupazione strettamente vincolata alla partecipazione, attiva, al (per)corso di formazione; sostenuto, questo sistema, da uno ‘sforzo’ congiunto delle imprese stesse e dello Stato), pronti a dare molto di più perché finalmente liberi (di esprimere appieno – tutte – le proprie potenzialità), è una società che – senza fare “terrorismo” – innova e – così – cresce (molto più delle altre). Una società in cui invece di rinunciare all’università ‘tutti’ la frequentano (o comunque studiano), concependo lo studio non più come “pura” (, tecnica) preparazione funzionale a svolgere un (solo) mestiere, bensì come mezzo per (ri – ?)avere piena consapevolezza di sé ed essere liberi (anche di fare altri lavori), è una società in cui ci sono molti meno disoccupati anche perché tutti fanno il lavoro che (veramente) vogliono e hanno il talento per fare (anche tra quelli che oggi non facciamo più, ma proprio in ragione dell’altra faccia della medaglia – non certo al merito: in tutti i sensi! – dello stesso terrorismo – sociale) e (anche per questo) lo fanno nel migliore dei modi. (Ma) nessuna crescita – duratura – sarà possibile senza (“prioritariamente”, o almeno contestualmente) un basilare ammoder- namento di un nostro motore – la scuola! – rimasta ferma ai tempi della riforma Gentile (I anno dell’era fascista – …). Ecco, ancora una volta, allora, il programma del giornale della politica italiana.
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(Oggi siamo ancora) la Repubblica della corruzione di Franco Laratta

febbraio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma torneremo ad essere la culla della civiltà. Giulio Tremonti, nel suo nuovo libro, attribuisce la (ir)responsabilità del declino del capitalismo – e delle istituzioni democratiche (?) su di esso, a dire il vero, (af)fondate – alla sua deriva ‘finanziarista’, al distacco della ‘macchina dei soldi’ dalla nostra realtà (comunque economica). Individuando peraltro nel tornare sui (nostri) passi compiuti in questo senso di stravolgimento della nostra economia (ma ad un livello ancora superficiale rispetto al recupero del suo concetto originale. Che è quello di un’economia al servizio di una ragione – di vita – più alta; non più fine (ma mezzo), e tanto meno fine a se stessa, ‘come’ la finanza), la possibile soluzione (“strutturale”) alla crisi. Ma il distacco al quale fa riferimento Tremonti rischia di essere ‘rintracciabile’ nella stessa natura di ‘macchina’ (finanziaria ma anche – quando ‘angustamente’ cessa di essere mezzo e diventa fine – ‘economica’) del capitalismo, che mette al centro delle nostre vite (? Appunto. Determinando un effetto di sterilità im-morale) l’esclusivo arricchimento (? Materiale). E a quale condizione è destinato, un Paese – non, un (‘semplice’) mercato – che si affida alle dinamiche economiche e finanziarie come unica ‘ragione’ (?) della propria esistenza, rinunciando non tanto ad una possibile ‘regolazione’ – che presuppone comunque una certa subalternità – ma alla necessaria primazia e leadership della Politica (cioè dei suoi cittadini con le loro esigenze più profonde)? Giulio Tremonti è anche l’ultimo ministro dell’Economia di una serie di governi (di una destra antitetica rispetto alla sua tradizione storica) anti-italiani. Una destra che nel (non) esercitare le proprie prerogative di guida del Paese, non ha mai davvero messo il bene della nazione in cima alla propria scala di priorità. Se a quella crisi di vocazione vista sopra si accompagna - o meglio se essa è, a sua volta, (con)causa di – questa perdita di spirito nazionale, come (di)mostra appunto il declino (non elettorale, certo, ma ‘solo’ per colpa della sinistra) della destra (il)liberale italiana, in che cosa può trasformarsi, quel Paese – privato di ogni “ragione più alta” – se non nell’imper(i)o, sì, ma della corruzione (dove come abbiamo detto – ma repetita iuvant – l’unico fine, anzi, valore – Monti dixit – è l’accumulo di ricchezza, e in quanto valore – “supremo” – giustifica qualsiasi mezzo)? Ecco allora che la soluzione a tutto questo non può che coincidere (non con un semplice reset che faccia ripartire poi lo stesso conto – alla rovescia, in tutti i sensi, ma) col (ri)darci una prospettiva non più solo economica (ovvero economica ma nel suo senso originale, oggi superato e dimenticato) ma (appunto) più alta; e a quale obiettivo – o vocazione – specifico può rivolgersi, la nazione che è già ripetutamente stata, nel corso della propria Storia, la terra in cui si sono decisi i destini del pianeta, se non a quello di tornare ad essere il luogo in cui si (ri)genera, attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, la nostra (possibile, nuova) civilizzazione? L’imper(i)o della corruzione, ora, magistralmente descritto dal deputato del Pd. di FRANCO LARATTA*
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