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Italia non cresce se non cresce suo Sud Monti gira Europa non sapendo che fare Quel che serve ora è prospettiva Politica Cecita’ su Primavera araba grida vendetta La Libia non e’ soltanto quel loro petrolio Mediterraneo puo’ tornare centro mondo

gennaio 20, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Onesto e responsabile non è lasciar correre nell’indifferenza. Ricominciamo, piano piano, a rimettere le cose al loro posto: ribellarsi all’autoreferenzialita’ di una politica che, pensando a se stessa, non ha saputo accorgersi – negli ultimi venti, trent’anni – delle potenziailità del suo Mezzogiorno, e della necessità di intervenire “su” di esso per potere immaginare uno sviluppo (dell’intero Paese) del quale del resto a quella classe “dirigente” (?) non e’ mai (davvero) interessato, non solo non è incivile, ma rappresenta, piuttosto, un atto di amore verso l’Italia. Se i siciliani scelgono questo momento, non è casuale: la sopportazione di una classe “politica” (?) che – ad esempio – nella figura del presidente della nostra quarta Regione per numero di abitanti, rimanda al mittente le richieste dei lavoratori invitandoli a rivolgersi a Roma, e la certezza che farlo non porterebbe a nulla, non avendo – i lavoratori della Sicilia – nemmeno non diciamo un contatto, ma un lontano riferimento nella classe “dirigente” (ancora: ?) “nazionale” (?) – “costringendoli” così “direttamente” (in realtà dopo lunghi anni di difficile, nella concretezza della propria vita, paziente – e questo, semmai, è meno responsabile – laisser faire) alle azioni di protesta a cui assistiamo in queste ore - non sono nient’altro che la cartina di tornasole di anni e risorse buttate, di compiaciuto crogiolarsi di eletti e clientele di quest’ultimi che hann vissuto alle nostre spalle succhiandoci non solo le risorse che via via andavamo producendo, ma soprattutto quelle che avremmo potuto produrre se, al posto loro, ci fosse stata una classe dirigente onesta e responsabile; che facendo Politica - e non coltivando clientele - avrebbe subito individuato nel nodo e, insieme, nel possibile volano di un clamoroso ribaltamento di prospettiva rappresentato dal nostro sud, un’occasione alla quale dedicare prioritariamente le proprie energie; come fece Alcide De Gasperi nell’immediato dopoguerra, quando con la sua riforma agraria, che mise nelle mani e nella disponibiità di coloro che li lavoravano gli appezzamenti terrieri del Mezzogiorno, creo’ le condizioni per un rilancio economico del sud a cominciare dalle sue classi piu’ deboli. Ma nell’anno della primavera araba osservare questi signori procacciare “cibo” (in senso ampio – ?) per loro stessi e per i 1500 dipendenti della Regione siciliana – che sarà la quarta regione d’Italia per numero di abitanti, ma non in questa (s)proporzione - per non parlare delle clientele sparse nel resto del Paese – mettendoci, per assecondare le proprie pigrizie, fuori dall’autostrada di una Storia che puo’ tornare a vedere nel Mediterraneo la propria fucina, è qualcosa che non possiamo piu’ sopportare e che, infatti, ”costringe” finalmente i siciliani a ribellarsi. Ma ora e’ la Politica, a dover raccogliere quel grido di esasperazione; sapendo che farlo è l’unico modo possibile per assicurare uno sviluppo a questo Paese: perche’ se il sud non cresce, non cresce l’Italia; e la sola alternativa possibile al fallimento diventa allora necessariamente la secessione leghista. Siccome noi, che vediamo le straordinarie potenzialità della nazione posta esattamente – in primo luogo con la sua isola maggiore! - al centro di questa ideale culla (in tutti i sensi) del mondo, non possiamo né assecondare questa deriva né lasciare che i nostri politicanti – o tecnici autoreferenziali – attuali la propizino persistendo nella propria passività, il giornale della politica italiana torna a mettere – generosamente – sul tavolo del dibattito pubblico la proposta (insieme alta e concreta) concepita e avanzata nei giorni in cui anche i libici decisero di ribellarsi al regime di Gheddafi, la scorsa estate, e che – sia pure tra copiaincolla, attestati di apprezzamento e la sola mossa concreta di Paolo Scaroni che tenta di fare con Eni quello che dovrebbe fare l’Italia: unire le due sponde del Mediterraneo per riportare qui – e tra Europa e Africa – il centro degli scambi, commerciali e culturali, del pianeta - resta ancora – per quello che riguarda la politica politicante – lettera morta. Non è nei corridoi delle cancellerie europee, e nemmeno nelle salette riservate della City, la risposta alla nostra attuale difficoltà ad uscire dalla crisi, presidente Monti; bensì nella Politica. E Politica, oggi, in Italia, significa Mezzogiorno. il Politico.it lo sostiene (almeno) da quando a Palazzo Chigi (si) (ri)s(i)edeva ancora Berlusconi. Nell’anno della primavera dei nostri fratelli della sponda sud, anche il come, una volta tanto, è lì servito come su un piatto d’argento. Si trat- ta soltanto di saperlo – perchè lo si vuole – vedere. Read more

Agenzie rating ci prendono torte in faccia E per ‘accontentarle’ (solo) colpiamo taxì (Una) prospettiva torni a essere (Politica) E a riguardare ‘essenza’ delle nostre vite Solo cosi’ rigenereremo nostra economia

gennaio 17, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

I nostri tassisti sono oggi in piazza, ancora una volta, per lanciare l’allarme (e il grido d’aiuto) che se il governo Monti liberalizza la loro categoria, molti di loro rischieranno un significativo (in termini assoluti) impoverimento. Per loro, dunque, le liberalizzazioni – o almeno quella che raddoppierebbe, suppergiu’, le licenze in circolazione nel loro settore – non sono giuste. Il governo sostiene invece la tesi opposta. Ed e’ anzi proprio un’idea di giustizia – quella che ritroviamo nelle parole del presidente del Consiglio ogni qual volta dichiara guerra alle ‘corporazioni’ – alla base del piu’ politico – e concepito in altra epoca e da altre teste, il che la dice lunga sulla tecnicità, fino al rischio della sterilita’, dell’attuale esecutivo – dei provvedimenti. Ma il concetto di giusto rimanda al concetto di etico. Ed etico significa, anche, ‘che attiene alla nostra vita’. Ed e’ solo ed esclusivamente nella chiave di una prospettiva (Politica) che torni a riguardare (nella loro – vera – essenza) le nostre esistenze – e non soltanto, tecnicamente, le ‘regole’ del nostro ‘mercato interno’; ‘titolo’ al quale il presidente del Consiglio è del resto molto familiare, essendo stato a quel comparto che venne chiamato a svolgere il proprio mandato di commissario europeo – che le liberalizzazioni possono essere percepite come giuste (o, comunque, responsabilmente accettate) anche da chi ne viene (inizialmente, e privatisticamente) colpito; ed essendo parte di un piu’ organico e complessivo, e quindi motivante e rigenerante – anche in chiave direttamente economica! – progetto di costruzione del futuro. Come appare ancora piu’ lampante analizzando la vicenda dell’attacco (concentrico) delle agenzie del debito, proprio mentre l’Unione compie il suo massimo – e degno di apprezzamento e fiducia. Proprio dal loro punto di vista! – sforzo per uscire dalla crisi. L’Europa ha il dovere, pena la sua fine, di denunciare la (“presumibile”) tendenziosità e mancanza di indipendenza di ‘arbitri’ ‘organici’ ai nostri stessi avversari (che da un nostro fallimento, o dalla ‘fine’ dell’euro, potrebbero ricavare vantaggi in termini di ulteriore speculazione, quando non di maggiore potere ‘politico’), e che sono ben lontani dall’essere obiettivi; ma la forza di farlo continuera’ a mancarle se la sua condizione psicologica e culturale restera’ quella (im)propria (non) di una nazione – e nemmeno di un insieme, piu’ o meno federato, di nazioni – ma di un (“semplice”, e sterile) mercato (comune) che coincide in tutto e per tutto con il sistema economico, al quale e’ perfettamente organico e dal quale dipende (o, “meglio”, discende) strettamente.  I cittadini europei – e con loro, grazie(!) a loro, gli altri nostri fratelli degli altri Paesi del mondo – possono tornare a dire la propria – ad essere protagonisti e fautori delle proprie scelte – solo se decidono che la propria ‘linea di galleggiamento’ non coincide piu’ – solo – con le triple A o B (che ricordano molto i giudizi sintetici introdotti ad un certo punto nelle nostre scuole, di fronte ai quali – quando ancora avevamo questo respiro e questa ‘tensione’ – ci domandammo se non avrebbero impoverito il motore del nostro futuro) affibbiate (o tolte. “Arbitrariamente”) da (nostri) competitors. Ma con un (proprio) giudizio non solo quantitativo ma anche qualitativo; i cui ‘capitoli’ principali tornino ad essere scuola, cultura (‘popolare’ e diffusa), motivazioni (e conseguente responsabilizzazione). Avendo la prevedibile e auspicabile speranza, in questo modo, di vedere tornare a fiorire – strutturalmente – la nostra stessa economia. La prima condizione perche’ tutto questo avvenga? Smettere di affidare una nazione (e non un mercato – interno) ad un (“semplice”) economista. Read more

Futuro dell’Italia. Caro Pd, è tempo di una rivoluzione gentile F. Laratta

gennaio 13, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La sinistra perde, o quando vince e’ per brevi esperienze di governo, “occasionali”. Oppure – come in America – mette in scena, volente o nolente, solo la versione soft della destra (repubblicana). Ma soprattutto (ed e’ per questo che oggi e’ perdente) la sinistra ha perso la sua battaglia storica: quella ingaggiata, nel secolo scorso, sotto le insegne del comunismo marxista. Battaglia – e opzione – rispetto alla quale (alle quali) va chiarito un equivoco di fondo: la sinistra non ha mai davvero puntato a cambiare il mondo; ma solo (a cambiare) il capitalismo. Come riconosce, nella sordita’ (ideologica) dei suoi “continuatori”, lo stesso Carlo Marx. Che definisce la sua ideologia altro da un’utopia: pragmatica ipotesi di aggiustamento dei difetti del capitalismo. Altro che rivoluzione. Ed e’ giocando nel campo, con le regole e con la casacca dell’avversario che la sinistra si e’, da sola, infilata nel vicolo chiuso della sconfitta, trovandosi oggi a non avere (apparentemente) piu’ ragione d’essere (e spazio) in un sistema che non mette, perche’ non ha mai messo, realmente in discussione, e – com’e’ uso dire, superficialmente, per uno specifico fenomeno della nostra teatralita’ politicista interna – in cui le persone, se devono scegliere, scelgono l’”originale”. Il vero. Che e’ tale perche’ crede realmente nel sistema che non propone di cambiare perche’ non sente di doverlo fare, trovandocisi perfettamente a suo agio, e che percio’ – contrariamente a quanto si creda – non deve mentire (alla radice). La sinistra e’ onesta con i suoi elettori, ma (solo fino ad un certo punto, perche’) non (lo) e’ onesta con se stessa: se e’ vero, come noi crediamo che sia vero, che la sinistra - donne e uomini di quell’area di opinione e sensibilita’ - si possa trovare (realmente) a suo agio in un mondo il cui unico valore – Monti, per l’appunto, dixit – e’ l’accumulo di ricchezza; un mondo nel quale il principale scopo della vita e’ “consumare” (con quell’orribile definizione-deformazione dell’umanita’ che e’ il nostro rimodellamento sotto l’etichetta di “consumatori”), priorita’ assoluta alla quale piegare ogni altra istanza e potenzialita’: da cui la devastazione del pianeta, fino alla “promessa” della fine della Terra (altro che 2012…) e (conseguentemente) della Storia; un mondo “falso”, “di cartone”, per usare la poetica (quanto lo e’ il suo Villaggio) metafora olmiana, in cui capita che - per dire - le persone per strada si sorridano, pronte, al primo colpo di vento, ad azzannarsi reciprocamente – “fino” alla guerra – sfogando la rabbia e il dolore – la disperazione – nascosti, in profondita’, sotto il velo della nostra apparente felicita’ (materiale). Nell’anno della crisi piu’ grave del capitalismo, in cui anche queste nostre “certezze” sono messe in discussione, la sinistra deve capire che il momento e’ ora: e’ ora perche’ il livello di saturazione collettivo ha raggiunto la soglia di guardia; e se non siamo piu’ sicuri che l’appiglio al quale ci tenevamo stretti fino ad oggi per non cadere nel baratro su cui barcolliamo – l’”abbandonanza”, narcotico di ogni passione umana – possa ancora reggere il peso delle nostre sempre piu’ pressanti necessita’, abbiamo bisogno di cambiare. Non ci rendiamo conto, e non ci ribelliamo, perche’ nessuno (a cui spetti la responsabilita’ di farlo) ci ha detto che questa possibilita’ esiste davvero (se e’ vero che l’umanita’, come le sue organizzazioni democratiche, non dimentichiamolo, siamo noi); ma se – “ideale” termometro – gli ascolti di programmi televisivi organici alla sterilizzazione (di pensiero e, quindi, morale) come i reality show crollano, e’ perche’ gli italiani, finita la scorta di anestetizzante, hanno ripreso ad avvertire il dolore; e sentono il bisogno di lenirlo, possibilmente (se la Politica glielo consente) ricominciando a coltivare lo spirito. Il mondo puo’ cambiare – senza bisogno di spargimenti di sangue (al contrario, per la loro auspicabilmente ”definitiva” cessazione) e nemmeno della fine dei (pur) legittimi interessi attuali, messi in discussione, invece, dal comunismo; l’abbiamo chiamata rivoluzione culturale, potrebbe benissimo essere ribattezzata la rivoluzione gentile – per una ragione molto semplice: noi lo vogliamo. Ne abbiamo la necessita’ (morale), pena, se non l’ascoltassimo, la nostra (“definitiva”) (auto)distruzione. Se la sinistra se ne accorge – e questo pezzo serve a dare un contributo in questo senso – e recupera la profondita’ di respiro che aveva prima del default (…) di fine ottocento, rifacendo proprio l’anelito mazziniano per la ricerca di una “ragione piu’ alta”, tornera’ a vincere, ma, quel che e’ meglio, con lei, finalmente, vincera’ (definitivamente) l’(intera!) umanita’. Il deputato del Pd fotografa una classica fenomenologia dell’umanita’ alienata: i turisti – e persino, quel che e’ peggio, i nostri giovani – “arrivano” (fisicamente) a Roma, culla della cultura umana e della civilta’, e cio’ che si attardano a fotografare sono – a Montecitorio – i sosia (televisivi) di Vespa e Maroni. Un falso. La copia di loro stessi. Perche’, parafrasando Flaiano, c’e’ chi si muove senza viaggiare, e chi, senza muoversi, arriva lontano. di FRANCO LARATTA* Read more

***Quanto ‘costa’ un deputato al Paese***
PARLAMENTARI ONESTI E GENTE COMUNE, ORA UNIAMO LE FORZE
di FRANCO LARATTA*

gennaio 11, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il nostro principale limite culturale e psicologico attuale e’ la mancanza di responsabilita’. E il concetto di responsabilita e’ strettamente connesso – quando non coincidente – con quello di senso dello Stato, ovvero dell’Unità (in senso morale e non soltanto geo-amministrativo) nazionale. Il nostro modo di affrontare gli impegni che (non) ci assumiamo (fino in fondo) è – tanto piu’, o quasi esclusivamente, se questi hanno a che fare con il settore “pubblico”, nelle sue varie declinazioni – sempre meno determinato, risolutivo, conclusivo. In una parola: responsabile. Ed e’ questa la radice prima del nostro progressivo (si fa per dire) disfacimento. Perche’ assistiamo a tutto questo? Trent’anni di autoreferenzialità della nostra politica ci hanno impedito di esercitare, e quindi a “lungo” andare portato a perdere il senso della nostra (possibile) forza nazionale. Classe dirigente che – trattando se stessa con la leggerezza che avrebbe potuto avere un “qualsiasi” ceto popolare, adagiandosi sui risultati raggiunti nei quarant’anni precedenti della nostra storia – a partire dagli anni ottanta ha cominciato a (s)governare allegramente a nostre spese: “tecnicamente” a nostre spese, attraverso (anche) le ruberie (vere e proprie) che abbiamo dovuto nostro malgrado registrare; ma soprattutto a spese (“immateriali”, ma solo in un primo momento) della nostra fiducia in noi stessi. E della nostra, conseguente, responsabilita’ (che – non – potremmo definire) collettiva, o nazionale. Un circolo vizioso nel quale abbiamo percorso i gironi danteschi (oggi) dell’accumulo del debito pubblico piu’ grande del mondo, di un progressivo lasciarci andare che, nondimeno, non è riuscito ad intaccare la solidità dei nostri fondamentali: il dato del (basso) indebitamento delle famiglie italiane – per usare un concreto, e comprensibile a tutti, parametro esclusivamente economico – e’ indice da un lato di quanto sia stato grande il capolavoro fatto dai nostri nonni nel dopoguerra – a cominciare dal loro leader, Alcide De Gasperi – della cui rendita viviamo ancora oggi; ma anche della capacità della culla della civiltà occidentale di restare tre le prime dieci potenze del mondo nonostante un trentennio, appunto, di anarchia interna (senza valori). Ma se la resistenza – e, ora, reazione – delle italiane e degli italiani rappresenta il segnale della necessita’ di un cambio di direzione, la responsabilita’ – appunto – di realizzarlo e’ della stessa classe dirigente che ha dato il la’ a questa involuzione, e a cui tocca (ri)generare (tirandone le somme e, soprattutto, offrendole una prospettiva) la tensione opposta. E’ in questa chiave che il deputato del Pd offre oggi al “suo” giornale della politica italiana un rendiconto del proprio stato economico legato all’incarico di parlamentare, chiedendo (a sua volta) a coloro che si sono ribellati a questa nostra politica autoreferenziale di oggi – le cui (ir)responsabilità, appunto, Laratta per primo torna a ribadire – di comprendere che al suo interno ci sono molte “mele” sane e che possono rappresentare – se coinvolte e se l’unico intento di salvare e rifare grande l’Italia spinge ad unirsi le persone oneste e responsabili nel nostro Paese – il punto d’appoggio ideale, “dentro il palazzo”, per dare ancora piu’ forza ed efficacia alla possibile rivoluzione (silenziosa). Da cui puo’ iniziare il nostro nuovo Risorgimento. di FRANCO LARATTA*
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Oltre a lavoro l’altra chiave e’ nostro Sud Ma guardate come lo “tratta” Mamma Rai Stato accondiscendente con le famigghie Josi: “Penalizzato chi vuol modernizzare” Ma, cio’ nonostante, vi diciamo di non venderla
di ANNALISA CHIRICO

gennaio 9, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

La principale azienda culturale del Paese – perno del nostro possibile Rinascimento. E quindi rilanciamo l’appello: non vendetela solo perche’ non sapete come valorizzarla – prona alle “richieste” dei “potentati” sull’isola. Il vice di Giovanni Minoli, a cui spetta di decidere circa una produzione finanziata anche con i nostri soldi, dice al telefono all’ex delfino di Craxi, che vede cosi’ sfilare un grosso (e decisivo) affare per la sua Einstein Multimedia, impegnata ad investire nel Mezzogiorno e in particolare sui giovani: “In Sicilia devi sottostare a certe regole. Il mio referente e’ in odore di mafia, si’. Ma si accontenta di poco…”. L’ex leader dei giovani Psi non ci sta. E si rivolge al giornale della politica italiana. di ANNALISA CHIRICO Read more

***Lotta (condivisa) all’evasione fiscale***
MA IL BLITZ DI CORTINA SIA UNA VERA VITTORIA. OVVERO, DI TUTTI
di GAD LERNER

gennaio 8, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Piu’ la sinistra invoca l’attenzione del presidente del Consiglio – come di qualunque altra autorità, piuttosto che assumersene, peraltro, in “prima persona” la responsabilità – (“solo”) per rivendicare giustizia sociale e redistribuzione, piu’ questi principi basilari di una società onesta e responsabile – nei confronti, in primo luogo, di se stessa e del proprio futuro – diventano “battaglie (o bandiere) della sinistra”, accentuando la tentazione revanscista del restante 75 per cento della popolazione e allontanando la soluzione ai loro problemi per coloro che soffrono. Piu’ la sinistra brandisce la Costituzione come un’arma contro altri cittadini italiani che hanno tutto il diritto – e, certo, anche il dovere; ma come vedremo esiste, secondo noi, un modo piu’ efficace per garantirne non solo il rispetto ma la piu’ importante condivisione - di percepirla (a loro volta) come la propria Costituzione, piu’ quell’area di sensibilità e di opinione vedra’ la Carta come fumo negli occhi, come un simbolo dell’avversario. E, inevitabilmente (?), tendera’ a non amarla. E’ vero, naturalmente, anche il contrario; se non fosse che la destra – questa ”nostra” destra (anti)italiana di oggi - sembra essere portata ad “occuparsi” soprattutto di interessi particolari quando non addirittura (come abbiamo visto negli ultimi diciotto anni) privati; e spesso, come fa notare il ministro dell’Economia nell’intervista di oggi al Corriere, in contrasto non solo sul piano etico ma anche direttamente economico con l’interesse del Paese. Al contrario, quegli stessi valori (o principi) “difesi” dalla sinistra sono, appunto, valori fondanti che abbiamo il dovere di promuovere – e non, solo, di pavoneggiare come “nostri” – assicurandone una sempre maggiore condivisione da parte di tutti. E’ per questo che il Politico.it non ama i caroselli (non – ideali) a cui abbiamo assistito per le nostre strade (soprattutto, virtuali) dopo l’intervento della Guardia di Finanza che ha posto fine ad una accentuata, naturalmente inaccettabile e – semplicemente - parassitaria tendenza all’evasione – nel caso specifico – a Cortina d’Ampezzo. Quei festeggiamenti rappresentano la principale “garanzia” che i comportamenti giustamente e doverosamente stigmatizzati da tutti noi e censurati, nella loro azione investigativa, dalle forze dell’ordine saranno – spiace rilevarlo – prevedibilmente reiterati. Non appena, magari, a Palazzo Chigi si sara’ seduto uno degli eredi di Berlusconi. Chi commette un errore (un reato) va “fermato” e – piu’ che “fatto pagare”, come (?) in una “ritorsione” fine a se stessa; tutt’altra cosa, davvero, dal “far pagare” il corrispettivo dovuto all’Agenzia delle Entrate - coinvolto (in positivo!) in una rinnovata prospettiva (comune) che consenta (che assicuri; molto piu’ dei nostri possibili canzonamenti) di trovare sempre piu’ “strutturalmente” e preventivamente – ovvero, psicologicamente e culturalmente; e non solo per effetto dell’auspicabile rigore del governo di turno – di evitare di ricadere negli stessi errori. Perche’ ne vale la pena! E non “soltanto” perche’ glielo grida – facendogli le smorfie - un ex elettore bertinottiano. Il commento, ora, del conduttore de L’Infedele (in onda lunedi’ sera alle 21.10 ovviamente su La 7). di GAD LERNER
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Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

gennaio 7, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il nervosismo di Monti: “Spread oltre 500? Colpa dell’Europa, che non si muove. Oggi nessuno puo’ fare da solo”. E (quel che e’ peggio) Passera: “Il presidente del Consiglio ha ragione, la Merkel si smuova: piu’ poteri alla Bce”. Come non pensare ai loro predecessori a Palazzo Chigi e all’Economia, antesignani dello scaricabarile sulle istituzioni comunitarie? E’ con l’onesta’ e la responsabilita’ che lo contraddistinguono, che il Politico.it decise di sostenere la nascita dell’esecutivo guidato dall’ex commissario Ue, pur considerandola un atto di ripiegamento (della Politica) e denunciandone i “vizi” anche formali. Perche’ in quel momento, andare alle elezioni senza avere prima messo una pezza avrebbe significato quasi certamente il tracollo; e le caratteristiche di serieta’ e di indipendenza – nonostante una certa “organicità” ai poteri economici, dimostrata anche dai criteri delle scelte nella composizione della squadra di governo - facevano di Monti figura nella quale riporre la speranza che – senza poterci portare al di là del guado - avrebbe potuto pero’ allungare i tempi in cui mettere in campo soluzioni reali e “definitive”. A distanza di poche settimane, tocca agli stessi mercati – peraltro, a loro rischio e pericolo – ribadire cio’ che il giornale della politica italiana sostiene da tempo: ovvero che allo stadio attuale semplici aggiustamenti come quelli prospettati dal governo - nel nostro Paese ma non solo, a cominciare ovviamente dal resto d’Europa, culla – peraltro – dell’Umanesimo - non sono piu’ sufficienti, e che l’unica chance di salvarci é concepire un (effettivo) cambio di prospettiva. “Se le stesse forze progressiste, che hanno a cuore il destino dei piu’ deboli, non escono dalla logica dei forti, basata sul solo principio (economico) dell’arricchimento individuale, nella quale saranno sempre e comunque questi ultimi, ad avere la meglio, il mondo non cambiera’”, scrive Mazzini nel 1860. 150 anni piu’ tardi, passato il secolo in cui i partiti di sinistra – cosi’ come, purtroppo, li conosciamo ancor oggi – hanno raggiunto l’apice (?) della propria parabola sotto le (mentite?) spoglie dell’ideologia marxista – senza, evidentemente, riuscire a (ri?)cavarne granchè – la profezia del padre della Patria non solo trova conferma, ma puo’ essere considerata, in qualche modo, “definitiva”. Il tema è dunque uscire da quella logica (esclusivamente materiale); smettendo ad un tempo di pensare che le cose possano
migliorare contrapponendoci gli uni agli altri; pretendendo di guidare una società avendo dietro di se’ solo una parte (“armata”) di essa. Il modo per uscire da questa impasse, scriveva Mazzini, e’ “trovare una (comune) ragione piu’ alta’”. Politicamente, passa attraverso l’ambizione – e l’altezza – di (ri)pensare al/ il futuro. E di ispirare la stessa proiezione nei nostri connazionali. E’ anche il modo per assicurarci, da subito, un presente un po’ piu’ sereno, per tutti. All’interno di MATTEO PATRONE Read more

Diario politico. Non e’ euro causa di crisi Ma nostra ‘furbizia’ di raddoppiare prezzi Mentre “politica” (?) pensava a se stessa Cedendo (nostro) scettro a economia (?) Regole non bastano a (ri)costruire futuro La Politica torni a indicare via da seguire Lavoro, contratto unico o ‘meno’: e’ inizio Ora Italia punti (decisa!) sull’innovazione E nel ripartire riduciamo squilibrio del ’02 di GINEVRA BAFFIGO

gennaio 5, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un’indagine di un istituto francese rivela che la “nostra” moneta unica e’, a tutt’oggi, associata al “ricordo” (che come un “fantasma” – molto concreto – si agita pero’ nelle nostre tasche ancor ora con le sue ricadute concrete, e “progressive” – ?) dell’impennata dei prezzi al momento della sua entrata in vigore. E parliamo della Francia!, che non ha certo vissuto il (sostanziale) raddoppiamento avvenuto da noi. Quello fu il momento in cui avremmo dovuto capire che ci saremmo trovati, oggi o giu’ di qui, nello stato in cui versiamo: perche’ é il momento in cui la politica dichiaro’ la propria resa nei confronti dell’economia. In che modo si sarebbe poi inoltrata fino alla situazione attuale? Deresponsabilizzandosi, pacchianamente, a fissare (ipotetiche) regole, e lasciando che i poteri – cioe’ gli unici in essere: quelli economici – facciano cio’ che dovrebbe fare, invece, la politica: impostare la direzione di marcia guidando/ coordinando il cammino (comune). Ci siamo seduti (o, se volete, inginocchiati) a tal punto che oggi la stessa politica, quando si accorge che non si puo’, a questo punto, piu’ fare a meno di un suo “ritorno”, non riesce a concepire altro che continuare, comunque, ossessivamente, a modificare (solo) le regole. Che le cose stiano esattamente in questi termini, lo dimostra il modo in cui i “leader” (?) europei (non) pensano di (non) affrontare la situazione che in queste stesse ore vediamo inasprirsi nuovamente: come la peggiore delle nostre proiezioni politicistico-autoreferenziali – e senza, quel che e’ “peggio”, in molti casi, il nostro disinteress…amento e il nostro livello di “corruzione” (morale): a riprova che anche la possibile, migliore politica – nella sua stessa essenza – ha subito una strutturale involuzione – francesi, tedeschi, nordeuropei – ovvero coloro che ci hanno sostituito alla guida del Continente – dibattono oggi, al piu’ (?), di quante velocità attribuire ad una macchina – ecco il punto – rimasta senza una guida. Ha ragione, Jose’ Manuel Barroso: la crisi (appunto) non é economica, ma politica; perche’ l’economia non era chiamata (o, se volete, non é l’economia ad essere stata chiamata) – in origine – a reggere i destini del mondo, ma solo a consentire un “corretto” scambio di beni e di servizi. In funzione (anche) dell’arricchimento (individuale). Intervenire sul mercato del lavoro – nodo, effettivamente, come abbiamo detto e “convinto” il governo, di ogni possibile politica per la crescita - non puo’ dunque significare cambiare (solo) la forma di contratto (cioe’ una regola) con cui i nostri lavoratori vengono assunti; perche’ cio’ vorrebbe dire, ancora una volta, fissare (o, “peggio”, rimuovere) i (soli) limiti del possibile comportamento degli attori economici, lasciando poi a loro la definizione (con-fusa) della “prospettiva”. Il governo Monti deve quindi avere il coraggio di andare invece avanti sulla strada che il Politico.it gli aveva indicato e che l’esecutivo di tecnici-professori aveva adottato (salvo pero’ – inevitabilmente? – non trovare, almeno fino a questo momento, la leadership (Politica) per proseguire). L’Italia, lo abbiamo gia’ detto, si trova, paradossalmente, in condizioni migliori di altri, grandi paesi occidentali: perche’ loro stanno gia’ girando a tutta, hanno il motore prossimo a scoppiare; noi non consumiamo invece che una minima parte della benzina di cui disponiamo. La “benzina” sono le nostre risorse umane, che in questo (?) Tempo si esprimono, e valorizzano, responsabilizzandole nel senso della costruzione del futuro (del mondo): innovazione, quindi, sul piano della tecnica (e della tecnologia) ma anche del pensiero (a 360°) e, cioe’, della cultura. Per partire da qui, le (nostre) idee sono (appunto) gia’ in campo. Ma di fronte alla “riacutizzazione” delle difficolta’, ci chiediamo se il modo piu’ nitido per sugellare il ritorno sul trono della Politica, non sia - simbolicamente, ma anche con un possibile, sia pure da valutare (con attenzione), beneficio economico – sciogliere il nodo “originale” della subordinazione della politica all’economia: quello che i nostri fratelli francesi ci ricordavano all’inizio, ovvero il gioco di prestigio per cui all’ingresso del nostro Paese nella moneta unica (o meglio con l’entrata in circolazione della moneta tout court), alle (circa) duemila lire che rappresentavano il “cambio” con l’euro in origine, finirono per corrispondere non un euro come avrebbe dovuto avvenire, ma due. Perche’ una politica gia’ piegata (su se stessa) non ebbe la prontezza (ovvero la lungimiranza) di intervenire per, appunto, prima coordinarci e poi “compensare” il nostro dis-orientamento. Ecco: porre rimedio a quello squilibrio – come apertamente si disse avremmo dovuto fare allora - in un momento in cui l’inflazione puo’ (forse) ”con-tenere” il possibile “contraccolpo” (deflazionistico e poi) recessionistico (ed e’ per questo che sarebbe stato meglio agire a crisi meno acuta), e garantendo tanto piu’ che cio’ avvenga ridando – attraverso la Politica – una prospettiva (di crescita) alla nostra (stessa) economia, puo’ essere un buon modo per dire che la Politica e’ tornata, concretizzare le generiche dichiarazioni di fiducia espresse in queste ore (dalla “stessa” – ? – “politica” – ? – Mentre la nave riprende-va ad affondare), e restituirci finalmente quel futuro che, nelle mani dei merca(n)ti che sciaguratamente (ma per colpa nostra) hanno ripreso il controllo del Tempio (nell’immagine: El Greco ci propone la loro cacciata da parte di Gesu’), rischiamo, tra un altro po’, di non (ri)avere piu’. Il Diario ora, con le ultime “dalla” crisi. di GINEVRA BAFFIGO Read more

Puo’ partire dai migranti il nostro nuovo Risorgimento di M. Patrone

gennaio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

A Rosarno i raccoglitori di arance nordafricani si ribellano al capora- lato. Nel casertano i lavoratori senegalesi fanno paura alla camorra. Al ritmo delle canzoni di Miriam Makeba. Come noi, e (nemmeno) i nostri giovani, non siamo più capaci di fare. Perché non avvertiamo più necessità, e non “crediamo” più in niente. Chi ‘viene’ da una vita di stenti e sofferen- ze, reiterata, come non si aspettava, al suo “sbarco” nell’Occidente ricco e “democratico” (? “Esattamen- te” com’era avvenuto ai nostri nonni, forgiati dalle guerre e dalla dittatura), invece, ”sa” ancora avere bisogno, e quindi volere. Chi, se non i migranti (e gli altri – “nostri” (!) - emarginati), può costituire il motore di una ripartenza che avvenga all’insegna dell’etica e di un (ritrovato) respiro filosofico, e non solo, più, delle banche e dei mercati? di MATTEO PATRONE
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‘Diam le briciole e si salvi chi puo” L’autoreferenzialita’ della sinistra

gennaio 3, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati 

De Gaulle: “Non amo i socialisti perche’ non sono socialisti”. Qualcuno potrà brandire una caricatura di Sarkozy, per segnalarci che il gaullismo é una declinazione del conservatorismo e comunque una opzione politica di destra. Ma Sarkozy non é De Gaulle, che in Francia ricordano soprattutto per avere guidato – con coraggio e generosità – il proprio Paese fuori dalla palude della guerra e avere dato il là ad una ripresa che ha offerto la possibilità del benessere anche a coloro che, altrimenti, sarebbero stati peggio. E qui sta il punto: se in vece di De Gaulle avessimo avuto, alla testa della Francia, uno dei rappresentanti del post-comunismo italiano di oggi, avremmo assistito ad una politica assistenziale che li’ per li’ avrebbe riavvicinato le condizioni dei deboli a quelle dei meno deboli; salvo, magari, qualche anno (o mese) piu’ tardi, ritrovare l’intero paese impoverito e, in buona sostanza, un “numero” di persone che non ce la potevano fare maggiore di quello di partenza. Ed é in questo che, come dice De Gaulle, i socialisti non sono tali: perche’ quella che mettono in campo non é una reale opzione per assicurare buone condizioni di vita in modo stabile e duraturo a tutti, a cominciare, ovviamente, da chi non le ha; ma solo di offrire (loro) un illusorio palliativo che – tanto piu’ se tutto questo avviene in un Paese in condizioni difficili come l’Italia oggi – ha la durata di un lampo nel cielo e – quel che e’ peggio – rischia di generare fenomeni involutivi e, in ultima analisi, impoverenti per l’intera società. I veri socialisti, al contrario, non sentono il bisogno di dichiarare di esserlo, e di manifestarlo apparentemente; i veri socialisti hanno davvero a cuore le condizioni di… tutti; “piangono” per loro e – se fanno politica e se ne assumono la responsabilità – immaginano una strategia organica e complessiva per consentire al proprio Paese – se questo e’ messo male – di rialzarsi, e di farlo in un modo e in una (rinnovata) prospettiva – anche, se non soprattutto, culturale – nella quale ci siano sempre meno persone bisognose di ricevere la carità, e sempre di piu’ desiderose di farla. Perche’ la carità è santa; e, appunto, beato e’ il paese che ha in se’ le motivazioni per farla (diffusamente). Ma e’ una proiezione individuale, che non ha nulla a che vedere con la politica. La politica che facesse la carità – scegliendo la (sola, o prioritaria) via dell’assistenzialismo - non sarebbe una politica ‘caritatevole’, ma una politica deficitaria. Che, a lungo andare, aumenterebbe la poverta’. Read more

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