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31% di nostri giovani oggi è senza lavoro Silenzio (indecente) nostra (?) politica (?) Galli Della Loggia: ‘Monti l’ha resa inutile’ Governo: “Cambiamo regole assunzioni” Ma senza ‘traino’ ciò non può (?) bastare Lavoro non cresce se non lo fa economia E essa cresce se lavoro aiuta a innovare E se (ri)diamo prospettiva al nostro Sud Ecco – e(c-)come – Politica tornerà “utile” Chi non ha più da ‘dare’, ora faccia posto

gennaio 31, 2012 di Redazione 

Romano Prodi ripete spesso che i giovani, il potere, se lo devono conquistare (da “soli”). E noi siamo d’accordo. Abbiamo detto la stessa cosa, per le stesse ragioni (di fondo), “alle” donne pochi giorni or sono. Ma quel pezzo contiene anche una proposta “che non possono rifiutare” per gli uomini: chi ha posti di responsabilità, scrivevamo, si assuma (appunto) quella responsabilità facendo in modo che la partecipazione femminile, che sarà libera ed effettiva solo se le donne se la saranno conquistata da sola, (però) non trovi inutili – ed autoreferenziali – ostacoli. Ecco. Per i giovani vale la stessa regola: il potere ce lo dobbiamo prendere con le nostre mani, ma possibilmente – visto che in gioco c’è il futuro del Paese e non una guerra tra bande (almeno così la vediamo noi) – senza dover spendere inutili energie per vincere la resistenza di personaggi attaccati oltre ogni ragionevole giustificazione alla propria poltrona. il Politico.it diceva infatti anche un’altra cosa in quel pezzo: se il prossimo presidente del Consiglio sarà donna, noi ne saremo felici. Nella trasposizione (non) metaforica sulla nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, potremmo dire che – allo stesso modo – noi saremmo felici se ciò che va fatto – e che da mesi, ormai, indichiamo e specifichiamo con ampia organicità – venisse (immediatamente! Senza passare, intanto, per ‘ulteriori’ elezioni) fatto (anche da qualcun altro). Ma se ciò non avviene – come scrivevamo anche in relazione alle donne – ci dovremo (pur) pensare. Proprio per quella ragione: che in gioco non ci sono nostre (o vostre) ragioni personali; ma il futuro dell’Italia. Che non può più aspettare. Per questo, facciamo, per così dire, un ultimo tentativo. Suggerendo – con la solita, e disinteressata, e responsabile generosità – il modo (l”unico’, possibile) per uscire (strutturalmente) da questa situazione di stallo. Immaginate infatti che il prossimo governo non sia altrettanto responsabile come l’esecutivo dei tecnici: è evidente che – come avvenuto peraltro varie volte negli ultimi diciotto anni – le misure prese per riconsolidare il bilancio verrebbero se non cancellate, potenzialmente annullate da – ad esempio – una politica economica più da cicala che da formica (ne abbiamo avuti numerosi esempi, ed è per questo del resto che ci troviamo oggi nella situazione attuale), tale da vanificare ogni intervento della fase precedente che non fosse stato – appunto – strutturale. Ed è quindi in questa direzione che ci si deve muovere: creando le condizioni per una ripresa sistemica. A questo scopo né il lavoro, né tanto meno il bilancio si affrontano -ovviamente – affrontando – tout court – il lavoro e il bilancio (come fossero compartimenti stagni e non parti, organiche, della nostra vita comune!); e tanto meno cambiandone semplicemente qualche regoluccia. Per il bilancio, abbiamo già assistito alla dimostrazione: l’attuale presidente del Consiglio ha scritto innumerevoli editoriali, in estate, da – ovviamente – premier in pectore; e in nessuno di essi era contenuta la ricetta che, alla fine, lo stesso Monti avrebbe compreso era necessario adottare per la possibilità stessa, di consolidare il bilancio: ovvero impegnarsi per riattivare la crescita. Cioè una cosa – apparentemente – lontanissima ed “estranea” (ma in verità neanche tanto…) da una (“semplice”) politica di bilancio! Che Monti non avesse nelle sue corde questo tema – o meglio questo metodo – lo dimostra che di crescita, ancor oggi, non vediamo neppure la traccia di un provvedimento stimolatore. E senza la crescita, appunto, il bilancio torna ad affondare – sempre che non rimanga in quella condizione – per la semplice ragione che un’economia che non giri, è un’economia in perdita, e in perdita, inevitabimente, finisce per essere anche lo Stato che la deve ‘sostenere’ (sulle proprie spalle). Così il lavoro: come pensare che l’occupazione cresca, semplicemente, rendendo in buona sostanza più impegnativa – sia pure con la prospettiva della possibilità di licenziare; che non significa però poterlo fare – comunque – selvaggiamente! Sennò non vedremmo (appunto) la differenza tra le nuove forme contrattuali e la precarietà (come detto) selvaggia. E quindi senza troppa motivazione, e convenienza, ad assumere da parte di aziende che non potranno comunque toccare la loro attuale forza-lavoro (da cui, ci perdonerà, l’apparente, parziale ipocrisia del senatore Ichino sulla ipotesi di (non) abolire l’articolo 18 nell’ambito della sua proposta) – l’assunzione di nuovi senza (appunto, poter) rivedere la situazione contrattuale delle attuali dipendenze? La verità è che se l’economia non cresce, nessuna forma contrattuale basterà ad aumentare (considerevolmente) la nostra occupazione; e l’economia non cresce (intanto per una semplice modifica delle modalità di assunzione senza toccare i ‘garantiti’, appunto; e “poi”) se la Politica non smette di delegare ogni responsabilità progettuale alle aziende (e ai privati), e non si assume la (propria) responsabilità di tornare ad indicare (lei almeno) un orizzonte verso il quale muoverci (come Paese!), e a coordinare gli sforzi per metterci in cammino e raggiungerlo. Ecco: il giornale della politica italiana, da tempo, gliene indica (almeno) due, quelli sui quali si basa il suo progetto. Torniamo a suggerirli oggi, ancora una volta; se ciò non basterà, ne trarre- mo le debite conseguenze (politiche, naturalmente).

 

Innovazione stella polare di un nuovo sistema-Paese

La scuola. Il futuro dell’Italia è, banalmente, dei suoi giovani di oggi, gli adulti di domani; dai suoi giovani di domani, adulti di dopodomani. E così via. Qualsiasi politica vera – ovunque, ma tanto più in un Paese vecchio, non più funzionante e da rifondare come il nostro – parte quindi non dall’economia e nemmeno dal lavoro (che pure vanno affrontati con altrettanta forza e complessità, e lo vedremo subito dopo), ma dalla scuola. Una scuola che aveva raggiunto livelli di eccellenza (almeno prima che cominciassimo, tafazzianamente, a boicottarla). Ma (comunque) non basta. Ben al di là di qualsiasi tentazione di usare il luogo nel quale si forgia il nostro futuro come un postificio attraverso il quale dare risoluzione ad un (rilevante, ma parziale) problema sociale, la nostra scuola, la scuola dell’Italia che vuole tornare ad essere la culla della civiltà, deve avere l’ambizione di essere resa (sempre più) il luogo più avanzato dell’istruzione nel mondo, studiando ed adottando i nuovi modelli di insegnamento praticati ad esempio nel nord Europa (o concependone di nuovi, magari con l’ausilio e l’uso della scrittura – in tutti i sensi), e in ogni caso gettandosi a raggiungere l’obiettivo. E’ la prima cosa da fare (naturalmente mentre si comincia ad affrontare il resto). O costruiremo (se mai) un gigante dai piedi di argilla.

L’università e la ricerca. L’università e la ricerca, a loro volta, o sono parte e motore del sistema economico o fanno la fine di oggi, chiudendosi in se stesse e sfaldandosi al loro interno. Oltre alla riforma dal punto di vista organizzativo – della quale ragioneremo in un’altra occasione – è banale – ma non inutile – ricordare che l’università attuale puzza di muffa, e va rifondata, liberando e ricambiando, ma anche qui al solo scopo di mettere nei ruoli-chiave per il futuro del Paese chi può offrire di più, e non di dare respiro a chi magari aspetta da anni di “entrare” – ma è (ipoteticamente) figlio di questo sistema, che andrebbe quindi a perpetuare.

Così per la ricerca: no all’assunzione dei precari fine a se stessa, sì ad una (ulteriore) liberalizzazione che faccia della ricerca un luogo produttivo, nel quale non trovare “sicurezze” – chi vuole la comodità di un posto garantito può ricorrere ad altre soluzioni lavorative – ma le motivazioni – naturalmente sostenute adeguatamente anche dal punto di vista economico -necessarie a rifare dell’Italia la culla dell’innovazione, in cui si producono le idee più avanzate e – ecco il punto – si (ri)genera un sistema produttivo che tenda a diventare il più avanzato al mondo.

Università e ricerca, insomma, sono chiamate a conoscere un vero e proprio “annozero” che consenta di ripartire (da loro).

Imprese. Tutto questo, infatti, accompagna e deve essere accompagnato dallo sforzo delle imprese di (r)innovarsi, in una tensione continua alla ricerca dell’innovazione, che sul piano concettuale si lega a ciò che abbiamo indicato prima, ma per ciò che riguarda le risorse umane intreccia – e contribuisce a risolvere – il “problema” del lavoro.

Lavoro. Oggi il lavoro è bloccato e, spesso, improduttivo (o meno produttivo di quanto potrebbe) per chi ha il posto fisso, precario e altrettanto improduttivo – almeno nella chiave della costruzione del futuro, proprio e dell’Italia – per chi lo ha a tempo determinato (o peggio). Questo è un punto molto delicato, sul quale i dubbi sull’opportunità di compiere un passo dal quale, va detto con chiarezza, sarebbe difficile tornare indietro sono intensi. E tuttavia un Paese che conoscesse contemporaneamente una completa “libera(lizza)zione”, attraverso (anche) l’abolizione degli ordini, e fornendo (così) ai giovani lo strumento per accedere con le proprie forze; il ritorno (a cominciare dallo Stato) ad un rigore per il quale si smette di assumere in modo improduttivo, si comincia a cambiare culturalmente il punto di vista sull’”idea”, generale, di sistema (mancante o non funzionante) che ruota intorno alla raccomandazione, si cancellano seduta stante di tutti gli organismi e le società (pubbliche) inutili (con i loro posti altrettanto “inutili”, e occupati applicando la logica del sistema bloccato); un Paese che fosse impegnato (e motivato) a rilanciare se stesso (anche attraverso una ripresa, misurata e strettamente funzionale, dell’orgoglio nazionale), un Paese così potrebbe forse permettersi di compiere questo passo ulteriore: quello di superare ad un tempo sia il posto fisso per tutta la vita sia la precarietà (con piani di uscita graduale e “controllata” di chi oggi ha la sicurezza e si troverebbe, a quel punto, spiazzato e magari senza paracadute per “limiti” di età e di preparazione – appunto) costituendo un sistema per cui chi non lavora accede – ecco lo strumento – alla formazione permanente, che mette nella condizione di poter affrontare un nuovo lavoro o di corrispondere alle (ora, sempre) rinnovate esigenze di specializzazione delle aziende, nel loro (continuo) percorso-tensione all’innovazione. Formazione permanente messa in campo attraverso un’azione congiunta delle imprese e dello Stato, con il supporto dell’università. Partecipando alla quale si abbia diritto allla indennità di (dis)occupazione, e dalla quale (appunto) si passa ciclicamente – sostituendo gli altri al lavoro e viceversa – in ragione delle esigenze di (continua) innovazione delle imprese e del sistema.

E’ chiaro che tutto ciò va implementato progressivamente, e che può funzionare solo in un’economia “esplosiva”. Al cui tasso di crescita, eventualmente, vincolare la possibilità di licenziare: si può fare se l’economia cresce – di un certo numero di punti – e se licenziare serve a innovare r-innovando la forza-lavoro; non si può fare in recessione – e, attenzione, che oggi ci troviamo in questa situazione. Per cui, a maggior ragione, o si reimposta l’intero sistema, innervandolo anche di una nuova prospettiva e ‘conseguenti’ motivazioni, o assisteremmo ad una ‘carneficina’ (sociale) – se ha il solo scopo di alleggerire la parte di difficoltà che pesa sulle aziende, scaricandola sui lavoratori.

Un’economia che, per essere esplosiva, sia fondata sulla responsabilità e sulla creatività. La responsabilità di avere in mano il proprio futuro lavorativo, che in un’Italia finalmente liberata e che ha voglia e (sempre più) bisogno di riconoscere il merito ci si possa costruire (più facilmente) “da sé”. La creatività che grazie alla responsabilizzazione – in un rapporto equilibrato, e naturalmente da affinare, tra esigenze di innovazione e produttività e “tranquillità” personale – viene liberata e consente di dare il meglio sia quando si avvia una propria impresa sia quando si lavora per altri.

Cultura. Ma l’Italia non si accontenta dell’economia. L’Italia vuole tornare ad essere la culla della civiltà (non soltanto “tecnica”). Per farlo ha bisogno della cultura come (proprio) ossigeno. Ma il modo per raggiungere questa virtuosa condizione non è investire più soldi nelle cosiddette “politiche culturali” (tout court). Ma creare le condizioni sia per una (ri)generazione della cultura (della “produzione”/ espressione – meglio – culturale) sia perché questo consenta una sempre maggiore sostenibilità e produttività (qui sì) anche economica. Il modo per farlo è (anche) usare i mezzi di comunicazione di massa che oggi vengono usati per renderci più simpatico tizio o caio (che naturalmente non avranno mai detto una parola utile al Paese) e che possono invece diventare lo strumento attraverso cui creare un clima, e rinnovare una cultura (di massa), attraverso il ritorno alla curiosità, all’interesse (per i contenuti), attraverso lo studio, che, da un lato, “libereranno” ulteriormente il Paese (mediante ciascuno di noi), mettendoci nella condizione (tra l’altro) di partecipare con efficacia al nuovo sistema produttivo (e di incrementarlo ulteriormente) ma anche di scegliere, se del caso, vite completamente diverse (questo è il senso della libertà! Libertà non di applicare gli schemi che ci vengono imposti, ma di “scegliere” i nostri); dall’altro potranno consentire ad un’Italia che la politica in questo senso asseconderà (e, se ne sarà capace, anche guiderà), di tornare ad essere il luogo nel quale si concepisce – offrendolo agli “altri” – attraverso il recupero di una dimensione etica e filosofica, il futuro del mondo.

(11 luglio 2011)

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(Ri)facciamo del Mediterraneo (e del Sud!) il centro del mondo

L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia. Se la Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa. Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune. Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India. Questa è vera politica sull”immigrazione’. E può rifare del Mediterraneo il centro del mondo

di MATTEO PATRONE

Sì, ma bisognerà vedere che tipo di scelte faranno i ribelli libici per la risoluzione dei loro conflitti interni“. “Capire se non ci sia il rischio dell’instaurazione di un governo “diversamente estremo” rispetto al regime di Gheddafi“.

Il mercato, ci insegna il pensiero liberale, è (stato) lo strumento più efficace per la (parziale, ancora, ma in-sufficientemente ampia) pacificazione del pianeta. E questa è l’occasione per restituire alla Politica la poltrona di comando facendo usare a lei lo strumento-mercato, per il bene comune; ed evitare distorsioni per il (possibile, sempre che non si configuri già nelle scelte, ad esempio, interventiste dell’alleanza) processo inverso.

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio di quelle derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviuppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa esmette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

(23 agosto 2011)

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