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Il prossimo 5 febbraio “compie” due anni Contiene ‘sola’ soluzione strutturale crisi Frattanto (non) ne abbiamo trovate altre Che stiamo ancor aspettando (e perché)?

***Il futuro dell’Italia***
LA RICERCA AL CENTRO DI UN NUOVO SISTEMA-PAESE

gennaio 30, 2012 di Redazione 

5 febbraio 2010 (!): con (“soli”) due anni di anticipo sull’effettiva – o, meglio, “visibile” – esplosione della crisi, scrivevamo quello che ancora oggi la nostra classe dirigente (?) autoreferenziale d’adesso sembra non avere (fino in ‘fondo’) compreso: l’unica chiave possibile per portare l’Italia strutturalmente fuori dalla situazione di stallo (perennemente esposta al “ricatto” di un”auspicata’ – ? – alternanza di governo non necessariamente tra forze oneste e responsabili) è puntare a (ri)farne la culla (mondiale) dell’innovazione (a 360°). Il governo presieduto da quell’ex commissario europeo che negli editoriali pre-nomina non citava nemmeno (non avendolo evidentemente al centro dei propri pensieri) il capitolo della crescita, dopo averci illuso, nicchia, rimandando a piu’ miti (per la propria tenuta futura) inizi di marzo i propri annunciati interventi sul mercato del lavoro (anticipati da una chiacchiera intrattenitrice). Ma l’esecutivo dei professori, è chiamato a salvare l’Italia o – come quelli che lo hanno preceduto – ha piu’ a cuore la propria (sopravvivenza tecnico-politica)?

Nella foto, una ricercatrice al lavoro

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(5 febbraio 2010)

di MATTEO PATRONE

La questione è posta nei termini sbagliati. Non si tratta di dare più risorse alla ricerca. Si tratta di reimpostare il sistema Italia in modo tale che la ricerca ne divenga oggi uno dei pilastri, e in futuro il motore di uno sviluppo senza il quale il nostro Paese è destinato ad un declino inarrestabile.

La sfida lanciata da Cina e India non può essere vinta. La competizione in termini assoluti è impossibile. La qualità è il passaporto per un mercato di nicchia; a queste condizioni l’Italia perde (sempre più) posizioni nella classifica mondiale della competitività diventando più povera.

Apertura o protezionismo sono un falso problema. Perché non è quello il modo nel quale l’Italia può salvarsi. L’Italia ha di fronte una sola strada per assicurarsi un futuro degno: puntare a diventare la culla mondiale dell’innovazione, e innovazione significa ricerca, e ricerca significa non, dare più soldi al sistema attuale, bensì rivoltare completamente sia il mondo dell’università e della ricerca in sè sia cambiare completamente il rapporto con il resto del Paese, da un punto di vista culturale, sociale, economico.

Internamente convivono, lo sappiamo, ancora baronie e familismo. I concorsi vengono vinti raramente dai più bravi. Il ricambio delle cattedre è un’utopia. E’ necessario aprire e liberare il sistema, applicando quella meritocrazia che finora è solo un’arma retorica nelle mani della nostra politica.

Culturalmente l’abbiamo detto: la ricerca deve cessare di essere concepita come un lusso o qualcosa di superfluo bensì deve diventare la stella polare del futuro sistema Italia. Per far questo bisogna aprire e liberare, come detto, e poi investire, ma investire nell’ambito di un piano che intrecci anche socialmente ed economicamente la nuova stella polare con il resto del Paese.

Socialmente, l’università e la ricerca devono diventare il vertice superiore di un triangolo fatto da un lato di un’istruzione primaria rinnovata e in cui vengano iniettati nuovi stimoli, verso lo sbocco del vertice del triangolo ma anche verso un mondo del lavoro che acquisisca insieme mobilità e sicurezza; e questo è l’altro lato del triangolo: la soluzione di lungo periodo al problema del lavoro non sono – naturalmente – gli ammortizzatori sociali che pure sono necessari, come paracadute per le persone che oggi perdono il lavoro e rischiano di crollare nella povertà; la soluzione di lungo periodo è l’istituzione di un sistema di formazione permanente, che offra sia alle persone che escono dall’istruzione primaria e non scelgono lo sbocco universitario sia ai nuovi disoccupati, continue nuove opportunità di apprendimento e quindi di formazione verso un nuovo inserimento anche in altri ambiti nel mondo del lavoro. Indennità di disoccupazione, magari, per le sole persone che accettano di aderire a questo sistema di formazione e per il periodo necessario alla preparazione al reinserimento nel nuovo lavoro.

E qui entra in gioco il piano economico: il sistema delle imprese in Italia ha bisogno di rinnovarsi – ed essere stimolato a rinnovarsi – e aprirsi alle specializzazioni e all’innovazione della nuova ricerca italiana, e contemporaneamente partecipare al sistema della formazione permanente e disporsi ad accogliere le persone che escono da quel sistema. Fondato, quest’ultimo, magari su un’iniziativa congiunta dell’università e delle imprese stesse, con fondi privati e finalizzati appunto all’innovazione (di sé) e quindi alla riconquista di posizioni nel mercato globale.

Solo così si salva l’Italia. Anzi: si torna a fare dell’Italia, nel tempo, un grande Paese moderno.

MATTEO PATRONE

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