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Mondo parla lingua (inglese) di economia E’ dominato da tecnica e (suoi) mezzi (…) Mondo (virile?) che coltiva strumentalità (‘Sole’) donne possono ‘salvare’ umanità E’ momento d’affidarci a loro (Politica) (?) D’Amico: ‘(Civilizzazione) dipende da noi’

gennaio 26, 2012 di Redazione 

L’astrologia, contrariamente alle credenze di chi pensa che la vita (?) sia fatta (?) di sola materia, consente una profondità di lettura della realtà che nessuna scienza ‘ufficiale’ può offrire. E l’astrologia ci dice (o ci conferma, argomentandolo) che l’essere umano è formato, nella sua essenza, da una sorta di bipolarità (complementare): il maschile e il femminile. Simbolicamente, il Sole e la Luna. Che combinati insieme – e “solo” loro – formano l’Uomo nella sua “”"forma”"” matura. Ebbene, non sorprenderà i piu’ sensibili e acuti tra le nostre lettrici e i nostri lettori, scoprire che le ultime “ere” della vita sulla Terra sono state “dominate” – invece – da altre simbologie. A cominciare da quelle legate a Marte e – oggi - Mercurio. Il pianeta della guerra, il primo, e il pianeta dell’intelligenza, sì, ma non spirituale (Nettuno), morale e filosofica (Saturno), creativa (la stessa Luna, con Plutone), bensì “pratica”. La “velocità” (ma a rischio di essere un po’ fine a se stessa, e superficializzante, mercuriale) in luogo della riflessione e della profondità. E della (nostra, possibile) (ri)generazione. Mercurio, in particolare, rappresenta la comunicazione (?). (Punto di domanda) d’obbligo perché la comunicazione (e non la sua tecnica), in quanto “scambio” (non – solo – commerciale…) di contenuti della (nostra) vita, atterrebbe alla (completa) sfera umana (appunto Sole e Luna); e invece l’uomo, sostituendoli ai contenuti, si è lasciato a sua volta “sostituire” dagli stessi mezzi per comunicare che non piu’ usa, bensì dai quali viene “utilizzato” e plasmato (deformato) a (“loro”) “piacimento”. La prossima “era” sarà invece (ri)generata dal simbolo lunare. Se il mondo maschile (ma tutt’altro che ‘virile’, almeno nel senso piu’ aperto e completo dell’aggettivo) “promette” di portarci, nostro malgrado, alla (auto)distruzione, il mondo femminile potrebbe consentirci un nuovo inizio, o, per l’appunto, una (ri)nascita. Avremo modo di sviluppare Politicamente il ‘filone’. Diciamo intanto che la prima, saggia scelta che il Paese potrebbe fare - anche non credendo a quella pre-visione – è affidarsi senza piu’ esitare alla guida delle donne: quote sì, da “oggi”, ma di uomini. Se il prossimo presidente del Consiglio sarà una donna – e perché ce l’avrà fatta, e non per un deterministico e sterile compromesso calato dal…basso tra uomini - il giornale della politica italiana ne sarà felice. Altrimenti faremo in modo di creare noi questa condizione per il futuro. E comunque chi abbia a cuore l’interesse – e il bene – dell’Italia e non solo, sostenga il piu’ possibile la libera partecipazione delle donne e, auspicabilmente, una loro assunzione di responsabilità nella forma, “diretta”, della leadership (complessiva). Libera partecipazione che le donne devono conquistarsi – o non sarà libera, né vera partecipazione – e – ‘suggeriamo’, paternalisticamente (…), loro - cambiando obiettivo: non avendo piu’ (come non è piu’ necessario) la propria (“parziale”) “emancipazione” come traguardo “intermedio” (raggiunti i risultati che il “movimento”, che suggeriamo non debba piu’ avere la non-ambizione di limitarsi ad essere tale, ha raggiunto nel corso del tempo, la donna oggi è nella condizione di aspirare direttamente ad un ruolo di guida che vada oltre i confini della propria “parzialità” di genere), bensì la ‘presa’ del Potere tout court (per ri-generarlo in Politica e fare in modo che smetta di essere fine a se stesso). ”Soluzione” che gli uomini onesti e responsabili hanno il dovere di favorire (senza vanificare, anelando ad ‘imporsi’, questa necessaria assunzione di responsabilità). Nella loro attuale posizione di maggior potere. E uno dei modi per ‘favorirla’ – in questa modalità virtuosa - è aderire finalmente ad un compiuto riconoscimento dei diritti delle donne (palesemente, comunque, non ancora avvenuto), al pari di quelli di tutti. Tra questi, anche quello ad abortire; che saranno le donne, una volta assurte al potere, a coniugare con una organizzazione politica e sociale tale da scongiurare il piu’ possibile questa non auspicabile - e dolorosa. Innanzitutto per loro – eventualità. E poi il diritto a potersi unire, civilmente, con altre donne. Con il placet (e non solo il nulla osta – ?) della società. Ovviamente quest’ultimo caso vale per entrambi i sessi. Ma è (sarebbe; sarà) una conquista “femminile” quella, di civiltà, della cessazione di ogni discriminazione sulla base del nostro orientamento sessuale (perché di questo, stiamo parlando: se è vero che il tema del riconoscimento pubblico delle coppie ‘di fatto’ sottende alla questione del riconoscimento o meno della piena eguaglianza delle persone omosessuali). In una società governata dalle donne, ci giureremmo, di discriminazioni come questa (e non solo) non dovremo piu’ sentire parlare. Non è dunque (affatto) un caso che accada con (e su sollecitazione di) due donne che rilanciamo, oggi, nell’a-patia (appunto) collettiva che “consiste” nel pensare (?) che la crisi economica si possa risolvere con gli (stessi) strumenti (ancora – !) che la hanno determinata, il tema dei diritti. Compreso quello all’obiezione di coscienza. Marilisa D’Amico è presidente della commissione Affari istituzionali del consiglio comunale milanese. Ma anche avvocato con una lunga esperienza proprio nel campo dei diritti civili. Chiara Lalli professore universitario, ed è appena uscito il suo ultimo libro dedicato, per ‘contro’ (non – ? -, speriamo d’ora in poi non piu’, in tutti i sensi), all’obiezione di coscienza. Le ascoltia- mo. di Luisa MERLINI, Alessia FURIA

Nella foto, Marilisa D’Amico

Maria Elisa D’Amico: “Dall’emancipazione delle donne dipende la nostra possibile nuova civilizzazione”

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di Alessia FURIA

46 enne, sposata con tre figli. Professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano alla Facoltà di Giurisprudenza, dove si è laureata. Lei è Maria Elisa D’Amico, eletta consigliere comunale nelle liste del PD con Pisapia, è stata in seguito nominata Presidente della Commissione Affari Istituzionali. In questa intervista ci racconta le sue battaglie su questioni di cocente attualità che affronta con il massimo rigore scientifico, nella duplice veste di docente e avvocato: dalle problematiche sottese all’interruzione volontaria della gravidanza, alla difesa delle coppie omosessuali davanti alla Corte Europea per il diritto di contrarre matrimonio. E soprattutto ci parla dei risultati ottenuti nell’attuale amministrazione milanese di centro-sinistra, anche in merito alle battaglie sui diritti civili.

Lei ha la fortuna di essere stata l’allieva di due studiosi d’eccezione: Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky che cosa le hanno trasmesso?

“Mi hanno trasmesso certamente la passione per la Costituzione, un documento vivo, da attuare in tutte le sue potenzialità, da riscoprire e condividere tutte le volte. E insieme all’amore per l’insegnamento e la ricerca scientifica – in un costante intreccio fra ricerca universitaria e attività sul campo che mi permettono di approfondire le tematiche relative ai diritti umani, civili e sociali – questi due grandi maestri mi hanno trasmesso l’importanza dell’impegno civile, ovvero un avvocato «costituzionalista» non può mancare di dar prova del suo forte impegno politico e democratico, al fianco della società civile”.

Si è occupata di tematiche femminili, di discriminazioni di genere, di disabilità e di handicap. Dalla sua esperienza di docente, di avvocato e ora anche di consigliere comunale, secondo lei, su queste problematiche in Italia esiste interesse al pari degli altri paesi europei?

“L’Italia è rimasta indietro rispetto agli altri paesi europei. Purtroppo, anche a livello scientifico le tematiche femminili non vengono ancora affrontate con la giusta considerazione. Esistono temi molto forti sull’uguaglianza e la discriminazione femminile che dovrebbero essere trattati con tanta determinazione e sensibilità sia in occasione di convegni che negli incontri pubblici. Spesso in questi luoghi troviamo un pubblico prettamente di donne, tuttavia sarebbe necessario riuscire a coinvolgere anche gli uomini. Solo negli ultimi anni si sta iniziando a comprendere che la discriminazione alle donne è una criticità con gravi e pesanti ricadute su tutta la società e sulla nostra concezione del mondo. Del resto, una società in cui si realizza una democrazia paritaria non solo è più giusta per le donne, ma è una società ad un livello di progresso più evoluto. E dal punto di vista economico una società inclusiva ha una tasso di crescita e di sviluppo certamente maggiori”.

E per quanto riguarda le altre forme di discriminazione?

“Anche in questo caso i Paesi che di fatto dimostrano una maggiore attenzione per i diritti civili, relativamente al tema della discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’handicap, sono quelli più progrediti e con un maggiore grado di benessere. Mi riferisco ai Paesi scandinavi per quanto riguarda i temi sulle donne, alla Germania e alla Spagna, una società quest’ultima che con il Governo Zapatero ha vissuto l’esperienza della democrazia paritaria con una serie di leggi contro la discriminazione, tra cui quella sui matrimoni omosessuali e sulla violenza. Queste conquiste hanno trasformato la società spagnola e con esse si è progredito in ambito culturale e sociale. Con il cambio di governo che vi è stato di recente e l’affermarsi della destra conservatrice, sarà interessante vedere se si ritornerà al precedente assetto normativo solo per motivi ideologici, oppure si deciderà di mantenere le leggi attuali – volte a offrire la parità e la dignità ai cittadini – ormai entrate nella mentalità comune”.

Quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni e della politica nel dare risposte a queste problematiche?

“Il ruolo della politica dovrebbe essere diverso da quello che è stato svolto negli ultimi 20 anni. Con la legge 40/2004 sulla procreazione assistita, il divieto dei matrimoni omosessuali e vista la superficialità con cui si affrontano i temi sulla discriminazione femminile, l’Italia ha perso l’occasione di diventare un paese progredito ed evoluto. Del resto, un simile risultato non deve sorprendere più di tanto, dato che la politica si è coscientemente disinteressata della ricostruzione di un tessuto sociale e culturale, e della necessità di tutelare i diritti civili, limitandosi a relegarli nella sfera delle questioni “eticamente sensibili” e su cui la politica si divide. Mentre il ruolo della politica dovrebbe essere quello di creare un sistema di regole e di valori condivisi e in cui tutti si riconoscono e dove le regole generate debbono essere adottate e seguite da tutti”.

Quale è stato in particolare in ruolo svolto dal Pd, partito che lei rappresenta?

“Il PD fino adesso non è riuscito ad intraprendere una vera e propria battaglia dei diritti civili: sia in merito alla legge 40/2004 che alla legge sull’aborto e le unioni civili, vi sono profonde e laceranti divisioni all’interno di un partito di centro-sinistra che, di queste tematiche dovrebbe fare la sua bandiera, occupandosene di più e meglio di altri partiti”.

Lei ha scritto numerosi libri e articoli su tanti aspetti del diritto costituzionale, curando diversi progetti di ricerca in gruppi anche internazionali. Quale è l’ambito in cui ha ottenuto le maggiori conquiste?

“Le maggiori conquiste come avvocato le ho ottenute con l’annullamento da parte del Tar delle linee guida della regione Lombardia che volevano modificare la legge 194 in tema di interruzione di gravidanza. Di fatto siamo riusciti a far bocciare le restrizioni sull’aborto adottate in Lombardia nel 2008. In qualità di componente del Collegio di difesa di alcune coppie infertili, ho sostenuto l’incostituzionalità della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita presso la Corte Costituzionale ottenendo la “storica” sentenza n. 151 del 2009, che ha abolito alcune delle maggiori restrizioni di quella legge, rendendo possibile la fecondazione assistita in Italia senza dover recarsi all’estero. Inoltre, di recente, sono stata componente del Collegio di difesa di alcune coppie omosessuali sostenendo di fronte alla Corte il diritto al matrimonio di coppie dello stesso sesso”.

Alle elezioni amministrative a Milano è stata eletta consigliere comunale, inoltre presiede la Commissione Affari Istituzionali. A tale proposito, a quali progetti sta lavorando e con quali risultati?

“Stiamo lavorando a un regolamento per una maggiore trasparenza delle nomine dei dirigenti degli enti e delle società partecipate del Comune. Ci stiamo occupando, inoltre, della realizzazione del registro delle coppie civili a prescindere dall’orientamento di genere e dall’identità sessuale. E stiamo affrontando il tema importante di una eventuale modifica del regolamento del consiglio comunale in merito alla durata delle sedute. Il nostro obiettivo è quello di stabilire dei limiti di tempo per le discussioni in consiglio comunale. Siamo convinti che per tornare a fare buona politica, sia necessario anche un linguaggio schematico e centrare le tematiche senza inutili perdite di tempo. Inoltre, riteniamo che stabilire delle regole, senza ricadere in facili ostruzionismi, renda il confronto durante le sedute più costruttivo”.

Come è andata la campagna elettorale a Milano. Ci può raccontare la sua esperienza e le difficoltà che ha incontrato?

“E’ stata una campagna elettorale che si è caratterizzata, innanzitutto, per l’assenza del supporto del partito, dal momento che lo stesso PD ha avuto difficoltà a organizzarsi sul territorio. Quando ho dovuto decidere una linea strategica per impostare la mia campagna elettorale ho potuto avvalermi dell’aiuto di Giuseppe Rotondo coordinatore nazionale di Insieme per il PD, uno dei movimenti nati dal basso e cresciuti nel grembo della società civile, volti al rinnovamento e per questo ricchi di entusiasmo e di voglia di fare. Giuseppe Rotondo ha delineato il metodo per impostare una buona campagna elettorale, metodo che è risultato vincente. A fianco agli strumenti “classici” dei volantini e degli incontri con i potenziali elettori, abbiamo previsto forme di comunicazione moderne e innovative, con la costruzione di un sito internet che conteneva video-testimonianze di cittadini che raccontavano l’esperienza della campagna elettorale vissuta insieme a me. Questa idea è piaciuta molto, mi ha consentito di propormi in modo diverso e mi ha ripagato in termini di preferenze, ottenendone in tutto 1400. Un ottimo risultato raggiunto in un solo mese, se si pensa che è stato ottenuto organizzandosi autonomamente con il supporto di pochi sostenitori e in mancanza di un serio piano di programmazione e di interventi di campagna elettorale da parte del partito”.

Alessia Furia

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Chiara Lalli: “Vi racconto come trattano chi è costretta ad abortire”

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di Luisa MERLINI

C’era un tempo in cui l´obiezione di coscienza riguardava coloro che si opponevano al servizio militare obbligatorio, rifiutando qualsiasi forma di coercizione e di imparare ad utilizzare le armi, in nome di ideali di pace e di assoluta contrarietà ad ogni forma di violenza. La fedeltà a questi principi si pagava con il carcere e con il pubblico ludibrio.

Nel 1972 fu introdotta una legge (la 772) che permise a quegli obiettori di soddisfare l´obbligo del servizio militare tramite lo svolgimento di un servizio civile sostitutivo, con una legge che si rivelò comunque punitiva anche solo per il fatto che tale servizio prevedeva una durata di diciotto mesi anzichè di dodici. Compiere una scelta diversa era ancora difficile.

Oggi che il servizio militare ha assunto base volontaria si parla comunemente di obiezione di coscienza in ambiti diversi, soprattutto quello sanitario. Ma la situazione si è capovolta, gli obiettori sono protetti dalla legge, non hanno conseguenze da affrontare ma anzi usufruiscono di una riduzione degli incarichi da svolgere (che andranno a sommarsi ai compiti già assegnati ai colleghi) senza dover offrire niente in cambio. Pensiamo ad esempio all´obiezione di coscienza prevista dalla legge 194/78 per gli operatori sanitari, anche nel servizio pubblico. Se un medico sceglie di essere obiettore verrà semplicemente esonerato dal “compiere le procedure e le attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l´interruzione di gravidanza” (art 9). Senza la previsione di alcun onere sostitutivo. Semplicemente dovranno essere i suoi colleghi ad occuparsene. Ma cosa succede negli ospedali dove tra i medici in servizio solo pochissimi (a volte anche solo uno) non sono obiettori? Come viene tutelato il diritto della donna a ricorrere all´Ivg nei termini prescritti dalle legge italiana? Cosa accade quando quell´unico medico non obiettore si ammala o va in ferie? Fino a che punto il diritto all’obiezione può sovrastare il diritto della donna a ricorrere ad una normativa vigente? Ed ancora, quali conseguenze per quei (pochi) medici che si dichiarano non obiettori?

Sulla scia di questo nuovo significato che l´obiezione di coscienza ha assunto (e dell´assenza di oneri compensativi) si moltiplica nel nostro paese il ricorso a tale forma di autotutela. La legge 40/2004 ne è un altro esempio: gli operatori obiettori non sono tenuti “a prendere parte alle procedure per l´applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita” (art 16). E se ne invoca la possibilità di utilizzo anche per quelle professioni non ancora “coperte” da apposita legislazione (vedi i farmacisti e la prescrizione della cosiddetta “pillola del giorno dopo”).

Ma si va anche oltre l´ambito sanitario, fino ad arrivare all’esempio di alcuni Comuni, dove addirittura si sono registrati casi di Sindaci e Consiglieri Comunali che si sono rifiutati di celebrare matrimoni con rito civile adducendo motivazioni religiose.

Di tutto questo e di molto altro scrive Chiara Lalli nel suo bellissimo libro, “C´è chi dice no”. Chiara Lalli, bioeticista, docente universitaria, oltre ad entrare nel dettaglio legislativo di ogni vicenda, racconta quanto sia pesante, sulla pelle dei cittadini e soprattutto delle donne, questo stato di fatto. Racconta di un servizio pubblico vessato dai numerosi obiettori, racconta del dolore di donne costrette a subire un aborto terapeutico in totale assenza di qualsiasi forma di pietas, perchè quel figlio tanto desiderato ha malformazioni tali da essere incompatibili con la sopravvivenza. Racconta storie che in un paese civile non dovrebbero accadere. Mai, per nessuna ragione.

Presenteremo “C´è chi dice no” sabato 28 gennaio, a Firenze (ore 16, Sala delle Miniature, Palazzo Vecchio), alla presenza di Chiara Lalli, l’autrice, di AnnaPaola Concia, Parlamentare Pd, di Giulia Rodano, Consigliere Regione Lazio, IdV, impegnata nella battaglia contro la riforma dei consultori nella sua regione e la dottoressa Valeria Dubini, ginecologa fiorentina, Vicepresidente Aogoi, con la quale cercheremo di capire lo stato dell´arte in Toscana. Quanti obiettori? In quale concentrazione per province? Quanti e quali disservizi a danno dei pazienti? Quali differenze tra Toscana e Lazio, regioni amministrate da due colori politici diversi? Coordina Davide Guadagni, giornalista e scrittore, introduceAlessandro Cresci, coordinatore provinciale IdV Firenze, legge alcuni brani tratti dal libroFiorella Sciarretta, attrice e regista teatrale.

Luisa Merlini (Laicità&Diritti, Libera Uscita ed IdV Provincia di Firenze)

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