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***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A DARE UN SENSO (E NON – SOLO – UN ‘PREZZO’) ALLE NOSTRE VITE
di PIER PAOLO PASOLINI

gennaio 25, 2012 di Redazione 

Ecco perché la ricchezza non può essere un valore. Quando la ricchezza cessa di essere un mezzo (attraverso cui, peraltro, è possibile perseguire il bene, e che non va percio’ in nessun modo demonizzato. Anzi) e diventa un fine, rischia di “corromperci” (in tutti i sensi?) e di alienarci da ogni (“altra”) sensibilità. Trasformando l’etica (e l’estetica) dell’uomo in puro formalismo: come nel caso della nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, (dis)impegnata in una (falsa) rappresentazione/ rappresentanza (di sé – stessa); o come nel nostro “rapporto” con i beni (culturali. Appunto – ?) tramandatici dai nostri avi, che oggi costituiscono per noi oggetto di (im)puro ‘desiderio’, che li oggettivizza, e non di un – vero – interesse intellettuale e (quindi) morale. Ecco: nel (ri)collegare il senso – e non piu’, solo, la forma – di quell’eredità alla nostra vita, sta una delle chiavi del nostro possibile, nuovo Rinascimento. Anche economico: perché una società “sterile” (sul piano etico) rischia alla “fine” di non avere piu’ alcuna risorsa (umana) da mettere in campo per perseguire alcunché. Intestardirsi nel cercare soluzioni (strettamente) “economiche” (o, meglio, materiali) ad una crisi Politica poiché umana e valoriale (e viceversa) – da cui l’affermazione secondo la quale la ricchezza sarebbe, addirittura, un “valore”, e non piu’ un mezzo di cui, certo, dotarsi nella maggior misura “possibile” (e sostenibile) per perseguire il bene comune. Per cui nessuna negazione, anzi – è al contrario proprio su queste pagine che il concetto, nel contesto attuale, è (ri)nato – della possibilità e della opportunità (della necessità, oggi), per quanto in una prospettiva piu’ ampia, di attivarci per (ri)generare crescita (del Pil) – finisce per risultare, paradossalmente, antieconomico. La condizione alla quale questa scorciatoia - imboccata, ahinoi, negli anni del boom – di uno “sviluppo” (?) senza “morale”, ci avrebbe portato nei decenni successivi, fu profetizzata da Pier Paolo Pasolini. Che in questo scritto denuncia la fine della nostra Libertà nel momento stesso in cui abbiamo deciso di concederci la “libertà” (?) di non rispettare le regole, fondanti, della (nostra – ?) umanità. di PIER PAOLO PASOLINI

 

Nella foto, Pier Paolo Pasolini

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Fahrenheit 451 – Truffaut “prima” ancora di Bradbury – è la fotografia – sia pure in forma (caricaturale e, in parte, iperbolica) di “apologo” (?) – dello stato in cui versiamo. Nel film si “vede” “bene” come – attraverso l’omologazione (e l’”e(s)pur(i)azione” della diversità), il (conseguente/ causale) appiattimento (progressivo) della “curva” della libertà (espressiva e, quindi, creativa), attraverso la “diffusione” e l’inoculazione del (solo) “modello” di “pensiero” (?) materiale – si arrivi alla sterilità (Plutone rappresenta l’intelligenza creativa così come la capacità generativa – sessuale: sono la “stessa” cosa – ?). E alle (correlative) dis-”affettività”, a-patia, disinteresse.

di PIER PAOLO PASOLINI

Che cosa è infatti la cultura di una nazione?

Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intelligencia.

Invece non è così.

E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente.

Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini.

La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o, per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica.

Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere.

A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.

L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderati”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.

Dunque questo nuovo Potere è in realtà – se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia – una forma “totale” di fascismo. Ma questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre.

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

PIER PAOLO PASOLINI

La “risposta” (o meglio l’”ideologia” – positiva, “costruttiva” – “antitetica” a tutto ciò) è la rivoluzione culturale (rieducarci alla Bellezza). La Politica o “consiste” in questo, d’ora in poi, o, semplicemente, non “corrisponderà” alle (reali) esigenze degli italiani.

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