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Italia non cresce se non cresce suo Sud Monti gira Europa non sapendo che fare Quel che serve ora è prospettiva Politica Cecita’ su Primavera araba grida vendetta La Libia non e’ soltanto quel loro petrolio Mediterraneo puo’ tornare centro mondo

gennaio 20, 2012 di Redazione 

Onesto e responsabile non è lasciar correre nell’indifferenza. Ricominciamo, piano piano, a rimettere le cose al loro posto: ribellarsi all’autoreferenzialita’ di una politica che, pensando a se stessa, non ha saputo accorgersi – negli ultimi venti, trent’anni – delle potenziailità del suo Mezzogiorno, e della necessità di intervenire “su” di esso per potere immaginare uno sviluppo (dell’intero Paese) del quale del resto a quella classe “dirigente” (?) non e’ mai (davvero) interessato, non solo non è incivile, ma rappresenta, piuttosto, un atto di amore verso l’Italia. Se i siciliani scelgono questo momento, non è casuale: la sopportazione di una classe “politica” (?) che – ad esempio – nella figura del presidente della nostra quarta Regione per numero di abitanti, rimanda al mittente le richieste dei lavoratori invitandoli a rivolgersi a Roma, e la certezza che farlo non porterebbe a nulla, non avendo – i lavoratori della Sicilia – nemmeno non diciamo un contatto, ma un lontano riferimento nella classe “dirigente” (ancora: ?) “nazionale” (?) – “costringendoli” così “direttamente” (in realtà dopo lunghi anni di difficile, nella concretezza della propria vita, paziente – e questo, semmai, è meno responsabile – laisser faire) alle azioni di protesta a cui assistiamo in queste ore - non sono nient’altro che la cartina di tornasole di anni e risorse buttate, di compiaciuto crogiolarsi di eletti e clientele di quest’ultimi che hann vissuto alle nostre spalle succhiandoci non solo le risorse che via via andavamo producendo, ma soprattutto quelle che avremmo potuto produrre se, al posto loro, ci fosse stata una classe dirigente onesta e responsabile; che facendo Politica - e non coltivando clientele - avrebbe subito individuato nel nodo e, insieme, nel possibile volano di un clamoroso ribaltamento di prospettiva rappresentato dal nostro sud, un’occasione alla quale dedicare prioritariamente le proprie energie; come fece Alcide De Gasperi nell’immediato dopoguerra, quando con la sua riforma agraria, che mise nelle mani e nella disponibiità di coloro che li lavoravano gli appezzamenti terrieri del Mezzogiorno, creo’ le condizioni per un rilancio economico del sud a cominciare dalle sue classi piu’ deboli. Ma nell’anno della primavera araba osservare questi signori procacciare “cibo” (in senso ampio – ?) per loro stessi e per i 1500 dipendenti della Regione siciliana – che sarà la quarta regione d’Italia per numero di abitanti, ma non in questa (s)proporzione - per non parlare delle clientele sparse nel resto del Paese – mettendoci, per assecondare le proprie pigrizie, fuori dall’autostrada di una Storia che puo’ tornare a vedere nel Mediterraneo la propria fucina, è qualcosa che non possiamo piu’ sopportare e che, infatti, ”costringe” finalmente i siciliani a ribellarsi. Ma ora e’ la Politica, a dover raccogliere quel grido di esasperazione; sapendo che farlo è l’unico modo possibile per assicurare uno sviluppo a questo Paese: perche’ se il sud non cresce, non cresce l’Italia; e la sola alternativa possibile al fallimento diventa allora necessariamente la secessione leghista. Siccome noi, che vediamo le straordinarie potenzialità della nazione posta esattamente – in primo luogo con la sua isola maggiore! - al centro di questa ideale culla (in tutti i sensi) del mondo, non possiamo né assecondare questa deriva né lasciare che i nostri politicanti – o tecnici autoreferenziali – attuali la propizino persistendo nella propria passività, il giornale della politica italiana torna a mettere – generosamente – sul tavolo del dibattito pubblico la proposta (insieme alta e concreta) concepita e avanzata nei giorni in cui anche i libici decisero di ribellarsi al regime di Gheddafi, la scorsa estate, e che – sia pure tra copiaincolla, attestati di apprezzamento e la sola mossa concreta di Paolo Scaroni che tenta di fare con Eni quello che dovrebbe fare l’Italia: unire le due sponde del Mediterraneo per riportare qui – e tra Europa e Africa – il centro degli scambi, commerciali e culturali, del pianeta - resta ancora – per quello che riguarda la politica politicante – lettera morta. Non è nei corridoi delle cancellerie europee, e nemmeno nelle salette riservate della City, la risposta alla nostra attuale difficoltà ad uscire dalla crisi, presidente Monti; bensì nella Politica. E Politica, oggi, in Italia, significa Mezzogiorno. il Politico.it lo sostiene (almeno) da quando a Palazzo Chigi (si) (ri)s(i)edeva ancora Berlusconi. Nell’anno della primavera dei nostri fratelli della sponda sud, anche il come, una volta tanto, è lì servito come su un piatto d’argento. Si trat- ta soltanto di saperlo – perchè lo si vuole – vedere.

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(23 agosto 2011)

L’Italia vada con i suoi ministri (?) in Libia. Se la Sicilia è la porta dell’Europa sull’Africa. Pianifichiamo (ora!) uno sviluppo comune. Tra di “noi” ma guardando a Cina ed India. Questa è vera politica sull”immigrazione’. E può rifare Mediterraneo centro mondo

di MATTEO PATRONE

Sì, ma bisognerà vedere che tipo di scelte faranno i ribelli libici per la risoluzione dei loro conflitti interni“. “Capire se non ci sia il rischio dell’instaurazione di un governo “diversamente estremo” rispetto al regime di Gheddafi“. Il mercato, ci insegna il pensiero liberale, è (stato) lo strumento più efficace per la (parziale, ancora, ma in-sufficientemente ampia) pacificazione del pianeta. E questa è l’occasione per restituire alla Politica la poltrona di comando facendo usare a lei lo strumento-mercato, per il bene comune; ed evitare distorsioni per il (possibile, sempre che non si configuri già nelle scelte, ad esempio, interventiste dell’alleanza) processo inverso.

La possibilità di aderire ad un progetto di sviluppo comune con la nazione che per ragioni storiche e geografiche è più vicina alla Libia, può rappresentare lo stimolo ideale perché il rischio di quelle derive sia scongiurato. E dunque creare le condizioni perché quel progetto di impegno comune possa costituire soltanto ciò per cui verrebbe concepito: una grande occasione di sviluppo. Per la Libia, ma (anche) per il nostro sud.

Una volta le coste orientali e meridionali della Sicilia ospitavano alcune tra le più grandi, ricche (economicamente e culturalmente) ed evolute città del mondo; e ciò era dovuto ad una “concentrazione” delle risorse e degli scambi nel Mare nostrum. Se oggi il sud – che non è arretrato come certa propaganda “nordista” vorrebbe farci intendere, ma piuttosto privo di un orizzonte al quale rivolgersi, di un “traino”, economico, culturale, da (per)seguire – è la parte meno sviuppata del Paese, è anche per la sua lontananza dal cuore dell’Europa. Ovvero da uno dei due cuori pulsanti dell’Occidente. Cioè del centro culturale, economico, politico del mondo (fino ad oggi). Pretendere di applicare al sud la stessa ricetta che si adotta al nord significa fare violenza, appunto, alla Storia e alla geografia (e al buonsenso).

Ma se la Libia è l’avamposto, per noi, dell’Africa – ovvero di quel gigante narcotizzato che un giorno si sveglierà – e il Mediterraneo è storicamente un luogo di convergenza e di traffico tra (medio)oriente ed occidente, solo una politica (con la minuscola) incapace di alzare gli occhi e di sognare ciò che può avvenire là dove oggi c’è “solo” il “deserto”, può non vedere nella rivoluzione libica un’occasione straordinaria per l’Italia – a cominciare dal suo sud – ma anche per la stessa Africa e più in generale per gli equilibri mondiali.

Se, per esempio, l’Italia comincia ad essere (praticandolo) la punta più meridionale dell’Europa e smette di occuparsi (? Oggi, da un po’, non lo stiamo – più – facendo – bene) solo dell’approvvigionamento di petrolio per sé, coordinando e diventando “piattaforma” – con, appunto, la Sicilia e il resto del sud – perché il greggio libico possa raggiungere gli altri “porti” (in qualche caso, in tutti i sensi) del Vecchio continente, e stimola la Libia – ma, ovviamente, in un rapporto da pari a pari! – a offrirsi come punto di riferimento e da tramite con l’Europa per l’Africa più “profonda”, ciò può determinare il triplice effetto di accelerare l’integrazione delle economie europee, rappresentare un possibile volano per la “liberazione” dell’(“intera”) Africa e offrire all’Europa la possibilità di avvantaggiarsi nel partenariato con loro, compiendo appunto anche una straordinaria “missione” per la (ri)costruzione del futuro dell’umanità (oltre a fare il bene della Libia).

Anche incidendo, in questo modo, sulle migrazioni: non più, il nostro Paese, “vittima” (ancorché potenziale (?) “sfruttatrice”) di tutto ciò, bensì fautore di quei flussi che cesserebbero di essere legati all’insostenibilità della vita in alcuni luoghi (e la Libia rappresenta lo spunto primario, ma tutto questo può riguardare e coinvolgere l’intera costa settentrionale del Continente nero), e quindi a drammi e sofferenze, cominciando piuttosto ad essere parte dell’”indotto” di questo grande progetto di sviluppo comune.

E se a tutto questo si aggiunge l’idea di Romano Prodi di provare a fare del sud la piattaforma di scambio tra oriente ed occidente, portando da Napoli in giù le aziende ed i traffici con Cindia – badando bene, naturalmente, a fare del nostro Mezzogiorno il perno imprescindibile di tutto ciò – si capisce come il Mediterraneo possa avere qualche chance di tornare, appunto, al centro del mondo.

Con tutto quanto di benefico ciò comporterebbe per l’Europa tutta – che ne sarebbe, in partenariato con l’Africa, “padrone di casa” – e, attraverso l’economia e, appunto, il mercato, per la comunicazione, lo scambio, e finalmente l’incontro – e magari l’avvio, a queste condizioni di ritrovato benessere “comune” e quindi di “parità” e di equilibrio tra i luoghi del pianeta, di quel processo mondialista che possa portare il mondo a diventare, un giorno, un’unica “nazione” – tra oriente ed occidente.

Israele è solo qualche migliaio di chilometri più a est: immaginate l’effetto dirompente persino sul conflitto intestino tra israeliani e palestinesi, di un mondo arabo e di un’Europa – e persino di un’Africa – che si mettessero attorno ad un tavolo – guidati dall’Italia – per accendere un nuovo focolaio di sviluppo – a 360° – laddove oggi c’è il deserto.

MATTEO PATRONE

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