31% di nostri giovani oggi è senza lavoro Silenzio (indecente) nostra (?) politica (?) Galli Della Loggia: ‘Monti l’ha resa inutile’ Governo: “Cambiamo regole assunzioni” Ma senza ‘traino’ ciò non può (?) bastare Lavoro non cresce se non lo fa economia E essa cresce se lavoro aiuta a innovare E se (ri)diamo prospettiva al nostro Sud Ecco – e(c-)come – Politica tornerà “utile” Chi non ha più da ‘dare’, ora faccia posto
gennaio 31, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
Romano Prodi ripete spesso che i giovani, il potere, se lo devono conquistare (da “soli”). E noi siamo d’accordo. Abbiamo detto la stessa cosa, per le stesse ragioni (di fondo), “alle” donne pochi giorni or sono. Ma quel pezzo contiene anche una proposta “che non possono rifiutare” per gli uomini: chi ha posti di responsabilità, scrivevamo, si assuma (appunto) quella responsabilità facendo in modo che la partecipazione femminile, che sarà libera ed effettiva solo se le donne se la saranno conquistata da sola, (però) non trovi inutili – ed autoreferenziali – ostacoli. Ecco. Per i giovani vale la stessa regola: il potere ce lo dobbiamo prendere con le nostre mani, ma possibilmente – visto che in gioco c’è il futuro del Paese e non una guerra tra bande (almeno così la vediamo noi) – senza dover spendere inutili energie per vincere la resistenza di personaggi attaccati oltre ogni ragionevole giustificazione alla propria poltrona. il Politico.it diceva infatti anche un’altra cosa in quel pezzo: se il prossimo presidente del Consiglio sarà donna, noi ne saremo felici. Nella trasposizione (non) metaforica sulla nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, potremmo dire che – allo stesso modo – noi saremmo felici se ciò che va fatto – e che da mesi, ormai, indichiamo e specifichiamo con ampia organicità – venisse (immediatamente! Senza passare, intanto, per ‘ulteriori’ elezioni) fatto (anche da qualcun altro). Ma se ciò non avviene – come scrivevamo anche in relazione alle donne – ci dovremo (pur) pensare. Proprio per quella ragione: che in gioco non ci sono nostre (o vostre) ragioni personali; ma il futuro dell’Italia. Che non può più aspettare. Per questo, facciamo, per così dire, un ultimo tentativo. Suggerendo – con la solita, e disinteressata, e responsabile generosità – il modo (l”unico’, possibile) per uscire (strutturalmente) da questa situazione di stallo. Immaginate infatti che il prossimo governo non sia altrettanto responsabile come l’esecutivo dei tecnici: è evidente che – come avvenuto peraltro varie volte negli ultimi diciotto anni – le misure prese per riconsolidare il bilancio verrebbero se non cancellate, potenzialmente annullate da – ad esempio – una politica economica più da cicala che da formica (ne abbiamo avuti numerosi esempi, ed è per questo del resto che ci troviamo oggi nella situazione attuale), tale da vanificare ogni intervento della fase precedente che non fosse stato – appunto – strutturale. Ed è quindi in questa direzione che ci si deve muovere: creando le condizioni per una ripresa sistemica. A questo scopo né il lavoro, né tanto meno il bilancio si affrontano -ovviamente – affrontando – tout court – il lavoro e il bilancio (come fossero compartimenti stagni e non parti, organiche, della nostra vita comune!); e tanto meno cambiandone semplicemente qualche regoluccia. Per il bilancio, abbiamo già assistito alla dimostrazione: l’attuale presidente del Consiglio ha scritto innumerevoli editoriali, in estate, da – ovviamente – premier in pectore; e in nessuno di essi era contenuta la ricetta che, alla fine, lo stesso Monti avrebbe compreso era necessario adottare per la possibilità stessa, di consolidare il bilancio: ovvero impegnarsi per riattivare la crescita. Cioè una cosa – apparentemente – lontanissima ed “estranea” (ma in verità neanche tanto…) da una (“semplice”) politica di bilancio! Che Monti non avesse nelle sue corde questo tema – o meglio questo metodo – lo dimostra che di crescita, ancor oggi, non vediamo neppure la traccia di un provvedimento stimolatore. E senza la crescita, appunto, il bilancio torna ad affondare – sempre che non rimanga in quella condizione – per la semplice ragione che un’economia che non giri, è un’economia in perdita, e in perdita, inevitabimente, finisce per essere anche lo Stato che la deve ‘sostenere’ (sulle proprie spalle). Così il lavoro: come pensare che l’occupazione cresca, semplicemente, rendendo in buona sostanza più impegnativa – sia pure con la prospettiva della possibilità di licenziare; che non significa però poterlo fare – comunque – selvaggiamente! Sennò non vedremmo (appunto) la differenza tra le nuove forme contrattuali e la precarietà (come detto) selvaggia. E quindi senza troppa motivazione, e convenienza, ad assumere da parte di aziende che non potranno comunque toccare la loro attuale forza-lavoro (da cui, ci perdonerà, l’apparente, parziale ipocrisia del senatore Ichino sulla ipotesi di (non) abolire l’articolo 18 nell’ambito della sua proposta) – l’assunzione di nuovi senza (appunto, poter) rivedere la situazione contrattuale delle attuali dipendenze? La verità è che se l’economia non cresce, nessuna forma contrattuale basterà ad aumentare (considerevolmente) la nostra occupazione; e l’economia non cresce (intanto per una semplice modifica delle modalità di assunzione senza toccare i ‘garantiti’, appunto; e “poi”) se la Politica non smette di delegare ogni responsabilità progettuale alle aziende (e ai privati), e non si assume la (propria) responsabilità di tornare ad indicare (lei almeno) un orizzonte verso il quale muoverci (come Paese!), e a coordinare gli sforzi per metterci in cammino e raggiungerlo. Ecco: il giornale della politica italiana, da tempo, gliene indica (almeno) due, quelli sui quali si basa il suo progetto. Torniamo a suggerirli oggi, ancora una volta; se ciò non basterà, ne trarre- mo le debite conseguenze (politiche, naturalmente). Read more
Il prossimo 5 febbraio “compie” due anni Contiene ‘sola’ soluzione strutturale crisi Frattanto (non) ne abbiamo trovate altre Che stiamo ancor aspettando (e perché)?
***Il futuro dell’Italia***
LA RICERCA AL CENTRO DI UN NUOVO SISTEMA-PAESE
gennaio 30, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
5 febbraio 2010 (!): con (“soli”) due anni di anticipo sull’effettiva – o, meglio, “visibile” – esplosione della crisi, scrivevamo quello che ancora oggi la nostra classe dirigente (?) autoreferenziale d’adesso sembra non avere (fino in ‘fondo’) compreso: l’unica chiave possibile per portare l’Italia strutturalmente fuori dalla situazione di stallo (perennemente esposta al “ricatto” di un”auspicata’ – ? – alternanza di governo non necessariamente tra forze oneste e responsabili) è puntare a (ri)farne la culla (mondiale) dell’innovazione (a 360°). Il governo presieduto da quell’ex commissario europeo che negli editoriali pre-nomina non citava nemmeno (non avendolo evidentemente al centro dei propri pensieri) il capitolo della crescita, dopo averci illuso, nicchia, rimandando a piu’ miti (per la propria tenuta futura) inizi di marzo i propri annunciati interventi sul mercato del lavoro (anticipati da una chiacchiera intrattenitrice). Ma l’esecutivo dei professori, è chiamato a salvare l’Italia o – come quelli che lo hanno preceduto – ha piu’ a cuore la propria (sopravvivenza tecnico-politica)? Read more
***Il futuro dell’Italia***
VENDOLA E DI PIETRO? ENTRINO NEL PD
di MATTEO PATRONE
gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
I capi della sinistra radicale propongono a Bersani un’alleanza elettorale (?). Ma perché quello che dovrà essere – di gran lunga e stabilmente – il primo partito italiano, dovrebbe regalare la (propria) golden share – assicurando loro voti che altrimenti non raccoglierebbero mai – a due movimenti minoritari, populistici e personali come Idv e Sel?
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Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone
gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
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Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ quello che vedete nella foto, ed è uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa. Read more
2012 (ri)sia nostro anno. La Storia ci indica la via da seguire Patrone
gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
Il 2012 “torni” ad essere l’anno dell’Italia. Nuovo Risorgimento ritrovare noi stessi. E puntare obiettivo mondo unica nazione. E’ cio’ che avrebbero voluto nostri padri. Ed é cio’ che (ora) (ri)farà Politica italiana. La nostra Storia c’indica la via da seguire.
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L’Italia, se vogliamo usare una metafora (astrologica), fa – o puo’ tornare a fare – la parte del Leone. Per capire le nostre potenzialità basta osservare i giornali quotidiani italiani, facitori - in quanto interpreti ed anticipatori – dello spirito della nazione. Essi oggi rappresentano lo specchio fedele del nostro carattere e della nostra (attuale) psicologia. Nel punto piu’ basso della loro parabola storica – se si eccettuano i limiti e l’omologazione imposti nell’era fascista – i nostri giornali riprendono e puntellano l’autoreferenzialità e la litigiosità della politica. Ad eccezione del Corriere della sera, che é tornato a svolgere la propria funzione di testata “dell’Italia”. Ma pure questa (presa di per sé, e con i nostri paraocchi attuali, scoraggiante) rappresentazione di sterilità e animosità (reciproca), (di)mostra (pero’) un carattere e una passione - e persino una capacità di “altezza” e di visione – che i principali quotidiani francesi, ad esempio (e noi consideriamo i nostri fratelli francesi i ”prediletti” tra i nostri consanguinei europei) non hanno (proprio). Ancora: non sappiamo se esistano statistiche circa l’esportazione di cervelli; ma si fa fatica ad immaginare un esportatore piu’ gettonato e “intensivo” dell’Italia. E anche questo fa trasparire le nostre attuali due facce: mancanza di sintesi; ma anche straordinarie (in senso letterale) “particelle” da “sintetizzare”. Il genio italiano, che non è solo retorica o un luogo comune, si puo’ fare risalire probabilmente al nostro “privilegio” originale: essere stati “liberi” sin dalla nostra “comparsa” (e prima evoluzione civile, fino alle vette della Repubblica e dell’impero) sulla Penisola. Il che ci ha offerto pregi – che abbiamo visto – ma anche difetti: la nostra cialtronaggine, la nostra (apparente) superficialita’. (Altro) sintomo, pero’, della (stessa) libertà. In seguito questa nostra libertà si e’ ridotta: quando i nostri comuni sono stati sottoposti al dominio delle sovranità straniere. Ma eravamo “arrivati” ai comuni stessi – pure modello di pratica amministrativa – perche’ prima ci eravamo…dissolti, e ci eravamo dissolti a causa delle invasioni dei barbari, ai quali avevamo aperto pero’ la porta…noi. Nel momento in cui, all’apice della nostra parabola di allora, avevamo preso a privilegiare i nostri interessi (particolari). Dando luogo all’imper(i)o, si’, ma della corruzione. E, da corrotti, facile preda. Quegli interessi si sono rafforzati, non potendo dedicarci a ricercare una nuova ragione di unità, quando le potenze straniere ci hanno tolto la nostra possibilità di autodeterminarci, rafforzandoci (o, meglio, indebolendoci) della/ nella nostra faziosità; e soffocando il nostro anelito ad essere popolo. Il (primo) Risorgimento ha messo una pezza solo sul piano formale; affidandoci (“”"”"solo”"”"”) una (pur imprescindibile) sopra-struttura. La deresponsabilizzazione (o la mancata responsabilizzazione) dovuta a quel (pur valoroso, e allora ineluttabile) modo di agire – con l’emblema della “conquista” forzosa del nostro sud – si e’ ripetuta all’ennesima potenza negli anni venti e trenta, e non ha trovato un antidoto efficace nell’opera del primo, e finora unico, continuatore del Risorgimento: Alcide De Gasperi. Che ci ha indicato, coinvolgendoci, un obiettivo comune; con i risultati – di quel coinvolgimento e di quella responsabilizzazione – che non solo conosciamo, ma dei quali beneficiamo, vivendone di rendita, tutt’oggi; ma non riuscendo ad andare oltre, purtuttavia, la (piu’ che mai) necessaria, allora, dimensione economica e materiale, in buona sostanza (“”"solo”"”) amplificando (e si tratta, appunto, comunque, di una amplificazione) a livello nazionale e collettivo i nostri interessi particolari. Quindi (in tutti i sensi) fine di tutto cio’: e riesplosione di quei particolarismi, nelle individuali, (“sporadiche”) espressioni del nostro carattere. Oggi l’Italia é un gigante che non sa di esserlo; esattamente alla stregua di una donna o di un uomo che non “lavorino” (nel campo in cui sono i migliori) da tanto tempo, e quindi non (ri)conoscano piu’ le proprie capacità. L’antidoto é il ritorno della Politica. I migranti possono aiutarci nello sforzo e indicarci la strada. Il nostro compito, oggi, non è piu’ quello di (ri)”conquistare” (territori) - “misura” della grandezza di una nazione fino all’ultima guerra – (ri)aprendo, appunto, le ostilità; ma, esattamente all’opposto, fornire nuova linfa, idee, e la nostra leadership, al processo di possibile unificazione (prima europea e, quindi, attraverso l’Europa, mondiale). E’ quello che avrebbero voluto, ne siamo certi, i padri della Patria. Ed e’ quello che, con tutti noi stessi, darem(m)o la vita per conseguire. Read more
Mondo parla lingua (inglese) di economia E’ dominato da tecnica e (suoi) mezzi (…) Mondo (virile?) che coltiva strumentalità (‘Sole’) donne possono ‘salvare’ umanità E’ momento d’affidarci a loro (Politica) (?) D’Amico: ‘(Civilizzazione) dipende da noi’
gennaio 26, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
L’astrologia, contrariamente alle credenze di chi pensa che la vita (?) sia fatta (?) di sola materia, consente una profondità di lettura della realtà che nessuna scienza ‘ufficiale’ può offrire. E l’astrologia ci dice (o ci conferma, argomentandolo) che l’essere umano è formato, nella sua essenza, da una sorta di bipolarità (complementare): il maschile e il femminile. Simbolicamente, il Sole e la Luna. Che combinati insieme – e “solo” loro – formano l’Uomo nella sua “”"forma”"” matura. Ebbene, non sorprenderà i piu’ sensibili e acuti tra le nostre lettrici e i nostri lettori, scoprire che le ultime “ere” della vita sulla Terra sono state “dominate” – invece – da altre simbologie. A cominciare da quelle legate a Marte e – oggi - Mercurio. Il pianeta della guerra, il primo, e il pianeta dell’intelligenza, sì, ma non spirituale (Nettuno), morale e filosofica (Saturno), creativa (la stessa Luna, con Plutone), bensì “pratica”. La “velocità” (ma a rischio di essere un po’ fine a se stessa, e superficializzante, mercuriale) in luogo della riflessione e della profondità. E della (nostra, possibile) (ri)generazione. Mercurio, in particolare, rappresenta la comunicazione (?). (Punto di domanda) d’obbligo perché la comunicazione (e non la sua tecnica), in quanto “scambio” (non – solo – commerciale…) di contenuti della (nostra) vita, atterrebbe alla (completa) sfera umana (appunto Sole e Luna); e invece l’uomo, sostituendoli ai contenuti, si è lasciato a sua volta “sostituire” dagli stessi mezzi per comunicare che non piu’ usa, bensì dai quali viene “utilizzato” e plasmato (deformato) a (“loro”) “piacimento”. La prossima “era” sarà invece (ri)generata dal simbolo lunare. Se il mondo maschile (ma tutt’altro che ‘virile’, almeno nel senso piu’ aperto e completo dell’aggettivo) “promette” di portarci, nostro malgrado, alla (auto)distruzione, il mondo femminile potrebbe consentirci un nuovo inizio, o, per l’appunto, una (ri)nascita. Avremo modo di sviluppare Politicamente il ‘filone’. Diciamo intanto che la prima, saggia scelta che il Paese potrebbe fare - anche non credendo a quella pre-visione – è affidarsi senza piu’ esitare alla guida delle donne: quote sì, da “oggi”, ma di uomini. Se il prossimo presidente del Consiglio sarà una donna – e perché ce l’avrà fatta, e non per un deterministico e sterile compromesso calato dal…basso tra uomini - il giornale della politica italiana ne sarà felice. Altrimenti faremo in modo di creare noi questa condizione per il futuro. E comunque chi abbia a cuore l’interesse – e il bene – dell’Italia e non solo, sostenga il piu’ possibile la libera partecipazione delle donne e, auspicabilmente, una loro assunzione di responsabilità nella forma, “diretta”, della leadership (complessiva). Libera partecipazione che le donne devono conquistarsi – o non sarà libera, né vera partecipazione – e – ‘suggeriamo’, paternalisticamente (…), loro - cambiando obiettivo: non avendo piu’ (come non è piu’ necessario) la propria (“parziale”) “emancipazione” come traguardo “intermedio” (raggiunti i risultati che il “movimento”, che suggeriamo non debba piu’ avere la non-ambizione di limitarsi ad essere tale, ha raggiunto nel corso del tempo, la donna oggi è nella condizione di aspirare direttamente ad un ruolo di guida che vada oltre i confini della propria “parzialità” di genere), bensì la ‘presa’ del Potere tout court (per ri-generarlo in Politica e fare in modo che smetta di essere fine a se stesso). ”Soluzione” che gli uomini onesti e responsabili hanno il dovere di favorire (senza vanificare, anelando ad ‘imporsi’, questa necessaria assunzione di responsabilità). Nella loro attuale posizione di maggior potere. E uno dei modi per ‘favorirla’ – in questa modalità virtuosa - è aderire finalmente ad un compiuto riconoscimento dei diritti delle donne (palesemente, comunque, non ancora avvenuto), al pari di quelli di tutti. Tra questi, anche quello ad abortire; che saranno le donne, una volta assurte al potere, a coniugare con una organizzazione politica e sociale tale da scongiurare il piu’ possibile questa non auspicabile - e dolorosa. Innanzitutto per loro – eventualità. E poi il diritto a potersi unire, civilmente, con altre donne. Con il placet (e non solo il nulla osta – ?) della società. Ovviamente quest’ultimo caso vale per entrambi i sessi. Ma è (sarebbe; sarà) una conquista “femminile” quella, di civiltà, della cessazione di ogni discriminazione sulla base del nostro orientamento sessuale (perché di questo, stiamo parlando: se è vero che il tema del riconoscimento pubblico delle coppie ‘di fatto’ sottende alla questione del riconoscimento o meno della piena eguaglianza delle persone omosessuali). In una società governata dalle donne, ci giureremmo, di discriminazioni come questa (e non solo) non dovremo piu’ sentire parlare. Non è dunque (affatto) un caso che accada con (e su sollecitazione di) due donne che rilanciamo, oggi, nell’a-patia (appunto) collettiva che “consiste” nel pensare (?) che la crisi economica si possa risolvere con gli (stessi) strumenti (ancora – !) che la hanno determinata, il tema dei diritti. Compreso quello all’obiezione di coscienza. Marilisa D’Amico è presidente della commissione Affari istituzionali del consiglio comunale milanese. Ma anche avvocato con una lunga esperienza proprio nel campo dei diritti civili. Chiara Lalli professore universitario, ed è appena uscito il suo ultimo libro dedicato, per ‘contro’ (non – ? -, speriamo d’ora in poi non piu’, in tutti i sensi), all’obiezione di coscienza. Le ascoltia- mo. di Luisa MERLINI, Alessia FURIA Read more
***Il futuro dell’Italia***
TORNIAMO A DARE UN SENSO (E NON – SOLO – UN ‘PREZZO’) ALLE NOSTRE VITE
di PIER PAOLO PASOLINI
gennaio 25, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
Ecco perché la ricchezza non può essere un valore. Quando la ricchezza cessa di essere un mezzo (attraverso cui, peraltro, è possibile perseguire il bene, e che non va percio’ in nessun modo demonizzato. Anzi) e diventa un fine, rischia di “corromperci” (in tutti i sensi?) e di alienarci da ogni (“altra”) sensibilità. Trasformando l’etica (e l’estetica) dell’uomo in puro formalismo: come nel caso della nostra politica politicante autoreferenziale di oggi, (dis)impegnata in una (falsa) rappresentazione/ rappresentanza (di sé – stessa); o come nel nostro “rapporto” con i beni (culturali. Appunto – ?) tramandatici dai nostri avi, che oggi costituiscono per noi oggetto di (im)puro ‘desiderio’, che li oggettivizza, e non di un – vero – interesse intellettuale e (quindi) morale. Ecco: nel (ri)collegare il senso – e non piu’, solo, la forma – di quell’eredità alla nostra vita, sta una delle chiavi del nostro possibile, nuovo Rinascimento. Anche economico: perché una società “sterile” (sul piano etico) rischia alla “fine” di non avere piu’ alcuna risorsa (umana) da mettere in campo per perseguire alcunché. Intestardirsi nel cercare soluzioni (strettamente) “economiche” (o, meglio, materiali) ad una crisi Politica poiché umana e valoriale (e viceversa) – da cui l’affermazione secondo la quale la ricchezza sarebbe, addirittura, un “valore”, e non piu’ un mezzo di cui, certo, dotarsi nella maggior misura “possibile” (e sostenibile) per perseguire il bene comune. Per cui nessuna negazione, anzi – è al contrario proprio su queste pagine che il concetto, nel contesto attuale, è (ri)nato – della possibilità e della opportunità (della necessità, oggi), per quanto in una prospettiva piu’ ampia, di attivarci per (ri)generare crescita (del Pil) – finisce per risultare, paradossalmente, antieconomico. La condizione alla quale questa scorciatoia - imboccata, ahinoi, negli anni del boom – di uno “sviluppo” (?) senza “morale”, ci avrebbe portato nei decenni successivi, fu profetizzata da Pier Paolo Pasolini. Che in questo scritto denuncia la fine della nostra Libertà nel momento stesso in cui abbiamo deciso di concederci la “libertà” (?) di non rispettare le regole, fondanti, della (nostra – ?) umanità. di PIER PAOLO PASOLINI Read more
***La proposta***
STATO DEBITORE, LE IMPRESE POSSANO DETRARRE IL CREDITO
di GIULIA INNOCENZI
gennaio 24, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
L’Infedele ieri si chiedeva, giustamente, perché i pensionati (o, meglio, i pensionabili) “colpiti” dalla (stessa) riforma del governo non si siano ribellati all’esecutivo dei professori come fanno, invece, categorie come quella degli autotrasportatori, e se questa non possa essere la prova che le agitazioni a cui assistiamo in questi giorni altro non costituiscano che la piu’ tipica reazione e difesa corporativa contro un cambiamento che mira a ridurre i (loro) privilegi e a garantire piu’ opportunità per tutti. Certamente questo è un elemento, ovviamente, piu’ che presente, tra le altre, nella ribellione dei tir. Così come soltanto un osservatore che peccasse di ingenuità potrebbe non accorgersi che le ipotizzate infiltrazioni mafiose non solo siano facili da documentare (vedi la comparsa, nei cortei, di noti esponenti delle famiglie), ma possano avere riguardato (in modo decisivo) anche le dinamiche stesse in ragione delle quali le proteste si sono avviate. E se i pensionati non si sono, a loro volta, ‘sollevati’ è sicuramente anche perché una maggiore cultura della responsabilità, in un momento peraltro in cui le difficoltà del Paese rischiavano di essere fatali, li ha potuti condurre a piu’ prudenti consigli. Dunque le manifestazioni di questi giorni vanno prese con le molle, e in qualche caso l’intera società civile e democratica - e il giornale della politica italiana, pur critico con il presidente del Consiglio, non si tirerà indietro nemmeno, o tanto meno, in questo senso - è chiamata a fare argine a favore di un governo che – sia pure con i limiti di visione politica che noi per primi abbiamo denunciato – agisce onestamente e responsabilmente per perseguire l’interesse generale. Ma la prima occasione di osservare da ‘vicino’ il movimento, ad ‘esempio’, nato in Sicilia – e allargatosi a macchia d’olio, come rilevato nella stessa trasmissione di ieri sera, in tutta Italia – ci è stata offerta da un altro dei (pochi) programmi di approfondimento giornalistico (vero) della nostra televisione, oltre a quello del nostro Gad Lerner: servizio pubblico di Michele Santoro e Giulia Innocenzi. E in quell’occasione furono gli inviati di Santoro, e non (solo) i controversi animatori della protesta, a far notare come l’”intera” regione, l’intera isola fosse scesa in piazza. Al punto che poi, ancora ieri sera, qualcuno si è spinto a collegare tutto questo con quel fenomeno (storico) di ribellismo meridionale che puo’ essere fatto risalire addirittura al periodo risorgimentale ed essere letto come una forma di leghismo (neo-)borbonico, con tanto di (immancabile) opzione secessionistica. E’ proprio per questo, – esempio, forse, di (difensiva) chiusura su se stessi, ma anche della diffusione e del carattere “universale” (?) della protesta – che sarebbe un atto di irresponsabilità e prova di (ulteriore) autoreferenzialità pretendere di ridurre tutto cio’ al “rango” di pura (o esclusiva) difesa corporativa (di “pochi”) e “semplice” frutto (?) avvelenato della contaminazione mafiosa. Come affrontarlo? Nel capire che i “virtuosismi tecnici” – anche quando sono benedetti e vanno nella direzione invocata, come nel caso delle liberalizzazioni, che contribuiranno ad un cambiamento della nostra cultura dei rapporti (sociali) e persino, con cio’, della democrazia – pure (ma non solo) per il rapporto poco soddisfacente tra tempi e benefici previsti (con il rischio di un – apparente – accanimento su chi già, comunque, ‘soffre’), non tanto (o non solo) non ‘bastano’ ma non si dovrebbero “avere” preliminarmente o da soli; e che il principio per cui lo Stato mette le regole (anzi, le toglie) e lascia l’intera iniziativa ai privati e alle loro forme associative e imprenditoriali – per poi lavarsene, in qualche modo, le mani – non è (più – ?) adatto a consentirci di affrontare questa fase in cui quello stesso modo di (dis)organizzare la nostra vita comune si è dimostrato fallace e troppo esposto ad una frammentazione che in molti casi puo’ implodere in devianze e scelte meno oneste e responsabili – che le regole da sole non bastano a scongiurare – di esponenti di quella società civile di cui la Politica deve tornare ad essere considerata una espressione, e che ha percio’ il compito di guidare e coordinare. Come abbiamo scritto ieri, il modo migliore per coniugare leadership e creazione delle condizioni per una libera iniziativa sempre piu’ onesta, responsabile e potenzialmente efficace, è una nuova concezione della Cultura non piu’ come mera conservazione (estetica, o in qualche caso addirittura formale) dei beni che ci sono stati tramandati dal passato; bensì come (“sua”) riappropriazione (da parte) di noi stessi, attraverso una diffusione capillare, anche nella prospettiva di un possibile Rinascimento (appunto) culturale, filosofico, artistico che – ricollegandosi, eticamente, alle nostre vite – puo’ aiutarci a definire con piu’ consapevolezza e chiarezza il nostro futuro. Un impegno che non si esaurisce, naturalmente, in poche settimane; per affrontare – invece – l’emergenza (anche, ma non solo, economica) che vede nostre imprese al collasso in primo luogo, pensate un po’, per l’insolvenza dello Stato nei loro confronti (il principale creditore di noi stessi, infatti, siamo proprio e sempre noi, e i mancati pagamenti sono la principale palla al piede di questo periodo delle nostre aziende), Giulia rilancia stamane la pro- pria proposta di una deducibilità fiscale del credito. Read more
Giovani, destra vuol differenza classe (?) Tremonti: “Si riabituino a far lavori umili” E per Sacconi meglio (così) non laurearsi Sì, tutti mestieri hanno funzione e dignità E ora “onore” va spostato sulla persona Ma l’Italia vuole essere culla della civiltà E (ri)concorrere alla Nuova Civilizzazione Il diritto alla cultura rivà reso universale E serve sempre più “vostra intelligenza”
gennaio 23, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
“Studiate. Perché abbiamo bisogno della vostra intelligenza”. Antonio Gramsci avrebbe potuto pronunciare questa frase nell’Italia di oggi, e avrebbe colto l’esigenza di una diffusione della cultura (popolare), per preparare, liberandone appunto le risorse intrinseche, il nostro Paese al proprio possibile Nuovo Rinascimento. Che, “tecnicamente”, passa anche attraverso un sistema economico (ma non solo) che – come il Politico.it indica ormai dal febbraio di due anni fa – dovrà avere al proprio vertice l’innovazione. E a questo scopo non solo non possiamo permettere/ permetterci che lo studio torni ad essere una prerogativa di pochi (come minacciava di voler determinare la destra al governo), ma dobbiamo creare le condizioni – facendo della nostra istruzione la più avanzata al mondo; integrando e mettendo nella condizione il sistema delle imprese e del lavoro di favorire e raccogliere la spinta che verrà dall’istruzione rifondata – perché il lavoro intellettuale divenga una necessità sempre maggiore per tenere il passo di una nostra economia finalmente avviata ad uno sviluppo duraturo. Senza per-ciò abbandonare il filone degli altri mestieri, bensì l’esatto contrario: un’Italia che si riabbia della propria capacità di pensare è un’Italia (più) libera e capace di riassegnare alla Persona il proprio primato sociale, così che la “differenza” possa non essere più fatta dell’impiego che ciascuno svolge, bensì dal proprio valore umano e dalla propria saggezza. Una consapevolezza, quella della cultura come chiave della nostra liberazione (e del nostro stesso possibile rilancio economico), che ispira anche il “programma” (“politico”) dei movimenti cristiani nel corso della (nostra) Storia. Ce lo ‘dimostra’ Giulia, oggi. Riproponendoci un passaggio di un fondo dell’allora direttore de Il Popolo, il quotidiano della Democrazia Cristiana, Guido Gonella. Era il 1944; la fine di un’era (buia) e, come insegna la “consolante dottrina del progresso” di Cattaneo, l’inizio, quindi, di un ulteriore passo in avanti. Gonella scrive che il fine essenziale della Dc è “educare le masse”. Il direttore del Popolo minim(al)izza - o meglio rende essen- ziale - un ragionamento che può essere portato alla sua sublimazione: “educare” non solo per rendere capaci di “deliberare” tra proposte politiche differenti, non solo per liberare dai demagoghi e dagli “avventurieri” (fondamento, del resto, della democrazia e della possibilità di mantenere e far evolvere lo stesso “sistema”). Ma per liberare (tout court). Liberare dalle limitazioni imposte dalla mancanza di consapevolezza di sé, rendere gli italiani liberi di essere – in “definitiva” – (fino in “fondo”) loro stessi; come italiani e come individui. Come italiani, attraverso (anche) una ripresa (controllata e contestualmente implementata verso lo sbocco europeista) di un patriottismo-nazionalismo che ci svincoli da una subordinazione psicologica per la quale continuiamo a non sentirci degni di essere nazione, e dunque di poterci (pienamente) autodeterminare. Come individui, rifacendo della cultura il nostro ossigeno, e fornendo così a ciascuno gli strumenti della propria libertà. Un popolo, una nazione, che tornino ad essere coscienti (di sé), sono nella condizione di riprendere a scrivere la Storia, come hanno già fatto i loro avi. E di riportare così l’Italia,e con essa l’Europa, al centro del mondo. Read more
***Il futuro dell’Italia***
L’UOMO POLITICO DEVE AVVERTIRE I BISOGNI DELLA GENTE “COMUNE”
di ANTONIO GRAMSCI
gennaio 21, 2012 by Redazione · Commenti disabilitati
Il rigore – morale e non (solo) economico – che il giornale della politica italiana indica come pre-condizione di qualsiasi reale impegno e di qualsiasi Politica in grado di fare davvero il bene del Paese e (quindi) di tutti, o comincia nelle nostre vite (individuali; “private”) o non può essere. Se non rinunciamo ad un (“superfluo”) appagamento, se non ci caliamo quotidianamente nella sofferenza alla quale sono costrette le persone che dobbiamo “rappresentare” (e, possibilmente, a partire da cio’, guidare fuori dal guado), non ci libereremo della nostra corruzione, della nostra ipocrisia, e non saremo mai in grado di fare veramente qualcosa di importante per…noi. “Senza immaginare improbabili – e comunque non necessari; almeno per “tutti” – atti di santità”, scrivevamo lo scorso luglio definendo i canoni di un impegno Politico “vero”. Ma la tensione o è quella – in quella (alta) direzione – o non è; ed è esattamente in quella tensione che è possibile trovare la forza (morale) – quando non addirittura la fede – di fare cio’ di cui abbiamo bisogno. Nel pezzo che state per leggere, uscito per la prima volta nel 1917 su L’Avanti e edito da Chiarelettere nella raccolta di scritti gramsciani Odio gli indifferenti, un altro dei nostri padri denuncia cio’ che di fronte al dato Istat secondo cui ben 8 milioni di nostri connazionali (non) vivono, oggi, in condizioni di povertà (anche, materiale), non ci possiamo (piu’) permettere: la (“”"nostra”"”) indifferenza (“politica”). La (‘attuale’) autoreferenzialità. di ANTONIO GRAMSCI Read more


Guardate la bellezza di questo dipinto di Gerolamo Induno (La visita di Garibaldi a Vittorio Emanuele II, 1879, olio su tela
Milano, Museo del Risorgimento): due dei nostri padri, "ormai" in età senile, in abiti borghesi Vittorio Emanuele (e si trattava, non dimentichiamolo, del - l'allora - re d'Italia!), nel mantello di una vita (votata, sempre, alla causa dei popoli) l'Eroe dei due mondi, si incontrano, un pomeriggio tranquillo, al Quirinale, nella sobrietà e nell'asciuttezza di chi non ha avuto (sentito!) altro scopo, nella propria vita, che compiere il proprio dovere e lo ha fatto, facendo l'Italia