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***La crisi dell’Europa***
BASTA SOFISMI, LA POLITICA TORNI A PRODURRE SOLUZIONI
di FABRIZIO ULIVIERI

dicembre 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Insieme alte e concrete. C’è una linea di saggezza, tra il minimalismo (localista) di chi (si) propone di occuparsi dei ”problemi di tutti i giorni” e l’astrazione (ma fine a se stessa. O agli interessi di chi se ne avvantaggia) tecnocratico-finanziaria, che consiste nel sognare un domani, un domani incarnato in determinata società, basata su una determinata cultura (politica), e, a cascata, agire concretamente, concentrati, decisi, senza orpelli e deviazioni per realizzarla. La politica italiana e, ora, scopriamo, dell’intero Vecchio continente di oggi è, invece, una politica (come il giornale della politica italiana scrive da oltre due anni) sterile e fine a se stessa, nella misura in cui la Politica è il governo della società (mondiale), e non un semplice strumento di autoreferenzialità e per perseguire (propri) interessi di parte, personalistici o – addirittura – privati. In questo clima di passività e di attendismo, la “natura” (primordiale. E i – relativi – difetti) dei Paesi che dovrebbero piuttosto guidare l’Europa nell’assolvere alla propria funzione di punto di riferimento (di pace) per l’intera umanità, impazza accentuando ulteriormente il senso (e l’effetto) di smarrimento: la Germania sembra rispondere, ancora una volta, al proprio riflesso condizionato di trascinare i vicini verso il disastro; la Francia (molto) post (o pre)-napoleonica, esercita una tentazione “regale” che, nella mancanza di spessore e lungimiranza, si traduce però in un nevrotismo sarkoziano alla Louis de Funès, più che in una rievocazione (appunto mancata) del padre, in fondo, della modernità (democratica) europea. E noi continuiamo a non imparare la lezione del rigore, machiavellicamente alambiccando cambiando tutto per non cambiare alcunché. Come abbiamo già scritto, il rischio è che il vuoto di democrazia – perché la Politica è, democrazia; e/o quest’ultima non è. Appunto - venga sfruttato e “riempito” da chi ha una capacità, e una spregiudicatezza, maggiori nell’approfittare della insipienza di chi ha il compito di indicare la strada e non lo fa e della (conseguente) irrequietezza delle masse. A distanza di soli cinquant’anni dall’”ultima” volta, dimostrerebbe come la “(in)civiltà dei consumi” vanifichi le proprie risorse (umane). Il professore de il Politico.it, primo ad aver denunciato da queste colonne il carattere “eugenetico” dell’attuale economia finanziaria mondiale, analizza la perdita di orizzonte (della Politica). di FABRIZIO ULIVIERI Read more

Crisi non va fatta ‘pagare’ (?) a ‘nessuno’ E (poter) tornare grandi non è ‘sacrificio’ Pensiamo a costruire futuro (in positivo!) E non solo a ‘subire’ meno (o più?) d’altri

dicembre 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma perché ci “deve” essere qualcuno che “paghi” la crisi? Perché è chiaro che “pagare”, in questo caso, “vale” per “entrambi” i suoi significati-accezioni: pagare “monetariamente”, economicamente; ma anche “pagare” nel senso di prendersi la “colpa” o, comunque, “subirne” (più degli altri) le conseguenze. Ecco: perché nel nostro Paese ogni iniziativa che dovrebbe assumere (“avere”) carattere costruttivo, deve coincidere – invece – con un atto (“distruttivo”) “contro” qualcuno? Perché, e come, pensiamo di poter uscire dalla condizione-situazione attuale prendendoci “reciprocamente” a borsate? Come abbiamo già scritto, la prima condizione affinché un collettivo possa esprimere pienamente il proprio potenziale, mettere in campo tutte le proprie risorse e “farcela”, è che i propri componenti, quanto meno, non sprechino risorse proprie, e di coloro contro i quali si “avventano”, gettandosi appunto a cercare di rivalersi – sempre, “comunque”, spacciando tutto ciò come atto di compensazione e di “giustizia” – nei confronti degli/ di altri. Ma il nord non potrà reggere il confronto con le economie emergenti – tanto meno da solo – senza un sud che torni a conoscere un periodo di ricchezza (a 360°) e di sviluppo. I cosiddetti “ricchi”, non andranno da nessuna parte se – (non) dando il proprio contributo – l’Italia, ad “esempio” (…), fallisse; così come, però, la classe media non può pensare di generare un circolo virtuoso (capace di coinvolgere anche i più emarginati) se si “inimica”, e comunque si pone degli ostacoli e delle resistenze nel proprio stesso Paese, i (cosiddetti) “poteri forti”. Da “soli” (in tutti i sensi), non andremo da nessuna parte. E la pretesa di fare “pagare” a qualcuno la crisi tradisce il (retro)pensiero che, in fondo, la situazione non sia così grave e che penalizzando una parte di noi, gli altri possano riprendersi. E invece il nodo principale della nostra difficoltà ad avere un moto di reazione – quell’”indignazione” che altrove cresce, da noi nemmeno si vede col binocolo. E non stiamo certo, da questo punto di vista, meglio di “tutti”! – consiste proprio nell’inconsapevolezza del nostro reale stadio di “avanzamento” (?) sulla “via” della caduta nel burrone. L’Italia non si salva tirando la coperta un po’ di più di qua, o un po’ più di là; la coperta di oggi non basta più a “coprirci” tutti. Per tessere quella del futuro dobbiamo – intanto – “disarmarci” nei confronti degli altri – di qualunque “altro”, dei “nostri” (ma non solo), si tratti – e incominciare a pensare – insieme – a ciò che possiamo fare in “positivo”. Se invece di dover “pagare” il conto proprio o, appunto, di altri italiani, ciascuno di noi sarà mobilitato non per “subire” (come purtroppo la nostra antipolitica ci ha costretto a fare – quasi – costantemente negli ultimi trent’anni, almeno come nazione) ma per rialzarsi/ ci in piedi e riprendere il nostro posto sulla corsia di sorpasso del mondo, cosa volete che (non) gliene “importerà” (anzi!), se insieme a lui continueranno (o riprenderanno) a stare bene anche i connazionali, e come pensate che potrà considerare “sacrificio”, essere motivato a tornare a dare alla propria vita un senso più alto per raggiungere un obiettivo (comune) che corrisponderà ad un’Italia capace di riprendere ad assumere il proprio ruolo di guida nel mondo, e per di più senza dover fare, quotidianamente, il sangue marcio a cui ci costringiamo, da soli, cercando di “fregare” il prossimo? Read more

Classe politica (?) che non sa e non decide Come già negli anni venti “dopo” la guerra Creò le condizioni per l’avvento dei regimi Fatevi da parte prima che sia troppo tardi

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Germania ha paura del fantasma di Weimar. E “decide”, così, di non decidere. Sarkozy non teme confronti. Ma non ha contenuti da mettere in campo, e così si limita a fare il maestrino-giudice universale, minacciando fuoco e fiamme e, soprattutto, ricordando a tutti che la fine è vicina. Da noi, D’Alema propone la riunione delle forze progressiste europee, così che poi, a quel punto, possano stilare e proporre un programma comune. Altri, propongono di riformare prima l’architettura istituzionale: così che poi, a quel punto, qualcuno possa decidere cosa fare. Ecco. E’ esattamente in questo clima di sterilità ed attendismo, che all’inizio del Novecento le piantine fino ad allora deboli e da molti ridicolizzate dei futuri regimi totalitari, ebbero modo di germogliare e poi di rafforzarsi, fino a diventare, dopo il passaggio della guerra, i tentacoli che strinsero nella morsa mortale (purtroppo, in tutti i sensi) l’Europa di allora. Mussolini e Hitler? Considerati, dai più, alla stregua di “sfigati” estremisti, un po’ pazzi, capaci al più di raccogliere attorno a sé minoranze di personaggi del loro calibro. Già. Finché la condizione dei cittadini europei non divenne tale da non consentire più, a persone abituate – e ieri meno di oggi – a valutare e a quantificare il proprio livello di benessere sulla base, in buona sostanza, del solo potere d’acquisto, di sopportare che al proprio disagio e alle proprie, in qualche caso, sofferenze, si contrapponesse, in modo stridente, una politica parruccona e inconcludente, nonostante (per di più!) un grado di dignità ben superiore a quella dei “poltronisti” di oggi. Immaginate Giolitti e uno Schifani, o un Casini: paragone impossibile. E, certo, rispetto ad oggi questa differenza di spessore e di dignità si articolava-traduceva anche in un livello di partecipazione (diffusa, popolare) e “mobilitazione” nazionali-nazionalistiche – le nazioni sono appunto frutto degli anni immediatamente precedenti – ben più grande, che costituisce componente essenziale perché quelle piantine di cui abbiamo parlato abbiano potuto ingrossarsi, di uno scontento che trovava nello “spirito forte” di quelle fazioni ancora minoritarie un elemento di non contraddizione (anzi), o di non estraneità rispetto a possibili soluzioni-prospettive “politiche” da imboccare purché li/ ci portassero fuori dalla “crisi”. E, tuttavia, avere una classe politica “giolittiana” – ci perdoni lo statista – nel senso più deteriore dell’aggettivo, ovvero che il suo unico obiettivo appare, oggi, reiterare se stessa, e così – ancora – il leader del partito che potrebbe/ dovrebbe fornire una “risposta” a questo punto di rottura, Pigi, rimanda a sua volta alla costruzione di una coalizione di salvezza nazionale la definizione di quelle idee, di quei piani, di quel progetto, di quelle soluzioni - non può lasciarci dormire sonni tranquilli. Lo abbiamo già scritto: non decidere – e non, per colpa di una “falla” nei meccanismi decisionali: la falla c’è, ma riguarda la capacità di attivare quei meccanismi sulla base di sogni, idee, proposte concrete – è di per sé antipolitica e, semmai, minaccia di sostituire la “piazza” – e le voci critiche, ma sempre in chiave costruttiva!, come la nostra - onesta e responsabile che chiede soltanto uno scatto di reni, con un’antipolitica vera, quella che coincide con la negazione (“finale” – ?) della democrazia. Se non “ne” avete più, fatevi da parte. Essere giovani non è tutto – e lo può dire con forza e credibilmente il Politico.it che non ha mai strumentalizzato questo ipotetico “vantaggio”, parlando sempre e solo di contenuti – ma, ad un certo punto dei cicli e della Storia, può essere la “sola” cosa che serve. Ad evitare, al”meno”, il rischio di una dittatura. Read more

Futuro dell’Italia. Collaboriamo per un (alto) obiettivo comune Patrone

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Si può dire che più che venduto veniva risucchiato dal mercato; e questo per il personale di vendita, abituato a sudare sette camicie per vendere un prodotto tradizionale, risultò un fatto assolutamente imprevisto e piacevole”. A dirlo è Pier Giorgio Perotti, italiano, progettista – oggi diremmo – informatico. In realtà, se abbiamo la possibilità di usare questa (“moderna”) terminologia, è – proprio – grazie a lui. Che negli anni tra il 1960 e il 1962, in Italia, inventò il primo pc. E’ quello che vedete nella foto, ed è uno dei prodotti – delle innovazioni – che fecero il successo della Olivetti. E che oggi, a distanza di cinquant’anni, scopriamo avrebbe scritto la Storia dell’uomo. A partire (ancora una volta) dall’Italia. (Quest’”ultima” volta,) solo cinquant’anni fa.
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Governo Monti, conflitti d’interessi andavano risolti. Prima M. Patrone

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha ragione Ferruccio de Bortoli. E fa specie che il giornalismo (?) italiano (?) consenta che la sola voce del direttore del Corriere si alzi per “segnalare” una così pesante ipoteca sul neonato esecutivo (ed è bene sottolineare come a farlo sia il direttore di un giornale il cui consiglio di amministrazione è retto da personalità legate alla stessa Banchintesa, ad esempio, “del” ministro per lo Sviluppo e le Infrastrutture – che “giura”, però, di essere ora ”capo” dei soli dicasteri. Seppure una perfetta “assicurazione” sulla (futura, in tutti i sensi) limpidezza dei comportamenti sarebbe rappresentata dalla scelta di evitare l’impegno, o comunque l’assunzione di un ruolo (appunto, pubblico), di chi, specie se dopo molto tempo, abbia appena lasciato uno dei quei cda (o “relative” proprietà) - Come a dire che – invece – il conflitto di interessi si configura solo quando si traduce in effettive distorsioni? No. Ma De Bortoli dimostra che è possibile andare oltre gli “interessi”, all’insegna dell’onestà e della responsabilità). Ha ragione de Bortoli a denunciare il non più unico, bensì triplice (?), conflitto di interessi che non mette il governo nella condizione di svolgere con la necessaria serenità il compito decisivo – per la “sopravvivenza” del Paese – a cui è stato chiamato. E a chiedere che venga risolto. Subito. O saranno gli stessi banchieri, a dare adito alle teorie (?) che vogliono la rete delle banche internazionale impegnata ad avvolgere dei propri tentacoli il mondo. Fantasie? Forse. Di certo c’è che, dopo Berlusconi, l’Italia non può permetter- si lo stesso ”lusso”. Tanto meno ora.
di MATTEO PATRONE Read more

Cristiana: ‘Uno Stato che protegga come una famiglia’ di G. Baffigo

dicembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non più, dunque, una società “castale” (in tutti i sensi), bensì un welfare che piuttosto che “investire” sul nucleo “chiuso” della famiglia così com’è oggi, crei una comune rete non assistenziale ma costituita da strutture che aiutino la vita di tutti. Sul modello delle socialdemocrazie nordeuropee, che significa anche abbattimento (appunto) dei compartimenti stagni delle corporazioni e dei vari lacci e lacciuoli e privilegi (che sono la stessa cosa), per una società liberale che non “dimentichi” – però – di essere un “collettivo”. La giovane esponente Democratica e scrittrice romana, intervistata dalla nostra vicedirettrice, dice la sua anche su Renzi (“E’ un sindaco Pd, lo devono capire e ricordare tutti a cominciare da lui stesso”) e sulla candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria dei Democratici laziali. di GINEVRA BAFFIGO
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Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE
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Stati Uniti d’Europa per rifare del Mediterraneo il centro del mondo

dicembre 7, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

di Franco Laratta Il momento è ora. Adesso che la crisi scopre le nostre debolezze, ci denuda delle nostre certezze (materiali), ci impone un cambiamento non più per migliorare condizioni di vita che essendo attraversate dal benessere, fin’oggi ci avevano appagato - avviandoci sulla strada di questo nostro declino - ma – ora – come unica chance per mantenerle (almeno), quelle condizioni. E - magari - arricchirle di una dimensione “culturale”, tale da dare una consistenza alle nostre esistenze (comuni) a prescindere dall’andamento dei titoli sul mercato, dai capricci delle Borse, e, anzi, consentendoci di governare più serenamente – e sobriamente, evitando di continuare a scaricare su coloro che verranno dopo di noi il “prezzo” della nostra futile, e ora scopriamo illusoria, abbondante “disponibilità” – tutto questo. Che resta, comunque, non dimentichiamolo, una delle chiavi che hanno consentito di giungere a quella che è, forse (?), l’era di maggior benessere, non solo materiale, se vediamo le cose nella prospettiva del bisogno, preliminare, di pace tra i popoli, della Storia del mondo. Ed ecco come il nostro “vicinato” con quel continente che è “come se” dimenticassimo, perché pensiamo non ci riguardi in nessun modo – tanto meno quelle disperazioni che giungono, quando ci riescono, fino alle nostre coste, che facciamo di tutto per scacciare e “cancellare” dal nostro immaginario il prima possibile – può diventare – a patto che il cuore della Storia e della filosofia – e quindi della cultura – dell’intero occidente, ovvero l’Europa, si ponga – magari ispirata e “guidata”, nel nuovo impianto federale, da un’Italia che abbia ritrovato la forza della propria leadership (Politica), della propria saggezza e lungimiranza – come “lume” di questo processo e, attraverso di esso, per il cambiamento delle sorti – che non sono, oggi, prevedibilmente rosee – dell’intera umanità – il cuore che batte di una nuova Civilizzazione. Attraverso lo sviluppo, ma – “costretti” dalla necessità-opportunità di rifondare, insieme ai nostri fratelli africani, che partono da “zero”, un sistema che non funziona più – anche restituendo – mediante la sostituzione dei (dis)”valori” materiali con gli stimoli, la ricchezza, la fertilità di una rieducazione – culturale – alla Bellezza – la centralità della nostra vita a… noi stessi, e a quelli come noi che amiamo, che conosciamo, che incontriamo ogni giorno – e che dovremmo ricordare hanno la nostra stessa capacità di sentire, di provare piacere ma anche dolore, e, anzi, in molti casi hanno avuto la possibilità di conservarla meglio di noi. Il deputato del Pd, ora, con la sua proposta – quindi – di una federazione europea che compia, finalmente, quel processo di unificazione che, come per chi abbia già – appunto – ciò che lo appaga e perciò se la prenda comoda – salvo scoprire, ad un certo punto, che quella sua “stabilità” era illusoria, e che senza avere fatto ciò che doveva tutto questo non potrà continuare – si trascina – ci trasciniamo – (ir)responsabilmente, da troppo tempo. di FRANCO LARATTA* Read more

***L’Europa apra (“abbassi”) gli occhi***
E’ NELL’AFRICA (SOGNATA DA GHEDDAFI) LA ‘RISPOSTA’ AI NOSTRI MALI
di DESIREE ROSADI e MATTEO PATRONE

dicembre 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La jamahiriyya, il “libro verde”, la commozione e l’orgoglio con cui il raìs condivise – con le migliaia di libici scesi in piazza la sera – la “festa” per la conclusione dei lavori mediante i quali era stata realizzata quella imponente serie di canali che (ri)portava l’acqua, dai fiumi dell’”interno”, al cuore della Libia, ci consegnano – ci impongono – una revisione “completa” – e maggiormente sfaccettata – della figura dell’erede di Nasser. Perché è (proprio) così che potremo farci un’idea di quale “direzione” (geo-politica, ma anche Politica tout court, ovvero – “prima” – valoriale e filosofica) “convenga” (nel senso del suo “bene” e dell’intera umanità) “prendere” all’Italia. Anche nel tempo del dittatore erano in maggioranza, infatti, i connazionali che si riconoscevano in – o comunque che non disdegnavano come sarebbe, altrimenti, “naturale” che accada nei confronti della figura di un diktator nella sua connotazione classica, “semplicemente” autoritaria ed autoreferenziale – Muammar Gheddafi: vuoi, d’”accordo”, per tutto ciò che può essere ricondotto – al contrario – proprio al suo status – e alla sua pratica – totalitaria: la morsa ideologico-”culturale”; la (annessa) “repressione”; quella “convenienza” a parteggiare/ partecipare al movimento/ partito-Stato che forse i nostri fratelli africani hanno conosciuto per la prima volta negli anni del colonialismo fascista, quando – notava Indro Montanelli – in pieno regime, “tutti, avevamo un po’ di potere. Del quale poi, da “buoni” italiani, abusavamo”. Potere di muoversi nei “limiti” (in tutti i sensi – ?) della “macchina” dello “Stato”; senza naturalmente avere “diritto” di contribuire a deciderne il “corso”. Ma a differenza di quanto era avvenuto con Mussolini, Gheddafi, preso il potere, aveva addirittura tentato un esperimento di democrazia diretta, attribuendo a neo-costituite assemblee locali il compito di “legiferare”. I libici non erano “pronti”, e preferirono continuare a lasciarsi “guidare”. Nel - nostro, invece – tempo (dell’omologazione), che riduce la nostra capacità di pensare e, quindi, di “sentire”, dando “vita” (?) ad una società nella quale – ad “esempio” – due giovani possono arrivare a trucidare i genitori, e il fratellino, di uno di loro per un semplice “capriccio” economico e materiale; nella quale può capitare che “emuli” dei “Porta a porta” “dedicati” (?) agli omicidi (per lo più familiari) di oggi – sempre per (ancora più) futili motivi - ”passeggino” indifferenti e magari sorridenti accanto al corpo di un altro essere umano (come loro) riverso, faccia contro il pavimento, sullo stesso marciapiede sul quale, poco più in là, battono i loro piedi: in una società di questo tempo – di questo tipo; sia pure nella condanna, senza appello, del “terrorismo” praticato da Gheddafi – chiedersi (sul serio) chi, e dove, sia l’”impero del male” – e, soprattutto, nei confronti di chi sia rivolto, questo “male” - non è una domanda che – tanto più nel momento in cui l’”ecosistema” capitalistico perde colpi pure al suo interno – possiamo permetterci di lasciare a forme di radicalismo politico. E’ – invece – il tema centrale, nodale, decisivo della Politica (italiana) per i prossimi anni. E se proprio l’Africa – naturalmente – continua ad essere la principale vittima di tutto ciò (nelle sue stesse terre, ma anche nelle “fughe”, verso il Vecchio continente, di chi non vuole auto(?)-imporsi una vita di stenti e di sofferenze); se il “sogno” di Gheddafi, antitetico all’attuale deriva, era di vedere il Continente nero “sopravanzare” l’Occidente all’insegna dei valori della condivisione e della (nostra) umanità; se l’Italia - da questo punto di vista – può tornare – con il suo spirito di solidarietà oggi schiacciato e soffocato sotto le scatole di cartone (lo stesso di Olmi) di un qualunque outlet in liquidazione - il luogo da cui (ri)avviare il processo inverso; se – a partire, come viene unaninemente riconosciuto, da queste pagine – la Politica ha ormai cominciato a riprendere coscienza di sé, al punto che persino Nicola Porro, in una puntata di ”In Onda”, si pone, almeno, la questione se di questo, ci si debba occupare, innanzitutto, e non solo di come risolvere il “prossimo” “problema” (concreto e/ ma ”minimalista”, senza alzare gli occhi e avere l’ambizione di modificare il quadro); se noi pensiamo che, alla fine, in gioco c’è la Democrazia – la (vera) libertà di (auto)determinarci individualmente, non più modellati a immagine e somiglianza del target che i marchi globali volevano (ri)definire; la (vera) libertà di (auto)determinarci Politicamente, che oggi i tecnici, pure punta sobria e capace di stare al proprio posto dell’iceberg del “capitalismo eugenetico” così “isolato” e battezzato da Fabrizio Ulivieri, stanno lì a ricordarci che potremmo non avere mai avuto sul serio - e se, infine, la Politica si scuote dalla pigra illusione di poter sciogliere ogni nodo aggiungendo/ togliendo regole (e basta), aspettando che siano le “cose”, in realtà, ad accadere da sole, e - per, di nuovo, “esempio” - si fa carico di aprire l’Europa – attraverso la Sicilia – ai bisogni e, insieme, alle potenzialità di quel gigante narcotizzato che è l’Africa – e che un giorno si sveglierà - noi potremmo trovare “miracolosamente” una soluzione alle nostre difficoltà continentali (a cominciare da quelle economiche), l’occasione e la necessità di ripensare un modello culturale e di sviluppo che tenga conto delle esigenze reali, e/ perché profonde, di noi donne e uomini, contribuire, infine, a rendere vicino il giorno in cui i nostri fratelli africani si rialzeranno (da soli!), restituendo al Mediterraneo il ruolo di crocevia dei traffici, economici e culturali, del mondo. E, senza nemmeno accorgercene, potremo esserci rimessi in cammino noi, italiani, con il nostro Meridione ”risorto” all’epoca in cui il sud ospitava alcune delle più ricche ed evolute città del mondo; seguiti, ancora una volta - nel corso della nostra (grande) Storia - dall’intera umanità (M. Patr.).
di Désirée ROSADI Read more

Prima di welfare e della casta (a-’politica’) Zedda: “Tagliare enti e organismi inutili” Ebbene sì, esistono, e (ci) costano. Molto Ora e senza guardare in faccia nessuno

dicembre 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il primo dell’attuale classe dirigente ad avere “denunciato” la questione è Nicola Zingaretti: “La vera casta – disse il presidente della Provincia di Roma, papabile per la (futura) leadership del Pd e candidato (sostenuto anche da Veltroni!) alle primarie per la scelta della candidatura a sindaco nel 2013 (…) – non sono i (così detti: bisogna naturalmente vedere come sono concepiti e organizzati) “costi della democrazia” (ovvero quelli che, più direttamente, siamo “abituati” – di questi tempi – ad “attribuire” al concetto di casta: vitalizi, prebende e rimborsi vari, che hanno comunque anche la (reale) funzione di assicurare l’indipendenza degli eletti, e dunque una democrazia che altrimenti dipenderebbe dai flussi di denaro, e dalle lobbies, nascoste) bensì i costi (indiretti) dell’autoreferenzialità della nostra attuale classe dirigente: le loro nomine, compiute negli ultimi trent’anni, a carattere familistico e clientelare, parziale e non “funzionale”, che hanno costruito attorno al corpo – tutto sommato, snello – della politica una sovrastruttura, pletorica, inefficiente, quando non inutile, e tale da generare-costituire sprechi tout court, fatta di (appunto) (false) istituzioni, consigli, commissioni, organismi vari. Che – rimarcava Zingaretti – a differenza della politica non sono nemmeno sotto il nostro controllo, non essendo sottoposti al “vaglio” del voto, bensì figlie di nomine che – essendo d’altra parte (state) fatte dai nostri politicanti di oggi – raramente rispondono a criteri di onestà e responsabilità e sono fatte nell’interesse della nazione”. (Ovvero,) di tutti. Quando, addirittura – ma non si tratta di un’eventualità tanto rara – quegli stessi organismi non siano stati creati ad hoc allo scopo di piazzare, appunto, figli e figliastri, e dunque nemmeno in origine la loro istituzione abbia corrisposto ad una reale necessità. Che cosa si aspetta a partire da lì? Questa è la vera “casta” parassita dello Stato! Completamente inutile, inattiva, frutto e fattore di reiterazione dell’autoreferenzialità e della “corruzione” (in senso ampio) della nostra (stessa) classe politica, che naturalmente su quegli organismi, e su quelle nomine, basa anche un (proprio) ritorno, appunto, di tipo clientelare, e, in ultima analisi, il fondamento (stesso) della propria (possibile) autoreferenzialità. Se il governo tecnico – come, peraltro, anche un po’ irresponsabilmente viene sostenuto: perché d’accordo sostituire per un (breve) periodo la politica, ma sarebbe veramente inconcepibile, e inaccettabile – e rappresenterebbe la fine “definitiva” prima della politica e quindi, poi, della democrazia nel nostro Paese – che si ritenesse, cinicamente e (molto) inconsapevolmente, che la politica sia “fatta così”, che il ruolo dei politici sia (anche) “fare i propri interessi” (almeno, di parte), e che non ci si possa, debba, aspettare da essa un moto, e una riappropriazione (di sé), (anche) su questo piano - ma se, comunque, dicevamo, il governo tecnico sta lì proprio per fare ciò che si suppone la politica non sia, costitutivamente (?), in grado di fare, questo è – appunto – il (sotto)”livello” dal quale cominciare. Servono comunque i voti, in Parlamento, di coloro che quegli organismi e quelle stesse nomine hanno fatto, a cui quelle clientele risalgono? Si assumano (un’-ultima – volta) la responsabilità di votare contro: il carattere tecnico e l’estraneità, appunto, dell’esecutivo garantirà la distinzione e la chiarificazione delle “colpe”. E se questo ancora non basterà a far sì che questi signori se ne vadano, una volta per tutte, a casa – col loro codazzo di (sotto)nominati, figli e rapporti clientelari – vorrà dire che la “profezia” dell’uomo forte – come alla vigilia del Ventennio fascista – rischierà di avverarsi di nuovo. Considerate le frequentazioni del “capo” (o del simbolo) della filibusta – l’”onorevole” Scilipoti – chissà che a qualcuno di loro ciò non finisca per andare pure a genio. E, magari, sentiremo taluni – naturalmente una volta cambiato “regime” (in tutti i sensi), e quindi assicurata la (propria) sopravvivenza (a-”politica”) - dire che, in fondo in fondo, ci avevano pensato; e che quella che a noi era sembrata una spudorata autoreferenzialità, era, in realtà, tattica politica. Nell’interesse, naturalmente, di tutti noi. (M. Patr.). Read more

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