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Ma tema non è (solo) libertà di licenziare Cicchitto: “In crisi sarebbe problematico” Ora una riforma ‘organica e complessiva’ Un nuovo sistema orientato innovazione Lavoro (ri)generato da formaz. continua Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 20, 2011 di Redazione 

Ma non (solo), nel senso materialistico e un po’ castigato con cui la concezione post(?)-comunista di una certa sinistra bersaniana vorrebbe frenare la nostra possibile modernizzazione. La quale non coincide, del resto, nemmeno con un modello “ameri- cano” in cui da un giorno all’altro si può ascendere nella scala sociale, sì, ma quello successivo cadere nel senso esattamente opposto, senza garanzie di sorta. E tali garanzie non possono esaurirsi in una rete di ammortizzazione sociale che pesa – comunque – infruttuosamente sul bilancio (e sappiamo, ora, di cosa parliamo) dello Stato, non consentendo condizioni di vita adeguate ai disoccupati-cassintegrati sia per lo scarso livello di “redditività” economica, ma anche perché – appunto – il lavoro non è soltanto “questo”.

Il principio costituzionale della “Repubblica fondata sul lavoro”, va oggi reinterpretato, nel momento di massima accelerazione del declino/ rischio di caduta del nostro Paese dagli anni, appunto, della guerra, immaginando il lavoro come mezzo attraverso cui ciascuno di noi può dare un senso più alto alla propria vita dando (contemporaneamente) il proprio contributo a salvare e a rifare grande l’Italia. E’ evidente, però, che l’organizzazione attuale del ”sistema” è inadeguata: perché prevale una concezione “antica” del lavoro secondo la retrodatazione, appunto, che caratterizza anche il segretario del Pd; e perché, appunto, il lavoro oggi non “c’è”; o non “basta” (per tutti. In tutti i sensi?).

Ma il Paese che ha mantenuto il sistema produttivo-industriale – e, ahinoi, anche culturale – degli anni ’70 – per la cultura, in realtà, bisogna risalire alla riforma Gentile della scuola – in quale prospettiva può orientare-implementare i propri sforzi per generare posti di lavoro, se non nel senso dell’innovazione?

E l’innovazione, in tutti i Paesi in cui si è tentata, segna il punto di fusione – e di valorizzazione (reciproca) – tra il lavoro e la cultura, rappresentando uno straordinario volano – appunto – per rinnovare-rigenerare il primo (qualitativamente e quantitativamente) e (ri)dare uno spessore (etico e filosofico) alla nostra vita (comune).

E il primo tassello del mosaico mediante cui unire lavoro e cultura e preparare il nostro possibile, nuovo Rinascimento è la formazione permanente: ovvero quell’istituto, già adottato e declinato nella loro dimensione privata dalle nostre aziende più virtuose, che rappresenta ad un tempo l’occasione-pretesto per un ritorno allo studio e alla possibilità di maturare “più vaste intenzioni” anche per chi era stato abbandonato ad un “destino” fatto di sola, “opprimente” materialità, e il mezzo, appunto, con cui formare-rimotivare (anche attraverso quella riapertura della nostra mentalità) la nostra forza-lavoro a consentire (acquisendo la necessaria, e continua, progressiva “specializzazione”), spingere (attraverso la liberazione delle qualità che lo studio, a 360° – come andrà offerto, e non soltanto in chiave strettamente “tecnico”-formativa allo svolgimento della rinnovata mansione - può assicurare), contribuire a concepire, definire e quindi guidare, lo sforzo di innovazione del sistema-Italia per tendere a tornare ad essere, nel tempo, la “culla della civiltà”.

Per consentire questa ripartenza è necessario naturalmente anche attivare il meccanismo di cui, solo, si parla in queste ore: avvicinare le condizioni alle quali i nostri giovani oggi (non) trovano lavoro a quelle alle quali i loro padri sono garantiti (e, per questo, a volte molto meno produttivi e “propulsivi”) nello stesso posto per “sempre”. Ciò comporterà, probabilmente, abbandonare l’idea – che a questo punto rischiava di essere limitante – del “posto fisso (e, soprattutto, uguale – a se stesso) per tutta la vita”.

Ma, ad un tempo, ci permetterà anche di recuperare-rinvigorire il principio – che in parte qui avevamo smesso di applicare – del diritto ad una possibilità di lavorare costante nel corso della propria esistenza e a condizioni (anche) economiche (nel ricomposto, in tutti i sensi, quadro complessivo) accettabili.

Immaginando – in questa prospettiva di rinascita comune, e non più dunque come principio di una “castigazione” collettiva – il lavoro non più come semplice mezzo per sostentarsi – come lo concepisce ancora Bersani, umiliando, in realtà, le potenzialità di chi lavora e del lavoro stesso - ma come canale attraverso cui può passare il senso della propria vita. E dunque anche sì alla possibilità di cambiare completamente la nostra idea della calendarizzazione e dell’orario del lavoro – nella chiave di una maggiore coincidenza con il “tempo” stesso dell’(intera) vita quotidiana - se queste pre-condizioni saranno state rispettate.

Lavoro, dunque, come (principale) “passione”, e non più – solo – come “dovere”; come preconizzò, tra gli altri, il prof. De Masi.

E non più, le riforme del mercato del lavoro, una “punizione” (ancora una volta, contro qualcuno), o comunque terreno-pretesto di una ”battaglia” (politicistico-ideologica). Ma, finalmente, una risposta, seria, onesta e responsabile, alle esigenze del Paese. Per il suo bene. Una opportunità insomma. Di tornare a vincere. Insieme.

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