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Crisi non va fatta ‘pagare’ (?) a ‘nessuno’ E (poter) tornare grandi non è ‘sacrificio’ Pensiamo a costruire futuro (in positivo!) E non solo a ‘subire’ meno (o più?) d’altri

dicembre 14, 2011 di Redazione 

Ma perché ci “deve” essere qualcuno che “paghi” la crisi? Perché è chiaro che “pagare”, in questo caso, “vale” per “entrambi” i suoi significati-accezioni: pagare “monetariamente”, economicamente; ma anche “pagare” nel senso di prendersi la “colpa” o, comunque, “subirne” (più degli altri) le conseguenze. Ecco: perché nel nostro Paese ogni iniziativa che dovrebbe assumere (“avere”) carattere costruttivo, deve coincidere – invece – con un atto (“distruttivo”) “contro” qualcuno? Perché, e come, pensiamo di poter uscire dalla condizione-situazione attuale prendendoci “reciprocamente” a borsate? Come abbiamo già scritto, la prima condizione affinché un collettivo possa esprimere pienamente il proprio potenziale, mettere in campo tutte le proprie risorse e “farcela”, è che i propri componenti, quanto meno, non sprechino risorse proprie, e di coloro contro i quali si “avventano”, gettandosi appunto a cercare di rivalersi – sempre, “comunque”, spacciando tutto ciò come atto di compensazione e di “giustizia” – nei confronti degli/ di altri. Ma il nord non potrà reggere il confronto con le economie emergenti – tanto meno da solo – senza un sud che torni a conoscere un periodo di ricchezza (a 360°) e di sviluppo. I cosiddetti “ricchi”, non andranno da nessuna parte se – (non) dando il proprio contributo – l’Italia, ad “esempio” (…), fallisse; così come, però, la classe media non può pensare di generare un circolo virtuoso (capace di coinvolgere anche i più emarginati) se si “inimica”, e comunque si pone degli ostacoli e delle resistenze nel proprio stesso Paese, i (cosiddetti) “poteri forti”. Da “soli” (in tutti i sensi), non andremo da nessuna parte. E la pretesa di fare “pagare” a qualcuno la crisi tradisce il (retro)pensiero che, in fondo, la situazione non sia così grave e che penalizzando una parte di noi, gli altri possano riprendersi. E invece il nodo principale della nostra difficoltà ad avere un moto di reazione – quell’”indignazione” che altrove cresce, da noi nemmeno si vede col binocolo. E non stiamo certo, da questo punto di vista, meglio di “tutti”! – consiste proprio nell’inconsapevolezza del nostro reale stadio di “avanzamento” (?) sulla “via” della caduta nel burrone. L’Italia non si salva tirando la coperta un po’ di più di qua, o un po’ più di là; la coperta di oggi non basta più a “coprirci” tutti. Per tessere quella del futuro dobbiamo – intanto – “disarmarci” nei confronti degli altri – di qualunque “altro”, dei “nostri” (ma non solo), si tratti – e incominciare a pensare – insieme – a ciò che possiamo fare in “positivo”. Se invece di dover “pagare” il conto proprio o, appunto, di altri italiani, ciascuno di noi sarà mobilitato non per “subire” (come purtroppo la nostra antipolitica ci ha costretto a fare – quasi – costantemente negli ultimi trent’anni, almeno come nazione) ma per rialzarsi/ ci in piedi e riprendere il nostro posto sulla corsia di sorpasso del mondo, cosa volete che (non) gliene “importerà” (anzi!), se insieme a lui continueranno (o riprenderanno) a stare bene anche i connazionali, e come pensate che potrà considerare “sacrificio”, essere motivato a tornare a dare alla propria vita un senso più alto per raggiungere un obiettivo (comune) che corrisponderà ad un’Italia capace di riprendere ad assumere il proprio ruolo di guida nel mondo, e per di più senza dover fare, quotidianamente, il sangue marcio a cui ci costringiamo, da soli, cercando di “fregare” il prossimo?

Nella foto, il presidente del Consiglio: abbagliato, non vede (lontano)

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