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Cristiana: ‘Uno Stato che protegga come una famiglia’ di G. Baffigo

dicembre 10, 2011 di Redazione 

Non più, dunque, una società “castale” (in tutti i sensi), bensì un welfare che piuttosto che “investire” sul nucleo “chiuso” della famiglia così com’è oggi, crei una comune rete non assistenziale ma costituita da strutture che aiutino la vita di tutti. Sul modello delle socialdemocrazie nordeuropee, che significa anche abbattimento (appunto) dei compartimenti stagni delle corporazioni e dei vari lacci e lacciuoli e privilegi (che sono la stessa cosa), per una società liberale che non “dimentichi” – però – di essere un “collettivo”. La giovane esponente Democratica e scrittrice romana, intervistata dalla nostra vicedirettrice, dice la sua anche su Renzi (“E’ un sindaco Pd, lo devono capire e ricordare tutti a cominciare da lui stesso”) e sulla candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria dei Democratici laziali. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, Cristiana Alicata

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di Ginevra BAFFIGO

Cristiana Alicata, tu sostieni la candidatura di Giovanni Bachelet per la segreteria del Pd Lazio. In che termini potrà fare la differenza e rappresentare il cambiamento?

“Questa candidatura nasce dopo un lungo percorso politico di un gruppo diffuso in tutta la regione che non si arrende allo stato delle cose. Un gruppo che un anno fa voleva le primarie subito, che ha fatto la battaglia perché gli eletti pagassero tutti i contributi e che negli ultimi mesi ha chiesto il rispetto delle regole e quindi le primarie. E’ un brutto momento per farle. Ma è più di un anno che le chiediamo. Nel frattempo il PD ha preso due scoppole pesanti: alle regionali 2010 ed alle amministrative 2011. E aggiungo che la Regione Lazio ha fatto la sua “manovra” finanziaria e il PD della regione non ne ha minimamente discusso in alcuna sede. Bachelet ha la giusta autorevolezza per traghettare il partito fuori dalla palude delle correnti. Non è candidatura di rottamazione. E’ candidatura di generosa riparazione al servizio di tutti. Qui non esistono i buoni e i cattivi. Esiste una parte di partito da cambiare, ma esiste soprattutto una maggioranza diffusa da valorizzare che oggi è inutilizzata”.

Per voi, giovani del Pd, si è finalmente presentata l’occasione di passare in prima fila. Eppure nel mese di ottobre siete apparsi alle prese con gli errori dei vostri padri: divisi su diversi fronti (non necessariamente ideologici) ed incapaci di dar vita ad un unico grande dibattito.

“I partiti, come i sindacati e le associazioni, insomma tutte le aggregazioni sociali nate nel secolo scorso vivono una profonda crisi: ritrovare le ragioni del loro esistere (il bene comune) e uscire dalla logica della propria sopravvivenza. Ci vuole uno sforzo collettivo straordinario. Rifuggo le lotte intestine. Ho un regolamento personale: giudico i fatti a prescindere dalle simpatie o dagli schieramenti. E’ uno sforzo sovrumano. A volte mettersi sotto l’ombra di una bella quercia e dire che il resto fa schifo può sembrare la strada più comoda. La mia generazione ha la missione di cambiare questa classificazione e di mischiarsi. Sogno un partito in cui Orfini e Civati, Scalfarotto e Renzi si parlano e fanno sintesi. Finché identifichiamo Orfini come l’erede di D’Alema e Renzi come un ex DC in cerca di visibilità personale non andiamo da nessuna parte. Se li ascoltiamo attentamente entrambi troviamo del buono cogliere. Detesto il tifo. Profondamente. E’ una facile e dannosa semplificazione figlia della diseducazione televisiva. Una specie di pigro televoto”.

Lo scontro fra le diverse personalità dei trenta-quarantenni del Pd però c’è. Che sia sintomo di vitalità politica o solo di una dialettica ereditata dal vecchio centrosinistra?

“Ti dico la verità, nuda e cruda. Il problema politico c’è al di là delle rendite di posizione. Ci sono due nodi da scogliere e non riguardano i giovani del PD, riguardano tutto il PD. Il lavoro e i diritti civili. Contratto unico per tutti, flessibilità e welfare forte o difendere le conquiste degli anni settanta che oggi però non riguardano le nuove generazioni? E sui diritti: guardare all’Europa più avanzata o al Vaticano? Insomma non è solo i ragazzi di D’Alema contro Renzi, Civati e Scalfarotto. E’ tutto più complesso. Il PD non è ancora nato veramente. Una cosa è certa, chi guarda alla dinamica dei partiti da fuori, oggi, non si accontenta più delle parole. Va oltre e guarda i fatti, le cose realizzate, la fattibilità delle proposte. Questo fa parte del crollo delle ideologie, ridimensiona anche la politica a servizio, impatto sulla vita”.

Il PD non è ancora nato veramente…

“Dico che se non si realizza è un danno per il Paese. I partiti, secondo la nostra Costituzione, sono il mezzo attraverso cui si esercita la democrazia. Una volta erano il luogo della partecipazione e, poi, delle decisioni. Oggi l’antipolitica e i movimenti, lamentano la mancanza di partecipazione, di permeabilità politica. Il PD si è dato gli strumenti per essere “occupato”. Io dico a chi vuole cambiare il Paese: usate il partito per parlare. Occupateci. Protestare o non votare rende corresponsabili tutti se poi nei partiti siamo governati da capobastone o poteri che non hanno a che fare con il Bene Comune. La nostra è una democrazia immatura. Tifosa e basata sulla sudditanza. Ma le cose stanno cambiando. Ora c’è bisogno di credibilità e trasparenza. Stiamo diventando anche noi una democrazia partecipata”.

Qualcosa di certo sta cambiando: l’undicesimo Municipio di Roma, per esempio, ha dato il via libera al registro per le unioni civili. Ma a livello nazionale non si propaga un’eco sufficiente.

“Confesso che qui solo le nuove generazioni, che hanno dimestichezza con le nuove famiglie, cambieranno naturalmente le cose. Piuttosto vi sfido a fare una cosa. Prendete Orfini, Fassina, Scalfarotto, Renzi, Civati e Serracchiani e chiedetegli del matrimonio gay. Avreste già l’idea dell’Italia di domani. Certo se continuate a chiederla a Fioroni e compagnia, non andate lontano. Se pensate che fino a ieri sembrava impossibile parlare di ICI per le attività commerciali della Chiesa e oggi il PD con i suoi parlamentari sta chiedendo equità anche su questo e persino il ministro Riccardi che viene da Sant’Egidio lo dice… insomma. Il futuro non si ferma. Sono ottimista su questo. Dobbiamo solo lavorare per arrivarci prima di sacrificare un’altra generazione di coppie senza diritti”.

Con il governo Monti tornano in auge alcune parole, prima fra tutte “Equità”. Non trovi curioso il fatto che una parola così alta possa far da garante alla una tantum sui capitali scudati (su cui tra l’altro ieri si sollevavano dubbi di applicabilità)?

“Questa manovra sarà equa se pagheranno tutti: grandi patrimoni, spese militari, Chiesa e politica. Ma anche, oserei dire, se farà la legge elettorale e il conflitto di interessi. Fossi Monti avrei cercato l’alleanza con il Paese promettendo questi due interventi come i due ultimi atti prima delle elezioni”.

Che cosa pensi del governo Monti?

“Non voglio cadere nella banalità di definirlo descrivendo l’abisso che c’è tra lo stile montiano e quello del suo predecessore. Ci sono molte competenze che oggi non stanno guidando il treno Paese, ma stanno riparando a martellate. Per avere un’opinione su questo governo bisogna prima mettersi d’accordo se condividiamo tutti che siamo sull’orlo del baratro. Io sono ingegnere e di lavoro faccio la responsabile commerciale nel mondo dell’auto. Vivo la crisi mondiale quotidianamente. Fate un’indagine sugli agenti Enasarco. Guardate se pagano le tasse o se aspettano le cartelle di Equitalia per rateizzare. La crisi c’è. Negarla è da folli”.

Credi che il Pd arriverà preparato al dopo Monti?

“Se il PD riapre il dibattito sui temi del lavoro potrà presentarsi con coraggio nel dopo Monti. Tra un anno non potremo dire che abbiamo votato qualcosa che non condividiamo. Metterei, poi, sulla graticola pochi punti importanti per rilanciare il Paese: un piano di riconversione industriale per uscire dalla schiavitù dell’auto senza farla pagare agli operai o attaccando Marchionne come unico capro espiatorio della crisi dei mercati (e tutti gli imprenditori del nord-est che se ne sono andati all’estero a produrre?), un piano di rilancio serio del turismo vera fonte di ricchezza che altri paesi non hanno, tracciabilità totale delle spese, semplificazione delle norme per aprire e gestire un’impresa e un piano energetico fortemente ecosostenibile. Parliamo di lavoro, ma anche di un’idea di Paese”.

Ci saranno le primarie? E soprattutto ci sarà uno dei “vostri” (un giovane del Pd) in corsa per la presidenza del Consiglio?

“Penso proprio di sì, ma voglio sfatare questa diatriba generazionale facendo l’esempio di ciò che stiamo facendo nel Lazio. La situazione è così grave ed ingarbugliata che la candidatura di qualcuno di noi sarebbe sembrata una caccia alla propria visibilità. Una squadra intorno a Giovanni Bachelet che ha dichiarato di essere disposto a dimettersi da parlamentare è un progetto più credibile e più sostanzioso. Insomma: vogliamo davvero governare il partito del Lazio, non corriamo per prendere punti personali”.

Renzi però sembra aver avanzato una “quasi candidatura” al Big Bang di Firenze.

“Matteo deve fare lo sforzo generoso di uscire da una dinamica personale e di ritrovare compagni di strada. Non deve essere il giovane ex DC o quello che grida più forte. Matteo è un sindaco del PD e tutto il partito deve prima riconoscere questo. Non è il nemico. Scalpita come tutti noi per amore del Paese e vede i limiti che oggi ha il PD. Non va isolato e non va nemmeno idolatrato”.

Come accoglieresti l’ufficializzazione della sua candidatura?

“Dipende dal programma. Alcune cose dei suoi 100 punti mi piacevano, altre no”.

Oggi che la crisi decreta la non futuribilità dell’attuale sistema, quali sono a tuo avviso le linee che dovremmo seguire?

“Aggiungo a quanto detto sopra che nel III millennio noi dobbiamo rifondare la nostra idea di sinistra e di partito moderno e progressista. Mi riconosco in uno stato liberale, che abbatta monopoli ed oligopoli, ma che abbia un fortissimo welfare protettivo. Non assistenziale, ma che consenta alle donne l’accesso al lavoro e la cura dei figli, a chi perde il lavoro di accedere alla formazione e al salario di disoccupazione. Le aziende dovranno pagare cara la flessibilità finanziando in parte la struttura di welfare, tra cui anche l’accesso al credito per le nuove generazioni. Uno Stato che crei le condizioni per gli investimenti esteri e che sia sempre pronto a dare l’indirizzo giusto sui settori su cui investire per creare lavoro continuamente. Sogno in particolare un’Italia che esca dalla sua dimensione di welfare fondato sulla famiglia chiusa e investa sul welfare collettivo, sociale. Insomma meno assistenzialismo e delega del costo sociale alle famiglie, più strutture per tutti. Non assegni familiari per fare figli, ma la certezza di asili e strutture. Dici che sogno una socialdemocrazia nordeuropea? Sì. E rido di chi sostiene che qui non è possibile. Ci sono più difficoltà, certo. Per prima cosa una questione morale irrisolta che attanaglia tutto il Paese dai partiti ai cittadini e la criminalità organizzata da debellare definitivamente. Lo so bene, ma so che non abbiamo più tempo e voglio regalare ai nostri figli un Paese più giusto”.

Ginevra Baffigo

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