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Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 di Redazione 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE

Nella foto, il simbolo della nazione

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di MATTEO PATRONE

Ministro della Cultura. E’ uno dei due perni del progetto del giornale della politica italiana. Ha il compito di preparare – sul fronte principale, quello della (ri)generazione culturale – il possibile, nuovo Rinascimento dell’Italia. Ha le (attuali) deleghe alla scuola, all’università e alla ricerca, e al catalizzatore della rivoluzione culturale: la televisione pubblica, oltre ad avere il compito di spingere la diffusione della rete. Predispone quello che potremmo definire un anno zero attraverso il quale scuola e università possano diventare – progressivamente – ? – il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo. Per questo la scuola deve aprirsi ai nuovi modelli di insegnamento, e nella scuola primaria e secondaria si predispongono laboratori di scrittura, chiave dell’apertura del pensiero. Per questo, e soprattutto per l’università – e, vedremo, anche per la ricerca – si rende necessario un ricambio ispirato a principi meritocratici e di qualità. Si dimenticano completamente le tentazioni sindacali dell’attuale Partito Democratico che vuole affidare la selezione del personale decisivo per la costruzione del futuro dell’Italia a criteri di ordine sociale. Lo stesso vale per la ricerca (pubblica e privata), alla quale il ministro della Cultura lavora e interagisce insieme al ministro dell’Economia. L’innovazione, lo abbiamo detto, deve diventare il vertice del sistema-Paese. Certamente per la ricerca pubblica è necessario quell’annozero immaginato per la scuola e l’università per il quale chi non ha finora prodotto risultati – o che comunque non si trovino elementi per considerare una risorsa da mantenere assolutamente – deve rientrare in un giro di concorsi e selezioni aperti che motivi (ma già tutto questo, e quello che vedremo dopo, è motivo perché questo avvenga) il rientro dei nostri migliori ricercatori all’estero. Sì ad un’iniezione di merito nei meccanismi di conferma e ricambio nella ricerca introdotti dalla riforma Gelmini. Stiamo parlando del motore del Rinascimento – economico, e culturale – italiano: non può essere questo il “postificio” nel quale sistemare persone. Qui deve (sub)entrare soltanto l’eccellenza. La ricerca privata dev’essere stimolata e sostenuta, nel modo che vediamo ora per e in sinergia con il ministro dell’Economia.

Ministro dell’Economia. Sostituisce il ministro per lo Sviluppo economico e comprende le deleghe dell’attuale ministro dell’Economia ad eccezione del “bilancio” (ovvero del piano di risanamento dei conti) per il quale viene istituita una figura ad hoc che vedremo dopo. E’ l’altro perno del progetto del giornale della politica italiana (per una parte sulla quale, del resto, si “ritrova” tutta l’eccellenza del nostro Paese). Trasforma il sistema delle imprese in Italia nel più avanzato sul piano dell’innovazione. Lo fa interagendo con il ministro della Cultura per ciò che riguarda la ricerca che deve diventare un rigeneratore delle imprese che devono essere stimolate ad investire (anche nel pubblico, con forme di sponsorizzazione ovviamente a risultato “garantito” che già si stanno sperimentando per, ad esempio, aspetti più marginali come il rinnovo della strumentistica scolastica: l’obiettivo, rifare grande l’Italia e con essa ciascuna delle sue parti, è comune, e la divisione della “torta” è connaturata alla ricetta) su questo su questo così come per ciò che riguarda il lavoro (e la forza-lavoro) che deve essere portato a rinnovarsi (continuamente) attraverso un (possibile) sistema di formazione permanente, (ri)fondato sull’attuale collocamento informatizzato e messo in rete. Le imprese che fanno ricerca e che puntano all’innovazione già oggi fanno formazione permanente al loro interno, per riadattare continuamente le proprie risorse umane alle nuove esigenze di una produzione che, appunto, si modernizza. Lo Stato deve partecipare e mettere a sistema questo sforzo delle imprese puntando così anche a risolvere il problema della mancanza di lavoro: chi non lavora si forma – e ottiene l’indennità di “disoccupazione”, che non è più (esattamente) tale, assolutamente vincolata alla partecipazione alla formazione – per prepararsi a nuovi lavori che la possibile crescita economica da tutto questo determinata e il coordinamento e la compartecipazione con le imprese dovrebbero rendere più numerosi e più accessibili da questa “porta” del sistema della formazione permanente. Tutto ciò – ed è un altro dei compiti del ministro dell’Economia, che ingloba in sé anche le deleghe del ministro per il commercio estero – può attrarre investimenti e dislocazioni non dall’Italia all’estero ma nel senso opposto: è la tesi (iniziale) di Marchionne, per cui oggi non conviene – nemmeno alla Fiat – mantenere le sue fabbriche qui, ma domani può essere vantaggioso – non solo per minori diritti del lavoro, ma perché il sistema è vitale, e lo Stato partecipa allo sforzo delle imprese per diventare grandi – portarcene delle altre. Per questo sì anche ad un diritto del lavoro che, civilizzando – e quindi non regredendo da questo punto di vista – il lavoro in Italia – e dunque impegno totale per garantire la sicurezza, ad esempio – metta però le imprese – e i lavoratori, che ne hanno un doppio beneficio, come parte, che va coinvolta, delle imprese stesse, e come italiani, che vedono il loro Paese risorgere, e loro con esso – nella condizione di essere produttive e competitive.

Postilla sul ministro della Cultura: detto del piano dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione – questi ultimi in sinergia con il ministro dell’Economia – ha il compito di catalizzare la rigenerazione culturale del Paese anche su altri due piani: la cultura popolare e la produzione culturale tout court. Il Paese, lo abbiamo detto, deve diventare un grande campus a cielo aperto, per l’innovazione nel sistema dell’istruzione e della ricerca ma anche perché tutta l’Italia torna a respirare cultura. In questa chiave, è la nostra tesi, la rete, certo, alimentatore del futuro, ma – oggi, ancora – la televisione pubblica deve diventare un modello e uno stimolatore di rigenerazione culturale. Lo diciamo per pura chiarezza, tutto il ragionamento muove da una intenzione positivo-costruttiva e non dalla volontà di negare qualcosa di precedente, che come sapete consideriamo una forma di pigrizia intellettuale che non aiuta la costruzione del futuro: la Rai, e con essa le altre televisioni spinte ad una competizione virtuosa su questo piano, possono fare ciò che Berlusconi ha fatto nel senso di uno smembramento della cultura popolare italiana nel senso “opposto”: restituire agli italiani la capacità di pensare, la voglia di conoscere, il gusto per l’apprendimento e lo studio, e generare così un Paese che si prepara al suo nuovo Rinascimento. Per il quale è decisivo, poi, il ruolo della produzione culturale tout court, o meglio d’eccellenza: l’Italia, che torna ad avere un’idea e un respiro assoluto, vuole diventare la culla della civiltà anche perché crea le condizioni per un Rinascimento culturale, letterario, artistico. Sempre nella chiave di un investimento sul futuro, e dunque non a “fondo perduto”, deve creare appunto le condizioni – offrendo gli strumenti di base, ricreando, con la cultura popolare, il clima e la motivazione giusta – perché il nostro Paese torni ad offrire pezzi del futuro del mondo, e della sua Storia.

Ministro del Bilancio. E’ l’unico ministero che “possa” essere affidato ad una personalità che ha più di 45 anni. Un grande economista, di quelli che hanno già assicurato la tenuta e un inizio di ripianamento del debito. I conti dell’Italia sono affidati ad una figura sapiente, esperta, sicura. Una garanzia per il governo dei giovani che, anche per questo, rifarà grande l’Italia, cancellando – o cominciando a cancellare, progressivamente – questa macchia prodotta dai nostri padri (?) sul nostro vestito di oggi, che dobbiamo riconsegnare intonso agli italiani di domani, che (non solo per questo, ma anche per tutto quello che abbiamo detto finora) vivranno in un Paese nuovo, rinato, nella culla della civiltà (in tutti i sensi).

Ministro per l’Unificazione europea. L’Italia, la cui politica “estera” è storicamente la più convintamente europeista, cambia passo e si fa carico della leadership per il processo di unità politica. A cominciare dal suo stesso “rimettersi in piedi”, acquisendo così la forza e la credibilità per trainare, con generosità, il processo di “devoluzione” delle sovranità verso la comune guida “centrale” europea. Un’Europa dal cui “compimento” – che ci trasciniamo ormai da cinquant’anni – dipendono le chance del mondo di potere aspirare, un giorno, ad essere costituito da un’”unica nazione”. Traguardo verso il quale la sola Europa, illuminatamente “cristiana”, lo può condurre senza avere pretese per sé. E quindi senza ingenerare un gioco di veti e contrapposizioni. Un compito, quello del ministro per l’Unificazione europea (o per l’Europa) che è anche rivolto all’interno, ad armonizzare il lavoro del governo italiano all’azione esecutiva e legislativa europea, che incide largamente, oggi, sul nostro Paese.

Ministro dell’Ambiente. Ambiente non più solo come “territorio” ma anche come dimensione urbana. Ambiente non più solo come difesa incalzata della bellezza incontaminata minacciata ma come riconquista di bellezza, nelle campagne e nelle città. A Cassinetta di Lugagnano Domenico Finiguerra ha proposto una ricetta semplice, ora ripresa – in parte – anche da Matteo Renzi a Firenze: stop al consumo di territorio, niente nuove costruzioni, recupero – alla bellezza e alla fruibilità – dei centri storici, di quelle “vecchie”. Un Rinascimento che passa anche attraverso la Bellezza, e la riappropriazione delle nostre città. Per le quali può essere chiamato ad un lavoro comune con il ministro della Cultura per riportare la vita, la cultura popolare nelle piazze, per riappropriarci della nostra dimensione urbana, come già abbozzato dal geniale Stefano Boeri a Milano. Ministro dell’Ambiente che lavora in sinergia anche con il ministro dell’Economia per la riconversione di una parte dell’economia nelle rinnovabili: non ideologicamente, ma se tutto questo serve – in prospettiva – al Paese.

Stop. Pochi ministri, “ridisegnati” in funzione del progetto. Un governo al servizio dell’idea, e non più un’idea (?) al servizio del governo. Un governo – e un’idea – al servizio dell’Italia.

MATTEO PATRONE

P.S.: Il ministro dell’Economia, in sinergia con quello del Bilancio, è chiamato anche ad operare un drastico taglio della spesa pubblica, cancellando tutti gli sprechi, in questo caso sì, con un colpo di macete, senza guardare in faccia a nessuno. come sempre, non in chiave ideologica, ma per il bene del Paese.

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