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Stati Uniti d’Europa per rifare del Mediterraneo il centro del mondo

dicembre 7, 2011 di Redazione 

di Franco Laratta Il momento è ora. Adesso che la crisi scopre le nostre debolezze, ci denuda delle nostre certezze (materiali), ci impone un cambiamento non più per migliorare condizioni di vita che essendo attraversate dal benessere, fin’oggi ci avevano appagato - avviandoci sulla strada di questo nostro declino - ma – ora – come unica chance per mantenerle (almeno), quelle condizioni. E - magari - arricchirle di una dimensione “culturale”, tale da dare una consistenza alle nostre esistenze (comuni) a prescindere dall’andamento dei titoli sul mercato, dai capricci delle Borse, e, anzi, consentendoci di governare più serenamente – e sobriamente, evitando di continuare a scaricare su coloro che verranno dopo di noi il “prezzo” della nostra futile, e ora scopriamo illusoria, abbondante “disponibilità” – tutto questo. Che resta, comunque, non dimentichiamolo, una delle chiavi che hanno consentito di giungere a quella che è, forse (?), l’era di maggior benessere, non solo materiale, se vediamo le cose nella prospettiva del bisogno, preliminare, di pace tra i popoli, della Storia del mondo. Ed ecco come il nostro “vicinato” con quel continente che è “come se” dimenticassimo, perché pensiamo non ci riguardi in nessun modo – tanto meno quelle disperazioni che giungono, quando ci riescono, fino alle nostre coste, che facciamo di tutto per scacciare e “cancellare” dal nostro immaginario il prima possibile – può diventare – a patto che il cuore della Storia e della filosofia – e quindi della cultura – dell’intero occidente, ovvero l’Europa, si ponga – magari ispirata e “guidata”, nel nuovo impianto federale, da un’Italia che abbia ritrovato la forza della propria leadership (Politica), della propria saggezza e lungimiranza – come “lume” di questo processo e, attraverso di esso, per il cambiamento delle sorti – che non sono, oggi, prevedibilmente rosee – dell’intera umanità – il cuore che batte di una nuova Civilizzazione. Attraverso lo sviluppo, ma – “costretti” dalla necessità-opportunità di rifondare, insieme ai nostri fratelli africani, che partono da “zero”, un sistema che non funziona più – anche restituendo – mediante la sostituzione dei (dis)”valori” materiali con gli stimoli, la ricchezza, la fertilità di una rieducazione – culturale – alla Bellezza – la centralità della nostra vita a… noi stessi, e a quelli come noi che amiamo, che conosciamo, che incontriamo ogni giorno – e che dovremmo ricordare hanno la nostra stessa capacità di sentire, di provare piacere ma anche dolore, e, anzi, in molti casi hanno avuto la possibilità di conservarla meglio di noi. Il deputato del Pd, ora, con la sua proposta – quindi – di una federazione europea che compia, finalmente, quel processo di unificazione che, come per chi abbia già – appunto – ciò che lo appaga e perciò se la prenda comoda – salvo scoprire, ad un certo punto, che quella sua “stabilità” era illusoria, e che senza avere fatto ciò che doveva tutto questo non potrà continuare – si trascina – ci trasciniamo – (ir)responsabilmente, da troppo tempo. di FRANCO LARATTA*

Nella foto, il parlamentare Democratico

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di FRANCO LARATTA*

Quattro-cinque manovre finanziarie, e forse non è finita qui. Un Paese con giganteschi ritardi, per troppi aspetti vecchio, frenato, pur se con mille potenzialità. Dovrà farcela ad uscire da questa terribile crisi, forse più tardi e forse a maggior prezzo rispetto agli altri Paesi europei, ma dovrà assolutamente farcela.

Ma la crisi attuale, come tutti gli analisti affermano, non è solo finanziaria o dell’economia reale.

E’ una crisi di sistema, di quel sistema politico, sociale e culturale che ha caratterizzato la vita dell’Europa dal ’900 e fino a giorni nostri.

E’ la fine di un modello che ci proviene dalla ‘rivoluzione industriale’. Si tratta in sostanza della fine del capitalismo, di questo capitalismo, ma soprattutto del consumismo che ha posto la ‘merce’, i mercati e la finanza, al centro della vita dell’uomo; un sistema che spingeva a consumare, consumare sempre e incessantemente. Ovvero: produrre per consumare! E illudendo la gente che la ricchezza fosse la soluzione unica a tutti i problemi, ha finito per portare gli Stati al default, alla bancarotta.

Insieme a questo, si è conclusa anche un lunga stagione politica, fatta da partiti ideologici di massa (era il ’900) e anche quella breve dei modelli politici post ideologici. In tutta Europa, l’attuale sistema politico non regge più, tanto che buona parte dei cittadini si sta convincendo che la stessa democrazia non sia più un valore fondamentale, assolutamente insostituibile (“La peggior democrazia è preferibile alla migliore delle dittature” disse Ruy Barbosa). Ma oggi la gente percepisce che “La tragedia delle democrazie moderne è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia” (Jacques Maritain). I leaders politici che oggi affrontano la crisi finanziaria, perdono il consenso dei loro elettori, ed uno a uno vengono estromessi dal potere!

La logica del mercato, la necessità di produrre beni sempre a costi minori, ha portato l’industria a trasferire la produzione là dove il costo del lavoro è molto basso e gli operai vengono sistematicamente sfruttati. Per cui i Paesi industriali sono rimasti di fatto senza produzione industriale, mentre i Paesi poveri si sono sviluppati, fino a toccare i livelli record di Cina, India e Brasile.

Nell’Europa si produce sempre di meno ma si consuma troppo. E al posto dell’economia reale, si è affermata la finanza, cioè l’economa delle banche e dei grandi centri finanziari che hanno provocato prima la grande crisi americana e oggi la terribile crisi europea, e non solo.

Ci troviamo in una società costruita per consumare; una società fatta di sprechi, che fa i conti con scomparsa dei ceti medi, afflitta dal predominio dei mercati, colpita da disastri ambientali e mutamenti climatici, priva di senso culturale. Tutto questo mentre si registra l’ assoluta mancanza di lavoro, il crollo demografico, l’assenza di futuro. Mali che, in percentuali diverse, toccano l’intera Europa, in modo drammatico l’Italia che sconta ritardi strutturali molto gravi.

Il quadro così drammatico non consente più di pensare in piccolo, immaginare che ognuno possa risolvere da solo i problemi di crescita e di sviluppo, e tantomeno quelli conseguenti che si chiamano nuove povertà, emarginazione, crisi di fiducia dei cittadini. I fermenti definiti ‘indignados’ o ‘Zuccotti party’, i primi in Europa, il secondo in America, sono il segnale che le società odierne stanno per ‘scoppiare’. Il contagio della primavera araba è inevitabile, perchè a reagire sono le nuove generazioni che non accettano più di pagare sulla loro pelle la crisi dei sistemi (le dittature sanguinarie del nord Africa e del medio oriente, i sistemi democratici occidentali che appaiono deboli, screditati, incapaci di far prevalere il primato della politica sulla finanza e sui mercati). I grandi debiti dei Paesi occidentali che hanno consumato la ricchezza e i beni delle future generazioni, rappresentano un’eredità pesantissima che, giustamente, i giovani non potranno mai sopportare.

Crisi di sistema, dunque.

Come si può rispondere a questa formidabile sfida che a tutt’oggi è dagli esiti imprevedibili e, secondo alcuni, catastrofici?

Per quanto riguarda noi europei, la ricetta la conoscono tutti, ma in pochi la vedono realizzabile a breve: gli Stati Uniti d’ Europa. Una svolta destinata a fare storia! Che significa il superamento degli stati nazionali per passare ad uno Stato federale. Ma uno stato federale è tale, e può vincere la terribile sfida dei nostri tempi, solo se sa valorizzare i valori e le identità dei territori, una ricchezza infinita dei Paesi che la globalizzazione ha cancellato o messo ai margini!

Gli Stati Uniti d’Europa nascono solo se c’è un grande progetto politico condiviso, una vera integrazione sociale, una forte e stabile moneta, una politica economica e fiscale unica, un rinascimento culturale, la riscoperta e la valorizzazione delle arti e della cultura.

Con un obiettivo politico strategico: aprire le porte del Mediterraneo, che torna ad essere il centro dei commerci mondiali, come lo è stato per secoli. Già dal 2010 sarebbe dovuta decollare la zona di libero scambio del Mediterraneo. Una straordinaria sfida, per ora solo rinviata, che potrebbe rilanciare il sogno di un grande mare, il Mediterraneo, che torna ad essere il motore economico del mondo, dell’Europa prima di tutto. L’Europa ora può e deve aiutare i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a scoprire i valori della libertà, di una libera economia, degli interscambi culturali, della democrazia.

Il dialogo, il confronto, i rapporti culturali ed economici tra Europa e Paesi del Mediterraneo, possono costituire la speranza degli uomini del Terzo Millennio. Una vastissima area, tante nazioni, un incrocio di culture e civiltà che ci riporterebbe ai tempi dei Greci e poi dei Romani (quando vi erano una sola lingua, le stesse radici culturali, una vasta area dedicata ai commerci lungo quel mare che teneva uniti popoli e nazioni diverse). Dalla cultura greca, all’abilità dei romani, all’epoca delle grandi lacerazioni e conflitti, fino alla primavera araba dei giorni nostri: il Mediterraneo torna centrale nelle politiche e nelle strategie commerciali di una vasta parte del mondo. Appare superfluo ricordare i vantaggi che ne potrà ricavare il sud Italia, e prima di tutti la Calabria, da uno scenario come questo.

Ma si può arrivare a tanto se l’Europa diventa davvero un’Unione di Stati federati. Se anche la politica diventa ‘europea’ con la nascita di moderni partiti democratici europei, se la cultura diventa centrale per tutte le scelte di governo, se il sistema sociale ed economico esce fuori rapidamente dal fallimentare modello capitalista, finanziario, consumista che oggi è fallito e che ha prodotto gravi diseguaglianze sociali. Un sistema in cui tutti stiamo appesi all’incremento del PIL, alle fluttuazioni del mercato azionario, alle valutazioni delle agenzie di rating, al predominio delle finanza.

Fare una ‘Grande Europa’ politica, non solo un mercato europeo, per riscoprire la ricchezza dei territori, per consumare di meno e meglio, per affermare la centralità della difesa dell’ambiente e la valorizzazione delle energie rinnovabili, per eliminare i drammatici squilibri sociali, per tornare ad investire nei giovani, nella ricerca, nel futuro.

FRANCO LARATTA*

*Deputato del Partito Democratico

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