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***L’Europa apra (“abbassi”) gli occhi***
E’ NELL’AFRICA (SOGNATA DA GHEDDAFI) LA ‘RISPOSTA’ AI NOSTRI MALI
di DESIREE ROSADI e MATTEO PATRONE

dicembre 5, 2011 di Redazione 

La jamahiriyya, il “libro verde”, la commozione e l’orgoglio con cui il raìs condivise – con le migliaia di libici scesi in piazza la sera – la “festa” per la conclusione dei lavori mediante i quali era stata realizzata quella imponente serie di canali che (ri)portava l’acqua, dai fiumi dell’”interno”, al cuore della Libia, ci consegnano – ci impongono – una revisione “completa” – e maggiormente sfaccettata – della figura dell’erede di Nasser. Perché è (proprio) così che potremo farci un’idea di quale “direzione” (geo-politica, ma anche Politica tout court, ovvero – “prima” – valoriale e filosofica) “convenga” (nel senso del suo “bene” e dell’intera umanità) “prendere” all’Italia. Anche nel tempo del dittatore erano in maggioranza, infatti, i connazionali che si riconoscevano in – o comunque che non disdegnavano come sarebbe, altrimenti, “naturale” che accada nei confronti della figura di un diktator nella sua connotazione classica, “semplicemente” autoritaria ed autoreferenziale – Muammar Gheddafi: vuoi, d’”accordo”, per tutto ciò che può essere ricondotto – al contrario – proprio al suo status – e alla sua pratica – totalitaria: la morsa ideologico-”culturale”; la (annessa) “repressione”; quella “convenienza” a parteggiare/ partecipare al movimento/ partito-Stato che forse i nostri fratelli africani hanno conosciuto per la prima volta negli anni del colonialismo fascista, quando – notava Indro Montanelli – in pieno regime, “tutti, avevamo un po’ di potere. Del quale poi, da “buoni” italiani, abusavamo”. Potere di muoversi nei “limiti” (in tutti i sensi – ?) della “macchina” dello “Stato”; senza naturalmente avere “diritto” di contribuire a deciderne il “corso”. Ma a differenza di quanto era avvenuto con Mussolini, Gheddafi, preso il potere, aveva addirittura tentato un esperimento di democrazia diretta, attribuendo a neo-costituite assemblee locali il compito di “legiferare”. I libici non erano “pronti”, e preferirono continuare a lasciarsi “guidare”. Nel - nostro, invece – tempo (dell’omologazione), che riduce la nostra capacità di pensare e, quindi, di “sentire”, dando “vita” (?) ad una società nella quale – ad “esempio” – due giovani possono arrivare a trucidare i genitori, e il fratellino, di uno di loro per un semplice “capriccio” economico e materiale; nella quale può capitare che “emuli” dei “Porta a porta” “dedicati” (?) agli omicidi (per lo più familiari) di oggi – sempre per (ancora più) futili motivi - ”passeggino” indifferenti e magari sorridenti accanto al corpo di un altro essere umano (come loro) riverso, faccia contro il pavimento, sullo stesso marciapiede sul quale, poco più in là, battono i loro piedi: in una società di questo tempo – di questo tipo; sia pure nella condanna, senza appello, del “terrorismo” praticato da Gheddafi – chiedersi (sul serio) chi, e dove, sia l’”impero del male” – e, soprattutto, nei confronti di chi sia rivolto, questo “male” - non è una domanda che – tanto più nel momento in cui l’”ecosistema” capitalistico perde colpi pure al suo interno – possiamo permetterci di lasciare a forme di radicalismo politico. E’ – invece – il tema centrale, nodale, decisivo della Politica (italiana) per i prossimi anni. E se proprio l’Africa – naturalmente – continua ad essere la principale vittima di tutto ciò (nelle sue stesse terre, ma anche nelle “fughe”, verso il Vecchio continente, di chi non vuole auto(?)-imporsi una vita di stenti e di sofferenze); se il “sogno” di Gheddafi, antitetico all’attuale deriva, era di vedere il Continente nero “sopravanzare” l’Occidente all’insegna dei valori della condivisione e della (nostra) umanità; se l’Italia - da questo punto di vista – può tornare – con il suo spirito di solidarietà oggi schiacciato e soffocato sotto le scatole di cartone (lo stesso di Olmi) di un qualunque outlet in liquidazione - il luogo da cui (ri)avviare il processo inverso; se – a partire, come viene unaninemente riconosciuto, da queste pagine – la Politica ha ormai cominciato a riprendere coscienza di sé, al punto che persino Nicola Porro, in una puntata di ”In Onda”, si pone, almeno, la questione se di questo, ci si debba occupare, innanzitutto, e non solo di come risolvere il “prossimo” “problema” (concreto e/ ma ”minimalista”, senza alzare gli occhi e avere l’ambizione di modificare il quadro); se noi pensiamo che, alla fine, in gioco c’è la Democrazia – la (vera) libertà di (auto)determinarci individualmente, non più modellati a immagine e somiglianza del target che i marchi globali volevano (ri)definire; la (vera) libertà di (auto)determinarci Politicamente, che oggi i tecnici, pure punta sobria e capace di stare al proprio posto dell’iceberg del “capitalismo eugenetico” così “isolato” e battezzato da Fabrizio Ulivieri, stanno lì a ricordarci che potremmo non avere mai avuto sul serio - e se, infine, la Politica si scuote dalla pigra illusione di poter sciogliere ogni nodo aggiungendo/ togliendo regole (e basta), aspettando che siano le “cose”, in realtà, ad accadere da sole, e - per, di nuovo, “esempio” - si fa carico di aprire l’Europa – attraverso la Sicilia – ai bisogni e, insieme, alle potenzialità di quel gigante narcotizzato che è l’Africa – e che un giorno si sveglierà - noi potremmo trovare “miracolosamente” una soluzione alle nostre difficoltà continentali (a cominciare da quelle economiche), l’occasione e la necessità di ripensare un modello culturale e di sviluppo che tenga conto delle esigenze reali, e/ perché profonde, di noi donne e uomini, contribuire, infine, a rendere vicino il giorno in cui i nostri fratelli africani si rialzeranno (da soli!), restituendo al Mediterraneo il ruolo di crocevia dei traffici, economici e culturali, del mondo. E, senza nemmeno accorgercene, potremo esserci rimessi in cammino noi, italiani, con il nostro Meridione ”risorto” all’epoca in cui il sud ospitava alcune delle più ricche ed evolute città del mondo; seguiti, ancora una volta - nel corso della nostra (grande) Storia - dall’intera umanità (M. Patr.).
di Désirée ROSADI

Nella foto, il giovane, idealista, “visionario” Muammar Gheddafi, amato – per tutto questo – dal suo popolo

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di Désirée ROSADI

Muammar Gheddafi aveva pochi mesi di vita quando, nel 1943, dopo la sconfitta delle forze italo-tedesche in Africa nella battaglia di El-Alamein, la sua Libia fu liberata dall’occupazione fascista. La parola indipendenza riecheggiava in tutti i continenti: i dominatori europei, terminato il secondo conflitto mondiale, lasciavano spazio ai movimenti indipendentisti, in particolare nel Nord Africa. Di fatto, nonostante la benevolenza delle grandi potenze che affidarono la Libia nelle mani di re Idris al-Sanusi, l’indipendenza era solo un’illusione dato che Usa e Gran Bretagna vi stabilirono le loro basi militari.

La Libia autonoma appariva negli anni 50’ un paese ancora arretrato e conservatore. Erano gli anni del socialismo del carismatico Nasser, il leader egiziano che più di tutti ha ispirato la vita politica di Gheddafi. Erano gli anni di Bandung e dei paesi “non allineati”, del sogno del terzo polo mondiale alternativo a Usa e Urss, dell’affermazione del nazionalismo arabo.
In questo clima di fermento di idee, di affermazione del socialismo panarabo, cresce il giovane Muammar che guarda con interesse e ammirazione la presa di potere di Nasser e la storica costruzione di una grande opera come la diga di Assuan. Modernizzazione e industrializzazione. Erano gli obiettivi dei leader dei nuovi paesi mediterranei che si riconoscevano nelle linee guida nasseriane.

E intanto, dopo gli anni della scuola coranica, Gheddafi si iscrive all’Accademia Militare e vola in Inghilterra. A soli 27 anni è capitano dell’esercito e pochi anni dopo segue le orme del suo padre ispiratore Nasser e nel 1969 guida il colpo di stato che spazza via la monarchia senussita e dà inizio alla rivoluzione libica.
Ma lui non ammette gerarchie e strutturazione del potere: la sua era vera e propria repubblica della massa, una jamahiriyya. Esisteva soltanto il Congresso generale del Popolo che governava attraverso cellule di rappresentanza.

Gheddafi non ha mai rivestito cariche ufficiali. Era musulmano, dalla sua religione traeva ispirazione, ma la interpretava criticamente. E ce l’aveva con l’occidente: per anni ha inseguito il sogno di sfidare anche militarmente i suoi nemici, e non a caso era conosciuto come finanziatore del terrorismo internazionale. Scampò per poco all’attacco di Reagan che nel 1986 ordinò contro di lui una rappresaglia militare. Si dice che da quel momento Gheddafi sia stato più cauto nelle mosse politiche internazionali. Ma non ha mai smesso di lavorare al suo progetto di fare del continente africano una superpotenza.

Se il sogno panarabo non è stato concretizzato, Gheddafi è stato per i libici molto di più di una guida politica. Fino a pochi mesi fa, quando già si parlava di primavera araba, bastava accendere la tv libica oppure visitare i portali internet per vedere che l’attaccamento del popolo al suo leader era forte. È opportuno ricordare che, grazie ai proventi dell’estrazione del petrolio, la Libia ha vissuto per molti anni agiatamente. E l’oro nero, non nascondiamoci, ha fatto gola un po’ a tutti…

C’è chi, dopo la fine, saluta Gheddafi con malinconia, chi gioisce, chi calcola come influire sulla democratizzazione della Libia, chi impartisce lezioni di strategia diplomatica alle nuove autorità. La parola, l’ultima, spetta al suo popolo, centro nevralgico del paese secondo l’impostazione politica e istituzionale di Gheddafi. Così riparte la storia della sua jamahiriyya, dal popolo.

Désirée Rosadi

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