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2012 ‘torni’ ad essere l’anno dell’Italia. Come con Alcide Patrone

dicembre 31, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il 2012 “torni” ad essere l’anno dell’Italia. Nuovo Risorgimento ritrovare noi stessi. E puntare obiettivo mondo unica nazione. E’ cio’ che avrebbero voluto nostri padri. Ed é cio’ che (ora) (ri)farà Politica italiana. La nostra Storia c’indica la via da seguire.

L’Italia, se vogliamo usare una metafora (astrologica), fa – o puo’ tornare a fare – la parte del Leone. Per capire le nostre potenzialità  basta osservare i giornali quotidiani italiani, facitori - in quanto interpreti ed anticipatori – dello spirito della nazione. Essi oggi rappresentano lo specchio fedele del nostro carattere e della nostra (attuale) psicologia. Nel punto piu’ basso della loro parabola storica – se si eccettuano i limiti e l’omologazione imposti nell’era fascista – i nostri giornali riprendono e puntellano l’autoreferenzialità e la litigiosità della politica. Ad eccezione del Corriere della sera, che é tornato a svolgere la propria funzione di testata “dell’Italia”. Ma pure questa (presa di per sé, e con i nostri paraocchi attuali, scoraggiante) rappresentazione di sterilità e animosità (reciproca), (di)mostra (pero’) un carattere e una passione - e persino una capacità di “altezza” e di visione – che i principali quotidiani francesi, ad esempio (e noi consideriamo i nostri fratelli francesi i ”prediletti” tra i nostri consanguinei europei) non hanno (proprio). Ancora: non sappiamo se esistano statistiche circa l’esportazione di cervelli; ma si fa fatica ad immaginare un esportatore piu’ gettonato e “intensivo” dell’Italia. E anche questo fa trasparire le nostre attuali due facce: mancanza di sintesi; ma anche straordinarie (in senso letterale) “particelle” da “sintetizzare”. Il genio italiano, che non è solo retorica o un luogo comune, si puo’ fare risalire probabilmente al nostro “privilegio” originale: essere stati “liberi” sin dalla nostra “comparsa” (e prima evoluzione civile, fino alle vette della Repubblica e dell’impero) sulla Penisola. Il che ci ha offerto pregi – che abbiamo visto – ma anche difetti: la nostra cialtronaggine, la nostra (apparente) superficialita’. (Altro) sintomo, pero’, della (stessa) libertà. In seguito questa nostra libertà si e’ ridotta: quando i nostri comuni sono stati sottoposti al dominio delle sovranità straniere. Ma eravamo “arrivati” ai comuni stessi – pure modello di pratica amministrativa – perche’ prima ci eravamo…dissolti, e ci eravamo dissolti a causa delle invasioni dei barbari, ai quali avevamo aperto pero’ la porta…noi. Nel momento in cui, all’apice della nostra parabola di allora, avevamo preso a privilegiare i nostri interessi (particolari). Dando luogo all’imper(i)o, si’, ma della corruzione. E, da corrotti, facile preda. Quegli interessi si sono rafforzati, non potendo dedicarci a ricercare una nuova ragione di unità, quando le potenze straniere ci hanno tolto la nostra possibilità di autodeterminarci, rafforzandoci (o, meglio, indebolendoci) della/ nella nostra faziosità; e soffocando il nostro anelito ad essere popolo. Il (primo) Risorgimento ha messo una pezza solo sul piano formale; affidandoci (“”"”"solo”"”"”) una (pur imprescindibile) sopra-struttura. La deresponsabilizzazione (o la mancata responsabilizzazione) dovuta a quel (pur valoroso, e allora ineluttabile) modo di agire – con l’emblema della “conquista” forzosa del nostro sud – si e’ ripetuta all’ennesima potenza negli anni venti e trenta, e non ha trovato un antidoto efficace nell’opera del primo, e finora unico, continuatore del Risorgimento: Alcide De Gasperi. Che ci ha indicato, coinvolgendoci, un obiettivo comune; con i risultati – di quel coinvolgimento e di quella responsabilizzazione – che non solo conosciamo, ma dei quali beneficiamo, vivendone di rendita, tutt’oggi; ma non riuscendo ad andare oltre, purtuttavia, la (piu’ che mai) necessaria, allora, dimensione economica e materiale, in buona sostanza (“”"solo”"”) amplificando (e si tratta, appunto, comunque, di una amplificazione) a livello nazionale e collettivo i nostri interessi particolari. Quindi (in tutti i sensi) fine di tutto cio’: e riesplosione di quei particolarismi, nelle individuali, (“sporadiche”) espressioni del nostro carattere. Oggi l’Italia é un gigante che non sa di esserlo; esattamente alla stregua di una donna o di un uomo che non “lavorino” (nel campo in cui sono i migliori) da tanto tempo, e quindi non (ri)conoscano piu’ le proprie capacità. L’antidoto é il ritorno della Politica. I migranti possono aiutarci nello sforzo e indicarci la strada. Il nostro compito, oggi, non è piu’ quello di (ri)”conquistare” (territori) - “misura” della grandezza di una nazione fino all’ultima guerra – (ri)aprendo, appunto, le ostilità; ma, esattamente all’opposto, fornire nuova linfa, idee, e la nostra leadership, al processo di possibile unificazione (prima europea e, quindi, attraverso l’Europa, mondiale). E’ quello che avrebbero voluto, ne siamo certi, i padri della Patria. Ed e’ quello che, con tutti noi stessi, darem(m)o la vita per conseguire.

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Italia comincia suo percorso innovazione. Monti raccoglie nostra sfida. “Patto ricerca-imprese”

dicembre 29, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Italia comincia suo percorso innovazione. Il governo Monti raccoglie la nostra sfida. Profumo: “Nuovo patto ricerca-imprese”. Torneremo ad essere la culla della civiltà. Come siamo giunti a questo risultato.

Con l’avvertenza, che rivolgiamo al presidente del Consiglio, di “alzare lo sguardo” e non (auto)limitare le nostre potenzialità nel solo senso della produzione. L’esecutivo dei tecnici ascolta il giornale della politica italiana e dopo la “frenata” pre-natalizia del premier (“Il tema – della possibile riforma del mercato del lavoro, ndr – non é maturo”) convoca un cdm straordinario – quando le notizie dai mercati erano quelle, positive, dell’asta andata a buon fine per i nostri titoli di Stato; dunque al di là dell’”invocazione” della Borsa – per stabilire che il “tema” non solo é “maturo” ma urgente; e che possibilmente va affrontato anche nel senso di un rinnovato rapporto – impostato e coordinato dalla Politica! – tra aziende e ricerca. Ma, ricordiamo a Monti, innovazione puo’/ deve significare anche il recupero di quella “dimensione etica e filosofica” intuita, per prima, da Cristiana Alicata che – dando un senso piu’ alto al nostro impegno quotidiano e alla nostra vita (comune) – puo’ consentirci di tendere piu’ velocemente verso una “società della collaborazione” e in cui siano finalmente superate diseguaglianze e privilegi (come sta molto a cuore allo stesso ex presidente Bocconi). In questo senso invitiamo anche il Corriere, giornale dell’Italia, a superare la logica puramente economico-finanziaria – nella quale è tornato ad essere il punto di riferimento, Giornalistico, del Paese – immaginando non di dover stravolgere tutto cio’; ma di potergli attribuire quel senso maggiore che, in ultima istanza, sara’ benefico anche per questa stessa nostra dimensione strettamente materiale. Perchè se non ci riabituiamo a vedere nella cultura un “esercizio” non solo estetico – e, diciamolo, un po’ fine a se stesso – ma anche etico – se non ricolleghiamo il patrimonio della nostra storia e della nostra tradizione alla nostra vita – cio’ che ci é stato lasciato dagli “antenati” finira’ sempre piu’ in un angolo – come sta tristemente avvenendo a Roma, oggi città senz’anima, capitale del materialismo – e, quel che è peggio, rischiamo di “sostituire” tutto cio con le “rovine” (prima morali e, poi, materiali. E il guaio e’ che, come vediamo, il processo si e’ gia’ avviato) del nostro stesso mondo di oggi. Per riuscirci, basta parole; basta promesse-discorsi circa quello che “dovremo” fare. La promessa, l’annuncio, sono la migliore garanzia che quello che si deve fare non verrà fatto: perché anestetizzano la volontà; riducono la spinta (morale) della necessità di agire. C’é chi promette, infatti, da decenni, di cambiare l’Italia. Noi, senza averlo annunciato una sola volta, in pochi mesi abbiamo già cominciato a farlo.

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Capitalismo, gemello (anti)demo- cratico del comunismo Guzzanti

dicembre 28, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

L’impegno di Mazzini, Pasolini e Havel. In questi giorni di festa (?), in cui la transizione dal Natale al Capodanno segna solo apparentemente la staffetta annuale tra festività religiosa e laica, dello spirito e della nostra materialità - celando in realtà, sotto un velo di ipocrisia, lo sfruttamento asettico del Natale di Cristo (ma chi si ricorda – consapevolmente -, che a questo è “dedicato” il 25 dicembre?) a fini ugualmente “laici” (?) e commerciali – il giornale della politica italiana, (non) prendendo (in nessun modo) il fiato (perché non ce lo possiamo più permettere) dal quotidiano, incalzante impegno per dare il proprio contributo a salvare e rifare grande l’Italia e, attraverso la culla della civiltà occidentale e dell’umanità che ritrova se stessa e torna ad assolvere alla propria funzione originale, (ri)dare un orizzonte (pienamente democratico, e di possibile unica nazione) al mondo in cui viviamo, affronta – o, meglio, approfondisce – una serie di riflessioni sulla nostra situazione attuale. E lo fa approfittando della “sintonia” – come non potrebbe essere altrimenti – in quest’analisi, con tre grandi intellettuali italiani che hanno speso la propria vita – e stanno spendendo ancora il proprio impegno, come il primo articolo della serie sta qui a dimostrare - per provare a (ri)darci una prospettiva in questo senso. E di cui noi, idealmente, intendiamo raccogliere il testimone. Si tratta di Paolo Guzzanti, Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Mazzini. Il padre dell’Italia unita, già nell’800 – e da posizioni tutt’altro che moderate! (E) proprio per questo – denunciava il rischio (?) del materialismo in una stessa opzione – allora non ancora materializzatasi (in tutti i sensi? Fino in fondo) come tale – (marxista-)comunista che pure veniva pensata, e messa in campo per rendere più giusta ed eguale una società gravata dai privilegi e dalla concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, a scapito dei lavoratori. Ma lo faceva, intui’ profeticamente Giuseppe, pretendendo di giustificare il cambiamento all’insegna degli stessi principi che, prima, avevano “giustificato” la formazione e il consolidamento di quella situazione diseguale: e cioé in nome della ricchezza, quella ricchezza (materiale) che, semplicemente, il comunismo (marxista. E a detta del suo stesso ideologo) voleva non superare (come valore finale e totalizzante) ma semplicemente trasferire dagli uni agli altri. Ma come ci si puo’, aspettare, scrive Mazzini ”Dei doveri dell’uomo”, che chi é già ricco, senza che venga indicata una ragione piu’ alta che possa coinvolgere e, quindi, convincere anche costoro, ceda la propria fetta di torta ad altri che vogliono semplicemente – pensa la pretesa – prenderne il posto? Non ce lo si puo’, infatti, aspettare. Ed é per questo che, 150 anni dopo la denuncia di Mazzini, passato il secolo del comunismo!, non stiamo meglio, da questo punto di vista, ma, al limite, peggio (se é vero, ad esempio, che il 10 percento della nostra! popolazione, detiene percentuali bulgare della ricchezza totale). Come profetizzo’, circa un secolo piu tardi, Pier Paolo Pasolini: che vedeva nel consumismo una nuova forma di fascismo, che omologando con metodi circuitivi – nel senso dell’offerta del ben essere - la nostra società, avrebbe portato ad una sua progressiva sterilizzazione (morale), e quindi, conseguentemente, ad una totale capacità di controllo (anti)democratico da parte di quelle che oggi chiamiamo mercati e tecnocrazie e banche e multinazionali e poteri forti vari. Che su questa strada si trovassero non solo il comunismo ma anche il post comunismo, lo capi’ anche Vaclav Havel, che superata la minaccia del totalitarismo sovietico temeva una deriva conformistica all’insegna della fine della verità e dell’ipocrisia. Tutti e tre, evidentemente, avevano visto giusto. Raccogliere il loro testimone nei giorni della (finta) festa del Natale e in vista dell’inizio dell’anno in cui era stata profetizzata una fine del mondo che rischia, in realtà, di essersi già “compiuta” o comunque “irrimediabilmente” avviata – e per mano nostra e non di una pioggia di asteroidi – significa condividere, rafforzare e rilanciare le loro riflessioni. Ma una volta terminato il periodo della piu’ accentuata distonia nel corso dell’anno con i motivi dell’etica e della ragione – proprio quando, ipocritamente (appunto), si predica (?) e si rivendica l’impegno opposto - verrà il tempo della Politica (agita). Potendo anche contare su quei mezzi di comunicazione di massa che certamente non aveva Mazzini, e che non erano ancora abbastanza democratici (ammesso che lo siano, e lo restino, oggi) per poter essere utilizzati fino in fondo da Havel e Pasolini. Per cominciare Guzz affronta il passaggio (di testimone) tra comunismo e post comunismo anche attraverso le parole dello stesso Havel.
di PAOLO GUZZANTI Read more

***Rivoluzione (solare) nazionale***
E’ (GIA’) COMINCIATO IL NOSTRO (NUOVO) RISORGIMENTO (?)
di TIZIANA BIANCHI

dicembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Un governo che, finalmente, governa. Al punto da indurre la nostra politica autoreferenziale degli ultimi vent’anni a tornare ad occuparsi dell’Italia. Come il confronto – di merito! – sul mercato del lavoro – qualunque sia la posizione nella quale ci si riconosce; qualunque sia il modello (la “soluzione”) che si ritenga più adatta al nostro Paese – dimostra. Ultima settimana dell’anno, tempo di pre-visioni (astrologiche) per quello che verrà. Sul giornale della politica italiana ciò non può che tradursi in un oroscopo (politico). Ma, com’è nello stile e nella sensibilità de il Politico.it, non (solo) un “gioco” con cui dedicarsi peraltro - ancora una volta, autoreferenzialmente – ai (singoli) protagonisti. Ma, al contrario – come noi facciamo ogni giorno, da almeno tre anni - all’Italia. Un’Italia che, alla luce dei “segnali” a cui abbiamo accennato, potrebbe – senza essersene resa conto fino in fondo – avere già cominciato a risalire la china. Ma per arrivare-tornare al livello che le compete: quello di punto di riferimento per (tutta) l’umanità. La culla della civiltà attuale. E, di nuovo, di quella futura. E tutto questo, rivendichiamo con orgoglio, è cominciato su queste pagine: è qui, che nel febbraio 2010 – quando la maggior parte di noi non ne aveva sentore - si parlò per la prima volta della necessità di “salvare l’Italia”, e di farlo – come entrerà ”presto”, a sua volta, nel “senso (Politico) comune” – attraverso un “completo ribaltamento di piano” all’insegna dell’innovazione; è sempre qui che, per la prima volta, si è tornato a parlare – senza paura; ma non per questo senza prudenza e percezione dei pericoli e dei rischi che tutto questo può comportare – di “nazionalismo necessario”. Quel “ritrovato orgoglio nazionale” di cui rende merito il presidente Napolitano. E che il Politico.it ha indicato sin dal primo momento – e torniamo a suggerirlo, come dovremo continuare a fare “tutti” - nel corso dell’”intero” cammino – per stemperare ogni possibile eccesso - debba avere uno “sbocco (valvola di sfogo) europeista”. E consistere, Politicamente, non, in un “ritorno” di vetero imperialismo; ma nel “dominio” della cultura. Quella cultura con cui la nostra nazione – o meglio i nostri antenati – ha gettato le basi per l’attuale civiltà occidentale. E che consegna a noi oggi – in un momento in cui lo stesso Occidente, in crisi identità, è chiamato a ripensare il proprio modello di sviluppo – la stessa, rinnovata responsabilità (ri-generativa). L’esito del possibile impegno in questo senso, proviamo a scrutarlo – in questo divertissement natalizio – con la nostra Tiziana Bianchi, che “legge” il futuro (prossimo) della nostra nazione. Il nostro nuovo Risorgimento potrebbe essere già cominciato. A patto che continuiamo sulla strada intrapresa. il Politico.it – fonte dell’”innovazione” (Politica) avvenuta fin qui – continuerà a fare la propria parte affinché ciò sia assicurato. E per consentire all’Italia di assolvere fino in fondo alla propria funzione storica: oggi, quella di rappresentare il perno – appunto, geo-Politico; culturale – attorno a cui costruire un (nuovo) mondo che possa diventare, un giorno, “unica nazione”. di TIZIANA BIANCHI

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Pigi: ‘Non è ora di toccare lavoro’. Monti: ‘Tema non maturo’. Ma sblocco situazione passa di lì

dicembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Bersani: ‘Non è momento di toccare lavoro’. Monti: “Già, il tema non è maturo”. E invece sblocco di situazione passa di lì. Ma nodo non è (solo) libertà di licenziare. E il modello non sia “danese” ma italiano. Politico!, e non solo tecnico-”regolativo”. Innovazione stella polare nuovo sistema. Ma non è possibile se Pd guarda indietro.

Ha ragione, il segretario Democratico. “E’ il lavoro” su cui dobbiamo “puntare”. Ma non nel senso in cui lo intende lui. Pigi riesuma, in buona sostanza, il vecchio mantra socialista: “partito dei lavoratori”, sinistra come difesa (ad oltranza) dei loro interessi. E, certo, puntare sul lavoro non può voler dire “sterminare” (socialmente) un’intera “classe”, dando il via libera al “licenziamento selvaggio” per di più, come giustamente è stato fatto notare, in un momento in cui – con le imprese in sofferenza – ciò significherebbe una vera e propria carneficina. Ma, evidentemente, lo status quo – o un ulteriore avanzamento (?) nella stessa direzione – non può rappresentare parimenti una soluzione se è vero che, anche per questo, ci troviamo oggi in una condizione, in tutti i sensi, deficitaria. Ecco allora che, in un dibattito pubblico finalmente – almeno – rivitalizzato e politicizzato – perché questa, è la Politica; e non la “partita a scacchi” delle fazioni, con i suoi retroscena – comincia il confronto tra e sui modelli: con quello danese che la fa da padrone nell’attrarre l’interesse e la curiosità di chi, con onestà e responsabilità, si pone la questione di cercare una soluzione concreta al “problema”. Ma, poiché quello stesso dibattito viene comunque sviluppato dagli stessi protagonisti degli ultimi vent’anni di autoreferenzialità – dei quali, purtuttavia, va sinceramente apprezzato lo sforzo, che contribuisce, a sua volta, a migliorare la situazione e a farci tendere verso un esito complessivo positivo – il modello finisce nel tritacarne delle visioni distorte di destra e di sinistra; deformato – comunque – dalle ideologie. E così la sinistra Pd conclude, in buona sostanza, che si possano mantenere, e che la priorità vada data all’inserimento, degli ammortizzatori sociali – molto generosi – presenti in quel modello; i “riformisti” a loro volta ideologicizzati in questo senso, propendono per abolire l’articolo 18, e chi s’è visto s’è visto. Ma se il modello danese, così com’è, rischia di essere troppo “costoso”, e comunque c’è qualche dubbio che possa essere adottato da noi, non sarà perché, appunto, si tratta di un “pacchetto all inclusive” pensato per un’altra realtà e con altre premesse e altri obiettivi? E perché, allora, non fare ancora un piccolo passo, tornare ad avere una coscienza della nostra capacità (nazionale) propositiva e propulsiva, e immaginare un modello – “”"solo”"” – italiano? Che, guarda caso, esiste già; e, guarda caso, assomiglia molto a quello danese (non per nulla definito il “miglior mercato del lavoro del mondo”). Ma è, appunto, italiano. ovvero nasce dalle nostre esigenze e non ha fini ideologici, bensì l’unico obiettivo di contribuire alla costruzione (complessiva) del nostro futuro. E il modello è quello messo in campo (come la gran parte delle “innovazioni” acquisite dalla politica italiana negli ultimi tre anni), con il primo riferimento in questo senso in un articolo del febbraio 2010 (!) – quando, su queste pagine, già si parlava della necessità di “salvare l’Italia” e si indicavano le possibili strade da percorrere; che presto diventeranno, come quella consapevolezza, a loro volta senso comune nella politica e nel giornalismo autoreferenziali – sia pure ora in risveglio – che ancora faticano – però – a liberarsi dei propri condizionamenti e ad affrontare la realtà con lucidità e lungimiranza – da il Politico.it. E che consiste in un sistema in cui tutti possano essere licenziati, ma in un Paese che ha deciso di dare tutto per tornare grande, e che per farlo ha scelto la via dell’innovazione, alla quale chiede alle proprie imprese di riorientarsi; ed è in questa prospettiva che i licenziamenti, o meglio le assunzioni di “nuove” risorse umane nuovamente preparate a svolgere le mansioni rinnovate e maggiormente specializzate nelle loro aziende ricostituite per innovare, vengono decisi non per “salvare il salvabile” ma in una tensione alla crescita, sostenuta da una formazione continua che fornisca gli strumenti (tecnici, culturali) ai lavoratori per alimentare quello sforzo delle imprese, anzi, per guidarlo; e sciolga, ad un tempo, il “nodo” dei periodi di sospensione dal lavoro tra un impiego e quello – maggiormente avanzato e specializzato – che si andrà a svolgere in seguito. Il tutto occupando, comunque, i lavoratori; rigenerando mediante lo studio la loro capacità di rendimento anche attraverso un recupero di spessore e lungimiranza; e giustificando una indennità di disoccupazione che, a quel punto, non sarà più a “fondo perduto”, bensì rappresenterà un investimento nel futuro del Paese. Il modello danese appunto assomiglia, ma parte da altri presupposti e non ha la stessa carica propulsiva. E l’Italia oggi ha bisogno di rilanciare, e non solo di “rinculare” difensivamente. O sarà peggio. Per tutti. Ma tutto ciò non sarà possibile senza il contributo, libero, della principale forza onesta e responsabile di questo Paese. E il Politico.it ha seri dubbi, rafforzati dalle reazioni di queste ore, espressi la prima volta un paio di mesi fa nel pezzo del nostro direttore che stiamo per rivedere, che questo Pd, formato dalla classe dirigente dell’ultimo, decadente, Pci -del quale tuttavia questi esponenti sono culturalmente e ideologicamente impregnati e dal quale non riescono ad emanciparsi- possa assolvere a tale funzione.
P.S.: Il Corriere racconta oggi (24 dicembre) un’indagine pluriennale su un campione di oltre 100mila aziende che rivela sostanzialmente due cose: a) – ci sono molte offerte-posti di lavoro che non vengono occupati, nella gran parte dei casi perché i nostri giovani non sono disposti a svolgere mansioni che considerano riduttive soprattutto del loro agognato (dai loro genitori, “figli” – loro – del materialismo sessantottino) prestigio sociale; ed è per questa ragione, e sulla base della disponibilità di questi posti inevasi, che una parte della nostra politica sostiene la necessità di far entrare nuova forza-lavoro, disponibile per le peggiori condizioni di vita da cui “proviene” ad accettare quelle offerte che i nostri ragazzi, invece, disdegnano. E, in secondo luogo, b) – che una grossa – e crescente, ma ancora troppo lentamente – fetta di prima occupazione giovanile alimenta una autoimprenditorialità che resta comunque fenomeno ancora poco diffuso in un nostro Paese economicamente ma, soprattutto, culturalmente arretrato. Ed ecco il punto da cui far discendere la possibile “soluzione”: se sarebbe sciagurato proporre ai nostri giovani di studiare di meno per avere “strutturalmente” minori ambizioni – ma anche minori capacità e minore libertà – e quindi abbassare, in buona sostanza, il livello della domanda così da farla incontrare con quella offerta di basso profilo (proposta Tremonti) – e si tratta invece di fare esattamente il contrario! – purtuttavia un Paese che voglia crescere, e che per farlo ha bisogno di occupare (prima di tutto) i suoi giovani, per queste due stesse ragioni è un Paese la cui Politica deve (ri)cominciare a darsi un respiro e una profondità d’azione anche culturale, per poter intervenire sulla scala di valori (?) che dà luogo al prestigio sociale, “togliendo” allo (stretto) guadagno economico e all’attuale, presunta “rilevanza” “sociale” il riconoscimento che andrà ad attribuire al valore umano, culturale e alla capacità di vedere nel lavoro uno strumento per racimolare ciò di cui sostentarsi, sì, ma anche il modo in cui contribuire a raggiungere quell’(alto) obiettivo comune che, pure, “prima o poi” andrà indicato, o continuerà a rappresentare una chimera che non farà la sua parte per aiutare la ripresa economica (e non solo) nazionale. Il che significa anche che l’universalità del diritto allo studio (fino alla laurea, per poi accedere ai circuiti di formazione permanente) andrà garantita fino in fondo come oggi non avviene, e che la preparazione che i nostri ragazzi matureranno dovrà essere fatta considerare loro come un patrimonio da “spendere” non solo in funzione di una maggiore o minore disponibilità economica, ma per avere una (effettiva) libertà (anche di scegliere il proprio modello di vita) che i loro padri, e in qualche caso i loro fratelli – proprio per la “mercificazione” della stessa formazione scolastica e di base – non hanno avuto. E ciò potrà sostenere (ulteriormente) i nostri giovani nella scelta, anche, di tentare la strada di un’imprenditorialità innovativa che innestata nello sforzo complessivo per riorientare il sistema in questo senso rafforzerà – dal “basso” – le possibilità di riuscita – e quindi di avere anche ricadute economiche positive che alleggeriranno quello stesso “sforzo” – del tentativo. Tanto piu’, naturalmente, quanto piu’ saranno stati eliminati lacci e lacciuoli che oggi frenano – anche sul piano “regolativo” – questa vitalità (sotterranea). (Ed) è – ovviamente – la Politica che deve guidare tutto ciò! Contando finalmente sulla sponda di qualche giornale – come il nuovo, splendido Corriere di de Bortoli – che torna a sua volta a fare il proprio mestiere. Contribuendo -come dimostra questo stesso uno-due- alla costruzione del futuro dell’Italia.

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Strada da percorrere la indicano i grandi Laici/cattolici, da Jung a Giovanni Paolo II La fede (di farcela) chiave nostro futuro Comunismo (evangelico) fine da trovare (E solo) la Politica può ‘guidare’ tutto ciò

dicembre 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Io sono il bene” è un’affermazione che nessun uomo può fare propria. Il “bene” (“integro” e unitario) sta nell’Assoluto, che vari popoli e tradizioni, nel corso della Storia, hanno identificato religiosamente in una specifica rappresentazione di Dio. Ma fare (perseguire) il bene (o il “buono”, per dirla con Platone) è (può, deve essere) il nostro obiettivo. E da cosa può essere mosso e sostenuto, questo anelito, se non dalla “scoperta” (in qualche caso attraverso l’identificazione e – nel Cattolicesimo – anche l’”incarnazione”) del bene stesso? Ce lo dicono i grandi. Credenti in (un) Dio e non. a cui è dato cogliere che nell’anima – “Qualcosa di meglio” del corpo, e della natura (circostante) – sta la possibile via-risorsa della “salvezza” (per usare una simbologia religiosa). E questa via è la fede. Fede come senso di e relazione con l’Assoluto. Che consente di elevare, appunto, la propria anima (e, quindi, se stessi) e di superare “l’insostenibile condizione umana” (Sant’Agostino). Un “raggio” irregimentante che colma ogni lacuna, che compensa ogni mancanza; o meglio consente di “camminare” sopra di esse dando forma ad una (possibile) perfezione. E’ la Bellezza. Rieducarci alla Bellezza, trovando la fede, è il modo in cui le persone oneste e responsabili potranno restituirci un orizzonte.
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***66 anni dopo la nostra liberazione***
DOBBIAMO DIRE GRAZIE AGLI AMERICANI (ANCHE PER LA GUERRA IN IRAQ – ?)
Ma ora tocca a noi
di GIUSEPPE ROTONDO

dicembre 22, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Senza l’intervento che ha deposto e portato alla fine di Saddam Hussein e “restaurato” la democrazia in uno dei Paesi-chiave dello scacchiere mediorientale, non ci sarebbe stata la Primavera araba, non sarebbero (presumibilmente) cadute altre dittature, l’Occidente sarebbe meno sicuro ma soprattutto non vivrebbero in libertà e democrazia (sia pure under construction) milioni di nostri fratelli arabi. Anche se la destra (dei falchi) programmava la guerra da tempo e per ragioni avulse da uno spirito di generosità ed altruismo, senza un Paese disposto a morire per la libertà propria ma anche dei cittadini di ogni parte del mondo la nostra vita sarebbe certamente, comunque, più incerta e peggiore. Oggi che le (nostre) conquiste del secolo scorso vengono messe in discussione, e che l’accesso alla democrazia di popoli da “sempre” oppressi da una dittatura non conviene a nessuno possa avvenire (acriticamente) all’insegna di (soli) valori (?) d’un (nostro) mondo che vacilla, il tema è semmai verso quale (nuovo) orizzonte continuare-riprendere il cammino (comune). E se la leadership americana deve fare i conti con i tanti (comunque) nemici che ne hanno progressivamente consunto la brillantezza e l’affidabilità, chi, se non l’Italia – culla dell’attuale civiltà – è chiamata, attraverso la forza della propria storia e della propria cultura, a tornare ad indicare la strada? di GIUSEPPE ROTONDO Read more

Chi non vede le potenzialità di Europa e Africa “unite”? Laratta

dicembre 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il deputato del Pd ci racconta una Rosarno nella quale non è cambia- to nulla. Due anni dopo, i migran- ti, costretti a raccogliere le arance, sfruttati, in condizioni disumane, sono pronti ad una nuova rivolta. Il giornale della politica italiana, (anche) per questo, non ha cambiato idea riguardo alla necessità che la nostra politica – e l’Italia – abbia ben chiara la priorità di rimettere in piedi prima di tutto se stessa, facendo in modo che il nostro Paese cessi di rappresentare una “palla al piede” piu’ o meno “pesante”, al momento (ma potenzialmente-prossimamente di nuovo devastante, come lo è stata per tutta l’estate), sugli equilibri europei e non solo. Ciò significa, in primo luogo, rinunciare ad ogni tentazione buonista e assumere una linea di rigore che non può che tradursi, anche, nel far dipendere la capacità di accoglienza di nuovi, possibili cittadini che decidiamo di offrire, dalle esigenze che l’impegno per salvare e rifare grande l’Italia impone. Anche e proprio perché, appunto, nelle condizioni attuali l’abbassamento senza regole e senza limiti delle frontiere non determina effetti positivi per nessuno: per i nostri connazionali e per i possibili immigrati, che come vediamo vivono oggi (in gran parte) in condizioni non molto migliori di quelle dalle quali erano scappati cercando una prospettiva nel Vecchio continente e in particolare da noi. Ed ecco il punto. L’Italia avrà chance di rialzarsi in piedi e di rioccupare la posizione che le compete nel mondo, e ad un tempo di dare risposta (proprio per questo!) alle richieste d’aiuto che vengono dai barconi che attraversano, quando ci riescono, il Mediterraneo, se darà a se stessa, e ai migranti, una prospettiva. Che non può consistere nell’illusorio e consolatorio affidamento in una “buona sorte” che si occupi di sistemare le cose dopo che – tra l’altro – avremo fatto “entrare” tutti indiscriminatamente, accrescendo il (nostro) disagio sociale, alimentando circuiti di insicurezza, non risolvendo i nostri problemi (come non li risolve crogiolarsi nell’idea che gli immigrati “ci servano” – quantitativamente -: come abbiamo già visto, ciò non risolve, almeno, di sicuro, il problema della mancanza di lavoro dei nostri giovani – è un eufemismo – e continua a rappresentare una soluzione-tampone e di sopravvivenza che non promette di consentirci di uscire definitivamente dalla “palude”), e senza offrire – appunto – quella “prospettiva” alle persone che vengono da sud. Ma se l’Egitto, la Libia, la Tunisia – dove la Primavera araba è iniziata – sono i nostri vicini – come la Francia, la Svizzera, l’Austria – dall’altra parte del Mediterraneo (che non è l’oceano Pacifico! Dove pure, a differenza nostra, una collaborazione tra le due sponde la cercano, eccome), e se la (nostra) collaborazione tra le (nostre) due sponde ha già fatto di quest’area, nel corso della Storia, il centro (culturale, commerciale) del mondo, perché non cogliere la straordinaria opportunità delle contestuali nostra “crisi d’identità” (che ci impone di ripensare il nostro modello di sviluppo) e apertura-anelito alla democrazia dei nostri fratelli nordafricani (tra l’altro popoli giovanissimi! Che possono costituire una forza propulsiva senza eguali, oggi, nel mondo), per impostare un possibile progetto di costruzione di un futuro comune, avendo la forza (Politica) di provare a scriverla, la Storia – andando oltre i nostri (attuali) schemi – piuttosto che subire, ancora (e “sempre”?), un ineluttabile declino? di FRANCO LARATTA*
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Ma tema non è (solo) libertà di licenziare Cicchitto: “In crisi sarebbe problematico” Ora una riforma ‘organica e complessiva’ Un nuovo sistema orientato innovazione Lavoro (ri)generato da formaz. continua Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 20, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma non (solo), nel senso materialistico e un po’ castigato con cui la concezione post(?)-comunista di una certa sinistra bersaniana vorrebbe frenare la nostra possibile modernizzazione. La quale non coincide, del resto, nemmeno con un modello “ameri- cano” in cui da un giorno all’altro si può ascendere nella scala sociale, sì, ma quello successivo cadere nel senso esattamente opposto, senza garanzie di sorta. E tali garanzie non possono esaurirsi in una rete di ammortizzazione sociale che pesa – comunque – infruttuosamente sul bilancio (e sappiamo, ora, di cosa parliamo) dello Stato, non consentendo condizioni di vita adeguate ai disoccupati-cassintegrati sia per lo scarso livello di “redditività” economica, ma anche perché – appunto – il lavoro non è soltanto “questo”. Read more

Giulia: ‘No, i ricchi non sono tutti evasori Camusso sbaglia a ricreare (ora) conflitti’ Ci contendiamo torta che sta per (ri)finire Se unica “politica” è rivendicare rendite Impegno condiviso per ritornare grandi Pd assuma leadership di ‘guidare’ Monti

dicembre 19, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ha torto, Susanna Camusso – e a maggior ragione lo avrebbe un Pd che si trincerasse nelle stesse posizioni neo-socialiste (?) e conservatrici – a contestare un principio di inquità nella manovra del governo. O meglio la manovra è, iniqua; ma non per le ragioni (i pretesti?) assistenzialistici e post(?)-sessantottini che sono alla base delle critiche del segretario della Cgil. La manovra è inqua perché non crea le condizioni affinché il sistema-Italia possa rimettersi in moto e aspirare nuovamente – attraverso non solo la produzione di beni, ma anche quella culturale – a rappresentare un modello, un punto di riferimento e la fonte di credibilità e di autorevolezza di un Paese che possa, così, tornare ad esercitare la propria leadership nel mondo. E, perciò, (non) “assicura” un (prossimo?) futuro di nuove, o ulteriori difficoltà per tutti. E, naturalmente, ciò riguarda soprattutto una classe media e neo-emarginata che non ha la solidità (economica) per sopportare questo “urto”, e contemporaneamente si vede impedita quella libertà (di azione, di movimento, nei “margini” dello Stato – di diritto) in mancanza della quale (le) è negata ogni prospettiva di crescita. Ma la Camusso non si (pre)occupa di nulla di tutto ciò. Come non lo fa l’(attuale) Pd. Il mantra è lo spostamento, ora, della “coperta” delle nostre attuali (in)disponibilità (economiche) da chi sta già abbastanza al caldo per non temere un lieve abbassamento della temperatura, su chi (appunto) rischia di congelare. Ma, come il giornale della politica italiana ha rimarcato più volte, quella coperta è ormai consunta, e trascinarsela da una parte all’altra – come continuerebbe ad avvenire se l’unica risposta alla crisi di oggi fosse la, solita – negli ultimi trenta-quarant’anni – “tentazione” di “premiare” (?) più gli uni o gli altri dello “spettro” (è proprio il caso di dirlo?) della nostra società – significherebbe solo, (molto) presto, ritrovarci di fatto (nuovamente, e completamente) scoperti gli uni (chi ha meno risorse già oggi) e, prima o dopo, anche gli altri (i “ricchi”). Una crisi che ci spoglia delle nostre comodità e delle nostre certezze “materiali” (a livello individuale ma anche come Paese), rappresenta invece la straordinaria opportunità per (ri)trovare quel senso di necessità del cambiamento di cui la manovra Monti è solo la pre-condizione, e di cui la redistribuzione (tout court) costituirebbe invece la semplice negazione. La premessa di una reale svolta e ripartenza sono quelle onestà e responsabilità nell’agire politico che riguardano non solo l’etica (pubblica) individuale, ma anche le scelte dei “partiti”. Non potremo avere nessun cambiamento, ovviamente, se ciascuno – più o meno velatamente, più o meno autolegittimandosi con giustificazioni più o meno demagogiche e più o meno attraversate da ipocrisia, a volte, di sorta – vi opporrà la pretesa delle proprie rendite di posizione; e non avremo nessuna stabilità nel cambiamento – ovvero la speranza che l’alternanza al governo non significhi l’aleatorietà, di ritorno (o continua), di ogni sforzo – se quelle onestà e responsabilità non costituiranno la scelta di fondo, “radicale”, di ogni forza in campo senza retropensieri, incertezze e puntate di piedi. La Cgil tornerà ad avere una funzione, e un futuro, quando prenderà atto di tutto ciò, e del principio fondamentale della Politica: dare la priorità al futuro, l’unica dimensione che abbiamo la possibilità di (ri)”definire” (quasi) completamente. “Che” poi è anche il modo per offrire l’unica “speranza” veramente possibile e non illusoria anche agli “adulti” di oggi: garantire, o meglio avviare – perché loro possano poi continuare il percorso intrapreso – un possibile domani nuovamente degno ai giovani di oggi, ai nostri “figli”. E, a maggior ragione, vale per un Partito Democratico che, in assenza di un clima di responsabilità (diffuso) nel Paese, sarebbe la forza chiamata a (ri)alimentarlo assumendosi lui la leadership di trarre le conseguenze Politiche di tutto questo. Come farlo, nel concreto, il Politico.it ha già più volte avuto modo di indicare. Peraltro ascoltato, come le parole di Monti sulla necessità, ora, di impostare riforme “organiche” – dal “progetto organico e complessivo” di cui noi parliamo da mesi – dimostrano. Ma che una politica-tecnica “sterilizzata” dall’era del benessere, e dall’illusione che i traguardi raggiunti nel corso della nostra storia recente giustificassero un “disimpegno” e una maggiore leggerezza nel governo della nostra vita (comune) – da cui la prossimità al default alla quale ci siamo progressivamente “calati” (le brache) appunto dagli anni ’70-’80 in poi, “regalo”, anche, del Sessantotto – non è più capace di sostanziare. La serietà e il disinteresse (?) del governo dei professori, da soli, non sono condizione sufficiente per salvare – e rifare grande – l’Italia. Il resto (o meglio ciò che – ne – resta) è (ulteriore) autoreferenzialità. Giulia ora, sull’”equivoco” della Camusso. di GIULIA INNOCENZI Read more

***La crisi dell’Europa***
BASTA SOFISMI, LA POLITICA TORNI A PRODURRE SOLUZIONI
di FABRIZIO ULIVIERI

dicembre 17, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Insieme alte e concrete. C’è una linea di saggezza, tra il minimalismo (localista) di chi (si) propone di occuparsi dei ”problemi di tutti i giorni” e l’astrazione (ma fine a se stessa. O agli interessi di chi se ne avvantaggia) tecnocratico-finanziaria, che consiste nel sognare un domani, un domani incarnato in determinata società, basata su una determinata cultura (politica), e, a cascata, agire concretamente, concentrati, decisi, senza orpelli e deviazioni per realizzarla. La politica italiana e, ora, scopriamo, dell’intero Vecchio continente di oggi è, invece, una politica (come il giornale della politica italiana scrive da oltre due anni) sterile e fine a se stessa, nella misura in cui la Politica è il governo della società (mondiale), e non un semplice strumento di autoreferenzialità e per perseguire (propri) interessi di parte, personalistici o – addirittura – privati. In questo clima di passività e di attendismo, la “natura” (primordiale. E i – relativi – difetti) dei Paesi che dovrebbero piuttosto guidare l’Europa nell’assolvere alla propria funzione di punto di riferimento (di pace) per l’intera umanità, impazza accentuando ulteriormente il senso (e l’effetto) di smarrimento: la Germania sembra rispondere, ancora una volta, al proprio riflesso condizionato di trascinare i vicini verso il disastro; la Francia (molto) post (o pre)-napoleonica, esercita una tentazione “regale” che, nella mancanza di spessore e lungimiranza, si traduce però in un nevrotismo sarkoziano alla Louis de Funès, più che in una rievocazione (appunto mancata) del padre, in fondo, della modernità (democratica) europea. E noi continuiamo a non imparare la lezione del rigore, machiavellicamente alambiccando cambiando tutto per non cambiare alcunché. Come abbiamo già scritto, il rischio è che il vuoto di democrazia – perché la Politica è, democrazia; e/o quest’ultima non è. Appunto - venga sfruttato e “riempito” da chi ha una capacità, e una spregiudicatezza, maggiori nell’approfittare della insipienza di chi ha il compito di indicare la strada e non lo fa e della (conseguente) irrequietezza delle masse. A distanza di soli cinquant’anni dall’”ultima” volta, dimostrerebbe come la “(in)civiltà dei consumi” vanifichi le proprie risorse (umane). Il professore de il Politico.it, primo ad aver denunciato da queste colonne il carattere “eugenetico” dell’attuale economia finanziaria mondiale, analizza la perdita di orizzonte (della Politica). di FABRIZIO ULIVIERI Read more

Crisi non va fatta ‘pagare’ (?) a ‘nessuno’ E (poter) tornare grandi non è ‘sacrificio’ Pensiamo a costruire futuro (in positivo!) E non solo a ‘subire’ meno (o più?) d’altri

dicembre 14, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Ma perché ci “deve” essere qualcuno che “paghi” la crisi? Perché è chiaro che “pagare”, in questo caso, “vale” per “entrambi” i suoi significati-accezioni: pagare “monetariamente”, economicamente; ma anche “pagare” nel senso di prendersi la “colpa” o, comunque, “subirne” (più degli altri) le conseguenze. Ecco: perché nel nostro Paese ogni iniziativa che dovrebbe assumere (“avere”) carattere costruttivo, deve coincidere – invece – con un atto (“distruttivo”) “contro” qualcuno? Perché, e come, pensiamo di poter uscire dalla condizione-situazione attuale prendendoci “reciprocamente” a borsate? Come abbiamo già scritto, la prima condizione affinché un collettivo possa esprimere pienamente il proprio potenziale, mettere in campo tutte le proprie risorse e “farcela”, è che i propri componenti, quanto meno, non sprechino risorse proprie, e di coloro contro i quali si “avventano”, gettandosi appunto a cercare di rivalersi – sempre, “comunque”, spacciando tutto ciò come atto di compensazione e di “giustizia” – nei confronti degli/ di altri. Ma il nord non potrà reggere il confronto con le economie emergenti – tanto meno da solo – senza un sud che torni a conoscere un periodo di ricchezza (a 360°) e di sviluppo. I cosiddetti “ricchi”, non andranno da nessuna parte se – (non) dando il proprio contributo – l’Italia, ad “esempio” (…), fallisse; così come, però, la classe media non può pensare di generare un circolo virtuoso (capace di coinvolgere anche i più emarginati) se si “inimica”, e comunque si pone degli ostacoli e delle resistenze nel proprio stesso Paese, i (cosiddetti) “poteri forti”. Da “soli” (in tutti i sensi), non andremo da nessuna parte. E la pretesa di fare “pagare” a qualcuno la crisi tradisce il (retro)pensiero che, in fondo, la situazione non sia così grave e che penalizzando una parte di noi, gli altri possano riprendersi. E invece il nodo principale della nostra difficoltà ad avere un moto di reazione – quell’”indignazione” che altrove cresce, da noi nemmeno si vede col binocolo. E non stiamo certo, da questo punto di vista, meglio di “tutti”! – consiste proprio nell’inconsapevolezza del nostro reale stadio di “avanzamento” (?) sulla “via” della caduta nel burrone. L’Italia non si salva tirando la coperta un po’ di più di qua, o un po’ più di là; la coperta di oggi non basta più a “coprirci” tutti. Per tessere quella del futuro dobbiamo – intanto – “disarmarci” nei confronti degli altri – di qualunque “altro”, dei “nostri” (ma non solo), si tratti – e incominciare a pensare – insieme – a ciò che possiamo fare in “positivo”. Se invece di dover “pagare” il conto proprio o, appunto, di altri italiani, ciascuno di noi sarà mobilitato non per “subire” (come purtroppo la nostra antipolitica ci ha costretto a fare – quasi – costantemente negli ultimi trent’anni, almeno come nazione) ma per rialzarsi/ ci in piedi e riprendere il nostro posto sulla corsia di sorpasso del mondo, cosa volete che (non) gliene “importerà” (anzi!), se insieme a lui continueranno (o riprenderanno) a stare bene anche i connazionali, e come pensate che potrà considerare “sacrificio”, essere motivato a tornare a dare alla propria vita un senso più alto per raggiungere un obiettivo (comune) che corrisponderà ad un’Italia capace di riprendere ad assumere il proprio ruolo di guida nel mondo, e per di più senza dover fare, quotidianamente, il sangue marcio a cui ci costringiamo, da soli, cercando di “fregare” il prossimo? Read more

Classe politica (?) che non sa e non decide Come già negli anni venti “dopo” la guerra Creò le condizioni per l’avvento dei regimi Fatevi da parte prima che sia troppo tardi

dicembre 12, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La Germania ha paura del fantasma di Weimar. E “decide”, così, di non decidere. Sarkozy non teme confronti. Ma non ha contenuti da mettere in campo, e così si limita a fare il maestrino-giudice universale, minacciando fuoco e fiamme e, soprattutto, ricordando a tutti che la fine è vicina. Da noi, D’Alema propone la riunione delle forze progressiste europee, così che poi, a quel punto, possano stilare e proporre un programma comune. Altri, propongono di riformare prima l’architettura istituzionale: così che poi, a quel punto, qualcuno possa decidere cosa fare. Ecco. E’ esattamente in questo clima di sterilità ed attendismo, che all’inizio del Novecento le piantine fino ad allora deboli e da molti ridicolizzate dei futuri regimi totalitari, ebbero modo di germogliare e poi di rafforzarsi, fino a diventare, dopo il passaggio della guerra, i tentacoli che strinsero nella morsa mortale (purtroppo, in tutti i sensi) l’Europa di allora. Mussolini e Hitler? Considerati, dai più, alla stregua di “sfigati” estremisti, un po’ pazzi, capaci al più di raccogliere attorno a sé minoranze di personaggi del loro calibro. Già. Finché la condizione dei cittadini europei non divenne tale da non consentire più, a persone abituate – e ieri meno di oggi – a valutare e a quantificare il proprio livello di benessere sulla base, in buona sostanza, del solo potere d’acquisto, di sopportare che al proprio disagio e alle proprie, in qualche caso, sofferenze, si contrapponesse, in modo stridente, una politica parruccona e inconcludente, nonostante (per di più!) un grado di dignità ben superiore a quella dei “poltronisti” di oggi. Immaginate Giolitti e uno Schifani, o un Casini: paragone impossibile. E, certo, rispetto ad oggi questa differenza di spessore e di dignità si articolava-traduceva anche in un livello di partecipazione (diffusa, popolare) e “mobilitazione” nazionali-nazionalistiche – le nazioni sono appunto frutto degli anni immediatamente precedenti – ben più grande, che costituisce componente essenziale perché quelle piantine di cui abbiamo parlato abbiano potuto ingrossarsi, di uno scontento che trovava nello “spirito forte” di quelle fazioni ancora minoritarie un elemento di non contraddizione (anzi), o di non estraneità rispetto a possibili soluzioni-prospettive “politiche” da imboccare purché li/ ci portassero fuori dalla “crisi”. E, tuttavia, avere una classe politica “giolittiana” – ci perdoni lo statista – nel senso più deteriore dell’aggettivo, ovvero che il suo unico obiettivo appare, oggi, reiterare se stessa, e così – ancora – il leader del partito che potrebbe/ dovrebbe fornire una “risposta” a questo punto di rottura, Pigi, rimanda a sua volta alla costruzione di una coalizione di salvezza nazionale la definizione di quelle idee, di quei piani, di quel progetto, di quelle soluzioni - non può lasciarci dormire sonni tranquilli. Lo abbiamo già scritto: non decidere – e non, per colpa di una “falla” nei meccanismi decisionali: la falla c’è, ma riguarda la capacità di attivare quei meccanismi sulla base di sogni, idee, proposte concrete – è di per sé antipolitica e, semmai, minaccia di sostituire la “piazza” – e le voci critiche, ma sempre in chiave costruttiva!, come la nostra - onesta e responsabile che chiede soltanto uno scatto di reni, con un’antipolitica vera, quella che coincide con la negazione (“finale” – ?) della democrazia. Se non “ne” avete più, fatevi da parte. Essere giovani non è tutto – e lo può dire con forza e credibilmente il Politico.it che non ha mai strumentalizzato questo ipotetico “vantaggio”, parlando sempre e solo di contenuti – ma, ad un certo punto dei cicli e della Storia, può essere la “sola” cosa che serve. Ad evitare, al”meno”, il rischio di una dittatura. Read more

Cristiana: ‘Uno Stato che protegga come una famiglia’ di G. Baffigo

dicembre 10, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non più, dunque, una società “castale” (in tutti i sensi), bensì un welfare che piuttosto che “investire” sul nucleo “chiuso” della famiglia così com’è oggi, crei una comune rete non assistenziale ma costituita da strutture che aiutino la vita di tutti. Sul modello delle socialdemocrazie nordeuropee, che significa anche abbattimento (appunto) dei compartimenti stagni delle corporazioni e dei vari lacci e lacciuoli e privilegi (che sono la stessa cosa), per una società liberale che non “dimentichi” – però – di essere un “collettivo”. La giovane esponente Democratica e scrittrice romana, intervistata dalla nostra vicedirettrice, dice la sua anche su Renzi (“E’ un sindaco Pd, lo devono capire e ricordare tutti a cominciare da lui stesso”) e sulla candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria dei Democratici laziali. di GINEVRA BAFFIGO
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Ecco come si rigenera (nostra) economia Una crescita che nessuno ‘sa’ come fare Il sistema rifondato ora sulla innovazione Formazione continua ad integrare lavoro ‘Motore’ istruzione più avanzata a mondo Italia tornerà ad essere culla della civiltà

dicembre 9, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il governo Monti è nato per rimettere a posto i conti, nel solco della tradizione dell’azionismo italiano che nell’ultimo ventennio, con Ciampi ma – in fondo – anche con Giuliano Amato e Romano Prodi (pure, “apparentemente”, ”figli” e protagonisti di altre “storie”) ha rivisitato il proprio ruolo di “collante” della patria e di borghesia illuminata al servizio della “salvezza” del Paese dedicandosi appunto al nodo-punto di rottura di oggi: la tenuta del bilancio. Come scrive Gad Lerner ieri sul suo blog, non avrebbe potuto/ potrà fare altro e/ o di più. Per due ragioni. La prima è che, appunto, a questo lo consacra la propria eredità culturale e la – conseguente – propria formazione “personale”. In secondo luogo, si tratta pur sempre di esponenti di una generazione che, se non ha direttamente provocato l’attuale crisi, di certo non si è “accorta” che i propri “coetanei” lo stavano facendo, e non ha avuto la forza di proporre “alternative” e, comunque, di fermare la deriva quando cominciava a presentarsi, e quando sarebbe stato meno impegnativo, dispendioso e maggiormente efficace farlo. Non possiamo aspettarci “colpi di reni” da personalità dotate di grandi competenze che non hanno però mai messo in campo, appunto, una vera leadership Politica. E, tuttavia, ciò non basterà – ancora una volta, perché come si sa abbiamo già tentato tutto questo, con i due governi presieduti da Romano Prodi – perché, come il giornale della politica italiana ha indicato prima di tutti, i conti sono destinati a tornare nella loro attuale criticità se non sarà stato concepito un completo ribaltamento di piano che, insomma, ci consenta di uscire da questo tira-e-molla “affidato” alla minore o maggiore responsabilità del governo di turno e, come vediamo, alle intemperie dell’economia mondiale. L’Italia ha un solo modo per uscire “definitivamente” dal pantano: decidersi a smettere di correre (solo) ai ripari, magari quando rischia di essere (prima o poi) troppo tardi, e, invece - badando bene naturalmente a compiere ogni passo, comunque, con saggezza ed equilibrio – “uscire allo scoperto” (non, in questo caso, per carità, in termini tecnico-economici. Anzi!) e smettere di “navigare a vista”, ricominciando a disegnare una propria rotta nella fiducia, e nella speranza (per tutti), di essere seguita anche da altri Paesi. Gli Stati Uniti, la Germania (sia pure in misura “minore”), hanno oggi pochi margini (ulteriori) per compiere uno “scarto” e rimettere in moto la loro economia, perché veleggiano ai ritmi attuali con il motore pressoché a mille; ma l’Italia, l’Italia tiene, tutto sommato, il mare con la scialuppa (di salvataggio?) che le è “rimasta”, in buona sostanza – salvo gli sforzi “solitari” di imprese che nessuno ha pensato di coordinare e mettere a sistema - dagli anni Settanta. Se le nazioni delle Silicon Valley, dell’economia sociale di mercato, le hanno già provate “tutte” e hanno “scoperto” che questi sono i loro (attuali) limiti, l’Italia è in una condizione – paradossalmente – più vicina – in potenza, s’intende – a quella dei cinesi o degli indiani. Perché i margini per “insistere” sulla strada sulla quale loro lo stanno facendo ora, e che ha fatto la fortuna – e continua a consentire punte di eccellenza – soprattutto degli Stati Uniti, sono ancora, per ciò che ci riguarda, completamente “inesplorati”. E le nostre risorse “di base”, quelle che, impastate in un certo modo – quello appunto che stiamo per indicare – danno più o meno chance di “esplodere” (positivamente) nel senso in cui ci si stia muovendo, sono tra le migliori al mondo. Il nostro è un grande Paese, che senza avere bisogno di ricorrere alla progressiva riduzione dei diritti delle persone che lavorano – al contrario! – che sta aiutando la doppia cifra cinese, può mettere in campo le proprie incredibili risorse umane, penalizzate, ma non ancora “vinte”, da un ventennio (e oltre) di scellerate politiche (anti)scolastiche e universitarie, dal vuoto assoluto di modernizzazione sul piano delle politiche industriali, da lacci e lacciuoli che – immaginate – nonostante abbiano impedito, di fatto, ai nostri giovani di “muoversi”, non hanno potuto “evitare” che i nostri connazionali siano ancora tra i più “gettonati” – e, comunque, caratterizzati da una serie, appunto, di eccellenze – dalle altre economie; che non possono, oggi, considerare l’Italia – nel suo insieme – un partner inimitabile per quello che riguarda la possibilità di sinergie, politiche industriali e sul piano dell’istruzione, ma certo considerano gli italiani – e non per una questione “genetica”, ma di storia, tradizione, cultura (anche, contaminazione tra culture) - per quello che sono e che sono stati nel corso, appunto, della (nostra) Storia. E che oggi non “sembrano” più – ma, come detto, soltanto nella loro dimensione “unitaria” e complessiva – per la semplice ragione che chi sta sulla plancia, al comando, non ha più la lucidità per guidare una delle portaerei più grandi, e la miglior “ciurma” non riesce, da sola, a rimettere la prua della nave davanti a quelle degli altri. Al di là della (facile) metafora navale, il punto è – ancora una volta, sempre – lo stesso: vanno bene i tecnicismi, vanno bene gli aggiustamenti. Senza qualcuno di essi saremmo – ancora! – già “colati a picco”. Ma poi ci vuole la Politica. O tutto questo non porta altro che ad una maggiore resistenza in un gorgo della crisi dal quale, comunque, non si esce. il Politico.it indica la possibile via da ormai due anni. La nostra politica ci ascolta, ma poi preferisce continuare a crogiolarsi nella propria autoreferenzialità. Nell’attesa che qualcosa si muova – da parte “loro” – o nell’attesa di muoverci (noi), ecco, ancora una volta, i tratti generali di quello che peraltro la stessa eccellenza, sommersa, del nostro Paese sa, da tempo, essere la sola, ragionevole, importante via da percorrere. Oggi, badando nel “frattempo” – e avverrà in modo naturale proprio per i connotati dell’impostazione che ci daremmo – di riprendere a pensare al nostro futuro. Ecco, per la firma del nostro direttore, il pezzo con cui, il 6 dicembre 2010 (!), gli spunti proposti nel corso dell’anno precedente (!) furono portati alla “maturità” di quel progetto organico e complessivo che abbiamo convinto la politica italiana di oggi sia necessario, ma che la politica italiana continua a non avere e a non mettere in campo. Pena la sofferenza dell’Italia. di MATTEO PATRONE
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Stati Uniti d’Europa per rifare del Mediterraneo il centro del mondo

dicembre 7, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

di Franco Laratta Il momento è ora. Adesso che la crisi scopre le nostre debolezze, ci denuda delle nostre certezze (materiali), ci impone un cambiamento non più per migliorare condizioni di vita che essendo attraversate dal benessere, fin’oggi ci avevano appagato - avviandoci sulla strada di questo nostro declino - ma – ora – come unica chance per mantenerle (almeno), quelle condizioni. E - magari - arricchirle di una dimensione “culturale”, tale da dare una consistenza alle nostre esistenze (comuni) a prescindere dall’andamento dei titoli sul mercato, dai capricci delle Borse, e, anzi, consentendoci di governare più serenamente – e sobriamente, evitando di continuare a scaricare su coloro che verranno dopo di noi il “prezzo” della nostra futile, e ora scopriamo illusoria, abbondante “disponibilità” – tutto questo. Che resta, comunque, non dimentichiamolo, una delle chiavi che hanno consentito di giungere a quella che è, forse (?), l’era di maggior benessere, non solo materiale, se vediamo le cose nella prospettiva del bisogno, preliminare, di pace tra i popoli, della Storia del mondo. Ed ecco come il nostro “vicinato” con quel continente che è “come se” dimenticassimo, perché pensiamo non ci riguardi in nessun modo – tanto meno quelle disperazioni che giungono, quando ci riescono, fino alle nostre coste, che facciamo di tutto per scacciare e “cancellare” dal nostro immaginario il prima possibile – può diventare – a patto che il cuore della Storia e della filosofia – e quindi della cultura – dell’intero occidente, ovvero l’Europa, si ponga – magari ispirata e “guidata”, nel nuovo impianto federale, da un’Italia che abbia ritrovato la forza della propria leadership (Politica), della propria saggezza e lungimiranza – come “lume” di questo processo e, attraverso di esso, per il cambiamento delle sorti – che non sono, oggi, prevedibilmente rosee – dell’intera umanità – il cuore che batte di una nuova Civilizzazione. Attraverso lo sviluppo, ma – “costretti” dalla necessità-opportunità di rifondare, insieme ai nostri fratelli africani, che partono da “zero”, un sistema che non funziona più – anche restituendo – mediante la sostituzione dei (dis)”valori” materiali con gli stimoli, la ricchezza, la fertilità di una rieducazione – culturale – alla Bellezza – la centralità della nostra vita a… noi stessi, e a quelli come noi che amiamo, che conosciamo, che incontriamo ogni giorno – e che dovremmo ricordare hanno la nostra stessa capacità di sentire, di provare piacere ma anche dolore, e, anzi, in molti casi hanno avuto la possibilità di conservarla meglio di noi. Il deputato del Pd, ora, con la sua proposta – quindi – di una federazione europea che compia, finalmente, quel processo di unificazione che, come per chi abbia già – appunto – ciò che lo appaga e perciò se la prenda comoda – salvo scoprire, ad un certo punto, che quella sua “stabilità” era illusoria, e che senza avere fatto ciò che doveva tutto questo non potrà continuare – si trascina – ci trasciniamo – (ir)responsabilmente, da troppo tempo. di FRANCO LARATTA* Read more

***L’Europa apra (“abbassi”) gli occhi***
E’ NELL’AFRICA (SOGNATA DA GHEDDAFI) LA ‘RISPOSTA’ AI NOSTRI MALI
di DESIREE ROSADI e MATTEO PATRONE

dicembre 5, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La jamahiriyya, il “libro verde”, la commozione e l’orgoglio con cui il raìs condivise – con le migliaia di libici scesi in piazza la sera – la “festa” per la conclusione dei lavori mediante i quali era stata realizzata quella imponente serie di canali che (ri)portava l’acqua, dai fiumi dell’”interno”, al cuore della Libia, ci consegnano – ci impongono – una revisione “completa” – e maggiormente sfaccettata – della figura dell’erede di Nasser. Perché è (proprio) così che potremo farci un’idea di quale “direzione” (geo-politica, ma anche Politica tout court, ovvero – “prima” – valoriale e filosofica) “convenga” (nel senso del suo “bene” e dell’intera umanità) “prendere” all’Italia. Anche nel tempo del dittatore erano in maggioranza, infatti, i connazionali che si riconoscevano in – o comunque che non disdegnavano come sarebbe, altrimenti, “naturale” che accada nei confronti della figura di un diktator nella sua connotazione classica, “semplicemente” autoritaria ed autoreferenziale – Muammar Gheddafi: vuoi, d’”accordo”, per tutto ciò che può essere ricondotto – al contrario – proprio al suo status – e alla sua pratica – totalitaria: la morsa ideologico-”culturale”; la (annessa) “repressione”; quella “convenienza” a parteggiare/ partecipare al movimento/ partito-Stato che forse i nostri fratelli africani hanno conosciuto per la prima volta negli anni del colonialismo fascista, quando – notava Indro Montanelli – in pieno regime, “tutti, avevamo un po’ di potere. Del quale poi, da “buoni” italiani, abusavamo”. Potere di muoversi nei “limiti” (in tutti i sensi – ?) della “macchina” dello “Stato”; senza naturalmente avere “diritto” di contribuire a deciderne il “corso”. Ma a differenza di quanto era avvenuto con Mussolini, Gheddafi, preso il potere, aveva addirittura tentato un esperimento di democrazia diretta, attribuendo a neo-costituite assemblee locali il compito di “legiferare”. I libici non erano “pronti”, e preferirono continuare a lasciarsi “guidare”. Nel - nostro, invece – tempo (dell’omologazione), che riduce la nostra capacità di pensare e, quindi, di “sentire”, dando “vita” (?) ad una società nella quale – ad “esempio” – due giovani possono arrivare a trucidare i genitori, e il fratellino, di uno di loro per un semplice “capriccio” economico e materiale; nella quale può capitare che “emuli” dei “Porta a porta” “dedicati” (?) agli omicidi (per lo più familiari) di oggi – sempre per (ancora più) futili motivi - ”passeggino” indifferenti e magari sorridenti accanto al corpo di un altro essere umano (come loro) riverso, faccia contro il pavimento, sullo stesso marciapiede sul quale, poco più in là, battono i loro piedi: in una società di questo tempo – di questo tipo; sia pure nella condanna, senza appello, del “terrorismo” praticato da Gheddafi – chiedersi (sul serio) chi, e dove, sia l’”impero del male” – e, soprattutto, nei confronti di chi sia rivolto, questo “male” - non è una domanda che – tanto più nel momento in cui l’”ecosistema” capitalistico perde colpi pure al suo interno – possiamo permetterci di lasciare a forme di radicalismo politico. E’ – invece – il tema centrale, nodale, decisivo della Politica (italiana) per i prossimi anni. E se proprio l’Africa – naturalmente – continua ad essere la principale vittima di tutto ciò (nelle sue stesse terre, ma anche nelle “fughe”, verso il Vecchio continente, di chi non vuole auto(?)-imporsi una vita di stenti e di sofferenze); se il “sogno” di Gheddafi, antitetico all’attuale deriva, era di vedere il Continente nero “sopravanzare” l’Occidente all’insegna dei valori della condivisione e della (nostra) umanità; se l’Italia - da questo punto di vista – può tornare – con il suo spirito di solidarietà oggi schiacciato e soffocato sotto le scatole di cartone (lo stesso di Olmi) di un qualunque outlet in liquidazione - il luogo da cui (ri)avviare il processo inverso; se – a partire, come viene unaninemente riconosciuto, da queste pagine – la Politica ha ormai cominciato a riprendere coscienza di sé, al punto che persino Nicola Porro, in una puntata di ”In Onda”, si pone, almeno, la questione se di questo, ci si debba occupare, innanzitutto, e non solo di come risolvere il “prossimo” “problema” (concreto e/ ma ”minimalista”, senza alzare gli occhi e avere l’ambizione di modificare il quadro); se noi pensiamo che, alla fine, in gioco c’è la Democrazia – la (vera) libertà di (auto)determinarci individualmente, non più modellati a immagine e somiglianza del target che i marchi globali volevano (ri)definire; la (vera) libertà di (auto)determinarci Politicamente, che oggi i tecnici, pure punta sobria e capace di stare al proprio posto dell’iceberg del “capitalismo eugenetico” così “isolato” e battezzato da Fabrizio Ulivieri, stanno lì a ricordarci che potremmo non avere mai avuto sul serio - e se, infine, la Politica si scuote dalla pigra illusione di poter sciogliere ogni nodo aggiungendo/ togliendo regole (e basta), aspettando che siano le “cose”, in realtà, ad accadere da sole, e - per, di nuovo, “esempio” - si fa carico di aprire l’Europa – attraverso la Sicilia – ai bisogni e, insieme, alle potenzialità di quel gigante narcotizzato che è l’Africa – e che un giorno si sveglierà - noi potremmo trovare “miracolosamente” una soluzione alle nostre difficoltà continentali (a cominciare da quelle economiche), l’occasione e la necessità di ripensare un modello culturale e di sviluppo che tenga conto delle esigenze reali, e/ perché profonde, di noi donne e uomini, contribuire, infine, a rendere vicino il giorno in cui i nostri fratelli africani si rialzeranno (da soli!), restituendo al Mediterraneo il ruolo di crocevia dei traffici, economici e culturali, del mondo. E, senza nemmeno accorgercene, potremo esserci rimessi in cammino noi, italiani, con il nostro Meridione ”risorto” all’epoca in cui il sud ospitava alcune delle più ricche ed evolute città del mondo; seguiti, ancora una volta - nel corso della nostra (grande) Storia - dall’intera umanità (M. Patr.).
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Prima di welfare e della casta (a-’politica’) Zedda: “Tagliare enti e organismi inutili” Ebbene sì, esistono, e (ci) costano. Molto Ora e senza guardare in faccia nessuno

dicembre 2, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il primo dell’attuale classe dirigente ad avere “denunciato” la questione è Nicola Zingaretti: “La vera casta – disse il presidente della Provincia di Roma, papabile per la (futura) leadership del Pd e candidato (sostenuto anche da Veltroni!) alle primarie per la scelta della candidatura a sindaco nel 2013 (…) – non sono i (così detti: bisogna naturalmente vedere come sono concepiti e organizzati) “costi della democrazia” (ovvero quelli che, più direttamente, siamo “abituati” – di questi tempi – ad “attribuire” al concetto di casta: vitalizi, prebende e rimborsi vari, che hanno comunque anche la (reale) funzione di assicurare l’indipendenza degli eletti, e dunque una democrazia che altrimenti dipenderebbe dai flussi di denaro, e dalle lobbies, nascoste) bensì i costi (indiretti) dell’autoreferenzialità della nostra attuale classe dirigente: le loro nomine, compiute negli ultimi trent’anni, a carattere familistico e clientelare, parziale e non “funzionale”, che hanno costruito attorno al corpo – tutto sommato, snello – della politica una sovrastruttura, pletorica, inefficiente, quando non inutile, e tale da generare-costituire sprechi tout court, fatta di (appunto) (false) istituzioni, consigli, commissioni, organismi vari. Che – rimarcava Zingaretti – a differenza della politica non sono nemmeno sotto il nostro controllo, non essendo sottoposti al “vaglio” del voto, bensì figlie di nomine che – essendo d’altra parte (state) fatte dai nostri politicanti di oggi – raramente rispondono a criteri di onestà e responsabilità e sono fatte nell’interesse della nazione”. (Ovvero,) di tutti. Quando, addirittura – ma non si tratta di un’eventualità tanto rara – quegli stessi organismi non siano stati creati ad hoc allo scopo di piazzare, appunto, figli e figliastri, e dunque nemmeno in origine la loro istituzione abbia corrisposto ad una reale necessità. Che cosa si aspetta a partire da lì? Questa è la vera “casta” parassita dello Stato! Completamente inutile, inattiva, frutto e fattore di reiterazione dell’autoreferenzialità e della “corruzione” (in senso ampio) della nostra (stessa) classe politica, che naturalmente su quegli organismi, e su quelle nomine, basa anche un (proprio) ritorno, appunto, di tipo clientelare, e, in ultima analisi, il fondamento (stesso) della propria (possibile) autoreferenzialità. Se il governo tecnico – come, peraltro, anche un po’ irresponsabilmente viene sostenuto: perché d’accordo sostituire per un (breve) periodo la politica, ma sarebbe veramente inconcepibile, e inaccettabile – e rappresenterebbe la fine “definitiva” prima della politica e quindi, poi, della democrazia nel nostro Paese – che si ritenesse, cinicamente e (molto) inconsapevolmente, che la politica sia “fatta così”, che il ruolo dei politici sia (anche) “fare i propri interessi” (almeno, di parte), e che non ci si possa, debba, aspettare da essa un moto, e una riappropriazione (di sé), (anche) su questo piano - ma se, comunque, dicevamo, il governo tecnico sta lì proprio per fare ciò che si suppone la politica non sia, costitutivamente (?), in grado di fare, questo è – appunto – il (sotto)”livello” dal quale cominciare. Servono comunque i voti, in Parlamento, di coloro che quegli organismi e quelle stesse nomine hanno fatto, a cui quelle clientele risalgono? Si assumano (un’-ultima – volta) la responsabilità di votare contro: il carattere tecnico e l’estraneità, appunto, dell’esecutivo garantirà la distinzione e la chiarificazione delle “colpe”. E se questo ancora non basterà a far sì che questi signori se ne vadano, una volta per tutte, a casa – col loro codazzo di (sotto)nominati, figli e rapporti clientelari – vorrà dire che la “profezia” dell’uomo forte – come alla vigilia del Ventennio fascista – rischierà di avverarsi di nuovo. Considerate le frequentazioni del “capo” (o del simbolo) della filibusta – l’”onorevole” Scilipoti – chissà che a qualcuno di loro ciò non finisca per andare pure a genio. E, magari, sentiremo taluni – naturalmente una volta cambiato “regime” (in tutti i sensi), e quindi assicurata la (propria) sopravvivenza (a-”politica”) - dire che, in fondo in fondo, ci avevano pensato; e che quella che a noi era sembrata una spudorata autoreferenzialità, era, in realtà, tattica politica. Nell’interesse, naturalmente, di tutti noi. (M. Patr.). Read more

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