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Le imprese assumono le (loro) iniziative Ma la Politica coordini gli sforzi (comuni) -Aiutandole a ‘unirsi’ tornando ‘campioni’ -”Portandole” dov’è (possibile) sviluppo Partnership con Africa sull’innovazione L’Italia tornerà (così) al centro del mondo FOTO: ministro Passera prende/a appunti

novembre 24, 2011 di Redazione 

Aziende che si uniscono per (meglio) superare la crisi. In attesa che la (nostra) Politica ristrutturi l’(intero) sistema nel senso dell’innovazione. E che, però – tutt’altro che restando ad aspettare – lo facciano cercando quelle partnership che consentano loro non solo di “puntellarsi” e, così, di salvarsi; ma anche – già – di colmare possibili lacune (non solo “di bilancio” o – in senso ampio – “patrimoniali” ma anche tecnico-concettuali) accrescendo la propria competitività. E, poi, adottando il modello (americano) che prevede che le migliori intelligenze negli (specifici) settori coinvolti nella (possibile) innovazione-ideazione di un prodotto, collaborino a concepirlo. Magari costituendo tutto ciò nei luoghi nei quali quella (eventuale) novità sul mercato sia in grado di intercettare gli interessi (e l’interesse. Commerciale) delle comunità (inter-nazionali?) che stanno attorno.

Nella foto, il ministro per lo Sviluppo economico: non nuovo (a sua volta) a questo genere di ponderazioni, paragonabili a quella che lo portò a risanare Poste Italiane trasformando il solo istituto della gestione della nostra corrispondenza (cartacea) (anche) in sportello bancario

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Abbiamo già avuto modo di suggerire come il principio della (necessaria) collaborazione su cui rifondare la nostra cultura (sociale; almeno di quella parte che vi è estranea e, anzi, lo contraddice) possa tradursi in sinergie – quando non in vere e proprie fusioni – tra le nostre (stesse) aziende, per consentire al nostro sistema-tessuto produttivo di riavere “campioni” (dal peso assoluto) capaci di competere con più efficacia e stabilità sul mercato globale.

Oggi offriamo ulteriori spunti, al ministro per lo Sviluppo economico ma anche – se non soprattutto – alle imprese, che hanno bisogno del riferimento e del coordinamento della Politica ma che possono rappresentare il motore – anche grazie ad un esecutivo che riconosce il valore dell’ascolto e della condivisione – di questo ulteriore avvicinamento alla possibile riesplosione (nel senso della crescita, magari, a due cifre: perché dovremmo precluderci tale prospettiva, essendo l’Italia?) della nostra economia.

Immaginate allora imprese che scelgano di attuare il principio della collaborazione in funzione della (stessa) innovazione, cercando accordi non solo con altre aziende che abbiano le stesse caratteristiche (stesso settore di “pertinenza” e – relative – “competenze”), ma anche con imprese di altri - ma contigui - settori che possano contribuire, attraverso l’interazione tra le rispettive aree di ricerca, a determinare – “pezzo per pezzo”, e complessivamente – l’innovazione: trasformando quello che un tempo era, in buona sostanza, l’”indotto” in una sinergia (in qualche caso, “aziendale”) in funzione della crescita.

Come avviene, del resto, in alcune grandi università americane, dove per sviluppare alcuni progetti di ricerca vengono istituiti gruppi di lavoro composti dalle migliori intelligenze nei DIVERSI settori scientifico-tecnologico-produttivi coinvolti in quello specifico tentativo di innovazione.

Ma in un Paese che (non) cresce a due velocità, perché la Politica non coordina le imprese – a cui resta, ovviamente, la titolarità-responsabilità di assumere (o, meglio, definire) l’iniziativa – anche nella chiave di una (più “equa”, e re-distributiva) dislocazione territoriale non tanto – o non solo – dei nostri nuovi “campioni”, ma (magari) degli (“interi”) “settori” dei quali la nostra economia è (e sarà) costituita?

Perché, ad esempio, la possibile integrazione-collaborazione – dell’Italia, e quindi dell’Europa – con l’Africa (mediterranea, ma non solo) non avviene, intanto, all’insegna di (questo, stesso) comune sforzo nella chiave di rifare del Mediterraneo il centro del mondo (ma) perché qui si concepiscono le migliori nuove idee, e si realizzano i prodotti più avanzati?

Uno sviluppo del Continente nero, rimasto, da questo punto di vista, ad un’era precedente, non può che passare anche per la “chiusura” della “falla” in questo senso; e quale, dunque, se non questo, può essere il perno – economico, ma – prima ancora – culturale! – su cui fondare quel progetto di sviluppo comune che il Politico.it ha prospettato alla fine di agosto?

Le Silicon Valley, concepite come “cattedrali nel deserto” di un territorio, per il resto, avulso da quel tipo di economia, abbiamo visto, non decollano. Perché pretendono di portare quello sviluppo là dove “non” (?) esiste una reale, specifica ”domanda”.

Ed è per questo che abbiamo indicato nell’intero (nostro) Paese, la potenzialità territoriale per fare dell’Italia – complessivamente, e intrecciando tutto questo – attraverso la rivoluzione culturale - ai livelli più profondi della nostra società – la più grande Silicon Valley del mondo.

Ma senza un nostro sud che recuperi un/il proprio respiro e quindi una propria competitività, nessuno potrà salvarsi; e, contemporaneamente, non possiamo pensare di determinare lo sviluppo del sud né pretendendo di agganciarlo ad un motore – l’Europa in quanto tale – che dista migliaia di chilometri ed è al di fuori di qualsivoglia canale commerciale che attraversi le nostre regioni meridionali; né, come detto, vagheggiando di fondarlo su un’iniziativa estemporanea al di là di ogni dinamica economica e culturale.

Ma se, al contrario, il canale di “comunicazione” con l’Africa è, appunto, la chiave del possibile sviluppo del Mezzogiorno - e lo sarà tanto più efficacemente quanto più sarà (a sua volta) concepito non nella (mancanza di) prospettiva di un (semplice) “recupero di terreno” (in termini di competitività, perduto), ma puntando direttamente ad avvantaggiarsi sul resto del mondo - perché, considerato tutto questo, non provare – nell’ambito di un dialogo già aperto con la Libia e con gli altri paesi (nord)africani – a fare del nostro meridione la culla dell’innovazione organizzando e sviluppando là, nostri possibili, nuovi campioni (che nascano e si muovano in questa prospettiva)?

Ed è così che persino il rilancio della nostra scuola, al sud – fondamenta su cui, comunque, edificare ogni possibile - e credibile – tentativo di ripartenza – può essere motivato, spinto, “finanziato”, e arricchito – attraverso anche l’afflusso e la “partecipazione” alle nostre scuole dei giovani di quei Paesi – in funzione di un (contemporaneo, e integrato) supporto allo stesso progetto di sviluppo (comune).

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