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***Temi etici. Cioè del/il (nostro) futuro***
CHI CI “OBBLIGA” A (NON) ABORTIRE
di ANNALISA CHIRICO

novembre 23, 2011 di Redazione 

Non è necessario essere cattolici, o credere in (“un” – ?) Dio, per non considerare l’aborto come “acqua di rose”; così come sarebbe – forse – necessario essere (davvero) credenti (in Dio, incarnato – nel “nostro” “caso” - in Gesù, e non in una delle forme, deviate, di interpretazione “strettamente” (in tutti i sensi) (dis)umana e strumentale del messaggio di Cristo) per comprendere il possibile dramma di una donna che si trovi costretta a (non) abortire. Allo stesso modo il tema dei matrimoni tra persone omosessuali – e, conseguentemente (perché è ipocrita dividere le due questioni; come se il punto non fosse come e se consideriamo davvero “normali” – o meglio ugualmente diversi a ciascun altro – coloro che hanno, appunto, questa caratteristica – sessuale e, quindi, non solo) delle adozioni da parte delle coppie composte da persone dello stesso sesso – (proprio per questo) va affrontato e sviluppato nell’ambito di una più compless(iv)a riflessione su dove vogliamo andare. Sapendo che la propria libertà – anche quella di decidere (della vita. Degli altri) finisce dove comincia la loro (quella, appunto, degli altri. Si tratti di una persona LGBT o di un bambino al quale possa essere impedito di vivere un’esistenza che era stata preparata – da “chi”, nel dubitare e nel porsi con grande serietà e senso di responsabilità la questione, “non” (?) ha “alcuna” importanza. Perché riguarda la NOSTRA vita, la NOSTRA società, della quale siamo i soli detentori e, appunto, “responsabili”. Ma dobbiamo esserlo, purtuttavia, davvero – per lui. E che stava per cominciare). Quindi, mettiamo da parte il risiko dei “nostri” (in senso stretto, affatto – ?; nel senso di “nazional-popolari”, purtroppo, effettivamente) interessi (privati e politicistici); sapendo che la nostra proiezione collettiva – pubblica – nasce (naturalmente) dentro di noi. Ma nella misura in cui sappiamo porci, però, in relazione con gli altri. Con la vita. Con l’”assoluto”. O si tratta nient’altro che di un, sia pure non (necessariamente) economico, ma (altrettanto) materiale, conflitto. Di interessi. La giovane esponente di Radicali italiani ci presenta, ora, come la guerra dei carrarmatini di plastica – con tanto di bandierina (post-)”ideologica” - sulla vita nostra e degli altri continui. In questo caso – ma esistono, appunto, “versioni” opposte (in tutti i sensi. E qui, sta il problema) – da parte di quei medici (di quei ginecologi) che, di fatto, oggi – sia pure in un clima attraversato da (contrapposti) estremismi e che va, in tutti i sensi, ripensato – impediscono quella libertà di (non, anche) abortire che la loro “scelta” (che nega quella di altri, travalicando con la propria libertà la Libertà - degli altri – ?) rende obbligata. In un senso o -/e contemporaneamente, quindi, - nell’altro. di ANNALISA CHIRICO

Nella foto, Annalisa Chirico

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di ANNALISA CHIRICO

Un mese fa il primo convegno nazionale della Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione della legge 194). Al centro del confronto lo stato di applicazione di una legge, che nel nostro Paese ha avuto un duplice effetto: dimezzare gli aborti e moltiplicare gli obiettori di coscienza.

Dai dati forniti emerge l’immagine di un Paese di zeloti praticanti. Chi l’avrebbe mai detto. Rispetto al 2005 la percentuale dei ginecologi obiettori è balzata dal 59,7 al 70,7%; un sensibile aumento, registrato anche tra anestesisti e personale paramedico. In confronto al 1980 invece il tasso di abortività è passato dal 15 all’8% (in altre parole, oggi si praticano 8 aborti ogni mille donne d’età compresa tra i 15 e i 49 anni).

La carica dei 150. Tanti sono i ginecologi non obiettori, che continuano ad onorare quella legge di civiltà, che ha sottratto il corpo della donna al dramma di mammane, cucchiai d’oro e tavoli da cucina. I 150 applicano la legge anche a costo di turni estenuanti e sguardi accigliati. Praticare aborti, del resto, non aiuta la carriera, anzi. Ma tocca a loro garantire la continuità del servizio; tocca a loro colmare le falle aperte da quanti – la maggioranza – possiedono una coscienza talmente ingombrante da doverla imporre agli altri. Costoro sulla coscienza degli altri si allungano, si sdraiano, si sbracano. Costoro ritengono la coscienza un fatto talmente serio che per evitare un aborto sarebbero disposti a tutto, fuorché a trattare di contraccezione. Il grande omissis del “sesso limitato” in un Paese a sovranità limitata.

Di abolire la ricetta medica sulla pillola del giorno dopo, per esempio, neanche a parlarne. Condom e informazione sessuale nelle scuole? Roba dell’altro mondo. Eppure è il “mondo” dietro l’angolo, confinante, europeo.

I 150 da soli non ce la fanno più. Prima o poi andranno in pensione pure loro. Nel Sud Italia ci sono ospedali del tutto privi dei reparti per l’interruzione di gravidanza; nelle scuole di specializzazione, denunciano, non si insegna neanche più come praticare un aborto.

Un tempo era il Codice Penale a punire con la reclusione fino ad un anno chiunque incitasse a “pratiche contro la procreazione”. Nel ’71 quella norma fu abolita. Ci siamo illusi che qualcosa cambiasse; e in effetti l’emancipazione secolarizzatrice si è insinuata nella testa delle persone. La modernità ha vinto sui tabù cristallizzati nel peccato. L’ottusità dei governanti invece è rimasta identica a se stessa.

Oggi la strategia impositrice è più subdola. La legge di libertà è lì scalfita nella pietra del diritto, ma negli ospedali e nei consultori l’operazione di sabotaggio è sistematica, sotterranea, asfissiante. “Non c’è un medico non obiettore?”. “No, signora, respiri”.

Sono storie vere, respiri che lasciano il segno. Il diritto all’obiezione è sacro tanto quanto quello di una persona in carne ed ossa a scegliere per sé. Prima e dopo i novanta giorni. Nel mezzo resta una legge da difendere insieme a trentatré anni di lotta femminile e femminista, autenticamente tale. Senza bigotta prosopopea salottiera. Di bacchette sguarnita, ma di possenti idealità nutrita. La lotta, quella dei 150.

ANNALISA CHIRICO

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