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Professore (che -ci- ricorda tanto Prodi) Ecco (secondo) ‘spunto’ per suo lavoro Anzi, un/il progetto organico-complessivo Siamo certi che saprà far(n)e (buon uso)

novembre 14, 2011 di Redazione 

E’ “tecnico” ogni provvedimento che venga assunto con l’intendimento di sciogliere uno specifico nodo, o di determinare un primo – circostanziato – risultato, senza porsi il problema se l’”ordine delle cose” nel quale si va ad intervenire sia, nel complesso, accettabile, se vada “confermato” o meno; se, insomma, non si debba andare oltre il semplice “aggiustamento” (di possibili criticità) e concepire, piuttosto, un completo ribaltamento “di piano”. E senza porsi il problema di quali siano le conseguenze di lunga (o, se volete, “lunghissima”) gittata di ciò che si sta pro-vocando. La Politica è esattamente il contrario – ovvero fare tutto questo – ma avendo ben chiaro l’ordine concettuale nel quale “fare” (o meglio pensare) le cose: prima si stabilisce “dove” si vuole portare il proprio Paese. Poi, logicamente, si definiscono quali passaggi – nel complesso – sono necessari per condurre in (quel) porto la propria nazione. E solo a quel punto, si entra nel merito – tecnico, appunto – dei provvedimenti “attuativi”. Una Politica – ma anche una “tecnica” – che pretenda di rimettere in funzione la macchina dello Stato (e del Paese) osservando ed eclubrando su un singolo meccanismo (magari si trattasse di un meccanismo! Spesso il dibattito pubblico si limita a cincischiare di singoli interventi, senza nemmeno – mai – porsi il “problema” di ciò che possono comportare/ innescare – non solo sul lungo periodo), senza alzare gli occhi, e guardare al motore nel suo complesso – per capire come funziona, e come quindi si possa intervenire – complessivamente, e organicamente – perché riprenda regolarmente il proprio “funzionamento” - semplicemente non raggiunge il proprio (?) obiettivo. Nei casi peggiori arreca un danno – com’è avvenuto con le “toppe” (che in realtà si sono rivelate – ma chi le ha concepite un sospetto doveva averlo – ulteriori falle) al mercato del lavoro – che porta indietro lo stato delle cose di qualche “anno”, oppure arreca danni ulteriori – o stringe nuovi nodi – che rendono poi più difficoltoso (in senso stretto, ”tecnico”, appunto), assolvere alla propria funzione. Ecco. Il primo “consiglio” che il giornale della politica italiana “offre” al neo-presidente incaricato è di carattere metodologico: a quello stesso ex commissario europeo che durante una puntata dell’Infedele riconobbe che nella situazione dell’Italia – per far fronte alla gravità e all’enorme massa di problemi. Che significa, inevitabilmente, guardare oltre e in qualche modo lasciarsi alle spalle, più che “incaponirsi” su (ciascuno) di essi, questi problemi, approntando – piuttosto –  un sistema “nuovo di zecca” che faccia tesoro di quelle difficoltà e quelle criticità che si sono presentate nella nostra esperienza recente per progettare un motore che non corra più il rischio di “rovinare” nella stessa condizione. Il che ci porta a/ – vogliamo (però, anche) rievidenziare che qualsiasi Politica non può che essere pure Culturale, o non avrà mai la capacità di cambiare le cose strutturalmente, e nella condivisione di ciascuno di noi. Lo facciamo “ancora meglio” – speriamo – portando all’attenzione di Monti un pezzo, di metà settembre, nel quale tiravamo (ulteriormente) le somme dell’elaborazione di idee per il bene e per la costruzione del futuro dell’Italia, avvenuta in questi anni, e del (conseguente) “programma”/ progetto che il Politico.it ha messo a disposizione – per il momento - dell’attuale classe “dirigente” (?). Un progetto figlio di quel principio (metodologico), e basato (Politicamente) su due direttrici: la necessità di compiere un completo ribaltamento di prospettiva che faccia dell’innovazione la stella polare di un nuovo sistema- Paese; l’esigenza, imprescindibile, per salvare l’Italia e alleggerirne il peso sull’Europa (di oggi ma soprattutto futura) – o meglio per sostituire alla “palla al piede” uno straordinario effetto-trascinamento (condiviso) – di costruire un nuovo polo (geopolitico) attorno al nostro Sud. Che traini un inizio di sviluppo che sia stabile e duraturo – e però, ad un tempo, anche “avviabile”, sensibilmente, in tempi brevi – perché non basato sul culto (illusorio) in “cattedrali nel deserto” (chi avrà la pazienza di (ri)leggere la nostra proposta, si accorgerà che “è proprio il caso di dirlo”). Bensì su un processo naturale che “spinga se stesso” e che non debba essere spinto – e trainato- da (soli) improbabili sforzi (“artificiali”) della politica italiana (o europea). Parola (d)ai contenuti, dunque. E, una volta tanto, non è retorica.

Nella foto, Mario Monti: “Interessante”

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Il pezzo che state per leggere è uscito il 13 settembre di quest’anno. In realtà la presa di coscienza (avvenuta, per primo, e a lungo unicamente, su queste pagine) della necessità di accompagnare ad un rigore che altrimenti avrebbe rischiato di essere vanificato – quando di non essere controproducente – un “progetto organico e complessivo” in funzione della crescita (che non è – solo – un fatto economico; crescita è, più in “grande”, cosa vogliamo fare – complessivamente - di questo Paese. La “motivazione” a sceglierlo, il nostro futuro. E a non lasciarlo scegliere ai banchieri centrali. O anche ad uomini politici di altri Paesi. Europei o meno) risale ormai a molti mesi fa (Il futuro dell’Italia. La ricerca al centro di un nuovo sistema-Paese“, di Matteo Patrone; 5 febbraio 2010 – !). A quando l’intero dibattito pubblico nemmeno poteva lontanamente essere sfiorato, dall’idea che l’Italia andasse “salvata” (qualcuno, tra gli attuali – ? – protagonisti – ? – della nostra politica autoreferenziale di oggi, arrivò a chiederci cosa dovesse essere salvato visto che c’erano, ci sono, tutt’oggi, persone che possono permettersi spese – anche consistenti – non “vitali” – secondo una concezione utilitaristica e limitat(iv)a della vita – Un po’ sulla falsariga – ma prima! – dei “ristoranti pieni” di Berlusconi) e tanto meno che potesse esistere un modello alternativo a quello che – in mancanza della Politica – avevamo “in dote” dagli anni Settanta (quando non dai tempi del boom. Finito però quarant’anni fa!) e, ormai sclerotizzato (/i?), a nessuno veniva il dubbio che potesse essere da cambiare (da aggiornare!). Ora che, finalmente, il Paese ha preso coscienza di tutto questo, parlare di innovazione - il “cuore”, politico, del concetto di crescita - non attira più occhiate diffidenti (o stralunate), ma rischia – paradossalmente – di diventare il nuovo artificio retorico con cui una classe dirigente al potere ormai da trent’anni – quelli del nostro declino – cerchi, ancora una volta, di reiterare se stessa. Senza, naturalmente, fare alcunché nel senso della – stessa – innovazione. Il governo di Mario Monti è avulso da questo sistema autoreferenziale. Il giornale della politica italiana rilancia volentieri, (già) oggi, la propria proposta, confidando che – dopo aver parlato per lungo tempo a chi non voleva sentire – questa volta qualcosa possa cominciare a cambiare. Davvero.

Matteo Patrone

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Perché ‘pareggio’ bilancio con Pil a ‘+0,’? Nostro è potenziale da grande economia Se solo la Politica “concepisse” Crescita Ora! Sud sia reso snodo Cindia-Africa-Ue Si usi la leva lavoro puntando a innovare Mentre si (ri)fà nuovo motore scuola-uni Cultura (più formazione) nostro ossigeno L’Italia può ritornare al centro del mondo

Se invece di essere rappresentato come – e di consistere in - una sorta di “mendicata” (con tutto il rispetto per i mendicanti, che andranno coinvolti – come tutti – nella nostra ripresa nazionale. E potranno essere “decisivi”! Andando ad integrare la nostra rete di volontariato e di servizi, in “cambio” di un aiuto a riavere, subito, migliori condizioni – minime! – di vita e di una nuova chance che la stessa opportunità di lavorare al fianco, di conoscere e di mostrare loro le proprie qualità a chi opera nel settore e non solo, offrirà loro), l’”aggancio” – vaticinato da Romano Prodi ormai (almeno!) cinque anni fa e dal giornale della politica italiana più volte rilanciato e integrato – con Cindia, fosse stato da subito immaginato come il passo iniziale di un grande progetto di sviluppo del (nostro) sud e anche di integrazione politico-diplomatica tra Oriente, Europa e Africa - come il Politico.it suggerì ancora poche settimane fa - avremmo evitato oggi l’effetto (quanto meno apparente) di “svendita” del nostro Paese e il sospetto che, alla fine, a guada- gnarci non saranno il sud e i nostri connazionali ma, una volta ancora, i soliti noti (oltre alla Cina).

Che significa, ad esempio, investimenti in infrastrutture al sud, nella totale latitanza (è proprio il caso di dirlo?) di un piano (di cui non si sa nulla - da troppo) della (nostra!) politica? Risposta: ma la situazione al sud è talmente deficitaria, che anche un intervento “fine a se stesso”, comunque venga concepito, non può che migliorare la situazione. E invece no. Perché l’unica situazione che rischia di “migliorare”, in questo modo, è quella degli speculatori e degli affaristi (sulla pelle dei cittadini; e non sempre negli “argini” dello Stato) che, ad esempio, avevano già messo le mani sulla torta del Ponte sullo Stretto. Perché, comunque, non tutte le opere sono necessarie e/o funzionali. Perché il nostro territorio “merita” (e lo meritano i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri pronipoti) un’attenzione speciale a non abusarne e a non deturparlo come spesso, anche a margine di - veri – interventi per lo sviluppo, è accaduto, privandoci di quel valore aggiunto – per la qualità della nostra vita e (quindi) per la nostra stessa economia – che è rappresentato dal rispetto - anzi, dalla rigenerazione – di canoni estetici territoriali e urbani – dove, qui certamente, l’estetica coincide con l’etica – che ci consegnino – magari – anche un nuovo modo di concepire le nostre città (oggi città “delle auto”, con tutto quanto questo comporta in termini di impoverimento – ancora – della qualità della vita, della nostra qualità sociale, attraverso di loro della nostra (stessa) economia e in generale nel perseguire un progresso – o meglio un’evoluzione – che non sia solo numerico ma anche qualitativo).

E perché, infine, sarebbe una grande occasione buttata, “scomodare” la Cina solo per farci ridare un po’ di fiato (ammesso che questo avvenga! E che tutto non si riduca ad una operazione “di immagine”) e a vantaggio dei soliti (ig)noti.

Il nostro sud è (già stato), il centro del mondo. Ora Cindia ha già messo gli occhi (e non solo) sull’Africa. L’America rischia di anticipare l’Europa (e il resto d’Europa l’Italia) nel costruire “ponti” – dai quali dipenderanno le dinamiche economiche, (geo)politiche (ma torneremo a d-enunciarle nell’ordine inverso) e (quindi) sociali del futuro - con Cindia.

Se l’Italia – che per la sua posizione (geografica), per la sua Storia (diplomatica), per la sua statura, può e deve avere l’ambizione di tornare tra le nazioni-guida del mondo – ”convince” la Cina che il nostro Mezzogiorno può diventare il punto di incontro e di snodo (economico, culturale) tra Oriente, Sud e Occidente – nei modi che abbiamo appunto già cominciato a descrivere qui – offrendo una prospettiva non solo di “colonizzazione” (nostra ma anche dell’Africa) bensì il sogno di un risveglio del continente nero, del superamento degli steccati – anche attraverso l’accompagnamento, diplomatico, di un avvicinamento dei cinesi all’occidente sul piano del riconoscimento dei diritti umani. Facendo anche la nostra parte nel superare ogni discriminazione nei confronti delle persone omosessuali, raggiungendo la civiltà del riconoscimento, pieno, dei loro diritti anche attraverso il sì al matrimonio tra persone dello stesso sesso - di un mondo che – senza intaccare gli interessi cinesi – vada sempre più verso la prospettiva di uno sviluppo “omogeneo” (o comunque senza zone d’ombra) e quindi verso un futuro di ”unica nazione”; ebbene, se accade tutto ciò l’Italia recupera la propria autorevolezza (col “rischio” che gli stessi mercati cambino immediatamente – anche “solo” per questo! – idea su di noi), la Cina accresce il proprio interesse rispetto alla possibilità di stringere accordi (direttamente) con noi (coinvolgendo - la Politica - naturalmente le nostre associazioni imprenditoriali. Dove sono nell’azione economico-diplomatica del governo? Devono stare al nostro fianco e un passo avanti a noi!), e la nostra crescita – perseguita attraverso un piano, “conseguente”, trasparente e futuribile – torna ad impennare.

Ma la leva più ”stra-ordinaria” (?), per generare crescita - lo sa Rick Perry, il candidato repubblicano favorito nei sondaggi nella corsa alla Casa Bianca che basa il proprio attuale consenso sulla crescita alla quale ha condotto lo Stato del Texas attraverso un pacchetto cospicuo di assunzioni nel pubblico impiego – è il lavoro. L’Italia non può (certo) permettersi nuove assunzioni da parte dello Stato. E le nostre aziende, (non) possono – evidentemente; nella situazione attuale - fare altrettanto. Ma la Politica, invece di stare a guardare, o di “giocare” mettendo in pratica modelli ideologici del secolo scorso – dove avremmo dovuto lasciarli insieme a questa ”classe” (?) ”dirigente” (?) di oggi - può (deve) prendere atto (o meglio trarre le conseguenze del fatto) che la chiave per dare lavoro ai giovani è (ri)avvicinare le condizioni a cui loro (non) ”possono” (oggi: ?) essere assunti a quelle che “mantengono” (in tutti i sensi – ?) i loro padri graniticamente (e qualche volta – per questo! – improduttivamente) al loro (ancora, in tutti i sensi?) posto. Generando, a partire da questo “algoritmo” – della cui “fabbricazione” si stanno occupando, da tempo, innovatori del mercato del lavoro come Pietro Ichino e Nicola Rossi - il programma di un (nuovo) sistema complessivamente flessibile, ma nella chiave dell’innovazione. Innovazione ”consentita” – garantendo la continuità dell’occupazione - dalla formazione permanente. Che superando l’ipocrisia dell’attuale bazar di stage, corsi, ”convegni” metta i lavoratori nella condizione di essere sempre meglio “preparati” (a 360°!) e in grado, così, di sostenere le (a quel punto, sempre più “avanzate”) esigenze dell’impresa italiana. Formazione che significa - peraltro – Cultura, che non deve (quindi) essere soltanto “tecnica” o concepita in chiave ”strettamente” funzionale ma essere in grado di offrire a ciascuno di noi la possibilità di “più vaste intenzioni” e (,quindi,) maggiori capacità sia nell’eseguire sia, anche, nel condividere la definizione del percorso (di innovazione) delle aziende – che siano aiutate a riconoscere in questi loro “nuovi” lavoratori una risorsa anche in questo senso. Così che le nostre “manodopere” accompagnino – e, anzi, propizino quando non addirittura (ri)generino – le scelte delle loro imprese nel tentativo di diventare le più competitive al mondo (anche) perché concepiscono, e fabbricano, i prodotti più innovativi a partire dalle (migliori) nuove idee. Idee che siano generate (anche) da una ricerca (produttiva) che – come la formazione permanente - sia frutto di un impegno congiunto delle imprese stesse e dello Stato. Non disdegnando programmi condivisi – tra aziende diverse o nell’ambito di interi settori – per essere più competitivi con chi davvero dobbiamo essere competitivi per avere i più ampi margini di sviluppo – ovvero i nostri competitor esterni. Aprendo tutto questo (anche) a sinergie internazionali e soprattutto – ovviamente - europee.

Mentre liber(alizz)iamo (l’accesso al)le professioni, abbattiamo il sistema della demeritocrazia fondato sulla raccomandazione attraverso regole, incentivi (, la rivoluzione culturale,) e offrendo agli italiani il sogno – e la prospettiva concreta! Messo in campo tutto questo. (Anche) attraverso il ritorno della Politica – di tornare a vincere. Insieme.

Cominciando, contestualmente, a concepire il nuovo motore che tutto ciò dovrà “spingere”: la nuova scuola, la nuova università. Il (possibile) punto più avanzato dell’istruzione nel mondo.

Se faremo tutto questo avremo utilizzato la leva del lavoro per generare crescita, riducendo la disoccupazione (giovanile), reimpostando il nostro sistema nella chiave dell’innovazione (a sua volta, ovviamente, chiave – strutturale – della - stessa - crescita), e mettendo il primo tassello - con il rinnovato “asse” dell’istruzione, con la formazione permanente - anche per comporre il mosaico di un’Italia in cui - ”oltre” la ricerca scientifica e tecnologica - si (ri)generi pure, attraverso un Rinascimento (artistico, filosofico) diffuso (ma non per questo privo di – molte – punte d’eccellenza), la cultura del mondo.

(13 settembre 2011)

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