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E Risorgimento non aveva cinema (e tv!) Basta con “noi italiani siamo fatti così…” La nostra società può essere (ri)’elevata’ Non (dis)facendo le regole-”aspettando” Politica “(ri)educhi” la famiglia (comune) Lo può fare mediante cultura (‘popolare’) Sorrentino -con Penn- invita a ambizione

novembre 13, 2011 di Redazione 

Ambizione non, dei singoli individui (nella “competizione” tra loro). Ma del Paese. Attraverso i singoli individui ma in solidarietà (nazionale) gli uni con gli altri per perseguire – insieme – un (alto) obiettivo. Il nostro Leopardi non poteva concepire come, in una società in cui ciascuno (di noi) dipende strettamente dagli altri, ci si possa – scriveva – “deridere”. Contrastandoci (, così, da soli). In un mondo in cui i confini (nazionali, perché vale, prima, per quelli sociali e culturali) tendono a cadere – e nel quale la Politica può, finalmente, porsi concretamente l’obiettivo di una futura “unica nazione” – il concetto (appunto) di (singola) “nazione” non può più essere il fine. Ma è (ancora, inevitabilmente) il mezzo (!). Abbiamo (infatti) avuto modo di verificare - ogni qual volta si è provato a prendere (sul serio) una decisione comune (ad esempio per la riduzione delle emissioni) - che una “regia” globale - se non nella dimensione (parallela), “compattata” dagli interessi (particolari), dei “poteri forti” (ancora, globali) - è, attualmente, difficile da “praticare” (efficacemente). E del resto in quella chiave l’Italia rappresenterebbe oggi (come – ha – già rappresenta-to: negli ultimi mesi - negli organismi inter-nazionali dei quali fa parte, a cominciare dall’Europa. Come abbiamo ben visto nelle scorse settimane) una “palla al piede”, e ha dunque la responsabilità di rimettere in sesto se stessa prima di porre la propria (oggi, deficitaria) condizione “a (ancora più stretto, e generatore di “inter”dipen- denza) sistema” con quelle degli altri. Ma assumerci le nostre responsabilità significa anche (ed è anzi l’unico modo per “raggiungere” il minimo sindacale di cui sopra) uscire dalla nostra (attuale) logica disfattista e provinciale, nella consapevolezza che – al di là dello stato nel quale ci siamo ridotti, progressivamente, negli ultimi trent’anni - noi – e, come capita a tutte le persone/ nazioni “depresse”, a dircelo sono i nostri (stessi) partner, non per “rincuorarci” ma perché lo pensano (sanno) davvero – abbiamo le prerogative – storiche, culturali, sociali, economiche e persino geografiche – per essere tra le nazioni-guida del mondo. Il giornale della politica italiana rivendica: “la”, nazione; ma nel senso di una leadership (Politica!) messa in campo – ancora una volta, solidaristicamente – per fare il bene. Di tutti. E accelerare, così, sulla strada (ormai annosa) verso la (compiuta) costruzione dell’Europa (e, oggi, anche, della possibile, “unica nazione” globale).

Nella foto, Paolo Sorrentino premiato a Cannes per Il Divo: “Andiamo!” (a rioccupare il posto che ci compete nel mondo)

Tra i primi a rompere (anche ideologicamente, e quindi programmaticamente, mettendo a repentaglio – ma per “insegnarlo” a tutti noi suoi connazionali! – la “riuscita” – se in questi termini se ne può parlare - del proprio stesso lavoro) il “tabù” (o meglio il nostro attuale complesso di inadeguatezza) è il regista napoletano, che con il suo This must be the place “sfida” i nostri (presunti) limiti tentando (e, da questo punto di vista, riuscendo. E preparandosi a “sfondare” completamente su questa strada) di realizzare un “prodotto” che non avesse, perché non si poneva, limiti: culturali, quindi concettuali, di “respiro”. “Per me non c’è differenza tra cinema americano e cinema europeo”, dice Sorrentino. E lo dice non – ovviamente – perché non “veda” differenze (che al momento ci sono); ma perché non c’è nessuna ragione per considerare quelle “differenze” (che in molti casi coincidono con nostri limiti, auto-imposti, di ambizione. E quindi, appunto, di respiro) – e i (relativi) “steccati” – come ineluttabili e “definitive”. E’ esattamente il contrario! E’ in questa terra – attraverso le radici di questo popolo – che – storicamente – la cultura ha assolto fino in fondo alla propria funzione, elevandosi al rango di laboratorio per la rigenerazione (filosofica, e morale) del futuro del mondo. E’ in questo Paese che si sono gettati i semi dell’attuale civiltà (occidentale, ma non solo). Se questo non sta avvenendo più, è solo perché è il clima (appunto, culturale. In senso ampio), a difettare. E la responsabilità del clima – o meglio della spinta (iniziale) al suo cambiamento: poi il protagonismo “passa”, o dev’essere condiviso, dall’intera società a cominciare, appunto, dai suoi – principali – fautori (culturali) – è, naturalmente, della Politica. Che DEVE raccogliere la “sfida” di Sorrentino! Perché ovviamente tutto questo non è fine a se stesso (alla produzione culturale in sé, come “bene di consumo”). Ma perché la cultura (popolare; di una nazione) - ci si perdoni la levità del paragone – è come un grande analista collettivo. Aiuta a sciogliere i nodi. A (ri)trovare se stessi. E se sul “lettino” ci “finisce” (per il momento!)  l’Italia, qualcosa di “grande”, dopo un’era “dominata” dalla (sola) tecnica e dall’(auto)determinismo finanziario, magari non “noi” (? Ancora), ma (tutto) il resto del mondo sa che sta per accadere.

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