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***L’addio (?) a/ di Silvio***
E LA FOLLA URLA: “BUFFONE, BUFFONE! DIMISSIONI, DIMISSIONI!”
di FRANCO LARATTA*

novembre 12, 2011 di Redazione 

Al passaggio del “corteo” di auto dell’ormai ex presidente del Consiglio. Una vera e propria via crucis. Da Palazzo Chigi a Palazzo Grazioli, al Quirinale. Migliaia di nostri connazionali ai bordi delle strade per dire addio al mattatore (in chiaro – ? – scuro) della “nostra” (?) ”politica” (?) degli ultimi vent’anni. Il governo Monti, possibile – a meno di non esporre la stessa presidenza della Repubblica a “tirate per la giacca” (leggi: accuse di collateralismo) nei confronti di (presunti) tentativi ribaltonistici – solo con il sostegno (di una larga parte, almeno) del Pdl, non avrà vita facile. E lo spauracchio (ma soprattutto, ora, per la tenuta dell’Italia) del voto anticipato resta dietro l’angolo. Ma in quelle elezioni – qualunque sarà il momento in cui diverranno ineludibili – Berlusconi non sarà più, con tutta (!) probabilità, il candidato del centrodestra. “E’ una giornata storica - scrive il deputato del Pd – E’ finita la Seconda Repubblica. E’ finita la ‘discesa in campo’ dell’uomo che diceva ‘io amo l’Italia’!”. Ora, a suo dire, non la ama più. Ma, soprattutto, non lo ama più l’Italia (?).
di FRANCO LARATTA*

Nella foto, Silvio in auto durante i numerosi spostamenti tra i palazzi della politica (?) di oggi accompagnati dalle urla della gente

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di FRANCO LARATTA*

La folla davanti i palazzi romani (prima a Montecitorio, poi nel vicinissimo Palazzo Chigi, più tardi a Palazzo Grazioli) urla.

Urla con un sentimento di gioia misto a rabbia contro quell’uomo al quale aveva dato tutto il credito possibile, gli aveva affidato per 18 anni i destini del Paese. La folla urla contro il primo ministro uscente di un Paese sconfitto, deluso, amareggiato.

Ma l’uscente non ne vuole ancora sapere di uscire definitivamente di scena. Da settimane, mesi, glielo chiedono tutti, quasi lo implorano. Ma ci vorrà la tarda serata di oggi per dimettersi e scrivere così la parola fine ad una storia, quasi una leggenda, diventata un incubo per tutti. Anche per lui.

Persa la maggioranza in Parlamento, fatto oggetto di forti pressioni internazionali (perfino da Obama), fallito il suo piano di contenimento della crisi, con un Paese stremato e senza prospettive, Berlusconi non ha colto l’attimo, non ha capito che era giunto il suo momento. Ed ha resistito. Una resistenza rabbiosa, mentre i suoi scivolavano via, lo mollavano sapendolo finito e, coraggiosamente, trovavano una scialuppa per salvarsi! Lo hanno mollato mentre la nave affondava!

La folla si è poi spostata al Quirinale, dove Silvio è atteso per le dimissioni. Ma arriva fuori tempo massimo.

L’inquilino del Colle, forzando il suo ruolo nel tentativo di domare una crisi spaventosa di credibilità e di tenuta delle istituzioni nazionali, ha in realtà già fatto tutto.

Senza perdere altro tempo, ha da giorni pronto il nome del nuovo presidente del Consiglio, ha già concordato con lui il programma per l’emergenza, ha perfino pronta la lista dei ministri. Questo non è il tempo delle prassi e delle consuetudini. Tutto rischia di saltare in aria. Non c’è tempo per i riti e le stanche liturgie della Repubblica. Ora entro lunedi, prima dell’apertura dei nervosi mercati internazionali, la crisi deve essere chiusa. Il Presidente ha chiesto al Parlamento di riunirsi anche di sabato e di domenica. Vuole far fronte alla drammaticità degli eventi. Il Colle è saggio e gode di stima universale. Ci mette la faccia, ben sapendo che se fallisce l’operazione fallisce anche lui. E soprattutto muore il Paese.

La folla urla. Diventa sempre più grande ed estesa. Non ha testa e non ha coda. E’ felice, festante, gioiosa. Ci sono intere famiglie, anche i bambini, ci sono tanti giovani, ma non c’è una bandiera, non c’è uno stemma, non c’è una sigla. La folla urla “Dimissioni! Dimissioni!”. Si allarga, si allunga, si moltiplica da un Palazzo all’altro. Cerca solo lui. Vuole la sua testa. Vuole che se ne vada via. E’ delusa come un’amante tradita. Non vuole sentire ragioni. Via, via subito. Come per Mussolini. Come con Craxi. Una fine ingloriosa.

Silvio ha perso oggi un’occasione storica: alla Camera, alle 18, alla fine della seduta avrebbe dovuto fare un discorso di pacificazione, un appello alla nazione, un augurio di buon lavoro al nuovo governo.

Invece niente. Niente di tutto questo. Era scuro in volto. Rabbioso.

Non ha detto una parola, ha solo incassato l’applauso della sua parte politica, le scemenze di tale dott. Scilipoti, la filippica del solito Cicchitto. Poi via dalla Camera. Ma lungo la strada è stata una via crucis.

Nel percorso in auto, agli incroci, ai semafori: era tutto un solo urlo. Lungo i marciapiedi, nel tratto da palazzo Chigi a Palazzo Grazioli. Un solo grido: dimissioni, dimissioni. Al Quirinale la folla lo ha atteso per ore.

Appena è arrivato il Presidente della Repubblica un osanna di giubilo. Inutile sapere cosa è successo all’arrivo del primo ministro uscente.

Oggi è una giornata storica. E’ finita la Seconda Repubblica. E’ finita la ‘discesa in campo’ dell’uomo che diceva ‘io amo l’Italia’!

Ma ora l’Italia non ama più lui!

Roma, palazzo Chigi ore 20!

FRANCO LARATTA*

*Deputato del Partito Democratico

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