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***Il futuro dell’Italia***
UN NUOVO RINASCIMENTO PER TORNARE GRANDI
di FRANCO LARATTA*

novembre 30, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nell’antica Roma usava dare alle personalità che si erano distinte per meriti civili, bellici e comunque per moralità, una serie di rappresentazioni pubbliche, per le strade della capitale della Repubblica e poi dell’Impero, così da suscitare, nei giovani che le avessero viste, ispirazione, desiderio e determinazione ad imitarli. Si tratta dei nostri antenati. I primi italiani! Perché non utilizzare il nostro inimitato patrimonio storico, culturale, artistico per – al posto del voyeurismo “televisivo” (perché la televisione è un mezzo e può, appunto, essere anche molto altro) di oggi che sterilizza il pensiero – cominciare a mobilitare le nostre straordinarie energie, umane e, appunto, culturali? Perché quello di cui l’area archeologica più importante del mondo – naturalmente, i Fori imperiali - con la sua non adeguata valorizzazione – avete mai visto il marketing (sì, il marketing) che veicola la (ricchissima, e utilissima a – tutto – il Vecchio continente) cultura storica degli ebrei praghesi, attorno al loro incantevole quartiere, con il loro cimitero, immaginato e praticato quotidianamente da eredi di quella tradizione motivati a dare tutto, per “conservarla”, rinnovarla e “metterla in mostra” (ma in senso alto e costruttivo)? - rappresenta il simbolo più opaco e devitalizzante – il (nostro!) Stato (di) abbandon(at)o, incarnato nella mancanza di passione, la sciatteria, il disinteresse con il quale (non) “accogliamo” (naturalmente, senza – troppo – generalizzare e “assolutizzare”) i visitatori da tutto il mondo, – non viene sostituito (da noi!) con una ripresa del nostro orgoglio di essere stati – e di poter tornare ad essere – la culla della civiltà - a partire proprio dalla “riscoperta” di quegli straordinari modelli – preparandoci a rigenerare una Storia a cui nessuno ha posto la parola fine, e che sta a noi, italiani di oggi, europei di “domani”, riprendere a scrivere? Nell’era della comunicazione, in vista della (possibile) era del ritorno alle origini (la “Luna” cancerina che rappresenta il femminile, la placenta, la creazione), quando toccherà presumibilmente alle donne assumere la guida (e Dio avvicini quanto prima quel momento! Dio, e magari la nostra politica, lasciando da parte l’ipocrisia delle quote e straripando nel dare alle italiane posti di responsabilità, restituendo al nostro governo (comune) la loro sensibilità, la loro umanità, la loro onestà: naturalmente, anche qui, senza generalizzare: ma quante donne ricordate, con le mani in pasta della corruzione e dell’abbandono del nostro “spirito di servizio”? Perché hanno avuto ancora poche occasioni per mettercele, risponderanno i cinici; e allora è giunto il momento di fare questo tentativo!), in questo tempo in cui i “muri” – in senso materiale e culturale, (geo)politico – tra le nazioni sono ormai ridotti (quasi tutti) in macerie, tutto questo si traduce, lo abbiamo scritto, non, in un “ritorno” di vetero-imperialismo, ma nel rifare della cultura – della filosofia, della letteratura, dell’arte (a cominciare da quello straordinario ispiratore di “eroismo” umano che è il – grande – cinema), della musica – il nostro ossigeno. Il deputato del Pd riprende il “filone” e ci/ si sprona a muoverci. Subito. di FRANCO LARATTA* Read more

Liguria, Calabria, Messina: clima è cambiato. Anche da noi D’Alessio

novembre 28, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Tre alluvioni (devastanti) nel giro di poche settimane. Il Paese si fa tro- vare impreparato. Nel tampona- re- contenere gli effetti dello stravolgimento, operato dalla Natura (? Se si sottrae, a questa “definizione”, un’umanità che Claudio Magris fa notare le appartiene, in realtà, fino in fondo), del nostro (?) territorio. Ma anche nel prevenire. Quando la prevenzione – oltre a poter consistere in una corretta gestione di Protezione (Civile) – è strutturale. Ovvero coincide – ma non è accaduto, storicamente, e continuiamo a non fare nulla in questo senso - col darci una “struttura” (urbana, di “consumo” – appunto – del territorio) tale da non creare-costituire le/ la condizioni/ e perché la prima precipitazione (della situazione) si traduca in uno sconvolgimento del nostro “habitat” (più o meno (?) - lasciato (al) – “naturale”). Quando non nell’uccisione (sia pure “accidentale” – ?) di “qualcuno” di noi. Perché i cambiamenti climatici non sono una chimera proto-ambientalistica; bensì una realtà. Che chi – come il vicepresidente del Senato Nania, due anni fa firmatario di una mozione “negazionista”; oggi in prima fila nel chiedere, allarmato, risposte per la “sua” piana di Milazzo alluvionata e sconvolta - preferisce (“ideologicamente”, quando non sulla base di interessi privati/ personalistici) non “vedere” (e magari indurre alla sottovalutazione una nazione che ha la responsabilità, insita nel proprio ruolo – parlamentare, e comunque Politico – di “proteggere” aiutandola a prendere coscienza e a responsabilizzarsi: sia nella prevenzione delle ricadute degli effetti, sia rispetto alla propria co-responsabilità nel tentare di invertire, o quanto meno di non “aggravare”, la tendenza) finisce comunque poi per essere costretto a misurare. Sulla “propria” “pelle”. O su quella della propria comunità (territoriale). Il clima è cambiato; e piuttosto che “reagire”, tardivamente e demagogicamente, ex post l’avvenimento di una tragedia – e senza peraltro andare oltre quel fumus che non si traduce mai, in effetti, in misure utili ad evitare/ fronteggiare almeno la successiva “calamità” – sarebbe meglio ne prendessimo atto. E cominciassimo a (ri)pensare (intanto, almeno) il/ al nostro territorio. Non escluden- do “neppure” di restituire alla Natura aree che le abbiamo sottratto. E che, comunque, viene a riprendersi. Da sola. di EMILIO D’ALESSIO
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“Non abbiate paura aprire porte a Cristo” Laicamente nostro rieducarci a Bellezza Rivol. culturale per liberare (noi stessi) Dove se non da Roma può ri-partire ciò?

novembre 28, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

La tecnica è (auto)difesa; la Politica è “andare all’attacco” (costruttivo). Che, come si sa, è la miglior “difesa”. La tecnica è assecondamento delle nostre “pulsioni”, figlie delle nostre necessità. E’, insomma - già – un modo per (cercare di) salvarsi. La Politica è ridefinizione di quelle necessità e quindi di quelle pulsioni. E dunque di scrivere – e non di “subire” - il nostro destino. Nel corso della Storia la Politica ha assunto, soprattutto, la forma (espansionistica) imperialista o, comunque, bellica. L’”orizzonte” che le nazioni, fino al culmine della loro “parabola” – non a caso – coinciso con la (consecutiva) esplosione delle due “grandi” (?) guerre, nella prima metà del Novecento, sapevano e, in qualche modo, potevano darsi era solo quello – ancora una volta, in proiezione, vedremo dopo: materiale - di assecondare – a loro volta – il proprio imprinting, la loro ragione d’essere (originale), ovvero la volontà (di im-potenza) di rafforzare loro stesse (su un piano “quantitativo”) nel confronto (scontro) con le altre. E’, questa, la traduzione (im)Politica del nazionalismo (fine a se stesso). Ma oggi che ci siamo ormai addentrati, da tempo - cominciando, a nostra volta, ancora, ad esserne cambiati - nell’Era della comunicazione; con la televisione, prima, e internet, oggi, che abbattono i muri delle distanze geografiche e culturali e preparano il terreno – nel senso, proprio, che “compattano” un’aia comune libera, finalmente, dai recinti dei rispettivi “pollai” – ad un possibile futuro di “unica nazione”: il concetto di nazione (particulare) si riduce – a sua volta – ad un livello, e ad una (mancanza di) finalità, puramente tecnica: le nazioni sono, oggi, lo strumento usando il quale organizzare un confronto planetario che non ha ancora raggiunto la (piena) maturità, e il coraggio, di avvenire al di fuori delle forme, appunto, ereditate dal Novecento. In questo quadro (pre)politico, la Politica può dunque tornare a (con)formarsi come libero, e condiviso, “momento” in cui poter definire il nostro (pacifico) futuro (insieme). Il che richiede, e passa attraverso, però, il recupero di un respiro etico e filosofico progressivamente (?) ridotto, appunto, (d)al (solo) “affinamento” della tecnica; ed è solo mediante una diffusione (capillare) della Cultura intesa, anche, come (ricerca della) consapevolezza (di sé), e (della) conseguente (piena) libertà, concepita per la prima volta nel corso della Storia proprio in quelle Roma (tra gli altri, Nerone) ed Atene (a cominciare da Socrate) che – non per caso – ospitarono (“già” allora) gli esempi più avanzati della possibile, piena espressione (del concetto) di democrazia, che ciò sarà possibile e potrà porre le basi della nostra “prossima” (?), e completamente nuova, “organizzazione” (“universale”). Cultura che significa, in primo luogo e “finalmente”, riaverci da una illusione: quella per cui il benessere (materiale), e (quindi) la tecnica (per “ri-cercarlo”), possano rappresentare il nostro fine “ultimo” (in tutti i sensi?), e il “contesto” (inculturale) al quale legare il Tempo che ci rimane. Una società che – attraverso gli stessi mezzi che potremo usare per invertire, e rilanciare, la tendenza: appunto quelli di comunicazione di massa – ha – con un’accelerazione negli ultimi trenta-quarant’anni - sostituito i sensi (?) all’Intelligenza, ponendo sul “trono” (televisivo) una bellezza (superficiale) che è la negazione stessa della Bellezza (“etica” e, a cascata, estetica), e i cui “spazi” sono esattamente quelli che abbiamo sottratto (che - ci - sono stati tolti) alla nostra capacità di “sentire”, o meglio di Ascoltar(ci). La Cultura, come mezzo per raggiungere la (propria) “armonia” (individuale e quindi sociale) alleggerendoci della materialità, è l’unica (praticabile) via - rivoluzionaria - che i (a loro volta, materialisti) propugnatori (ideologici) dell’uguaglianza non hanno (, proprio per questo?,) mai saputo concepire come tale. Cultura, dunque, come mezzo per una rivoluzione. Di libertà. E per un “comunismo” (più vicino al “sogno” contenuto nel Vangelo che ad un “ideale” – ? – (di) socialismo reale) frutto non di un (altro) totalitarismo, ma di una (possibile) tensione “unitaria” (anche religiosamente, in senso – qui sì. O no? - ”tecnico”). Dalla quale discenderebbe (discenderà), ad esempio, che la nostra ricerca (individuale) di un posto di lavoro (per “noi”) non possa coincidere con la sola ricerca di soddisfazione delle nostre (strette) necessità; bensì sarà fondata, mossa, arricchita da un principio di responsabilità (collettiva). E il compito di “coordinarlo” è, ovviamente, della Politica; il modo per rialzare la testa – in via metaforica - sostituire allo Specchio (televisivo, attuale; in cui vediamo la nostra de-formazione. In senso, anche, letterale) la trasparenza di una finestra (su Noi Stessi e, dunque, sul mondo). Quando avremo visto cosa c’è (davvero), al di là, ci verrà voglia di romperlo, quel vetro. E di far entrare finalmente un po’ di aria fresca. Senza paura, come ci esortava a farlo - in questo (stesso) senso - Giovanni Paolo II, di esserne contaminati. Read more

Governo non agisce ché non sa come (?) Merkel: ‘Riforme di Monti impressionanti’ E’ (solo) un bluff nel poker coi mercati (?) In editoriali premier non c’era la crescita Mauro: Hanno (“solo”) ritmi troppo blandi Spending reviews per vedere cosa fare Ma chi ha idee chiare parte senza esitare

novembre 26, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Del resto, lo abbiamo scritto, si tratta della stessa generazione che (non) ci ha condotto fino al punto (di rottura) attuale. Come confidare che personalità che – in un modo o nell’altro – siedono nela stanza dei bottoni da trenta, quarant’anni, senza che ciò sia “bastato” perché non ci venissimo a trovare, oggi, nello stato in cui versiamo, improvvisamente abbiano la/ le intuizione/ i – latitate fin’oggi; il che rappresenta un nodo quale che fosse il ruolo che ciascuno di essi rivestiva! Se il Politico.it incide sull’agenda (della nostra) Politica utilizzando “soltanto” (dall’”esterno”) la rete, chi ha rivestito ruoli di (effettiva) responsabilità non avrebbe potuto, sapendolo fare, modificare l’andamento delle cose? – che ci consentiranno di invertire la direzione di marcia, di abbandonare la strada del declino – che, ad un certo punto, piomba nel burrone del nostro possibile default – e, tornati al bivio, (ri)prendere quella (che sale, e ”esige” impegno, e passione; ma non – necessariamente – sacrifici! Perché, tornare grandi tutti insieme, dovrebbe essere considerato tale?) della crescita e del recupero della nostra ambizione (storica) e del nostro “respiro”? Il giornale della politica italiana confidava, piuttosto, che Monti avesse in mano le carte necessarie a vincere almeno la mano (di questa partita a poker con i cowboys dei poteri forti, ovviamente senza virgolette, oggi, internazionali) della stabilizzazione – momentanea – della nostra condizione; per dare più tempo ai (veri) medici di arrivare al capezzale del malato e dargli le medicine – e i rinvigorenti – necessari a rimetterlo in piedi. E, certo, le spending review possono essere un passaggio necessario e compatibile con la prospettiva (?) di assumere prime, “limitate” misure per, almeno, non farci sprofondare, e magari ridarci un po’ di fiato. Repubblica, con il suo direttore e con Massimo Giannini attribuisce al neonato esecutivo una “lentezza” – che anche il giornale della politica italiana aveva “sospettato”, riconducendola però, comunque, alla stessa “anzianità” (“professionale”) dei componenti il governo, e dunque ad una sorta di loro (suo) anacronismo rispetto al tempo (ai tempi) della comunicazione: cosa che comunque non ci dovrebbe far stare troppo tranquilli! - a cui gli uomini di Monti possano porre rimedio semplicemente rendendosi conto della necessità, al contrario, di agire subito. E la “risposta” del ministro per lo Sviluppo economico che – sia pure “obbligato” dal precipitare della situazione – convoca le parti coinvolte nella “sospensione” dell’attività (della Fiat) a Pomigliano con quattro giorni di anticipo sul calendario previsto, può accreditare, tutto sommato, questa ipotesi (anche se verrebbe da chiedersi, pure, perché contestualmente non abbia agito con altrettanta urgenza per fornire soluzioni “complessive”. Se, appunto, i ministri hanno qualcosa da mettere in campo. Perché, appunto/). Ma chi abbia (davvero) le idee chiare; chi abbia in mente (magari da tempo, e potendo ulteriormente affinarle) possibili soluzioni; chi, soprattutto, sia in questa condizione, psicologica e Politica, per aver partecipato, come pure non è ragionevole immaginare non abbiano fatto quelli che restano pilastri della nostra nazione, a cominciare dal presidente del Consiglio - ma se le cose stanno così, non fanno che consolidare e “confermare” la nostra tesi (di fondo) – alle vicende del nostro Paese con tanta più intensità quanto maggiore era il pericolo che incominciavamo (? Meglio: che, sempre più palesemente, stavamo correndo da tempo) a correre: può avere bisogno, chi “rispetti” tutte queste “(pre)condizioni”, per “cominciare”, di vedere, ancora, come stanno (sia pure specificamente) le cose da cui partiamo? Il premier, purtroppo, aveva già lasciato trapelare una difficoltà a farsi un’idea delle possibili ”risposte” (in questo senso) nel suo impegno, precedente la scelta di Napolitano, di editorialista del Corriere: solo in tempi recentissimi, infatti, Monti aveva cominciato ad indicare nella crescita un tassello imprescindibile della nostra salvezza; dopo aver mancato il bersaglio per lunghe settimane in cui, come tutta la nostra politica, si era “concentrato” solo sull’ipotesi-rigore. E che il nostro “problema” – o meglio la nostra straordinaria, sprecata opportunità – sia invece, da molti anni – quando non e con la conseguenza dell’inizio del nostro declino, verso la fine degli anni Settanta – la possibilità-necessità di tornare ad esprimere pienamente il nostro potenziale (che resta quello) di una tra le più grandi economie del mondo (di ieri, di oggi e – tanto più nella prospettiva che indichiamo noi - di domani) -  allo scopo di poter (solo) in questo modo sorreggere il bilancio pubblico; ma anche come “pretesto” per ridefinire i nostri obiettivi e il nostro orizzonte – è chiaro da molto tempo: tanto che il Politico.it, ad esempio, ne scriveva già nel febbraio 2010. Dunque quello che oggi ci appare è che, piuttosto, il professore non abbia nemmeno le carte per giocare questa mano “preliminare”, e che i continui annunci e rinvii rischino di costituire un bluff almeno pari a quello di Merkozy (a proposito: ma quanto sono evanescenti, a loro volta?) che – per infondere fiducia (in noi) nei mercati – annunciano la meraviglia di imminenti riforme clamorose. Ma se tutto ciò che sosteniamo è vero – perché questo, poi, resta il punto – come uscirne? Il nostro progetto (qui, qui e ancora qui. Ma anche, in dettaglio, Sud e lavoro), messo generosamente a disposizione – nella speranza che, intanto, cominciasse a realizzarlo lei – di questa classe dirigente di oggi in modo aperto, disinteressato, continuamente arricchito da nuovi spunti e integrazioni (tutto alla luce delle nostre pubblicazioni qui), è figlio dell’unico, ci permettiamo di (ri)dire, pensiero forte ascoltato nel dibattito pubblico da molto tempo a questa parte. Tanto che sembra infatti convincere (persino) la gran parte della nostra attuale politica politicante: l’idea della necessità di un “progetto organico e complessivo”, fatta propria dal Pd (sia pure senza sapere poi trarre le debite conclusioni Politiche), nasce su queste pagine; il “nazionalismo necessario” (chiamiamolo pure patriottismo, se vogliamo: nei termini in cui lo raccontiamo noi, è la stessa cosa) che porta lo (stesso) segretario Democratico ad intervenire nel dibattito sulla fiducia al governo richiamando – animatamente – l’esigenza di una nostra “riscossa” (nazionale); la “nuova politica”, quella che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi per occuparsi di fare solo il bene della nazione (traducendo-si così, inevitabilmente, nella “fine” della destra e della sinistra); i riferimenti alla necessità di (ri)educarci alla Bellezza fatti (“propri”) da Renzi; e potremmo continuare per molto: provengono tutti da qui. E, pure, la nostra politica non sembra avere lo spessore, e il coraggio (che poi sono la “stessa” cosa), per andare fino in fondo; per cogliere, e decidersi a fare proprio e – quindi – ad attuare immediatamente l’unico progetto in campo – che ovviamente “funziona” solo se messo in atto complessivamente! Proprio perché in questa chiave, quella di dare soluzioni “di sistema”, “organiche e complessive”, “insieme alte e concrete”, è stato concepito – per salvare e rifare grande il nostro Paese. Il sindaco di Firenze che ironizza, in conclusione del suo discorso alla Leopolda, sulla nostra ambizione di – così la definisce lui – “salvare l’umanità”, tradisce uno sguardo corto – non suo, ma – di tutta una classe politica, non solo italiana, che infatti non trova di meglio, per superare le crisi, che affidarsi a tecnici che – inevitabilmente – non possono che avere – quando le hanno – soluzioni “tecniche” – ovvero tecnicistiche, prive di spessore e di prospettiva – assolutamente inadeguate a fornire una risposta che non può che consistere, invece, in una Politica che torni a svolgere la propria “funzione” riacquisendo quel respiro etico e filosofico – così definito per la prima volta da Cristiana Alicata – che, solo, può consentirle di riprendere in mano i destini del mondo – oggi appannaggio degli affaristi – e di restituircelo, un futuro. Il giornale della politica italiana resta a disposizione. Continueremo a fare questa (nostra) parte. Se, alla “fine”, ciò non sarà bastato, se saremo ancora in tempo, ci penseremo. Noi.

Ecco cos’è (in ‘realtà’) ‘senso dello Stato’ Non altra forma di (burocratica) “tortura” Ma percezione d’esser un grande Paese E poter -’dover’- dare il meglio. Per tutti

novembre 25, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

“Pagare le tasse è una cosa bellissima”. “La pressione fiscale(, in Italia,) è troppo (alta)”. Le due tesi-affermazioni sembrano contraddirsi, ma non è così. Perché pagare le tasse è “bello” quando avviene nella giusta misura, e questo dipende da ”ciò” – il valore, e lo scopo - per cui le si paga. Non tanto, o non solo, quali “servizi” vengono effettivamente erogati, e come, ai cittadini; perché, come abbiamo già avuto modo di suggerire, lo Stato non è semplicemente un congegno (che del resto funziona tanto meglio quanto più riusciamo ad attribuirgli questa ulteriore “dimensione” che ora vediamo) predisposto per la soddisfazione dei nostri “bisogni” (materiali): bensì la forma, il frutto e l’organizzazione del nostro stare assieme; della nostra decisione di “fare un tratto di strada” in comune. E, dunque, pagare le tasse è bello quando lo è (“altrettanto”) ”stare” (agire, quotidianamente, per il bene. Di tutti) gli uni con gli altri; quando la “strada” (i passaggi che avremo “deciso”, perché ne discenderanno, di compiere per raggiungere l’orizzonte che ci saremo dati) che percorriamo ci stimola, quando la “meta” (appunto, il nostro – possibile; alto - obiettivo comune) verso la quale andiamo è, per ciascuno di noi, qualcosa che giustifica e, anzi, dà senso e valore - motiva - il nostro impegno quotidiano e, insieme, quel “risparmio” - che è ciò in cui consistono le tasse in un Paese che che abbia una – vera – Politica che svolga il proprio mestiere: una quota (“trattenuta” dalle nostre “spese”) che, tutto sommato, “investiamo” per l’(esclusivo) bene e nell’interes- se della famiglia, per poter “mettere in cassaforte” il futuro dei nostri figli – del guadagno del nostro lavo- ro poi “devoluto” alla ”organizzazione” (comune).
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Le imprese assumono le (loro) iniziative Ma la Politica coordini gli sforzi (comuni) -Aiutandole a ‘unirsi’ tornando ‘campioni’ -”Portandole” dov’è (possibile) sviluppo Partnership con Africa sull’innovazione L’Italia tornerà (così) al centro del mondo FOTO: ministro Passera prende/a appunti

novembre 24, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Aziende che si uniscono per (meglio) superare la crisi. In attesa che la (nostra) Politica ristrutturi l’(intero) sistema nel senso dell’innovazione. E che, però – tutt’altro che restando ad aspettare – lo facciano cercando quelle partnership che consentano loro non solo di “puntellarsi” e, così, di salvarsi; ma anche – già – di colmare possibili lacune (non solo “di bilancio” o – in senso ampio – “patrimoniali” ma anche tecnico-concettuali) accrescendo la propria competitività. E, poi, adottando il modello (americano) che prevede che le migliori intelligenze negli (specifici) settori coinvolti nella (possibile) innovazione-ideazione di un prodotto, collaborino a concepirlo. Magari costituendo tutto ciò nei luoghi nei quali quella (eventuale) novità sul mercato sia in grado di intercettare gli interessi (e l’interesse. Commerciale) delle comunità (inter-nazionali?) che stanno attorno. Read more

***Temi etici. Cioè del/il (nostro) futuro***
CHI CI “OBBLIGA” A (NON) ABORTIRE
di ANNALISA CHIRICO

novembre 23, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Non è necessario essere cattolici, o credere in (“un” – ?) Dio, per non considerare l’aborto come “acqua di rose”; così come sarebbe – forse – necessario essere (davvero) credenti (in Dio, incarnato – nel “nostro” “caso” - in Gesù, e non in una delle forme, deviate, di interpretazione “strettamente” (in tutti i sensi) (dis)umana e strumentale del messaggio di Cristo) per comprendere il possibile dramma di una donna che si trovi costretta a (non) abortire. Allo stesso modo il tema dei matrimoni tra persone omosessuali – e, conseguentemente (perché è ipocrita dividere le due questioni; come se il punto non fosse come e se consideriamo davvero “normali” – o meglio ugualmente diversi a ciascun altro – coloro che hanno, appunto, questa caratteristica – sessuale e, quindi, non solo) delle adozioni da parte delle coppie composte da persone dello stesso sesso – (proprio per questo) va affrontato e sviluppato nell’ambito di una più compless(iv)a riflessione su dove vogliamo andare. Sapendo che la propria libertà – anche quella di decidere (della vita. Degli altri) finisce dove comincia la loro (quella, appunto, degli altri. Si tratti di una persona LGBT o di un bambino al quale possa essere impedito di vivere un’esistenza che era stata preparata – da “chi”, nel dubitare e nel porsi con grande serietà e senso di responsabilità la questione, “non” (?) ha “alcuna” importanza. Perché riguarda la NOSTRA vita, la NOSTRA società, della quale siamo i soli detentori e, appunto, “responsabili”. Ma dobbiamo esserlo, purtuttavia, davvero – per lui. E che stava per cominciare). Quindi, mettiamo da parte il risiko dei “nostri” (in senso stretto, affatto – ?; nel senso di “nazional-popolari”, purtroppo, effettivamente) interessi (privati e politicistici); sapendo che la nostra proiezione collettiva – pubblica – nasce (naturalmente) dentro di noi. Ma nella misura in cui sappiamo porci, però, in relazione con gli altri. Con la vita. Con l’”assoluto”. O si tratta nient’altro che di un, sia pure non (necessariamente) economico, ma (altrettanto) materiale, conflitto. Di interessi. La giovane esponente di Radicali italiani ci presenta, ora, come la guerra dei carrarmatini di plastica – con tanto di bandierina (post-)”ideologica” - sulla vita nostra e degli altri continui. In questo caso – ma esistono, appunto, “versioni” opposte (in tutti i sensi. E qui, sta il problema) – da parte di quei medici (di quei ginecologi) che, di fatto, oggi – sia pure in un clima attraversato da (contrapposti) estremismi e che va, in tutti i sensi, ripensato – impediscono quella libertà di (non, anche) abortire che la loro “scelta” (che nega quella di altri, travalicando con la propria libertà la Libertà - degli altri – ?) rende obbligata. In un senso o -/e contemporaneamente, quindi, - nell’altro. di ANNALISA CHIRICO Read more

Cosa aspettano i mercati per “calmarsi”? Una Politica che si “decida” a “regolarli” Senza subirne -acriticamente- “modello” Restituendo al mondo (sua) democrazia

novembre 22, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Il giornale della politica italiana ha già avuto modo di criticare l’ideologismo retorico di chi, in ultima istanza, propone di adottare (“direttamente”, senza passaggi intermedi) il modello di una decrescita felice. E pensa, in questo modo, di determinare – a cascata, dall’Italia; lo ripeteva il professor Mattei ieri a L’Infedele – un “mondo migliore”. Read more

***Verso la Terza Repubblica (?)***
IL PDL FARA’ LA FINE DELLA DC (?)
di ALDO TORCHIARO

novembre 21, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Nonostante gli sforzi di Berlusconi – che comunque, neppure nella sua “versione” di “padre nobile” (?), è eterno – la creatura del predellino è destinata a non sopravvivere alla fine (“politica”) del suo leader. E se un sondaggio riservato (lo “sono” tutti, ormai, anche se poi veniamo a conoscenza degli esiti di ciascuno) in una cittadina del nord riduce quello che alle ultime elezioni è stato (ancora) il primo partito italiano ad un incredibile 10%, è “impossibile” non pensare al Ppi di Martinazzoli e all’estinzione che, in una sola tornata elettorale, portò la forza che nei precedenti cinquant’anni aveva retto le sorti del nostro Paese dalla maggioranza relativa (assoluta se si considera il grappolo di partiti alleati-satelliti) a cifre dello stesso ordine. Ed ecco che l’ipotesi di Berlusconi di restituire alla forma della sua presenza in politica il nome originale – ovviamente, Forza Italia – appare – alla luce di quel sondaggio e dell’evoluzione della situazione alla quale abbiamo assistito nelle ultime settimane – non (più – ?) una scelta per rilanciare, ma la necessità di chiamare le cose col loro nome. Anche se la (“futura” – ?) formazione guidata da Alfano rischia di non poter contare nemmeno su tutte le “anime” dell’allora Fi: liberalsocialisti e destra cattolica sarebbero già pronti a dividersi, mentre, come appare evidente almeno da quando è cominciato il declino di Berlusconi, i (veri e propri) moderati magnetizzati, negli ultimi quindici anni, dalla leadership dell’ex presidente del Consiglio, sembrano attratti da un’altra forza. Centripeta. Ce ne parla l’ex volto di Red Tv e spin doctor dell’istituto Spinning Politics. di ALDO TORCHIARO Read more

Lo Stato siamo noi. Chi può compri il debito. Insieme a me di F. Laratta

novembre 15, 2011 by Redazione · Commenti disabilitati 

Le uniche soluzioni (possibili) sono “di sistema”. Quel “completo ribaltamento di piano” che – a partire da una (rinnovata) concezione etica e filosofica – ci porti a costruire un nuovo sistema-Paese al centro (o, meglio, al vertice; allo “sbocco”) del quale sia l’innovazione (a 360°). Ma la proposta del deputato del Pd ci interessa per un altro motivo. Perché tutto questo – o meglio l’avvio di un percorso che conduca, attraverso la (stessa) innovazione, “a 360°” perché “dovrà” riguardare anche (prima di tutto!) la (nostra) cultura, intesa – anche – come “psicologia” di una nazione, a (ri)fare dell’Italia la culla della civiltà - non può che passare per la “presa di coscienza” (in tutti i sensi) ispirata dal nostro direttore: che consiste, oltre che nella scelta della sobrietà – alla quale comunque la decisione di comprare un pezzo di debito non è, nemmeno, estranea – nell’adesione ad un modello (sociale, condiviso) di collaborazione e/ anche perché riscopriamo il senso (e il respiro) di un impegno individuale che vada oltre – appunto - la (ricerca della) (nostra) materialità. E dunque sì ad un impegno che – mentre la Politica si occupa, appunto, di ristrutturare il sistema – ci metta nella condizione di puntellare la nostra nazione (attraverso, in tutti i modi, noi stessi). Di “appropriarcene” (collettivamente – ulteriormente). Realizzando di nuovo, o sempre di più, l’idea(le di Stato) del presidente. E di gettare le basi per il successivo “tratto” di cammino (comune). Sentiamola, dunque, la proposta del parlamentare calabrese. di FRANCO LARATTA* Read more

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