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Gozi: ‘Pippo e Debora? Non mi hanno convinto’ di Ginevra Baffigo

ottobre 25, 2011 di Redazione 

(Anche se) a Bologna molte sono state le (pur – troppo, solo – specifiche, e tecnicistiche – ?) proposte in tema di fisco, quelle tasse che Luigi Einaudi indicava (purtuttavia) come la più potente leva per (ri?)generare uguaglianza. E la questione dello stop al consumo di territorio è entrata – dopo essere stata lanciata da Domenico Finiguerra a Cassinetta di Lugagnano e ”acquisita” – e quindi accreditata - come “idea forte” nell’ultimo anno dal giornale della politica italiana – nel dibattito pubblico (e nella possibile, futura culltura Democratica). A cavallo tra le kermesse (contrapposte – ?) degli ex rottamatori, il deputato del Pd - esponente dell’(altra) anima (compiutamente) Democratica (tout court) di Insieme - sceglie il Politico.it per lanciare messaggi ai (propri) “coetanei”: “Pippo mi è sembrato volersi accreditare come rappresentante giovane della maggioranza bersaniana. Ma i nominalismi non bastano più”. “Matteo è una ricchezza, oltre che un’opzione possibilissima – come non tutti sembrano disposti a riconoscere - se è vero che il Pd o è il partito di tutto il Paese o non è”. L’intervista è del nostro vicedirettore. di GINEVRA BAFFIGO
 

Nella foto, Sandro Gozi


Gozi: “Renzi è una risorsa per (tutto) il Pd E a Firenze mi aspetto una proposta forte Civati e Debora? Non mi hanno convinto La Politica non s’esaurisce nelle primarie Ora ai diritti associamo la responsabilità

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di GINEVRA BAFFIGO

Domenica a Bologna si è conclusa la kermesse organizzata da Serracchiani e Civati “Il nostro tempo”, una settimana prima del Big Bang di Firenze, una dopo rispetto all’iniziativa “Rifare l’Italia” di Andrea Orlando. Tre riunioni in un mese: cosa sta succedendo ai giovani del Pd?

“Il tema del ricambio della classe dirigente del Pd e del centrosinistra, sul quale molti di noi si battono da anni, è finalmente entrato nell’agenda politica. Questo spiega l’affanno di tanti che vogliono esserne protagonisti. Personalmente, ritengo sia uno sbaglio andare in ordine sparso come si sta facendo. E quelli che io chiamo “i ragazzi del ’96″ (già al governo nel 1996), non vogliono capire che il loro ciclo politico è finito. Vogliono piuttosto un altro giro di giostra! Ma al di là dei posizionamenti personali ci sono anche quelli politici, che sono un bene per il dibattito democratico”.

A cominciare da Bologna.

“A Bologna mi è sembrato che non ci siano state delle idee particolarmente dirompenti. Però Serracchiani e Civati un messaggio lo hanno mandato: si sono proposti come interlocutori del popolo arancione per Bersani e per la sua maggioranza, e come interpreti delle istanze di rinnovamento all’interno del centrosinistra. Sinceramente mi hanno poco convinto: mi è sembrato molto più un accreditamento che un’iniziativa di dialogo, della serie “noi siamo la parte giovanile della maggioranza bersaniana”. Ma forse mi sbaglio”.

E Renzi?

“Mi aspetto delle proposte molto nette, chiare e specifiche da Renzi: le ha promesse. E credo che le farà in senso di forte riforma. Questo suo posizionamento mi sembra fisiologico e positivo. Non si può parlare di ricambio dicendo semplicemente “Tocca a me! Sono giovane o sono in politica da meno tempo rispetto alle prime file”.

Eppure dai più non viene avvertito come fisiologico e positivo. Bersani, ad esempio, farà coincidere la sua iniziativa ‘Finalmente Sud’ con il ‘Big Bang’.

“All’Aquila ci sono stati almeno dieci interventi in cui esponenti toscani gli si rivolgevano senza mai nominarlo. Era l’Innominato! A Bologna sono stati fischiati D’Alema e Veltroni, ed anche Renzi. In più Bersani – per caso? – fa “Finalmente Sud”, appunto, lo stesso giorno del Big Bang. Io credo che sia sbagliato: un Pd che vuole rappresentare l’intera società può benissimo tollerare le posizioni che finora ha espresso Matteo Renzi. Questi parla, come noi tutti, di rinnovamento. Lo fa a modo suo, in maniera provocatoria, da one man show, ma pone un tema su cui il centrosinistra si deve confrontare. Questo ostracismo a priori non fa bene al Pd, ne rivela piuttosto le debolezze”.

Il suo è un endorsement nei confronti del sindaco?

“Sulle idee specifiche magari non sarò d’accordo. Ma dico che è una ricchezza per il partito. Ed invece viene visto come un problema per la vecchia dirigenza e come un pericoloso concorrente, anche in termini mediatici, per la nuova. Nel Pd abbiamo ereditato lo scontro eterno fra D’Alema e Veltroni, sulle persone più che sui contenuti. Mai un confronto sui temi veri. Salvo poi farlo attraverso le agenzie stampa prima e dopo le direzioni nazionali. Se c’è un giovane che ha vinto le primarie, poi le amministrative, che è sindaco di una città italiana importante come Firenze e che fa una proposta che rivolge all’intero Paese, non va boicottato. Tutto qui”.

Tanti nemici, tanta gloria…

“Ha solo fatto quello che molti giovani dirigenti a Bologna e all’Aquila avrebbero voluto fare, ma che alla fine sono riusciti a fare in maniera meno efficace (dice ridendo, ndr). Questo è il punto! Poi sulle idee confrontiamoci, non dico di essere del tutto d’accordo con Orlando e per nulla con Renzi e Debora, o viceversa. Confrontiamoci! Siamo un grande partito, no?!”.

Un grande partito in cui però non si riesce a fare un vero dibattito.

“E’ vero, ma unicamente per le ambizioni personali. Non ci sono delle vere questioni politiche. Se ci fossero state sarebbero emerse meglio nel confronto, non nella iniziativa parallela. Io con “Insieme per il Pd” lo avevo proposto. Ho invitato tutti a sedersi attorno ad un tavolo pubblico per vedere quali sono i punti che ci uniscono e quali no, ed in cosa possiamo fare la differenza. Avremmo fatto un servizio migliore al partito, alla politica, al Paese, e anche a noi stessi, se avessimo avuto l’umiltà ed il coraggio di confrontarci su alcuni temi come la questione europea, la precarietà, la mancanza di libertà. Ciò non vuol dire essere d’accordo su tutto, o andremo avanti insieme su tutto, ma solo confrontiamoci. Perché la proposta politica deve essere uno sforzo collettivo”.

Ritornare al senso della Politica dunque.

“Senz’altro. Bisogna assolutamente tornare al senso della politica: qual’è la visione della società italiana? Da dove vogliamo partire? Questo è mancato a Bologna. Per quanto mi riguarda bisogna collocare la questione europea al centro della nostra proposta di riforma. Mi sembra del tutto anacronistico, nonché lontano dalla mia sensibilità, guardare ai temi di fondo della storia italiana senza collocarli in una dimensione europea. In secondo luogo, dovremmo guardare al tema delle precarietà e a quello dei diritti. L’Italia è diventata non un Paese di precari, ma un Paese precario. E’ ora di avviare una nuova battaglia “orizzontale” per i diritti e per le responsabilità”.

Un appello alla responsabilità suona impopolare.

“Sì, ma questo Paese ha bisogno anche di più responsabilità da parte dei cittadini, non solo più diritti. Una visione in radicale contrasto con quella dei nostri dirigenti, a cui va aggiunto uno shock liberale-sociale”.

Ovvero?

“Beh, questo è un Paese in mano alle corporazioni, agli ordini professionali; un Paese fatto di monopoli e oligopoli, in cui 7000 società a partecipazione pubblica locali danno lavoro a politici, ex politici e parapolitici. Andrebbero eliminati questi e i tanti altri sprechi della politica con una proposta realmente democratica. Non credo che esitare sull’eliminazione delle province sia uno sbaglio profondo. Ma dimezzare i parlamentari, cioè la rappresentanza, a sistema costante, lo è. Piuttosto superiamo il bicameralismo: aboliamo il Senato e facciamone una camera delle Regioni a rappresentanza indiretta. Così potremmo avere un’unica Camera dei deputati di 600 membri, eletti in collegi uninominali, in un sistema che io vorrei radicalmente maggioritario e all’inglese”.

Sfida ambiziosa. Come procedere?

“Anzitutto con partecipazione e corresponsabilità. La politica deve alimentare le dinamiche del cambiamento non in maniera verticistica, ma orizzontale. Non deve essere il Partito ma un partito, che si pone sullo stesso piano dei cittadini e cerca di spingere in un canale positivo il rinnovamento. Soprattutto con la consultazione permanente, con il dialogo, oggi perfettamente possibili con il supporto tecnologico. In tal senso “Insieme per il Pd” mi sembra un ottimo laboratorio politico. Partecipazione, ma anche assunzione di responsabilità: perché chi si trova nella posizione del decisore deve prendere responsabilmente le decisioni, spiegarne le ragioni ed indicare l’obiettivo da raggiungere”.

Rinnovamento come obiettivo. Primarie come strumento?

“Vede, domenica a Bologna, come sempre in quel movimento, sono state indicate come la priorità assoluta, a scapito di altre risorse importanti. A mio avviso, vanno sempre fatte per le cariche esecutive. Se però vogliamo prendere seriamente le primarie, e non farne un mero strumento di propaganda, per quanto riguarda l’elezione dei parlamentari vanno regolate per legge e fatte in maniera credibile: di federazione in federazione. E’ ridicolo pensare di farle su scala regionale”.

Rischiano di essere fittizie, perché insistere?

“Perché con l’attuale legge elettorale è venuto meno il legame tra cittadini ed eletti e le primarie sono un modo per ricreare un sistema di responsabilità politica. Se fatte in singole federazioni ciascun eletto risponde ad un numero limitato di persone, viene valutato per quello che è e ciò che propone. Fare le primarie su base regionale invece è privo di senso: passano solo i candidati del partito senza una reale accountability. Ora, le primarie sono importanti, ma non possiamo accreditarci interamente su queste come nuova dirigenza”.

Cos’altro dunque?

“Partecipazione e consenso, ma anche merito e competenze. Bisogna assicurarsi che le persone che meritano e le competenze che abbiamo possano essere valorizzate dal nostro partito attraverso candidature ed elezioni. Non sarà popolare dirlo ma non m’interessa: il discorso “primarie come regola” deve lasciare spazio alle nuove risorse. Abbiamo bisogno di dirigenti seri, legittimati e competenti. Ma per far questo bisogna cambiare la classe dirigente attuale, che ha portato in Aula i membri della propria corrente, i propri segretari, le proprie amiche, le proprie amanti nel caso di Berlusconi”.

Correnti in lotta, spettro della questione morale, faida generazionale ed elezioni imminenti. Come può un Pd in questo stato imporsi come alternativa di governo?

“Recuperando il ruolo centrale, ed anche egemonico a livello culturale, in un nuovo centrosinistra da costruire. In concreto richiede due cose, che Bersani non sta facendo e dovrebbe fare immediatamente: identificare in maniera chiara 10 punti su cui farci riconoscere dagli italiani come alternativa di governo, e poi chiedere a tutti i candidati di sostenerli. Per questo organizzerei il prima possibile delle primarie di coalizione. Siamo già in ritardo. E si continua a rimandare per inseguire l’Udc, con Casini che potrebbe diventare sinonimo di Godot e dopo tanta attesa non arrivare mai”.

Ce le farete?

“Se noi riusciamo ad imporci, perché “i ragazzi” non ce lo faranno mai fare, sì. Sono ottimista! Riusciremo a vincere e a governare. Se invece non vi si riuscisse, procedendo alle coalizioni aritmetiche di D’Alema, condite con una cultura anni ’80 (alleanze progressisti, riformatori, moderati: ma allora perché abbiamo fatto il Pd?), non andremo molto lontano”.

GINEVRA BAFFIGO

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