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(Nostro) futuro (o) di cemento e auto (?) (Ri)facciamo città (domani) misura Uomo Stop (da subito!) a ‘nuove’(?) costruzioni (Ri)utilizzo delle (molte!) abitazioni vuote (Evitando così anche di (ri)creare? ghetti E Alemanno “c’è”: “Abbattere esistenti”) E ri-costruire (in urbe) in nome Bellezza Oggi (intanto) più “vivibile” resta Belluno
di EMILIO D’ALESSIO

ottobre 19, 2011 di Redazione 

Abbiamo visto con Annalisa Chirico che ogni ideologia – a cominciare, quando è tale, dall’ambientalismo – rappresenta la negazione della Politica. (Ma) anche l’”ideologia” dello “sviluppo” (? Ancora una volta, – quello – fine a se stesso) presuppone la negazione della verità e quindi della (stessa) Politica. Se vincoli eccessivi contro la deforestazione impediscono ad economie (potenzialmente) emergenti di realizzarsi, in una fase storica in cui è (pur sempre, “necessariamente”) lo Sviluppo a dare Ricchezza (a 360°. Almeno potrebbe; darà), allo stesso modo un liberismo fine a se stesso nega la ragione (stessa) per cui ogni intervento sulla (e nella!) economia mondiale dovrebbe essere concepito. La Tav è oggi un tassello imprescindibile del mosaico del “recupero” (o almeno, intanto, del mantenimento della base su cui fondiamo il nostro attuale, pur precario, stato) della nostra competitività (in senso, di nuovo, anche, alto e ampio), e fermarla – (sia pure) nell’intento (originale, in tutti i sensi), e ora lo vedremo, di perseguire i nostri – “veri” – interessi – rischierebbe di compromettere le nostre possibilità di rialzarci; ma - al tempo stesso - è quello di cui la Tav rappresenta oggi il simbolo (almeno al di sotto delle Alpi), il (solo) modello di sviluppo che possiamo (e “dobbiamo”) mettere in campo? La Città, luogo in cui la nostra vita (per la grande, e crescente, maggioranza di noi) si compie, riassume al “meglio” (?), (e – anche – “visivamente”) questa dicotomia tra l’Interesse (di tutti) e gli interessi (post-economici). Ma poiché la forma è sostanza solo quando deriva da quest’ultima, e ne rappresenta il “coronamento”, per stabilire come dovranno essere le nostre città del futuro dobbiamo partire da quello che vogliamo “farne” (ovvero da come vogliamo sia il nostro – stesso – futuro). (Anche) la riconquista de(lle nostre città a)lla bellezza passa (dunque) attraverso la (nostra) rieducazione (alla Bellezza). Immaginate un’Italia che, compiuta la rivoluzione culturale, torni ad essere un crogiuolo di (nuova) cultura, di arte, di filosofia, di scienza. Diffuse. Un’Italia che si avvii al proprio nuovo Rinascimento, tornando ad essere la culla della civiltà, sarà in grado di “disegnare” la (propria) città (ideale). Emilio D’Alessio, ora, sulla situazione dalla quale partiamo. di EMILIO D’ALESSIO

 

Nella grafica, la (nostra) città (invisibile) (del futuro), frutto del nostro Linguaggio

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di EMILIO D’ALESSIO

Legambiente e Il Sole 24 Ore hanno presentato la 18a edizione di Ecosistema Urbano, classifica di rendimento ecologico delle città d’Italia. L’iniziativa è lodevole e ormai talmente consolidata da essere un pilastro nelle valutazioni di sostenibilità. L’indagine si raffina ogni anno, cercando indicatori e criteri più significativi.

Quest’anno si è voluto dividere il ranking in tre categorie: città metropolitane, capoluoghi tra 80.000 e 200.000 abitanti e tutte le altre. La scelta è sensata, perché le problematiche (e le soluzioni) sono molto diverse a seconda della scala. Ma alla fine una graduatoria assoluta si mette assieme comunque e non differisce molto dallo scorso anno, quando i primi dieci posti erano occupati nell’ordine da Belluno, Verbania, Parma, Trento, Bolzano, Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna, Livorno.

Quest’anno i vincitori di categoria sono Venezia, Bolzano e Belluno e la top ten per valori assoluti è Belluno, Verbania, Bolzano, Trento, Parma, Venezia, Aosta, Pordenone, La Spezia, Mantova.

Le prime cinque sono le stesse dello scorso anno, tra le altre esce Bologna, quest’anno undicesima, con Siena e Livorno ed entrano Venezia, Aosta e Mantova.

La coda della classifica invece è riservata alle città del meridione, come sempre. In particolare a quelle siciliane: gli ultimi posti sono occupati da Palermo, Vibo Valentia, Caltanissetta, Messina e Catania.

Belluno vince la classifica assoluta per il quarto anno consecutivo. L’ultimo primato diverso risale al 2007, ad opera di Bolzano. Belluno è una piccola città di 36.000 abitanti. Solo nella mia modesta provincia (Ancona) ci sono altri due centri più grandi di Belluno, Senigallia e Jesi.

Misurare la qualità di una città è molto difficile. Ecosistema Urbano ci prova da 18 anni con una serie di indicatori che perfeziona ogni anno. Questi numeri misurano valori come la qualità dell’aria, i km di piste ciclabili, i consumi di acqua ed elettricità, il trasporto pubblico.

Queste cifre riassumono in modo eloquente la capacità di una città, della sua amministrazione e dei suoi cittadini di mettere in pratica politiche virtuose per la tutela dell’ambiente e la ricerca di uno sviluppo sostenibile. Onore quindi a Belluno e alle altre città che in Italia riescono a farlo.

Ma nessuna classifica può riuscire a valutare la qualità della vita, perché la qualità non si misura con delle quantità, con delle cifre. Ecosistema Urbano si basa necessariamente su degli indicatori, delle schede che i comuni sono chiamati a compilare. Gli indicatori, per definizione, sono strumenti concepiti per semplificare valutazioni complesse. Credo non ci sia niente di più complesso della qualità della vita, ovvero di come ci si sente in una città. Così tra il primato di Belluno (70.02 punti su 100) e l’ultimo posto di Catania (la miseria di 16.36 punti) si apre un universo di dubbi, di preferenze e di passioni che gli indicatori e le tabelle di Excel non sono in grado di tradurre.

Allora forse dovremmo cercare altri elementi di valutazione, anche sotto il profilo della valutazione ambientale. Non esistono indicatori in grado di misurare la socialità, come ad esempio il piacere di potersi sedere ai tavoli del caffè in una piazza o di giocare in strada con i compagni di scuola. Potrebbero invece essere introdotti altri elementi, come i consumi pro capite e la densità urbana. E le carte magari sarebbero rimescolate. Perché a Catania probabilmente non si vive poi così peggio che a Belluno, anzi.

EMILIO D’ALESSIO

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