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***Giovani&(de)meritocrazia***
CERVELLI IN FUGA. O A MARCIRE INUTILIZZATI
di CRISTIANA ALICATA

ottobre 11, 2011 di Redazione 

Demeritocrazia che è anche l’assicurazione sulla vita di coloro che attualmente occupano le posizioni: di potere, di lavoro, di ricerca. Ed è per questo, naturalmente, che le cose non cambiano. Ed è la stessa ragione per la quale è necessario che il ricambio cominci dall’”alto” (?): rimuovendo quel “tappo” – rappresentato dall’attuale “classe” (?) “dirigente” (?) autoreferenziale di oggi – che impedisce alla pressione di uscire, e – prima – ai talenti di sprigionarsi. Immaginate (invece) un Paese nel quale i giovani – che vanno “preferiti” (o, almeno, messi nelle stesse condizioni di partenza) ai loro padri e ai loro nonni non foss’altro per un motivo: sono più “freschi”! Parola di Mark Zuckerberg – cessano di essere considerati una “subordinata”, e diventano (anzi, vengono riconosciuti nel loro essere) la risorsa dal più alto potenziale di (immediata!) “resa”. Un Paese nel quale le conoscenze, e le capacità, di generazioni che – nonostante gli sforzi compiuti per determinare l’esito opposto, e grazie soprattutto alla possibilità di vivere in una dimensione globale, della quale internet è (stata) la principale “condizione” – restano (almeno! Oggi) “alla pari” dei loro coetanei nel mondo, non vengono lasciate invecchiare e rese (quindi, poi) inutilizzabili, mentre la (nostra!) partita (ora!) viene giocata (persa) da chi non conosce nemmeno le (nuove) regole. Un’Italia nella quale la creatività non venga più guardata con sospetto – anche perché a “guardarla” non ci siano più persone cresciute nel clima culturale (?) di un’altra epoca – e in cui ad una maggiore fluidità del sistema corrisponda una effettiva, maggiore libertà di accedere e di contribuire alla sua affermazione. Un Paese in cui non ci “siano” (?) (più) lavori di serie A e di serie B, e in cui se qualcuno ha il sogno (ad esempio) di aprire un ristorante - come il protagonista del “racconto” (?) che state per leggere - non solo non viene intralciato, ma si cerca – (proprio) nelle regole - di “favorirlo”. Perché ciò, naturalmente, “aiuterà” l’intera comunità. Minimo sindacale per ogni moderna democrazia, tutto questo diventa un (primo) traguardo da (ri)conquistare nella nazione che, dagli anni ’80, è in mano agli stessi personaggi che concepiscono il potere per il potere, accompagnandoci verso il baratro. Poi si tratterà di definire (o di ri-assumere) l’orizzonte nella cui direzione muoverci. Cominciamo liberando le nostre energie già “pronte”. Evitando non solo che se ne vadano (e non tornino – mai – più). Ma anche che quelle che scelgono, coraggiosamente e (persino) responsabilmente, di restare e di lottare, rischino di andare perdute. Per sempre (?). di CRISTIANA ALICATA

Nella foto, Cristiana Alicata

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di CRISTIANA ALICATA

Draghi ha detto che bisogna aiutare i giovani. Gli dedichiamo questa storia a lui e a tutti giovani che hanno un libretto con scritto su un sogno e se lo tengono nel cassetto.

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Ho pensato che voglio aprire un ristorante a Roma, Italia. E’ il 2011.

Così mi sono messo a farmi due conti e a vedere se posso farlo. Ho 32 anni.

Quando sono andato in banca non mi hanno chiesto alcun business-plane. Il direttore mi ha detto soltanto: “Non conosco suo padre, mi dispiace. Non conosce nessuno che possa farle da garante? Non so uno zio? Oppure fa un leasing sulla casa, la vende. Possiamo studiare una soluzione per venirle incontro”. In sostanza per usare in modo diverso e per loro redditizio il poco che ho.

Ho ricominciato, comunque, a fare i conti. Mentre compilavo il mio bel foglio excel con i costi delle materie prime, sul ricarico per pagare affitto e bollette alcuni amici mi hanno consigliato di considerare anche dei “soldi a parte”.

“A parte per fare che?” Ho chiesto. Così uno di loro mi ha raccontato di avere chiuso il suo ristorante perché “gli mandavano sempre i vigili o la ASL” (era la concorrenza a fare continue denunce) a fare controlli ed erano multe continue oppure dovevano pagare una mazzetta per non avere rotture di scatole. In ogni caso siccome erano nuovi del posto i vecchi ristoratori si erano coalizzati e nemmeno pagando bene c’erano speranze.

“Vabbè ma se ti facevano la multa evidentemente eri nel torto”.

“Se vogliono trovarti qualcosa e romperti le palle, lo trovano. Tu paga e basta. Le leggi sono contorte”.

Continuo a fare i conti. Ho fatto i conti che mi servono due camerieri, per iniziare.

Se li metto in regola mi costano il doppio che se li metto in nero. Mentre riflettevo che magari prima comincio e poi, se va bene li metto in regola dopo, il mio amico mi ha ricordato che in quel modo se volevano chiudermi mi chiudevano subito.

“Però, puoi sempre pagare la mazzetta alla finanza…se trovi il finanziere che ci sta, eh”.

Poi ho conteggiato anche alcune piccole spese per mettere in sicurezza il locale. Quel mio amico mi ha detto che devo rivolgermi a delle società ben precise e accettare il loro costo.

“Altrimenti ti danno fuoco al locale”.

“Comunque fai una cosa. Prenditi questo numero di telefono. E’ di un politico locale, conosce tutti. Chiedi a lui e lui ti aiuta a fare tutto. Certo poi, quando si vota, devi dargli una mano”.

Dopo una settimana che mi facevo i conti ho smesso. Ho rimesso il libretto con i conti nel cassetto, avevo anche disegnato un logo bellissimo e con Alessia, la mia fidanzata che fa l’architetta a partiva iva avevamo fatto anche il progetto per i lavori e l’arredamento. Ho strappato la lettera di dimissioni dell’agenzia di pratiche auto dove lavoro e mi sono rassegnato a timbrare il cartellino tutta la vita. Ho un contratto a tempo indeterminato, non mi manda via nessuno da qui anche se il lavoro mi fa schifo.

Peccato perché con Anselmo, il mio amico, avevamo avuto delle belle idee per valorizzare certi prodotti locali e poi volevamo aprire proprio in quel posto, a Muratella, che sta in periferia, dove la notte è sempre buio e si ha paura a passarci a piedi e potevamo essere, insomma, un luogo dove la gente del quartiere poteva trovarsi, mangiare. Magari venire dopo cena a scambiare due parole. Anselmo voleva fare pure della musica e aveva delle idee per le famiglie la domenica a pranzo.

Anselmo mi ha scritto una lettera, ieri.

Diceva così: “Ciao Chicco, io parto. Apro un ristorante ad Oslo, ho fatto un business-plan senza variabili incognite. Ho chiesto informazioni per aprire in periferia e dice che ci sono degli incentivi e non importa nemmeno che io sia italiano e non norvegese. C’è persino un ufficio che ti aiuta a fare tutto (pure un sito web, guarda qua: http://www.norvegia.cc/aprire-unattivita-in-norvegia.html). Mi manca il sole ma è come avere un’altra vita. Vado in bici, la città è pulita. Hai la certezza che le cose illegali vengono almeno perseguite. Le leggi sono semplici e si rispettano facilmente. Se lavori onestamente puoi chiedere tutto. Pago tutte le tasse ma qualsiasi cosa mi serve c’è ed è facile da ottenere. Insomma l’unico ostacolo dipende da te: se sei bravo e lavori riesci altrimenti no. Se hai voglia ti aspetto qui su. Pensa che riesco persino ad andare a vedere una mostra una volta a settimana e il sabato e la domenica faccio gite fuori porta. Insomma è come avere una vita più lunga”.

***

P.s.: non sappiamo se ad Oslo è proprio tutto così. Oslo in questa storia è tutto quello che NON è Italia e che esiste, anche in molti paesi europei. Quello che leggete su un ristorante lo abbiamo applicato spesso ad altri settori più “nobili” (?). Eppure oggi che pensiamo alle nostre città, ci accorgiamo che è anche da queste piccole cose che si ricostruisce una città, il suo tessuto, la sua identità, la sua cultura solidale e diffusa e persino la sua sicurezza se pensiamo che ci sono zone dove, a volte, l’unica luce a presidiare è quella di un locale. Impedire anche solo il sogno di aprire un ristorante uccide le città e il Paese intero. Anche questa è Italia, senza per forza parlare di cervelli in fuga: o meglio anche questi sono cervelli in fuga…e purtroppo sono in fuga anche quando i corpi restano qui. In fuga è anche: non utilizzati.

CRISTIANA ALICATA

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