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***Il lupo perde il pelo…***
E (RI)PARTE IL “BUSINESS” DELLE CITTA’ METROPOLITANE
di FRANCO MONTORRO

settembre 10, 2011 di Redazione 

Abolite (?) le Province, restava il problema di piazzare le clientele (quelle rimaste a spasso) e di restituire ai cacicchi locali la loro libertà di “manovra” (…). Così titubante di fronte alla necessità (impellente!) di assumere decisioni per (ri)generare crescita, la “nostra” (?) “politica” (?) politicante autoreferenziale di oggi non ha avuto esitazioni nel dare “risposte” ai propri ”esponenti” (?) locali preoccupati: ed ecco che delle 15 città metropolitane previste dal piano (di cui 10 istituite per legge, 5 su proposta di regioni a statuto speciale e di province autonome – ?), 3 saranno nella sola Sicilia (che già vanta il record della Regione più “sprecona” – e (cioè) costosa – del mondo!), 2 si sovrappongono alle (sopravviventi) province di Trento e Bolzano. Il tutto in spregio ad ogni logica complessiva di (ri)organizzazione dei nostri enti territoriali. Mentre l’Italia cola a picco, e i nostri “rappresentanti” (?) non hanno ancora nemmeno capito in che direzione (si tratta di) andare. di FRANCO MONTORRO

Nella grafica, come avrebbero potuto essere le città metropolitane (qui quella, ipotetica, dell’area integrata dello Stretto): istituzioni utili a rafforzare l’integrazione (appunto) di specifiche concentrazioni logistico-economico-urbane così da rappresentare (tra l’altro) un volano per lo sviluppo. E invece si è scelto, ancora una volta, di privilegiare l’autoreferenzialità

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di FRANCO MONTORRO

In un Paese normale la riforma degli enti locali sarebbe stata oggetto di un dibattito parlamentare sereno ed equilibrato: riconsideriamo Regioni, Province e Comuni in base alla possibilità-necessità di rivederle come numero, come confini. Un´opportunità per ridisegnare tante basi di sviluppo o di ricrescita.

Invece no e la politica ha toccato il suo punto più basso perché ha abiurato la sua ragion d´essere, il bene comune, la famosa “res publica” in nome del clientelismo per un posto nei vari consigli, prefetture, motorizzazioni eccetera.

Quando bastava una sforbiciata qua e un aggiustamento là, non tanto e non solo per questioni di risparmio economico, ma per riassestare il sistema periferico in base ad esigenze che non sono certo quelle di cinquanta, cento anni fa.

Certo, se penso alle neonate province sarde sono indeciso se allargare le braccia o scuotere la testa; così come alla pretesa indipendentistica di una Romagna che non ha o non avrebbe nemmeno un capoluogo deputato e che fa parte del territorio forse meglio connotato in Italia, isole escluse: il Po, l´Adriatico l´Appennino e la Via Emilia da Piacenza a Rimini a fare da autostrada ante litteram in una regione, poi, caratterizzata dalla realtà di una ormai unica città che va da Parma al mare con ramificazioni a Ravenna e Ferrara.

Ma non è questo il tema caldo in discussione, rappresentato invece dall´introduzione delle aree o città metropolitane. Facile identificarne la maggior parte, in base alla popolazione del capoluogo e al bacino “afferente”.

Si parte da Roma e per le prime dieci si va a scendere con Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Reggio Calabria e Catania.

Nel progetto governativo si aggiungono Venezia, Messina, Trieste e – chissà perché – le sopravviventi province autonome di Trento e Bolzano.

Prima parentesi aperta: nel 2012 autonome? Con lo stesso senso, poco, delle regioni a statuto speciale, perché allora poi qualcuno dovrebbe spiegarci perché lo è la Sicilia, ma con autostrade a pagamento mentre è gratis la Salerno-Reggio Calabria. E il Friuli Venezia Giulia perché deve ancora godere di privilegi ad hoc, lo stesso dicasi della Valle d´Aosta che anzi gode di veri e propri favoritismi.

Comunque sia, la Sicilia si gode le sue tre belle aree metropolitane, nonostante l´attuale provincia di Messina sia solo 26esima per popolazione e al di là del porto sullo Stretto fatico a trovarle altre ragioni di meritocrazia metropolitana (vale anche per Reggio Calabria).

Perché poi il campanilismo cieco all´italiana vieta, come dicevo all´inizio di considerare aree di interesse di intervento che vadano al di là del semplice comune (ex) capoluogo di provincia. Sempre valutando i dati della popolazione, ma in particolare modo la posizione geografica e i collegamenti terrestri, aree metropolitane giuste dovrebbero allora comprendere sotto una sola entità Bergamo e Brescia; Venezia, Padova e Treviso; Bologna e Modena: Milano, Monza e Varese.

I flussi di lavoro, i trasporti, la mobilità in genere, le vicinanze, le strade, i collegamenti, gli interessi comuni sembrano passare in secondo piano per un piano accetta che ricordiamo prevedeva 10 aree metropolitane stabilite per legge e cinque affidate ai “consigli” delle regioni a statuto speciale, con la Sicilia che ne ha proposte tre.

Mi ripeto e concludo: basterebbe leggere pochi ma semplici dati per ristrutturare bene e per un bel po´ le entità locali. Il problema di base è che per farlo bisogna mettersi in testa che si perdono clienti, nell´accezione latina del termine, ed allora riteniamoci fortunati di non avere 50 regioni, 200 province e 15.000 comuni.

FRANCO MONTORRO

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